Part 15
Ma a che giovano queste rinuncie? Il cuore non appaga, la mente non si acqueta. L'avvenire urge; _Il trionfo dell'Idea vuole tutte le braccia e tutte le menti_.
L'Esteta è pieno di scoramento:
Ancora ne li attoniti occhi, reca lo spasimo d'una mortale caduta il terrore d'un incubo improvvisamente scomparso. Sognò lotte e baci, dominazioni e rinuncie, cose belle oltre la Verità, dolci, oltre l'Amore, eterne, oltre la Fede.
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Sorrise a tutte le veneri, benedisse a tutte le forze, a tutti i connubi sospirò.
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Doloroso miracolo: la visione tangibile si oscura di maligne nebbie.
E finisce con domandarsi tristamente: Sia pure che l'uomo nello spazio e nel tempo s'inganni, ma esso è però un mondo, un occhio dell'infinito;
perchè dunque non vuol recare intorno la serenità e la luce, come il cielo e le stelle?
Ho tentato di riassumere questo poema lirico di una anima solitaria, che si tormenta fra le strette del sillogismo e del sentimento, citando il più largamente possibile per dare ai lettori un'idea approssimativa non soltanto dei concetti ma anche della forma.
Secondo me, il poeta ha fatto bene a sciogliersi dalle pastoie del ritmo, che non concede certe libere agilità neppure ai suoi più poderosi domatori. E se nel suo tentativo ha qualche volta ecceduto, sia condensando troppo, sia trascorrendo in istonature prosatiche incurante di mettere a dura prova l'intelligenza o la schifiltà stilistica del lettore, non bisogna fargliene troppo carico, in grazia di quei larghi brani dell'opera sua dov'egli raggiunge l'ideale voluto attingere, come nei canti _L'orgogliosa umiltà_, _La metamorfosi_ e specialmente nel _Preludio_ al canto _Marmi e bronzi_, invocazione della Bellezza, e nella _Oscura rinunzia_, che mi sembra la cosa più squisita di tutto il volume.
Il quale, se, come ho accennato, non è di facile lettura, è poi tale perchè, nell'intenzione dell'autore, non è destinato al volgo dei lettori.
Nel grottesco s'adombra qualche aristocrazia; nel crudele, qualche idealità; e il valore della vita consiste nel saper morire.
Ecco una sua schietta dichiarazione.
Al Quaglino intanto non si potrà dire che abbia scelto questa libera forma di ritmo perchè il verso non obbedisce alla sua mano. Egli ha pubblicato due volumi di versi, dove alla vigoria e all'originalità del concetto è accoppiata una vigoria e sovente una stranezza di forma--stranezza più visibile nel primo, _Modi, anime e simboli_, che nel secondo _Fiori brumali_--le quali dimostrano ch'egli si sente anche capace di abusare della padronanza della forma ritmica, contorcendola a sua voglia e capriccio, e non sempre con buon resultato.
Dopo questi _Dialoghi d'esteta_, che hanno nel loro sciolto ritmo dolcezze e sfumature veramente notevoli, è da augurarsi che il pensiero del poeta divenga più limpido, più tranquillo, più trasparente, e che il sentimento prenda la mano su di esso, perchè, ritmo rimato o sciolto, la sua parola trovi più larga eco nei cuori: e non intendo dire: nel volgo dei cuori.
EDOARDO BOUTET E LE SUE CRONACHE DRAMMATICHE.
Ricordano il _Moschettiere_ di Alessandro Dumas, il vecchio, giornale che era scritto da _Alessandre Dumas père et seul_, e che fece sorridere e anche ridere, al suo apparire, per la ingenua vanità di quel _seul_. Il _Moschettiere_ parlava di tutto: dall'articolo di fondo spoliticante, passava alle ricette culinarie, delle quali il Dumas era forse più orgoglioso che del _Conte di Montecristo_ e dei _Tre Moschettieri_; gli articoli di viaggi e di varietà si avvicendavano coi capitoli degli ultimi suoi stanchi romanzi, con frammenti di memorie, cioè, di strabilianti fantasie. Veramente il _seul_ non era poi una novità. Alfonso Karr aveva scritto anche lui da solo, _Les Guépes_, ma non aveva inalberato quell'aggettivo con la spavalderia del simpaticissimo fanciullone che fu per tutta la vita Alessandro Dumas.
_Le Cronache drammatiche_, apparse ieri l'altro, somigliano al _Moschettiere_ e alle _Vespe_ in questo soltanto: saranno un opuscolo settimanale scritto tutto da Edoardo Boutet e si occuperanno unicamente di cose riguardanti il teatro.
Arrivano in buon punto. Da qualche anno, per opera di attori e di scrittori, viene risuscitato nel pubblico italiano l'interesse, se non l'entusiasmo, di trenta anni fa, quando una nuova produzione drammatica, data nella capitale provvisoria, occupava per settimane gli spiriti e faceva quasi tacere le discussioni politiche.
Oggi, l'interesse non è scevro di un senso di scetticismo, effetto delle delusioni seguite alle illusioni eccessive. Ma bisogna dire che noi, da schietti meridionali, da latini, siamo trascorsi dall'eccesso delle speranze all'eccesso della sfiducia: e se le _Cronache drammatiche_ riusciranno a mettere le cose in equilibrio, faranno opera degna di grandissima lode.
Nessuno, io credo, in Italia, è più adatto di Edoardo Boutet a operare questo miracolo. Egli è un topo di palcoscenico. Da anni, sua occupazione e preoccupazione sono stati gli attori e gli autori drammatici. Con franchezza straordinaria, spesso brutale, egli ha detto la sua opinione su tutto e su tutti, ogni volta che l'occasione si è presentata. I suoi articoli nel _Corriere di Roma_ dello Scarfoglio lo misero in vista. La gente che leggeva quegli scritti, si domandava con curiosità:
Chi è mai questo nuovo _paysan du Danube_ che irrompe nella cronaca teatrale?--E la curiosità non veniva eccitata soltanto dalle cose che egli diceva, ma dallo stile con cui le diceva; stile pieno di immagini, lutulento, imbarazzato, eppure innegabilmente efficace. Sotto l'impaccio della parola e della frase, si sentiva l'uomo sincero, convinto; una specie di apostolo e di profeta.
Allora il giornale quotidiano non era un organo frettoloso d'informazioni com'è divenuto oggi. Il cronista teatrale aveva dignità di critico; non si trovava obbligato di far sapere la sua opinione immediatamente dopo lo spettacolo a cui aveva assistito; dal teatro non doveva correre in tipografia, e là improvvisare l'articolo e darne le cartelle ai compositori di mano in mano che le scriveva, senza avere tempo neppure di rileggerle. Durava il bel costume dell'appendice del lunedì; delle novità date il venerdì sera--e che egli era in caso di riudire nelle sere seguenti, se state tali da ottenere di essere replicate--l'_appendicista_ poteva scrivere pensatamente, con comodo; e la curiosità del pubblico veniva anche aguzzata dall'attesa, e trovava piena soddisfazione nel poter leggere, il lunedì, i giudizii degli appendicisti teatrali più in voga; giacchè allora accadeva che alcune _appendici drammatiche_ assumessero il valore di un piccolo avvenimento letterario.
Edoardo Boutet portava qualcosa di nuovo, di speciale nella critica drammatica: la perfetta conoscenza dei misteri del palcoscenico. Di rimpetto a lui, gli _appendicisti_ del lunedì di dieci anni avanti sembravano persone impettite, troppo serie, quasi accademiche. Egli era uno sbarazzino e nello stesso tempo uno che _credeva_, che si infiammava, e che talvolta arrivava fino ad assumere atteggiamenti apocalittici, fino a far intravvedere che tra la critica teatrale e lui egli supponesse un'assoluta identità di persona.
Anche quando era ingiusto, o meglio, anche quando s'ingannava (non c'è ingiustizia nello ingannarsi) sotto la violenza del giudizio e della frase si scorgeva benissimo la sincerità del suo sdegno. Quella che per lui era un'offesa all'arte, sembrava anche si mutasse in offesa personale; ma sembrava così per la montatura del periodo che gli si aggrovigliava tra le mani tremanti di santissimo sdegno. I puristi, leggendo, si sentivano venire la pelle d'oca, ma non cessavano di leggerlo. Gli attori flagellati a sangue, le attrici contristate nella loro vanità, gli autori redarguiti con accompagnamento di sferzate fingevano di disprezzarlo, di sorridere di quelle sue sfuriate, ma poi gli davano ragione. Conosco qualcuno che non ha potuto tenergli broncio neppure un giorno, dopo un articolo che lo aveva stritolato la sera avanti, nel primo _Capitan Fracassa_ di gloriosa memoria. Critico e autore, il giorno dopo erano a braccetto in Piazza Colonna e ridevano assieme, con gran meraviglia di parecchi che immaginavano forse di doverli vedere piuttosto presi pei capelli, dato che l'autore drammatico avesse avuto dei capelli afferrabili; e non ne aveva.
Da quei giorni, molt'acqua è passata sotto i ponti del Tevere. Edoardo Boutet ha sentito anche lui la mortificazione degli anni. Può darsi--ma non pare--che il vedersi mancare lo spazio e il tempo, per le invadenti necessità giornalistiche, lo abbia un po' scoraggiato. I suoi grandi articoli, le sue encicliche drammatiche si erano fatte rare. Di quando in quando, la _Nuova Antologia_, la _Rivista d'Italia_ portavano un suo studio di attrice, una sua disquisizione intorno a qualche soggetto di attualità drammatica; studio e disquisizione dove egli mostrava la grande abilità di sapersi adattare all'ambiente, di parlare con moderazione di concetti e di forma--sì, anche di forma--che gli dava l'aria di persona un po' costretta a raffrenarsi, a comportarsi come chi si trova in un circolo di conversazione fuori dell'usuale.
Di quando in quando, una scappata, un razzo, l'iniziamento di una serie di studi sur un particolare soggetto presto interrotta e non più ripresa; nient'altro.
Si vedeva l'uomo che avrebbe voluto parlare, chiacchierare a suo agio e che non poteva più farlo, perchè il proto gl'insidiava le righe, perchè l'articolo politico, la cronaca, la satira gli contendevano lo spazio. Edoardo Boutet però è un parlatore brioso, delizioso, un conversatore; e il suo dialetto napoletano non forma la minore attrattiva delle sue improvvisazioni familiari. Ha dovuto dire dentro di sè: Mi si tura la bocca o, per lo meno, mi si trattiene il braccio, mi si lesina lo spazio? Ebbene, io non posso sentirmi soffocare, io voglio sfogarmi. Ho tante e tante cose da dire! Debbo attendere un'occasione propizia che forse non si presenterà o chi sa quando si presenterà? No; fondo una piccola rivista settimanale e in essa sarò libero di sfogarmi e di scapricciarmi come voglio e come non posso più fare da un pezzo!
Ed ecco le _Cronache drammatiche_, comparse il 2 aprile, col sorriso della Pasqua di Resurrezione, quasi anche il giorno della prima pubblicazione dovesse essere un buon augurio! Sedici fitte pagine in 16º.
Ora _Caramba_ è a suo agio. Ogni domenica, egli avrà la sua tribuna, il suo pulpito, o più propriamente il suo salotto. Egli non scrive, discorre. Qualcuno che lo vede frequentemente e che prende gran gusto nello stare ad ascoltarlo, ha esclamato: Ah, se Edoardo Boutet si risolvesse a scrivere le sue _Cronache_ in dialetto napoletano! Che festa sarebbe!
Sarà una festa egualmente! Anche a dispetto di certe velleità di affettazioni stilistiche che da qualche tempo egli predilige, come questa che chiude il suo primo articolo, _Il sogno della Duse_:--E intanto, in cosiffatta imperante e straripante dissennattezza, si compie, forse, il delitto di uccidere la ignota anima _destinata di un teatro italiano a gettar le fondamenta_!
Sarà una festa egualmente. Edoardo Boutet non diverrà mai un pedante: non _scriverà_ mai, _parlerà_: ed è la sua caratteristica e sarà la sua forza. Passare una mezz'ora con lui, per via di quelle fosforescenti e svariate pagine delle _Cronache drammatiche_, diventerà presto un piacere che si tramuterà in dolce abitudine, anche per coloro che non si occupano esclusivamente di cose drammatiche.
E sarà una festa e una cosa seria.
Le cose che egli dice ridendo sono anzi le più serie.
Leggete l'aneddoto intorno ad Adamo Alberti, illustre impresario, tempo fa, del teatro dei _Fiorentini_ a Napoli; leggete l'articolo _Spettacolo di onore_ che chiude il primo fascicolo. Sono del Boutet più schietto, e di quello che non ha bisogno di scrivere in dialetto napoletano per riuscire efficace e nello stesso tempo divertente.
LA SOCIETÀ PER GLI STUDI FRANCESI IN ITALIA.
Eh, sì, mancava! Ed ho fatto tanto di cuore leggendone l'annuncio in una rivista genovese.
Questa volta eravamo davvero ingrati, come ci qualificano i francesi. Da parecchi anni molte brave persone si sono sbracciate in Francia per fondare una _Società di studi italiani_ col generosissimo scopo di far sparire qualche _piccolo malinteso nato in questi ultimi tempi_ tra l'Italia e la sua sorella latina; e nessuno finora aveva pensato di far sorgere qualcosa di simile tra noi per aiutare quelle brave persone nella fratellevole impresa!
Di tratto in tratto, a grandi intervalli in verità, i giornali francesi recano la notizia di una conferenza molto applaudita di soggetto italiano, dell'invito a uno dei nostri scrittori più in voga per andare a conferenziare colà; e il rumore degli applausi e dei brindisi nei banchetti passa le Alpi e commuove i cuori sensibili di quegli italiani che amano politicamente la Francia per lo meno quanto la loro patria, e, stavo per dire, anche più. Milano ci ha dato l'esempio di una doverosa cortesia invitando Edoardo Rod per una conferenza: ma il caso è rimasto isolato.
Durante questo tempo, i francesi hanno iniziato per la letteratura italiana contemporanea quel che facevano da un pezzo per altre letterature straniere. Si sono degnati di accorgersi che c'è un po' di buono anche tra noi. Un accademico, che aveva prima scoperto i romanzieri russi, scopriva Gabriele D'Annunzio e lo presentava all'ammirazione del mondo intero, giacchè quando Parigi ammira, per la sua naturale funzione di cervello del mondo, induce tutte le nazioni civili a sentire e pensare come lui. Rivolti, così per caso, gli occhi a quest'umile Italia, meravigliati che avevamo anche noi parecchi poeti, parecchi romanzieri degni della loro curiosità i francesi si sono messi a farseli tradurre, per risparmiarsi la fatica di leggerli nella lingua originale. E così è avvenuto che parecchi italiani, che non avevano mai sentito la tentazione di leggere il loro D'Annunzio nelle belle edizioni del Treves, hanno avuto il piacere di gustarlo nelle traduzioni dell'Hérelle.
È probabile che in questo _emballement_, come colà dicono, di Parigi per la letteratura italiana, la _Società di studi italiani_ entri per qualche cosa; è probabile anche che non c'entri nè punto nè poco. Io non ho elementi per giudicarlo. I _piccoli malintesi nati in questi ultimi tempi_ fra l'Italia e la Francia non hanno, mi sembra, niente che vedere con la letteratura; e se si dovesse badare allo scopo della _Società per gli studi italiani_ e apprezzarne il risultato dai fatti, non si avrebbe, credo, nessuna ragione di rallegrarsi dell'efficacia di quegli studi. _I piccoli malintesi_ permangono, se pure non aumentano. La _Società per gli studi italiani_ non ha potuto, per esempio, impedire che i francesi, quando han voluto trovare l'epiteto più infamante con cui bollare Emilio Zola, scegliessero quello d'_italiano_. Venduto agli ebrei, tedesco, traditore della patria, insultatore dell'esercito non sembrando sufficienti, ogni insulto è stato riassunto in quella parola!
Qualche scontroso potrà dire:
--Siamo proprio buffi! Che alcuni francesi, di buona volontà abbiano sentito il bisogno di fondare una _Società per gli studi italiani_, non c'è da stupirne. Tra cento mila francesi, appena appena uno intende un po' l'italiano. Tra gli scrittori francesi, a stento tre o quattro non hanno citato un periodo, una frase italiana senza infiorarla di spropositi. È naturale dunque che essi si vergognino della loro ignoranza e cerchino di porvi riparo. Ma noi? Noi leggiamo tutto quel che ci viene dalla Francia; noi conosciamo la loro letteratura contemporanea quasi assai meglio della nostra; le nostre riviste, i nostri giornali letterari, i nostri stessi giornali politici rigurgitano di saggi, come si dice, di studi, di recensioni di libri francesi; dovrei dire di panegirici, di inni, anche per libri mediocrissimi che, scritti in italiano passerebbero inosservati. Che diamine dobbiamo studiare più di quel che facciamo?
C'è chi si sente commuovere le viscere pei trionfi del D'Annunzio, per le traduzioni dei romanzi del Serao, del Rovetta, del Butti, del Neera? Primieramente questo fatto non ha niente di speciale. È venuta la nostra volta. Passata la moda dei romanzieri russi, dei drammaturgi e romanzieri norvegiani, la curiosità si è rivolta verso di noi, come domani si rivolgerebbe verso i Lapponi e gli Ottentoti, se essi avessero la fortuna di possedere una letteratura.
Questa curiosità intellettuale però fa molto onore ai francesi di oggi; è una loro qualità nuova, e di cui bisogna rallegrarsi in onore dello spirito umano. Ma coloro che vedono in questa curiosità un sintomo di sentimenti di altra natura, si ingannano grossolanamente.
Per disgrazia, la letteratura è una cosa, la politica è un'altra. Politicamente tra francesi e tedeschi c'è un dissidio mortale. Spiritualmente, mai come oggi la cultura tedesca è stata assorbita e assimilata in Francia; se ne veggono i segni dappertutto, nella scienza e nell'arte. Chi da questo assorbimento e assimilamento volesse indurne che francesi e tedeschi siano avviati a darsi un abbraccio politico, direbbe una corbelleria.
La letteratura è come la religione; invade la immaginazione, il sentimento, ma diventa cosa pratica fino a un certo punto; mai più in là. Così noi, teoreticamente cristiani, praticamente siamo tali fino a un certo punto, e forse non andremo mai più in là.
È male, è cosa deplorevole, ma non possiamo impedire che sia così. In certi momenti, quando interessi tutt'altro che spirituali vengono in ballo, la bestia che dorme nel nostro organismo si sveglia a un tratto e ruggisce e sbrana e divora a dispetto di tutto e di tutti. I fratelli cristiani si ammazzano tra loro peggio dei turchi e dei selvaggi; le nozioni del tuo e del mio, i sentimenti di tolleranza, di libertà, di eguaglianza diventano belle parole e nient'altro, utili soltanto per darla a intendere ai semplici, agli sciocchi che si lasciano illudere facilmente.
Diciannove secoli di cristianesimo, di filosofia, di scienza, non hanno cavato un ragno dal buco, non sono riusciti ad ammansire un po' la bestia umana! Di addomesticarla non si può parlare.
Ora nei _quelques travers_ a cui accenna il programma della _Società francese per gli studi italiani_--e che non sono di _ces derniers temps_, e non hanno origini così antiche che bisognerebbe andare a indagarle nelle tenebre preistoriche--quei _quelques travers_ tra italiani e francesi riguardano la bestia, cioè la politica; e non c'è società di studi francesi e italiani che possano dissiparli. In questo caso:--Chi si guarda si salva, dice il proverbio.
Ma io tolgo la parola allo scontroso; non voglio impicciarmi di politica per conto suo. E siccome egli ha parlato di bestia ed ha citato un proverbio, aggiungerò soltanto che è bene non fidarsi troppo delle bestie; e che l'altro proverbio:--Il lupo cangia il pelo e non il vizio--non deve intendersi unicamente per questi poveri animali. E torno alla letteratura.
Oh, nessuno è più lieto di me che sia, finalmente, arrivato in Francia un buon quarto d'ora per gli scrittori italiani; ma ne sono lieto più pei francesi che per noi. Gli scrittori italiani insomma, rimangono quel che sono. Hanno valore? Riconosciuto o no dagli altri, questo valore non aumenta, nè diminuisce. Non hanno valore? E l'immeritata ammirazione sarà fenomeno effimero, senza importanza.
Mi fa gran piacere intanto che lo spirito francese abbia abbattuta un'altra barriera e varcato un altro confine intellettuale. Era eccessivamente esclusivo; troppo e orgogliosamente si lusingava e si compiaceva che poco o niente esistesse nel mondo fuori dei suoi poeti, dei suoi romanzieri, dei suoi drammaturghi. Ora invece può giustamente e diversamente inorgoglirsi, vedendo che il resto del mondo non ha lasciato passare nessuna forma della letteratura francese senza giovarsene, senza appropriarsi tutti i processi tecnici di essa, ma anche non senza aggiungervi qualcosa, non senza apportarvi qualche necessaria innovazione. E la letteratura italiana contemporanea gli darà probabilmente, per ragione di conformità d'indole e di tradizioni, maggiore elemento di orgoglio che qualunque altra.
Noi italiani abbiamo forse barriere da abbattere, confini da varcare, specialmente con la Francia letteraria? Se mai, abbiamo bisogno di ritrarci un pochino in casa nostra, per rifarci la salute con la sana aria paesana.
E poichè per la politica la _Società degli studi francesi_ non approderebbe a niente, come a niente ha approdato in Francia la _Società per gli studi italiani_; poichè, per quel che riguarda l'arte letteraria, essa risulterebbe assolutamente superflua, conchiudo:
--Vogliamo fare ancora un altro po' di accademia? Facciamola pure. Vogliamo prendere altre indigestioni con banchetti internazionali, e sgolarci in risonanti brindisi, e smanacciarci in applausi di convenzione? Divertiamoci pure. Si fanno tante cose inutili in questo mondo, che una di meno o una di più non sarà la rovina di nessuno.
NOTE:
[1] F. CAVALLOTTI: _La sposa di Mènecle_, Pref. XIII.
[2] L. CAPUANA, _Per l'Arte_, pag. 15 e seg.
[3] F. CAVALLOTTI, pref. all'_Alcibiade_, pag. 11. Ediz. citata.
[4] _Cavallotti_, Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle, pag. 269 edizione citata.
[5] Ivi, ivi.
[6] (EDOARDO ROD. _Essai sur Goethe. Paris, Perrin et C. editeurs, 1898_).
[7] ENRICO CORRADINI, _La Verginità_, Firenze 1898.
[8] _T. Massarani_, Epistola al Faldella pel Cinquantesimo dello Statuto--Roma, Forzani e C. 1898.
[9] Vedi a pag. 50 dei miei _Ismi contemporanei_.
INDICE
Nuovi ideali d'arte e di critica, conferenza pag. X Felice Cavallotti, drammaturgo e poeta » 3 Alfonso Daudet » 53 Goethe » 81 Giovanni Meli » 93 Gabriele d'Annunzio » 103 Emilio Zola » 125 Una jettatura » 145 La Chimera » 153 E. Rod - E. Lesca » 165 Vittorio Pica » 175 Enrico Ibsen » 185 Di un'opinione di E. Zacconi » 195 Ascensioni umane » 203 Tullo Massarani » 215 E. De Amicis e P. Martini » 227 La nevrosi artistica » 237 Domando la parola » 247 Per un romanzo » 257 Dialoghi d'Esteta » 271 Edoardo Boutet e le sue cronache drammatiche » 281 La Società per gli studi francesi in Italia » 291
NOTA DEL TRASCRITTORE
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (studi-studî, vigoria-vigorìa, d'Annunzio-D'Annunzio e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
viii - delle premesse [promesse], bisogna accettarne 70 - di sconvenienza verso Sarah Bernhardt [Shara Bernardth] 157 - l'Andrea Sperelli, il Tullio [Tullo] Hermil 159 - la schiettezza [schietta], la sincerità diventano 203 - Baldini e Castoldi [Gantoldi] editori 240 - ci riempiamo la bocca col tronfio [trionfo] assioma