Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II
Part 9
Questa battaglia fu combattuta ai 13 d'Agosto, Domenica, festa dei SS. Ippolito e Cassiano[63]. Io non ho voluto segnare quì il numero dei morti e dei prigionieri dell'una e dell'altra parte, perchè si racconta in diverse maniere. Però l'Arcivescovo di Pisa ne fissava un numero preciso in una lettera all'Arcivescovo di Bologna, numero ch'io non voglio notare, perchè aspetto da Pisa alcuni frati Minori, che me ne daranno la cifra accertata. E nota che questa battaglia tra Pisani e Genovesi fu pronosticata e segnalata molto prima che si combattesse, giacchè nella villa di S. Ruffino[64] della diocesi di Parma, alcune donne, che di notte purgavano il lino, videro due grandi astri in cielo, che andavano l'uno contro l'altro all'assalto, e più volte si ritirarono, e più volte di nuovo ritornarono al cozzo. Nell'anno sussegnato, dopo la battaglia tra Pisani e Genovesi, molte donne Pisane, belle, nobili, ricche e di potenti famiglie, unite ora a trenta, ora a quaranta insieme, da Pisa a piedi si recavano a Genova per cercare e fare visita ai prigionieri di loro famiglie; tra quali chi vi aveva il marito, chi il figlio, il fratello, il consanguineo, cui _Iddio non aveva balzati nel seno della misericordia di coloro che li avevano fatti prigionieri_ (Salmo 105.º). E quando quelle donne domandavano ai custodi delle carceri di vedere i proprii parenti, si sentivano rispondere: Ieri ne sono morti trenta, oggi quaranta, e li abbiamo gettati in mare, e di questo ne tocca ogni giorno ai Pisani. E quelle donne udendosi dire tali cose de' loro cari, e non potendoli rivedere, angustiate dalle strette del cuore cadevano a terra, e per la piena dell'affanno e del dolore appena potevano respirare; e poi, ripreso fiato, colle unghie si laceravano la faccia, si scarmigliavano i capelli, e ad alte e gemebonde grida piangevano fino a che loro restavano lagrime da versare. Imperocchè i Pisani morivano in carcere d'inedia, di fame, di penuria, di miseria, di dolore e di tristezza, poichè: _Ebbero dominio su di loro quelli che li odiavano, i loro nemici eran quelli che li tormentavano, ed erano caduti sotto le loro mani._ (Salmo 105º). Nè i Pisani erano giudicati degni de' sepolcri de' padri loro, e perciò li privavano di sepoltura.... E quando le dette donne Pisane arrivavano di ritorno a casa, trovavano morti altri, che alla partenza avevano lasciati sani. Iddio in quell'anno percosse la città di Pisa con una pestilenza, che trasse assai di cittadini al sepolcro... nè vi era casa, in cui non si trovasse un morto.... Toccò Iddio i Pisani colla spada del suo furore perchè da lungo tempo erano diventati ribelli alla Chiesa, e perchè avevano catturato in mare i prelati che andavano al concilio convocato da Papa Gregorio IX di buona memoria.... Quattr'anni io ho abitato nel convento di Pisa dell'Ordine de' frati Minori, ben quarant'anni fa, e perciò mi contristano le sventure de' Pisani, e ne ho compassione: e Dio me lo vede nel cuore. E, quando io abitava colà, fu per tre anni loro Podestà Bonacorso da Palù, cui i Pisani fecero loro Ammiraglio, e lo misero alla testa di quella loro armata, che condussero sulle loro galee sino alle bocche del porto di Genova. (Ed i Pisani oltre le galee vecchie che possedevano, ne costruirono cento di nuove per trasportare quell'esercito, e l'Imperatore in servizio e aiuto dei Pisani, ne mandò di sue cinquanta in completo assetto di guerra, le quali, trovandomi io sul porto di Pisa, ho vedute io arrivare dal Regno.) Ed i Pisani, giunti colla loro armata vicino al porto di Genova lanciarono contro la città per millanteria, per fasto ed a sempiterna memoria, un nembo di saette che portavano l'acuta punta non di ferro, ma d'argento. Essi per tanto vedendo che i Genovesi non uscivano a battaglia, risolcarono il mare devastando e incendiando tutto quanto si parava loro innanzi lungo il litorale de' Genovesi. E nota che come è naturale l'odio tra l'uomo e il serpente, il cane e il lupo, il cavallo e il grifone, così cova un lungo odio tra Pisani e Genovesi, Pisani e Lucchesi, Pisani e Fiorentini. Tra Pisani e Genovesi per cagione della supremazia sul mare, volendo per una certa ambizione, ciascuno parere da più dell'altro; e allora i monti si innalzano, ma le pianure non si abbassano.... Tra Lucchesi e Pisani cova odio, discordia e malevolenza, non solo perchè quelle due città sono di territorio confinanti, ma anche perchè i Pisani appresero dieci castelli del Vescovo di Lucca, e li tennero lungo tempo, per cui furono anche scomunicati, e persistettero lungo tempo nella loro pertinacia (quelle castella erano sui monti). Tra Fiorentini poi e Pisani cova odio, perchè quando i Fiorentini andavano a Pisa per comperare merci, i Pisani facevano loro pagare troppo grave dazio d'uscita alle porte. Avuta dunque notizia i Fiorentini e i Lucchesi, che erano legati tra loro d'interessi e di amicizia, del gran colpo inferto dai Genovesi ai Pisani, giudicarono quello un momento favorevole, e ordinarono un esercito contro i Pisani nell'anno preindicato, in Dicembre, poco prima di Natale, e con loro dovevano trovarsi quei di Prato e di Corneto per avviluppare i restanti Pisani, e se fosse possibile, ridurli a completa ruina, e farli sparire dalla faccia della terra. La qual cosa risaputasi dai Pisani, se ne impensierirono altamente, riconoscendo che su di loro si adempieva quel detto del Deuteronomio 28.º: _E voi resterete poca gente, là dove per addietro sarete stati come le stelle del cielo in moltitudine._ Onde i Pisani atterriti si volsero a pregare Iddio.... Avendo dunque sciolte al cielo le preghiere, s'avverò la scrittura che dice: _È necessario che intervenga l'aiuto di Dio quando manca quello degli uomini._ E sorse loro in mente il buon consiglio di mandare le chiavi della loro Pisa a Papa Martino perchè li difendesse dai loro nemici; il quale di buon grado li accolse tra le sue braccia, e represse i nemici insorgenti.... Isaia 60º: _Ed i figliuoli di quelli che ti affliggevano verranno a te inchinandosi; e tutti quelli che ti dispettavano si prostreranno alle piante de' tuoi piedi._ Ciò che ho udito, ho scritto; oggi le cose sono così; non si sa come anderà poi a finire; chi camperà vedrà l'esito degli eventi. Tutto il mondo è in perturbazione e volto al sinistro; siamo sulla fine del 1284. Nel millesimo suindicato corse voce che Federico 2º, già Imperatore, vivesse ancora in Allemagna; e che avesse sèguito di una immensa moltitudine di Tedeschi, ai quali largamente faceva le spese. E acquistò tanta consistenza e diffusione questa voce che molte città Lombarde spedirono messi speciali a vedere e constatare, se effettivamente ancora vivesse, o se fosse una fiaba. Anche il Marchese d'Este ne mandò uno per conto proprio. Anche alcuni Gioachimiti prestarono qualche fede alla voce corsa e credettero non impossibile la sopravvivenza di Federico, perchè la Sibilla dice: «Essa chiuderà gli occhi di morte ascosa, cioè la gallina gallicana, e sorviverà e suonerà fama a dire in mezzo ai popoli, vive e non vive, essendo superstite uno dei polli, o uno de' polli dei polli.» Anche Merlino dice di lui: «Due volte quinquagennario sarà trattato blandamente.» Il qual passo i Gioachimiti lo interpretavano così: Due volte cinquanta fanno cento; quasi sostenendo che avesse cent'anni. Ma non ne fu nulla. Col tempo si provò che era un ciurmadore, un gabbamondo, che tali cose fingeva a guadagno; e così tanto egli che i suoi seguaci sfumarono. Parimente nello stesso anno suonò altra fama. Dissero testimoni veridici, cioè frati Minori e Predicatori che da poco erano arrivati d'oltremare, che tra Tartari e Saraceni era per avvenire una gran novità. Dicevano dunque che il figlio del defunto Re dei Tartari era insorto a combattere lo zio regnante, che aveva fatta adesione ai Saraceni; e l'aveva ucciso, e con lui aveva fatta strage di una grande moltitudine di Saraceni. Inoltre mandò comando al Soldano di Babilonia di fuggire in Egitto; altrimenti se l'avrà tra le mani, lo ucciderà, quando arriverà ai paese di lui, ove si è proposto di andare sollecitamente; perocchè, come si dice, vuol essere in Gerusalemme il Sabato Santo; e se vedrà discendere fuoco dal cielo, come asseriscono i cristiani, minaccia di uccidere tutti gli Agareni che potrà incontrare. E già prima di cominciare la predetta guerra alleato coi Georgiani e cogli altri cristiani, a cui aveva fatta adesione, fece coniare moneta, sovra un lato della quale vedevasi il Sepolcro, e sull'altro stava scritto: In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Pose anche sulle armi e sugli stendardi la croce, e nel nome del Crocifisso menò duplice strage, cioè dei Saraceni e dei Tartari avversi a lui. Giunto ciò a conoscenza del Soldano di Babilonia e degli Agareni di lui sudditi, che si affrettavano a portare soccorso ai Tartari, si ritirarono, velocemente fuggendo, per non perire anch'essi coi cristiani nemici. E qui finisce l'istoria. In questo stesso millesimo, i Modenesi di dentro la città, presso Montale[65], il giorno 19 Settembre, il Martedì prima delle Tempora, di nuovo si azzuffarono coi Modenesi fuorusciti, che abitavano a Sassuolo, e si battagliò aspramente dall'una e dall'altra parte con grande strage. Però i Modenesi, che abitavano in Sassuolo furono vittoriosi anche in questo combattimento, che accadde in Martedì, presso Montale, come li erano stati nel primo, che avvenne un lunedì, al principio delle ostilità; e in questi due scontri tra morti sul campo e prigionieri ve ne furono ben cinquecento; e parte caddero di spada, altri furon tradotti ai ceppi in carcere, ed ivi trattenuti. In quel tempo i Modenesi di dentro la città ebbero un tale che si spacciava per astrologo ed indovino, a cui davano dieci denari grossi d'argento al giorno, e ogni notte tre grosse candele Genovesi di purgatissima cera, e, interrogando il futuro, prometteva ai Modenesi che, se una terza volta si cimentassero a combattimento, ne riporterebbero vittoria. A cui i Modenesi risposero: Noi non vogliamo misurarci coi nostri nemici nè in Lunedì, nè in Martedì, perchè in questi due giorni siamo stati vinti: designane un giorno diverso per combattere, e sappi che se questa volta non riporteremo la vittoria, che ne prometti, ti caveremo l'altro occhio che ti resta. (Giacchè era guercio, e un barattiere, un gabbamondo, come provò l'evento). Temendo egli dunque di non indovinare, se ne portò via tutto quello che s'era guadagnato, e all'insaputa di tutti... se la svignò per la sua strada. Allora quei di Sassuolo cominciarono a far loro le beffe, come a gente che: _Ha sacrificato ai demonii, e non a Dio; a Dii, i quali essi non avevano conosciuto, Dii nuovi, venuti di prossimo e a cui i loro padri non avevano prestato culto._ (Deuteronomio 32º). E i Parmigiani, udendo quanti disastri avevano colpito i Modenesi, mandarono dodici ambasciatori, per desiderio di ricomporli a concordia. Ma fu opera vana. Non prestarono fede a loro e non vollero ascoltarli.... Ma tutto questo accadde perchè si avverasse la profezia di Merlino profeta Inglese. Perocchè Merlino compose versi, ne' quali presagiva con verità l'avvenire delle città Lombarde, Toscane, Romagnole e della Marca, versi ch'io credo degni d'essere qui riportati, e che cominciano così:
Incominciano i versi di Merlino
Venient in mundo — — et duo erunt sine fine utundo. Gravia tum dura — — multa sunt inde futura. In Lombardia — — tunc errabit phylosophia. Superbia regnabit — — cum ventis tota volabit. Ipsa Toscana — — dicetur a gentibus vana. Peregrinando ibit — — diffusa, peccando peribit. Romandiola — — sub iugo teneatur a stola, Quæ in perpensum — — tallionem reddet immensum. Marchia anchonitana — — sub Ecclesia stabit romana, Quæ semper lanam — — evellet sibi cotidianam. Apulia vero — — tota erit plena veneno. Multi morientur — — et Reges pro auro delentur. Marchia delusa — — plorabit in sanguine fusa; Et diu plorabit — — sub dura potestate durabit. Francia durabit — — et pluribus praeponderabit; Et cum defecerit — — effusio sanguinis erit. Alamannia imperabit — — zizaniam mundi fugabit, Qui retinet gentes — — Imperium non diligentes. Provincia sola — — diu stabit sub arida stola, Quæ revelata — — dicetur et accumulata. Ab Hispanianis multus — — erit sanguis in terra diffusus Lombardos natos — — volens sibi fore ligatos. Ecclesia plorabit — — cum superbia tanta regnabit; Et non providebit, — — in dura servitute manebit. Florentia florebit — — immundo tota lucebit Lilium depictum — — in campis erit a Senis devictum; Sed convalescet — — Lilii cum victoria crescet. Inepte peccando — — semper vivet dissimulando. Mediolanum — — sibi turrim firmabit in vanum; Aquila videbit — — turrim ipsam totam delebit. Adducet gentes — — de longe et sunt venientes, Quæ dabunt duram — — delinquentibus in vano iacturam. Parma patietur — — multo languore repletur; In malum recidet — — quam medicus sanare non valet; Sed relevatur — — unguento coronae sanatur. Quod erit antiquum — — per exemplum præbet iniquum. Mutina perversa — — tota erit in fine demersa. Volens dominari — — potentioribus æquiparari. Regium, regina — — civitas, erit ipsa supina, Et non providebit — — in dissensione multa manebit. In ipsa Cremona — — sibi nidum aquiret corona, E tamdiu stabit — — ut aquila ipsa volabit Pace decepta, — — a sponso accepta, Et re pensata, — — Lombardia erit cremata. Ferraria testatur — — quod mala subire paratur Propter peccata, — quæ diu erunt in ea patrata: In servitute stabit, — — donec peccare cessabit, Et ejiciat illum — — qui peccatum committit indignum. Mantua pugnabit, — — in fine terga Veronæ dabit; Fugabit serpentes — — eam sub cauda tenentes. Bononia regnabit — — cum integra longe durabit, Fjiciet unam — — ad mane partem ituram. In brevi veniendo — — per intrinsecam ejiciendo, Quae non revertetur, — — donec tota sordibus lavetur. Faventia oppressa — — multotiens erit obsessa; Indicat scriptura — — quod mala sunt in ea futura, Et tamen favet, — — quod in ea pars Bononiæ cadet; Quæ dabit dorsum, — — semper eundo deorsum. Gravia quam plura — — sustinebit Imola dura, Quæ re pensata — — cito erit a languore sanata.
Verranno e due saran che in infinito Il mondo emungeran di lito in lito. Duri travagli e piaghe e un mar di mali Scosso allor pioverà sovra i mortali. Sillogizzando allor filosofia Errante annebbierà la Lombardia. Regnerà la superbia, e in suo talento, Sull'ale, vuota, volerà del vento. Anche sull'Arno la gentil Toscana Dalle genti sarà chiamata vana; Pellegrinando affogherà dispersa Nel vano mar del suo peccato immersa. Sulla Romagna regneran le stole, Che taglia le imporran d'immensa mole. La Chiesa avrà la Marca Anconitana, Qual pecora, da cui trarre la lana. Dal monte al mar l'Apula terra eletta Tutta sarà d'atro veleno infetta. Molti dì morte assaggieran lo strale; Farà sfumare i re compro pugnale. La Marca illusa, ogni speranza persa, Cadrà nel pianto e nel suo sangue immersa. E lungo il pianto fia, lungo il lamento Sotto un Signor ch'ogni pietade ha spento. Salda colonna erta starà la Francia: Sul capo a molti agiterà la lancia; Ma, se la destra un dì stanca le langue, Suoi fiumi e mari avrà tinti di sangue. La gran Lamagna imperierà superba, Disvellerà dal mondo ogni mal erba; Dal mondo ove s'annida e si nutrica Gente all'Impero asprissima nemica. Sulla Provenza segregata e sola Suo regno a lungo avrà l'arida stola; Che sotto d'ogni ciel sarà chiamata Insiem la rivelata e accumulata. Di sangue esausta a pien la Spagna fia Per conquistare a sè la Lombardia. Lungo la Chiesa emetterà lamento Perchè superbia alza tant'ala al vento; Ma provvedere al mal non sa, non cura: E geme in servitù spietata e dura. Fiorenza in fiore a tutto il mondo splende. Siena sul campo il giglio a terra stende; Ma il giglio poi risorgerà fiorente Quando vittoria avrà piena e ridente. E in ogni inettudine peccando Viverà sempre mai dissimulando. Alza Milano invan torre superba; L'aquila viene e la pareggia all'erba. Viene, e da lunge folte schiere adduce; Fa de' ribelli aspra vendetta e truce. Parma patisce e langue; e poi nel male Ricade e niuno a risanarla vale; Ma si rileva, e a lei vigore dona L'unguento sanator della corona. Quei che valean per i vetusti tempi Innanzi or reca disadatti esempi. Modena fatta in sua ragion perversa In un mare di guai sarà sommersa. Gonfiando il core a dominare aspira Ed a salir tra que' che in alto mira. Reggio cadrà, cadrà pur essa a terra E senza freno avrà continua guerra. Sull'argine del Po dentro Cremona Suo nido comporrà l'alta Corona, E a lungo in sen l'avrà l'ospite suolo. Sinchè i vanni aprirà l'aquila al volo. Rotta la data fè, rotta la tregua Ferma da giuro che 'l dubbiar dilegua, Lo sposo, a studio frodolento, insano, A foco e fiamma osa mandar Milano. Ferrara a sopportar s'appresta il lutto, Di lunghe colpe sue condegno frutto. Serva sarà fin che il peccare dura E scacci il peccator dalle sue mura. Mantova pugnerà d'ardore piena Ed a Verona in fin mostra la schiena. Costringerà la serpe a via fuggire, La serpe che la stringe tra le spire. Bologna in auge avrà sua signoria Finchè concorde ed incorrotta sia; Ma caccierà gran schiera di sua gente, Errante in pianto e duol verso l'oriente; Che presto tornerà coll'ira in petto, A sbandeggiar chi resta al patrio tetto, E più non torneran senza paura, Se mondi non saran di lor sozzura. Faenza oppressa e d'ogni parte vinta Molte fiate sarà d'assedio cinta. Indica la scrittura e chiaro rende Che futuro di guai nembo l'attende. Pur favoreggia in un'iniqua guerra Chi i fuorusciti Bolognesi atterra, Che fuggiranno in duol cupo profondo, Precipitando sempre in sino al fondo, Imola colpirà lunga sventura; E il ripensarvi sol l'assenna e cura.
Vi fu anche nello stesso millesimo un Notaio Reggiano, di nome Giovanni Malvezzo, cioè avente un brutto vezzo, il quale volendo consigliare i suoi concittadini di non folleggiare come i Modenesi, compose i seguenti versi:
Mutina, quid speras — — dum tecum jurgia quæras? Nil, nisi te superas. — — Vis mala ferre? Feras. Tu te persequeris, — — quasi desperata teneris Te furiosa feris; — — digna perire, peris Cur, rea, te prodis, — — cur destruis, uris et odis? Cur tua, totque fodis — — viscera rupta modis? Hic satis, ac alibi, — — poteris quasi mortua scribi. Gens inimica sibi, — — Mutina, parce tibi. Cerne tuas aedes, — — incendia, bellaque, cædes, Tu, milesque pedes — — tristis ubique sedes. Mutina, te recole, — — nimia iam languida mole, Et te cum prole — — flente perire dole. Sit tibi, sit sedis — — paritas laris, urbis et æedis Sit tibi; si credis, — — ad bona prima redis. Desinat armorum — — furor et discursus equorum, Sub strepitu quorum — fit sine pace forum. Suscipe doctrinas, — — et quas tibi do medicinas; Et quas pono minas, — — me posuisse sinas. Si prece, sive minis, — — non flecteris, aut medicinis, Ecce tuus finis, — — præda, ruina, cinis. Gens regina lege — — qua vivit Mutina lege; Te cum pace tege; — — te sine parte rege. Hæc aliena vide, — — discrimina, schisma recide: De te confide — — non trepidanda fide Proxima es: harum — — rerum sit cura tuarum, Exemplum quarum — — non tibi credo parum.
Modena cieca, fra torbid'ire Speri tu forse di rifiorire? Speranze vane. Tu cerchi guai. Cerca ed avrai. Te stessa struggi; morta è la speme: Un furibondo destin ti preme. Perir sei degna. Sentenza data. Tu se' spacciata. Contro te stessa perchè t'affanni? Perchè ti struggi? Perchè t'inganni? Perchè le carni tanto ti sbrani In modi strani? Modena folle! basti: Deh! cessa. L'albo de' morti tra' suoi t'ha messa. Di te, che d'astio su te ribocchi, Pietà ti tocchi. Ve' quanti incendi! Che guerre e stragi! Ve' la ruina de' tuoi palagi. Vedi dispersi fanti e cavalli, Armi e timballi. Modena, pensa. Lasciar tuoi nati Sotto la mole de' tuoi peccati Teco perire, non ti rampogna? Non hai vergogna? Cittade e tetto, l'ara e la mensa Vi sia comune. Modena, pensa. E, se la prisca gloria ti piace, Componti in pace. Cessin dell'armi lampi e furori E scalpitio di corridori; brilli la gioia, regni l'amore In ogni cuore. Ascolta il verbo, fa tuo 'l consiglio Di chi vuol trarti da reo periglio; E, se talora minaccia suona, Me lo perdona. Se chi minaccia, se chi ti prega, Favella a rupe che non si piega, Ecco il destino, che a te si serba: Ruina acerba. Reggio gentile, guarda l'esempio. Modena scissa di sè fa scempio. Pace fraterna ti sia muraglia, Scudo e zagaglia. Quest'è l'esempio. Pensa, fa senno, Guerre intestine troncar si denno; E poi confida. Vivi secura Fra le tue mura. Sei sulla china: ferma, t'arretra. Pensa a te stessa; la scena è tetra, E fosca luce d'intorno spande. L'esempio è grande.