Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II
Part 8
a. 1284
L'anno 1284, indizione 12., il 27 di Febbraio, si udirono terribili tuoni, quali sogliono udirsi il giorno di S. Gervaso e Protaso, e Giovanni e Paolo piovve e grandinò. L'anno stesso i Parmigiani costruirono un bel ponte di pietra sul torrente Parma, dove era ab antico un ponte di legname, che si diceva di donna Egidia[58]. E fu donna Egidia da Palù, che aveva anticamente fatto costruire quel ponte di legno, quando il Comune di Parma assegnò a Bonacorso da Palù una porta della città, da difendere, ed era allora vassallo del Comune di Parma, perchè occupava quella porta, e dal Comune avevala avuta. Ma in seguito per le accese ire dei partiti, e per rottura tra la Chiesa e l'Impero, i Parmigiani in odio al partito imperiale ruinarono quella porta sino alle fondamenta. Parimente in quest'anno si cominciò in Parma un nuovo e bel campanile tra la Chiesa maggiore e la canonica[59], dove prima era il vecchio. In detto anno vi fu anche abbondanza di frumento; di vino se n'ebbe poco a confronto dell'anno anteriore, ma buono; d'ogni sorta frutti ve ne fu gran copia... fu misericordia di Dio, giacchè gli anni precedenti, a cagione de' bruchi da frutti, le piante non ne portarono a maturità.... Nello stesso millesimo molti fatti accaddero non veramente degni di storia, ma che però non debbono passare al tutto sotto silenzio. In assenza di Re Carlo, il figlio di lui, al quale aveva affidato il Regno di Puglia, andò e commise battaglia navale coll'armata di Pietro d'Aragona, e la sua armata fu rotta, ed egli stesso prigioniero; nè vi era presente il Re d'Aragona, ma l'Ammiraglio di lui colle sue navi. Arrivato poi Re Carlo a Napoli, pochi giorni dopo la cattura del figlio, convocata un'adunanza, proclamò suo figlio uno stolto, pazzo, insensato, e che aveva operato senza senno, commettendo battaglia senza il suo consiglio, e perciò non voleva prendersi pensiero di lui, come non fosse mai nato. E lo diseredò, gli tolse il Principato e lo assegnò al figlio del figlio prigioniero. E a dimostrare allegrezza, e far scomparire ogni segno di lutto, ed esaltare la promozione del nipote, fece in città co' suoi cavalieri un torneo; e così si finse sereno e senza rabbia. Tuttavia in processo di tempo si trovò in brutte acque, a tale che, quanto a denari, ne cercò a' suoi amici per le città Lombarde; ed anche i Parmigiani per amichevole soccorso gli diedero due migliaia di fiorini d'oro, cioè mille lire imperiali. E credo che anche altre città gli stendessero la mano soccorrevole. Questi due Re, cioè Carlo e Pietro d'Aragona, gravi e reciproche insidie si tramavano a cagione del possesso del Regno di Sicilia; ma la loro fine sta ancora sepolta nell'avvenire. Ora, che scriviamo queste cose volge l'anno 1284, settembre, giorno dell'esaltazione della santa Croce; e chi ama il Re d'Aragona dice di lui ogni bene; e chi ama Re Carlo dice ogni bene di Re Carlo. In questo stesso anno, la città di Modena si divise in due fazioni; e cagione di tale scissura furono alcuni omicidii commessi maliziosamente, turpemente e vergognosamente senza che i loro autori ne toccassero la dovuta pena, cioè senza applicazione della legge. E quelli da Rosa, ossia di Sassuolo andarono fuori di città con quelli di Savignano e co' Grassoni e loro aderenti, tanto popolani che militari; ed occuparono Sassuolo, Savignano[60], Monbaranzone[61], e in breve, occuparono tutta la zona di territorio al di sopra della strada Emilia. Fortificarono Sassuolo, inchiudendo nella cerchia dei fortilizii tutte le case del paese, e cavarono fosse d'ogni intorno; e scorrazzavano per la diocesi di Modena, devastando, incendiando e rapinando, perchè quelli della città non li volevano lasciar rientrare. E mandaron dicendo ai Parmigiani che accettassero le chiavi de' loro castelli e delle fortezze che avevano, e fossero loro Signori. Quelli poi che erano in città licenziarono il loro Podestà, Pallastrelli di Piacenza, pagandogliene il salario, e crearono Podestà un Pistoiese, e posero a ruina le case e i palazzi dei fuorusciti. E quando i Parmigiani mandarono i loro ambasciatori a Modena per rappacificare tra loro i due partiti, mentre gli ambasciatori andavano per la città pregando di fare quanto era necessario per la pacificazione, i Modenesi stavano per le vie sull'armi alle porte delle case loro, e digrignavano i denti contro gli ambasciatori Parmigiani, e andavano ripetendo: Che si fa? Gettiamoci sopra di loro, dilaceriamoli, perchè son essi che ruinano la città nostra. E così calunniavano chi non aveva colpa; stantechè per contrario i Parmigiani molte volte hanno sguainate le spade a favore di Modena contro i Bolognesi. Gli ambasciatori inviati dai Parmigiani a Modena erano: Il Capitano del popolo Egidio Milleduci, che è maestro di leggi, ed altri non pochi, che riferirono al ritorno queste scene ai Parmigiani nel palazzo, in pieno Consiglio generale. Ed i Parmigiani ridevano all'udir queste cose, nè vi fu persona che proferisse sinistre parole contro i Modenesi. Poichè sapevano tutti di non aver inferto alcun danno a Modena, e sapevano anche che la causa della ruina di Modena era il tizzone della discordia ardente tra i Boschetti e quelli di Savignano. E i maggiorenti che erano in Modena, e che furono e ne sono i capitani, erano i Rangoni, i Boschetti e i Guidi. E al principio di questo dissidio i Modenesi di dentro la città fecero grande allestimento d'armi e di tutte le cose che a guerra sono necessarie; e approntarono carri carichi di vettovaglie, di baliste e d'armi, e condussero numerose squadre contro i Modenesi fuorusciti, sperando di avvilupparli; e con questo apparato corsero sopra Sassuolo, e cominciò un combattimento con quelli di Sassuolo. (Sassuolo è un castello a dieci miglia da Modena sulla Secchia). Ma i Modenesi fuorusciti si trovavano a Savignano. Tostochè Manfredino di Sassuolo seppe che i suoi erano alle prese coi nemici, e che virilmente si battevano aspettando soccorso, coll'eccitamento nell'animo disse a quelli di sua parte: Se vi è chi sia mio amico, si unisca a me, ed ora ne faccia prova, e combattiamo oggi per noi e pei nostri amici. Lo seguirono allora tutti quelli che erano atti a portare le armi, giovani e vecchi, eccetto quelli che erano necessari a tenere guardia a Savignano; ed irruppero poderosamente contro i Modenesi di dentro la città, e li sconfissero, molti ne passarono a fil di spada, e molti ne fecero prigionieri, e fecero bottino di tutte le vettovaglie e del materiale da guerra. È vero però che i vinti, quand'ebbero veduto la fierezza dell'assalto e l'audacia de' loro nemici concittadini, si diedero a fuggire gettando via le armi e i vestiari e quanto portarono, pensando solo a salvarsi. Sapute i Parmigiani queste cose, mandarono con grande apparato ai Reggiani otto ambasciatori, persone che tutte erano state più volte insignite dell'ufficio di Podestà di città cospicue, a pregarli di non far pazzie, come i Modenesi, e non rovinare la patria; e si fermarono a Reggio non pochi giorni, ed io li ho veduti, ed ho loro fatto visita, perchè in quel tempo io era addetto al convento di Reggio. (Gli ambasciatori Parmigiani erano: Matteo da Correggio, Bonacorso di Montecchio, Rolando Putagio, Rolando degli Adegherii, Ugolino Rossi, Egidiolo di Marano, e due popolani, i cui nomi non ricordo). Ai quali i Reggiani risposero che avessero pur eglino cura e sollecitudine di custodire la loro Parma, ch'essi s'adoprerebbero a custodire la città propria, a ciò non cadesse a ruina. E i Reggiani diedero risposta di questo tenore, perchè tanto in Parma che in Reggio regnava una certa ambizione e gelosia, quasi volessero dire: _O medico, cura te stesso_. In Reggio, oltre il partito imperiale, già da lungo tempo espulso, vagante ed errante in esilio, s'erano formati due partiti tra quelli che tenevano per la Chiesa, dei quali uno si diceva il superiore, e l'altro l'inferiore. Del partito superiore della città di Reggio erano principali personaggi e Capitani: Azzone Manfredi, Antonio Roberti, Tomasino suo figlio, e Matteo Fogliani co' suoi seguaci. Del partito inferiore erano capi: Rolandino di Canossa, Francesco Fogliani, il suo fratello Prevosto di Carpineti co' suoi aderenti, Guido da Albareto, Ezzelino suo figlio, ed un altro Rolando, Abbate di Canossa, Scarabello, Manfredino di Guercio, Ugo di Corrado, Corradino suo figlio, Giacomino de' Panzeri, Tomasino suo figlio, Bartolomeo dei Panzeri, Zaccaria suo figlio, Guglielmo de' Lupicini Abbate di S. Prospero (che fece pace coi Bajardi e si rimase nel suo monastero) e Garsendonio de Lupicini (costui poi disertò, abbandonando il partito, e fece adesione a Matteo Fogliani, e s'imparentò con lui, accettando una figlia per moglie al proprio figliuolo Ugolino), finalmente Guido de' Lupicini, e più altri. In Parma poi vi era questa divisione: Obizzo Sanvitali Vescovo di Parma coi di lui seguaci era capo dell'una parte; dell'altra parte era Ugo Sossi germano consanguineo di lui, essendo figli di due sorelle, ed ambidue nipoti di Papa Innocenzo IV. Per Ugo Rossi tenevano quelli da Correggio e molti altri notabili Parmigiani. Queste sono pompe ed ambizioni da lasciarsi in disparte e degne dello sprezzo degli uomini sennati, perchè l'Apostolo dice... Frattanto accortisi i Reggiani d'aver data risposta di poco garbo agli ambasciatori Parmigiani, pentiti, e costretti da necessità, elessero alcuni proprii ambasciatori, li inviarono ai Parmigiani e dai Parmigiani ottennero tutto quello che vollero, e li fecero giurare sull'anima propria di non venir meno a quello che domandavano, cioè se l'un partito di Reggio malignamente espellesse l'altro, i Parmigiani aiuterebbero sempre chi fosse stato iniquamente espulso, e molte altre cose si pattuirono utili a mantenere in città la concordia. Gli ambasciatori mandati dai Reggiani ai Parmigiani erano: Rolandino di Canossa, Guido da Tripoli, ed un Giudice, Pietro di Albinea, che fu l'oratore dell'ambasciata. Questi avendo, nel loro albergo in borgo di S. Cristina, udito parlare di Asdente, profeta de' Parmigiani, lo mandarono a chiamare per consultarlo intorno alle sorti della loro città; e gli imposero sulla sua coscienza di non tacer nulla di quello che Dio stava loro preparando per l'avvenire. Ed egli rispose che se si conservassero in pace sino a Natale, sfuggirebbero all'ira di Dio; diversamente berrebbero tutto il calice dell'ira divina, come l'avevano ingollato i Modenesi. Essi risposero che si sarebbero mantenuti in pace; che anzi, per raffermare la pace e l'amicizia, si disponevano a stringere tra loro vincoli di parentela per mezzo di matrimonii. Ai quali egli di ripiglio soggiunse che queste cose si facevano da loro con mala fede, e che sotto il velo della pace si nascondeva il veleno. Se ne ritornarono pertanto gli ambasciatori, e non si parlò più in seguito di matrimonii; studiarono vieppiù a fabbricare materiale da guerra, che a mantenere una scambievole amicizia; e si verificò di loro quello che Michele Scoto disse in que' suoi versi, ne' quali vaticinava il futuro:
Et Regii partes insimul mala verba tenebunt.
In Reggio ogni fazion rotta ha la fede, Le lingue arrota, si dilania e fiede.
In questi giorni si strinsero con vincoli di amore e di amicizia in una forte alleanza le città di Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara e Brescia, che tutte parteggiavano per la Chiesa. I partigiani dell'Impero già da lungo tempo esulavano dalle loro città, e andavan vagando pel mondo senza speranza di rimpatriare, per quanto dipendeva dal partito della Chiesa; Mantova poi era della fazione contraria per impulso di Pinamonte, che la signoreggiava. Le suddette città adunque conoscendo tutti i danni, che avevano incolto i Modenesi, elessero dal proprio seno un certo numero di cospicui ambasciatori, e li mandarono a Reggio, perchè ivi convocassero una grande assemblea allo scopo di ripristinare in Modena la pace, se ve ne fosse modo. Ma non lo poterono, quantunque vi si adoprassero attorno molti giorni, e vi fossero convenuti i rappresentanti delle due parti di Modena, cioè quei di dentro, e quei di fuori. Finalmente gli ambasciatori con chiusero, deliberarono e decretarono che non si recherebbe a nessuna delle due parti nè consiglio, nè soccorso, nè aiuto, nè favore, sia perchè non vollero per loro bene e per la pace consentire alle proposte fatte, sia perchè non si poteva far danno a nessuna delle due parti dei Modenesi senza offendere il partito degli alleati, sendochè tutti stavano per la Chiesa, ed anche per non alimentare in quei di Reggio e d'altre città la speranza di ricevere aiuti, se talora in eguale maniera folleggiassero. Allora i Modenesi vedendosi abbandonati a se stessi da tutti quegli amici loro, in cui confidavano, mandarono a Firenze e alle altre città della Toscana per indurle a raccorre soldati, e a formare e mandare un esercito potente a farla finita, e che l'una parte l'altra esterminasse e disperdesse. Così stanno le cose oggi, ottava della Natività della beata Vergine. Come finirà, sallo Iddio; se camperemo, vedremo. Allora i Reggiani licenziarono il loro Podestà Tobia Rangoni di Modena, che andasse pe' fatti suoi, e se ne tornasse a Modena sua città, datogli prima quel salario che ad onore e decoro gli era dovuto. E per tre motivi ebbero a licenziarlo: Perchè era nuovo nel ministero dell'amministrare (non aveva mai avuto altra Podesteria che questa) e contro alcuni procedeva con acrimonia e ingiustizia; e per lievissimo fallo multava, o cacciava in carcere; la qual cosa spiacque ai Reggiani.... Perchè era balbuziente, tanto che provocava a riso chi l'ascoltava, e quando in consiglio voleva dire: Avete udito (_propositam_) la proposta? Diceva: _audivistis propoltam?_ E lo deridevano come scilinguato; ma invece era balbuziente. Però meritano più di essere derisi quelli, che eleggono alle magistrature uomini di quella fatta, i quali non hanno valore di sorta: il che è segno che i simili godono che vi siano dei loro simili, lasciandosi guidare dall'interesse privato più che dal bene pubblico.... Finalmente perchè poneva in opera ogni mezzo per provocare discordie in Reggio e trascinare i Reggiani a parteggiare per la sua fazione, cioè quella dei Modenesi, che erano dentro Modena. Le quali cose considerando, i Reggiani lo deposero dall'ufficio, lasciandogli facoltà di tornare tra' suoi, ed elessero Podestà quello che era lor Capitano, aumentadogli il salario, per avere in avvenire un uomo che fosse saggio ed intraprendente, dal cui diritto operare e dalla cui fedeltà si crede salvata la città di Reggio.... Egli era oriondo di Città di Castello. In questi giorni Obizzo Vescovo di Parma convitò in casa sua il profeta de' Parmigiani, che si chiamava Asdente, e lo interrogò minutamente intorno a cose che stavano ancora nascoste nel fitto velo del futuro. Il quale rispose, a udita di molte persone, che fra breve i Reggiani e i Parmigiani soffrirebbero molte tribolazioni; e parimente vaticinò intorno alla morte di Martino 4.º Sommo Pontefice, delle quali cose determinò e specificò i tempi, ch'io non voglio riportare; e che a Martino dovevano succedere tre Papi tra loro divisi e nemici, de' quali uno sarebbe stato legittimo, gli altri eletti illegittimamente; predisse anche la ruina di Modena prima che avvenisse. E questo profeta altro non è che un uomo che ha l'intelletto illuminato ad intendere i detti di Merlino, della Sibilla, dell'Abbate Gioachimo e di tutti quelli che lessero nel futuro; ed è uomo cortese, umile, famigliare, senza sussiego, senza superbia, nè annunzia mai cosa con affermazione assoluta; ma dice sempre: Così pare a me; così intendo io il tal libro. E quando taluno leggendo in sua presenza, salta qualche tratto, subito se ne accorge, e dice: Tu mi fai inganno, tu hai ommesso qualche cosa. E molti da diverse parti del mondo vanno ad interrogarlo. Egli aveva predetto ben tre mesi prima dell'evento il disastro de' Pisani; e un certo Pisano venne da Pisa a Parma per un suo scopo ad interrogarlo, dopo due battaglie già combattute coi Genovesi. Perocchè i Pisani e i Genovesi tre volte si sono battuti in battaglia navale; la prima nel 1283, e due volte nel 1284, e ne' primi due combattimenti, tra morti e prigionieri si calcolano messi fuori di linea 6000, tra' quali il Conte Facio fu condotto prigione a Genova, e molti altri notabili. E, mentre tra loro in mare ferveva ancora la battaglia, un tal Genovese montò su una nave Pisana e si caricò di lastre d'argento; ma avendo l'armatura di ferro, ed essendo carico di lastre e volendo di nuovo risalire sulla sua nave non potè raggiungerla e cadde e colò a fondo, come una pietra, col ferro e coll'argento, e fors'anche colle sue scelleratezze. Tutti questi particolari li ho uditi dal lettore di Ravenna che era un Genovese, e veniva allora allora di Genova. E nota miracolo, e pensa: I Pisani sono stati sbaragliati e fatti prigionieri dai Genovesi nel tempo, nel luogo, nel mese, nel giorno, in cui essi avevano catturato i Prelati a' tempi di Papa Gregorio IX di buona memoria; e giudica se è vero ciò che il signore disse in Zaccaria 2.º: _Chi tocca voi, tocca la pupilla dell'occhio mio._ Nota che i Parmigiani, uno de' quali mi son io, dicono che la vendetta sino a trent'anni è ancora in tempo. E dicono vero. Ve ne ha un esempio lampante in S. Brizio, a cui dopo trent'anni di episcopato toccò la pena vindice delle moltiplici afflizioni inferte a S. Martino, per cui ne soffrì moltiplici tormenti. Leggi la vita di S. Brizio, e vedrai se non è come ti dico. Così l'anno 1284 ripensando i Pisani al danno inferto loro dai Genovesi, e volendosene vendicare, costruirono sull'Arno molte navi e galee e attrezzi di marina; e, allestita la squadra, deliberarono e pubblicarono ordinanza che dei Pisani dai venti a' sessant'anni nessuno vi fosse esente dal servire in guerra. E corsero tutta la marina Genovese distruggendo, incendiando, uccidendo, catturando, e rapinando: e devastarono tutto quel tratto di litorale che da Genova si stende sino alla Provenza, passando davanti a tutte le città marittime, cioè Noli, Albenga, Savona, e Ventimiglia in cerca de' Genovesi per dar loro battaglia. I Genovesi anch'essi avevan fatta ordinanza che nessuno dei loro dai diciotto ai settant'anni rimanesse a casa, ma dovesse co' suoi concittadini impugnare la spada; e così correvano il mare dando la caccia ai Pisani. Finalmente s'incontrarono fra il Capo Corso e la Gorgona[62], legarono insieme colle catene le galee, come è loro costume nelle battaglie navali, ed ivi si batterono con tanta strage d'ambe le parti, che pareva averne compassione anche il cielo e conturbarsene. Molti dell'una parte e dell'altra eran morti e molte navi colate a fondo. E già i Pisani avevano avuto il sopravvento, quando giunse ai Genovesi un rinforzo di galee, e di nuovo si lanciarono sui Pisani già stanchi; ma pur tuttavia gli uni e gli altri continuarono la zuffa con accanimento. Finalmente i Pisani, riconoscendosi vinti, si arresero ai Genovesi, i quali uccisero i feriti, e mandarono gli altri alle prigioni. Ma anche chi vinse non potè menarne gran vanto, poichè la battaglia fu deplorevolmente sanguinosa pei vinti e pei vincitori. E furono tante le lagrime ed i sospiri in Genova e in Pisa, che mai non ne furono altrettanti in quelle città dalla loro fondazione sino a noi. E chi senza piangere e senza contristarsi può narrare il furore, con cui quelle due nobilissime città, d'onde veniva agli Italiani ogni sorta di ben di Dio, si laceravano per sola vanità, e ambizione, e vana gloria di supremazia, come, se il mare non fosse ampio abbastanza ai naviganti? Quindi invalse l'usanza di dire:
Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte, Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte.
Male al danno appien provvede Chi da folle se lo incoglie; Ma se al peggio volge il piede Danno ed onta ne raccoglie.