Cronache Letterarie

Part 14

Chapter 143,729 wordsPublic domain

E si continua a fare lunghe discussioni bizantine. Si scartano certi soggetti, si colpiscono d'interdizione; si bandiscono certe formole stilistiche, si getta l'anatèma su altre. Per quale ragione? Per un capriccio di moda forse.

In quanto a me, non ho mai avuto preferenze per questo o per quel soggetto, per questa o per quella formola di stile. Ho tentato soggetti di ogni specie ed ho cercato di esprimerli con lo stile più adatto.

Lo stile delle mie _Paesane_ non è quello delle novelle, diciamo, psicologiche. Fra lo stile delle _Paesane_ e quello di _Profumo_ e di _La Sfinge_ c'è un abisso, come c'è un abisso tra il contenuto.

Io, lo confesso, e sia detto per incidente, non ho saputo persuadermi, per quanto mi sia ingegnato di farlo, in che cosa mai differiscano _Profumo_ e _La Sfinge_ dai così detti romanzi idealisti; potrei quasi farmi la stessa domanda intorno a _Giacinta_, non ostante la dedica a Emilio Zola. Mi son fin domandato come mai due volumi di fiabe, e due di novelle dove studio il mondo dei bambini con lo stesso metodo di osservazione praticato per gli adulti, possano permettere di classarmi a ogni costo fra i naturalisti.

Ebbene tanta diversità e varietà di concetti e di forme non avrebbero dovuto mettere in guardia i critici prima di _etichettarmi_ assolutamente _naturalista?_

Resta per loro scusa, la quistione, come dicono ora, stilistica. Io non sono certamente uno stilista.--Oh, no!--sento mormorarmi all'orecchio--E aggiungo che non vorrei esserlo, caso potessi. Sono diventati stilisti tante brave persone che poi non hanno altro all'infuori di quel tale _stilismo_, che non credo di dire una cosa assurda asserendo che a furia di pazienza e di studio avrei potuto divenire loro emulo anche io. Il vocabolario, per fortuna, non è proprietà esclusiva di nessuno, e i modelli da copiare o da imitare molto meno. Dico questo perchè la semplicità, la nudità del mio stile non sia attribuita al mio naturalismo e non sembri una prova lampante di esso; non già per scusarlo o per difenderlo. È giusto che questa orazione _pro domo mea_ rimanga nei limiti dei principî e delle intenzioni.

In quanto al resto, non debbo e non voglio entrarvi. Non ho mai fatto polemiche, da giovine, per difendere questo e quel mio libro; e non voglio cominciare ora che... non sono più giovane.

E mi si permetta di finire, con l'autorità che consentono gli anni, raccomandando a tutti coloro che ora hanno l'invidiabile tesoro della giovinezza:

--Lasciate da parte le discussioni astratte, le polemiche; non vi compiacete delle belle etichette, che in fine non vogliono dir nulla se il liquore della bottiglia non è poi di ottima qualità; siate sinceri, se potete e se sapete, siate sinceri, sinceri, sinceri; il resto, come dice il Vangelo, vi sarà dato in più dal gran Padre che sta nei cieli!

PER UN ROMANZO

(UGO OJETTI: _Il Vecchio_, romanzo--Milano, Casa Editrice Galli, 1898.)

Un'opera d'arte bisogna accettarla qual'è, senza cercarvi l'attuazione delle teoriche dell'autore, se queste son note.

È riuscita bella? Tanto meglio per le teoriche e per l'artista. È in contraddizione con esse? Tanto peggio per le teoriche. L'importante è che un'opera d'arte sia una bell'opera d'arte.

Secondo me, l'artista può mettersi in piena contraddizione col critico, nella stessa persona. Discutere intorno ai principii estetici è funzione molto diversa dall'adoperare l'immaginazione nel creare. E pensavo appunto questo, leggendo i primi capitoli di _Il Vecchio_.

La lunga agonia della moglie del senatore Alessandro Zeno; il triste via vai dei parenti, degli amici, degli indifferenti; le estreme cure date dal marito e dal figlio al cadavere della morta; tutti i minuti particolari, fino al ritorno dall'accompagnamento al cimitero, che dànno vivissima la sensazione della nauseabonda realtà, mi richiamavano alla memoria le invettive contro i così detti _realisti_, accusati di compiacersi di descrizioni repugnanti. E il non aver voluto evitare d'incorrere nello stesso biasimo, e l'aver anche calcato un po' la mano su certi punti, mi sembravano begli atti di coraggio e di sincerità artistica dell'autore.

«Fece uno sforzo supremo; premette col fazzoletto le gote fredde (_della morta_); ma sotto la pressione troppo forte, il siero all'improvviso pullulò dalla bocca rigida, quasi fermentando, formò una bolla come un velo viscido tra labbro e labbro sui denti, e la bolla scoppiando sprizzò sul volto del vecchio...»

«Ne guardò il volto curiosamente. Le labbra erano ormai esangui, del color della prima cera, e nei due angoli insisteva quel solco rosso che il succo gastrico vi aveva sùbito dopo la morte segnato scorrendo.»

Un _realista_ non avrebbe potuto dirlo con maggiore evidenza.

E per ciò già credevo di trovarmi di faccia a un'opera d'arte schietta, che non voleva essere nè realistica, nè ideologica, nè idealistica, nè simbolistica, ma viva rappresentazione di caratteri, di sentimenti, di impressioni; di faccia a un'opera d'arte dove le preoccupazioni stilistiche non cercavano di sopraffare l'espressione più diretta e più immediata del concetto; insomma di faccia a qualcosa di fresco, di giovine, di rigoglioso, non ostante la tristezza del soggetto; ma l'autore si era affrettato a disingannarmi.

Parecchi splendidi paesaggi; alcune belle scene ma brevi, quasi egli se le fosse lasciate sfuggire dalla penna con rincrescimento; e, qua e là, certi penetranti accenni di osservazione psicologica, non mi avevano all'ultimo compensato della monotonia di quella specie di soliloquio di quasi trecento pagine, a cui si era ridotto, dopo i primi quattro capitoli, tutto il romanzo.

Ricordavo qualcosa di simile pel concetto, una novella del Tolstoj, che appunto descrive il terrore della morte nella persona di un uomo di età matura; ma non volevo fare confronti. Là tutto era rappresentazione, azione; qui il movimento, la rappresentazione, l'azione rimanevano esteriori al personaggio, pretesti di un continuo maniaco rimuginamento della stessa idea. E poi, nel senatore Alessandro Zeno non era tanto il terrore della morte, quanto l'odio della vita degli altri quel che formava il pernio della morbosa attività cerebrale. Attività vacua, astratta, perchè non rivelava niente di personale, di caratteristico, tanto da apparire, di tratto in tratto, mera esercitazione scolastica.

A un certo punto mi era sembrato che il concetto del libro doveva forse essere la lotta tra sentimenti ed idee che stanno per tramontare e idee e sentimenti che si levano su l'orizzonte con rosei trionfanti splendori.

L'autore ci dice che tra il senatore e il figlio Andrea c'erano state lunghe lotte e dolorose. Il padre, metodico lavoratore, non intendeva il lavoro libero, di artista (Andrea studiava pittura), a cui suo figlio si consacrava.

«Il miraggio della burocrazia lo occupava, come occupa ancora tutta la penultima generazione nostra e la parte più fiacca ed inerte ed amorfa dell'ultima.... La non curanza del domani per la tutela promessa dallo stato, la ricerca del minimo sforzo per conseguire, quella prestituita mercede, attiravano tutti i deboli incapaci di lotta e i servili.»

E (non si sa se per conto proprio o per conto di Andrea) l'autore continua a sparlare del «governo dei Vecchi, perchè, sia in buona fede che in perfidia, essi fanno leggi e morali atte a ridurre i giovani fiacchi e degni di morte come essi ormai sono;» delle scuole «che sono un tradimento della vecchiaia contro la gioventù e tendono solo ad abbassare gli ingegni giovani audaci al livello dei maestri affraliti dagli anni e dalle desolate dottrine;» della schiavitù burocratica «causa di decadenza altrettanto potente che l'antica schiavitù giuridica e la medievale schiavitù monastica.»

Si capisce però che tra padre e figlio, più che lotte, erano avvenute discussioni forse un po' animate. Il senatore «incapace di intendere non pur l'arte del figlio (Andrea era simbolista, o almeno ideologico, in pittura) ma anche l'antica fungosa arte accademica, avea finito col credersi il più liberale dei padri, poichè lasciava che Andrea a suo piacere vivesse di quel passatempo fastoso.»

Di tali discussioni, o lotte che si vogliano dire, non appare più ombra nel libro. Dànno una rapida vampata in una conversazione tra un giovane poeta, amico di Andrea, e lui e il senatore, e si estinguono sùbito.

Si ragionava di un vecchio pittore, disonesto intrigante.

«Alla parola _vecchio_ Alessandro Zeno si scosse:

--Insomma il suo massimo torto è di esser vecchio?

--No, è di essere disonesto. Ma anche la vecchiaia, quando è cieca a quel modo, è un torto che fa degno di morte e non di onori.

--Insomma, lasciando da parte l'onestà, se egli fosse stato in giovinezza un pittore eccellente, e poi, fissatosi nella sua maniera, non intendesse le vostre massime nuove, lo si dovrebbe segregare dal consorzio umano?

--Se fosse onesto, egli se ne dovrebbe allontanare da sè.... Dovrebbe lasciare il campo a noi.»

E il ragionamento dal fatto particolare, balza a un concetto generale. Il giovane poeta parla del _Vecchio_ «del Vecchio che si rinchiude nel passato e nega l'aurora solo perchè non potrà vedere il giorno; del Vecchio che, vedendo le tenebre attorno all'opera sua, dice:--Il mondo finisce. Le tenebre saranno sempre sul mondo. Il sole non sorgerà più!--E combatte chi aspetta e canta e glorifica il sole futuro.

«--Quel vecchio,--egli conchiude--se è così cieco deve ritirarsi, deve deporre le armi dalle mani inette. Voi, senatore, dite che non lo vogliamo lasciar vivere. Vivere? Ma egli deve lasciar vivere noi. Noi, lo lasceremo tranquillamente morire.»

Ragionamento specioso, per non dire illogico. Il poeta così e non vuole la lotta, e anche pretende che _un cieco_ faccia atto di persona che ci vede bene; ma passi. Si deve però credere che l'autore non abbia riferito questa conversazione per niente; ci attendiamo infatti, da un momento a l'altro, qualche atto del vecchio senatore che giustifichi la necessità di quella scena, di quelle parole così severe. Il Vecchio invece non fa nulla che abbia almeno l'apparenza di un'ostilità alla giovinezza. Lascia vivere in pace gli altri, se non vive in pace, interiormente, lui.

Egli, che il giorno della morte di sua moglie aveva detto ad Andrea, con ira:--Vattene, figlio mio: tu penserai a lavar me, quando anch'io starò lì, così...... E sarà presto!--ora, vedendo Andrea lagnarsi di divenir calvo, pensa che la vita «correva _anche per lui_, che nelle estasi artistiche si angosciava ad arrestarla.... Non egli solo moriva un poco ogni giorno, ma anche Andrea; e anche gli altri giovani attorno..... tutti..... tutti! Via!... La vita correva!»

Allora egli si sforza di riafferrare, come tavola di salvezza, il sentimento religioso, e tenta di pregare nell'umile chiesetta di campagna dove fa celebrare, due mesi dopo la morte della moglie, un ufficio in suffragio dell'anima di lei; ma egli esce dalla chiesa più solo che mai, più scorato che mai.

Tutto l'offende, tutto lo irrita; vorrebbe che attorno alla sua vita vicina a spegnersi non sorgesse nessun altro nuovo germoglio di vita; o che le nuove cose e i nuovi uomini nascessero su dalle vecchie cose e dai vecchi uomini e fossero grati ad essi. «Invece tutti i germogli e tutti i giovani disprezzavano quelli da cui erano nati..... Nessuna gratitudine, fuori del formale rispetto; ma ribellione, disprezzo, indipendenza non ostentata ma originale e franca.»

Perchè se ne meraviglia lui che aveva sentito «un soddisfacimento segreto e pensava che quel giovane ambizioso (suo figlio Andrea) dagli occhi lucenti, dalle bianche mani nervose era nato da un ignobile atto di lui, come un fiore dal fimo?»

Più di ogni altra cosa, lo cruccia la compassione. Sente dire, non visto da sua figlia Luisa e dal marito di lei, in giardino:

«--Egli pensa sempre alla mamma, e ha il colore di un cadavere.

--È vero.

--Povero babbo, se ne andrà presto anche lui!

--Chi può impedire la morte!»

E gli sembra ch'essi lo consegnino nelle mani della morte o lo spingano «malamente nel sepolcro sdrucciolo buio freddo profondo.»

Che vuole? Che pretende? Non lo sa. Una volta aveva pensato la gioia dell'ultimo uomo che vedrà l'ultimo sole; e questa idea che lo riprende, dopo che un bagliore di coscienza sincera, gli ha fatto riconoscere che i giovani, apparentemente disprezzati, erano in realtà, invidiati da lui affralito e senescente.

Ma l'autore è proprio sicuro che tutto quel chimerizzare intorno al giorno finale del mondo sia del vecchio senatore, e non di lui, romanziere, che ha voluto compiacentemente regalarglielo? È proprio sicuro che non sia artificioso, per non dire falso, il grand'odio attribuito al vecchio contro il pastello dove il figlio aveva tentato di fissare i lineamenti della madre morta?

«All'improvviso si ritrasse, afferrò il vaso delle rose che era sul pianoforte, il vaso delle rose donde il dì innanzi erano caduti petali rossi su la tastiera logora, e lo scagliò con violenza contro il ritratto. Si frantumò il vetro, si lacerò la carta, e il vecchio in una furia di distruzione con le tremule mani ancora assalì l'opera del figlio, il ritratto della morta, calpestandolo, con basse violente parole vilipendendolo.»

Egli cerca di scusarlo, di giustificarlo, e gli mette in bocca queste parole:

«Noi (_vecchi_) coscientemente danneggiamo il mondo. Sì, sì, solo invidia mi respinge da Andrea, solo paura mi allontana da quel ritratto di Nannetta (_la moglie morta_). Ecco, ecco (_Andrea_) scoprirà la rovina compita da me quando stamane per un attimo sono stato sincero nel fatto, ed egli finalmente mi deriderà e intenderà la vera causa dei miei disdegni e non mi rispetterà più. Io morrò ridicolo.»

E appicca fuoco alla stanza, per nascondere con l'incendio il delitto del ritratto distrutto.

Io che mi ero un po' inalberato leggendo quella specie di settecentesca visione che chiude il capitolo intitolato _Arcobaleno_, non mi aspettavo però di veder intervenire _un sogno_ (l'autore non può far a meno di chiamarlo: _miracoloso sogno ammonitore_) perchè riuscisse meno ostico il mutamento finale del Vecchio. E a questo punto non bisogna più dire il senatore Alessandro Zeno, ma soltanto il Vecchio. Egli è divenuto una entità astratta, da personaggio vivente che era nei primi capitoli. Si è venuto di mano in mano assottigliando, ed ora non ha più niente delle nostre miserie umane; è un ragionamento puro e semplice. Ci voleva quel _miracoloso sogno ammonitore_ perchè egli, che odiava tutte le creature viventi, tutte le cose esistenti per l'unica ragione che vivevano ed esistevano e sarebbero vissute ed esistite dopo sparito lui; ci voleva proprio un miracolo perchè egli che ieri si rallegrava al pensiero che creature e cose avevano però dentro di sè, al pari di lui, il germe distruttore della morte, oggi--con la _chiarezza del recente sogno_ in cui aveva visto _il suo stesso cadavere_--si senta perfettamente cambiato e possa riflettere: «La vita è il mutamento continuo della materia. Perciò la vita è dovunque, anche dove non giunge la luce, dove non penetra l'aria. La Morte non esiste, e _tu morendo puoi negarla_.»

Ma come? Non sapeva questo il senatore Alessandro Zeno? E ci voleva un _miracoloso sogno ammonitore_ per rivelarglielo? E doveva egli arzigogolare tanto, per venire poi alla risoluzione di finirla con quella sua esistenza, che infine non era cattiva?

«Nessun odio più lo accendeva, egli era calmo e solenne come un sacerdote che compia un sacrificio comandato da Dio.... Prese, quasi a tentoni, la piccola boccia del veleno d'oro e lasciò sopra un largo pezzo di zucchero cader molte gocce finchè gli parve che lo zucchero ne fosse ben saturo. Poi lo ingoiò e corse al letto.»

Poco dopo Gino, figlio di Luisa, vien mandato su a chiamare il nonno per la cena. Chiamatolo a nome e non ricevendo risposta, il bambino, toccata la mano del vecchio che era gelata, altro non osò.

«Quando entrò nella luce, in cospetto dei tre giovani (cioè nella sala da pranzo illuminata, al cospetto dello zio Andrea e dei genitori Luisa e Giorgio) disse senza timore:

--Il nonno dorme.»

Così finisce _Il Vecchio_ e faticosamente, sarebbe puerile non dirlo.

Ho cominciato a leggerlo con animo sereno. L'ho terminato col profondo dispiacere di chi vede sciupato in malo modo molto sforzo di ingegno e di coltura. Giacchè è evidente che l'Ojetti ha composto così il suo romanzo in ossequio alla sua fissazione del romanzo ideologico e un po' simbolista. Che egli volesse mettere in un romanzo idee e simboli non era poi cosa tanto strana e insolita da dovergli sembrare anche audace. Più o meno, via, in un romanzo ci son sempre idee divenute personaggi con caratteri e passioni speciali, e personaggi e sentimenti che possono, con un pochino di buona volontà, passare per simboli. Solamente per fare un'opera d'arte, le idee non bastano, o bastano per fare _Il Vecchio_ e non mai per ridurre _Il Vecchio_ _Un Vecchio_, cioè il senatore Alessandro Zeno. Questo Ugo Ojetti lo sa; ma gli è parso fosse meglio far una bravata fingendo di averlo dimenticato; e che lo sappia lo dimostrano i primi capitoli del libro e alcune scene, qua e là, sobrie ed efficaci nei capitoli _Il piccolo abbandonato_, _La tentazione_ e in parecchie descrizioni notevolissime per colorito, non ostante che, con meraviglia, nella forma semplice, e schietta, si notino certi residui stilistici contro cui egli ha gridato a ragione.

Ho polemizzato qualche anno fa con l'autore di _Il Vecchio_, e parecchi, che per ragioni diverse, non gli vogliono bene, mi hanno biasimato di aver discusso con lui, quasi mi fossi ingenuamente messo al servizio della sua smania di far rumore in tutte le occasioni e con tutti i mezzi.

Quantunque l'Ojetti sia stato poco garbato, anzi insolente con me, io non mi pento di quel che ho fatto. Bisogna perdonar molto all'età; e i giovani a me piacciono (che che egli ne pensi) specialmente quando, assieme coi pregi, mostrano tutti i difetti della loro condizione: l'orgoglio, l'entusiasmo, la fede cieca.

Molto orgoglio, molto entusiasmo, molta fede cieca traspariscono dalle trecento ottantaquattro pagine di questo volume, cioè molta giovinezza, inficiata però da inopportuna serietà, da voluta gravità nella scelta del soggetto e dei mezzi per svolgerlo. Se è vero, come asseriscono, che noi così detti _veristi_ o _realisti_ abbiamo uggito il mondo dei lettori, non mette conto diventare ideologi e simbolisti per uggirlo allo stesso modo e anche peggio!

Siano sinceramente e schiettamente giovani i giovani!

È consiglio disinteressato di un vecchio.

DIALOGHI D'ESTETA

(_Romolo Quaglino._ Dialoghi di esteta. Milano, tipografia Treves, 1899. Un vol. di 270 pag. in 16.)

Chi apre il libro, allettato dalla simbolica copertina--un vaso da profumi, da cui sortono nuvole d'incenso dentro i vortici delle quali s'intravedono figure in atteggiamenti ed espressioni diverse--può credere, a prima vista, che si tratti di un volume di poesie. Tra i grandi margini bianchi si allineano infatti righe più o meno corte che hanno l'apparenza di versi, di strofe: ma cominciando a leggere, egli si avvede che l'esteta ha voluto ingannarlo. Ingannarlo fino a un certo punto: giacchè se non ci sono i versi, c'è la poesia; se non ci sono i piedi esatti degli endecasillabi, dei settenari, c'è però un quissimile di ritmo che non irrita l'orecchio e che anzi lo alletta con studiate cadenze di accenti, con abili avvolgimenti di periodo da tenere benissimo luogo di verso, senza la ibrida intenzione della prosa poetica. Aperto a caso il libro, egli legge:

Sul roseo avorio de le carte, bruni ed alati, come uccelli stanchi, dormono i sogni: reliquie e diane di cuori vecchi e nuovi, pianto di avelli. Ma se la dolcezza di grandi occhi feminei, sole e rugiada, cali,-- se una voce pallida, nel silenzio odoroso d'un talamo esile mormorio, li ravvivi; se una mano bianca e fine, gigli su rose, fremendo, con la diafana unghia li carezzi,-- su dal sepolcro del volume avello bianco ove il dolore si acqueta, vagano bruni ed alati come uccelli all'alba, e bisbigliano, e l'anima del poeta sale, per le dita, lieve a baciar, ebbra di amore, le inanellate gemme della Pietosa.

E il caso ha servito bene il curioso lettore. Egli allora farà come la Pietosa--non importa se la sua mano non è rosea, e se le sue unghie non sono diafane--sfoglierà altre pagine, cercherà altri segni pei quali possa davvero sentire l'anima del poeta salir su ad accarezzargli--se non _le inanellate gemme_ o la chioma, forse, assente--il cuore o lo spirito; e vorrà cominciare daccapo.

Certamente la lettura non riesce facile. Questi dialoghi che l'esteta intraprende con figure evocate, sogni, simboli d'idee o di sentimenti--Ignazio di Lojola, la fede dominatrice; il Valentino, l'astuzia e la forza; don Giovanni, l'amore l'insaziabile e insaziato; Fausto, l'ansioso e vacuo ricercatore della scienza assoluta; Salvat, il bruto ribelle; o con creature senza nome, pittori, poeti, vecchi, monaci, folla; o con esseri ai quali la sua immaginazione, usando del primitivo privilegio dei fanciulli e dei selvaggi, concede vita, anima, volontà, parola; o col demone tentatore che è dentro di lui; tutti questi dialoghi non potevano essere ragionamenti ordinati, filati, discussioni pedantesche, poichè dovevano e volevano riuscire espressione lirica di concetti e di sentimenti, poichè richiedevano all'onda musicale di un particolar ritmo e all'immagine la loro forza di rappresentazione, la loro forma.

L'esteta è un irrequieto. Il pensatore contrasta col rincorritore del fantasma della bellezza. Che vuole? Che sogna? Vorrebbe un mondo più buono, più giusto, e sopratutto più bello. E' vede un continuo, incessante trasformarsi di tutte le forze naturali, comprese quelle del pensiero. E se gli nomini, la storia, il passato, non rispondono alla sua insistente interrogazione, si rivolge alla Natura, dove c'è anche il pensiero involuto nascosto, e tenta di aver da essa una risposta.

Ne la fede de l'immortalità rapida corre l'ora nemica: ne l'orgoglio degli ordini ancor l'insanie appar feconda.

Che importa?

L'idea è l'inarrivabile amore tutti soffrono per lei, tutti sanno che nessuno mai la stringerà tra le braccia, vinta.

Ed egli inneggia agli _Stiliti_ che salgono su la colonna di Simeone e tendono le braccia al cielo, immemori delle miserie terrene.

esulare dal corpo, è la gioia almeno, l'illusione buona dell'ora: esular, quietamente, come un'umile cosa, come un'anima pavida tra le anime.

Deliziosa elevazione che dura poco; il mondo si agita, vuole operare; nell'azione è la forza; ma fra tante orgogliose forze operanti per la vita materiale o per la gloria, l'_Esteta_ è tentato soltanto dall'orgogliosa umiltà di fare un'opera di bellezza, _olocausto a Dio e agli uomini_,

senza che la vanità di un nome inutile sgorbio, la profani.

E il compenso?

Che vale la passione dell'opera senza il premio di un bacio?

D'un bacio e dell'amore; se pure l'amore varrà a saziare o a dar pace all'anima irrequieta, al corpo fremente.

Che vale l'amore, se non può essere trasfusione di un corpo in altro corpo, di un'anima in altra anima? E mentre egli anela al corpo della sua _Esteta_, il ricordo della madre lo turba, e l'amore carnale gli sembra una profanazione, anzi quasi un incesto. E la _Esteta_ gli dice tristamente:

--Volete che io mi allontani?

L'ESTETA

Lo desidero: la voluttà non ci darebbe che rimorsi,-- la creazione indicibili angosce, e rimorsi fors'anche.

LA ESTETA

Non ci ritroveremo mai più?

L'ESTETA

Un giorno, si compirà forse il miracolo d'oblìo. Qui, dove la vostra anima bambina e la recente anima vostra pensa, qui, forse.

LA ESTETA

Vi sovvenga che la mia vita è così umile che la morte non saprebbe esserlo di più.