Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II
Part 5
L'anno 1280, indizione 8ª, uno staio di seme di canapa si vendeva 16, sino a 20 soldi imperiali. E in quell'anno i Parmigiani incominciarono a fare i cavi per murarvi le fondamenta di un castello presso a Cadeo sulla strada pubblica[39], e nel mese di Marzo scavarono le fossa di quel castello nella contrada di Cella, e lo chiamarono il castello della Croce. E i Mantovani fecero un ponte nella contrada che si chiama Brazzolo[40]. E nel mese di Agosto, nell'ottava dell'Assunzione della beata Maria Vergine, morì Papa Nicolò III. E i partigiani dell'Impero, di Faenza e di molte altre Terre della Romagna, uscirono dalle loro città. Il Conte di Romagna, che era Podestà di Bologna, cominciò allora a parteggiare per gli anzidetti Bolognesi. Nello stesso anno firmossi una pace fra quelli di Padova e di Verona, e la fazione imperiale lasciò Bologna; nel Settembre la parte imperiale uscì di Vercelli. Nello stesso anno insorse discordia tra Guglielmo Vescovo di Reggio, i preti della città e della diocesi di Reggio stessa da una parte, e Dego Capitano del popolo e il popolo di Reggio dall'altra, a cagione delle decime, parendo che i preti volessero esigere troppo dal popolo e dalla città. Perciò il Capitano con ventiquattro difensori delle ragioni del popolo statuirono leggi contro i laici collettori delle dette decime; e per cagione di quelle leggi il Vescovo scomunicò il Capitano, i ventiquattro Avvocati e tutto il Consiglio generale del popolo, e oltracciò pubblicò l'interdetto su tutta la città. D'onde il popolo in furore elesse altri venticinque popolani, tra' quali sette Giudici (e ne' predetti ventiquattro, ce n'erano già quattro di Giudici) e presero gravissime deliberazioni contro il clero: 1º che nessuno dovesse pagare decima di sorta nè dare consiglio, aiuto o favore ai preti, nè con loro trovarsi commensali, nè prendere servigio in casa loro, nè abitare in loro appartamenti, nè prendere da loro mezzadrie, nè dar loro da bere nè da mangiare (e molte altre pene ognuna delle quali per sè gravissima), nè macinare, nè cuocer pane nel forno per loro, nè radere la barba, nè prestare a loro ministero di sorta; arrogando a sè stessi, i preaccennati sapienti, autorità di dire, stabilire, ordinare a loro talento ed arbitrio checchè loro piacesse riguardo al clero. La quale autorità fu poi loro confermata dal Consiglio generale del popolo; e tutte le suddette ordinanze furono approvate ed osservate tanto dal popolo in ogni singolo individuo, quanto dal corpo della milizia e da tutti i buoni uomini. E in quell'occasione molti mugnai furono condannati a pagare cinquanta lire reggiane a testa, perchè contro le dette ordinanze macinarono al di là del termine fissato in mulini di chierici, e molte altre persone toccarono multe. Nello stesso anno, cioè 1280, Tebaldello, verso la festa del beato Martino Vescovo, a tradimento pose Faenza in mano a quelli che erano del partito della Chiesa, cioè in mano ai Bolognesi e ai Manfredi di Faenza, ed espulse i suoi; e colse il momento, in cui la massima parte de' suoi erano all'assedio di un castello. Lo stesso anno i Parmigiani restituirono ai Cremonesi il carroccio, che tolsero loro quando fugarono da Vittoria l'Imperatore Federico II; ed i Cremonesi ne ricambiarono i Parmigiani restituendo il carroccio, che avevano loro tolto in altra occasione; e questi scambi furono eseguiti con reciproche onorificenze, in mezzo all'allegria, ed all'esultanza d'ambe le parti, la vigilia della natività della beata Vergine Maria, che era una Domenica. E le due città accorsero in aiuto di Lodi con fanteria e cavalleria contro i Milanesi e il Marchese di Monferrato, che per distruggerla s'era mosso con tutti gli altri Lombardi. Fu anche allora che nel mese di Novembre Faenza fu presa dai Ravennati e da venticinque soldati Reggiani, che erano ad Imola pel Comune di Reggio a servigio de' Bolognesi, e da alcuni militi del Conte, e dai Bolognesi stessi, che dopo accorsero colà, e dopo loro tutta la milizia de' Parmigiani e de' Reggiani, che corse sino ad Imola. E molti Bolognesi furon morti, molti prigionieri, tra' quali se ne contarono quarantacinque che erano dei più valenti. E fu uno de' grandi e potenti di Faenza che pose la sua città in mano ai Bolognesi, e si chiamava Tebaldello de' Zambrasi. Questi, ch'io ho veduto e conosciuto, e fu un guerriero valoroso come un secondo Jefte, non era un figlio legittimo; pure un fratello di lui, frate Zambrasino dell'Ordine de' Gaudenti, gli assegnò mezza l'eredità paterna, perchè riconosceva in lui un uomo intraprendente, e perchè dei Zambrasi nessuno più sopravviveva tranne loro due; e giacchè c'era da esserne ricchi ambedue, divise in parti eguali il patrimonio del padre, e innalzò il fratello a grandezza di stato. E quando i Bolognesi della città, quelli cioè che si dicevano partigiani della Chiesa, fecero il loro ingresso in Faenza, mezza Faenza era all'assedio di un castello coi Bolognesi fuorusciti; e Tebaldello aveva spiato tempo opportuno a fare sua ribalderia. In quell'anno il ponte di Brazzolo, fatto fare dai Mantovani, fu distrutto dalla violenza delle correnti d'acque diluviali, che furono tali da asportare inferiormente, come dicevasi, quel ponte. Allora fu anche conchiusa una concordia tra il Vescovo di Reggio e i suoi preti da una parte, e il Capitano del popolo, il popolo stesso, ed il Comune di Reggio dall'altra, riguardo alle decime, nel senso che nessuno dovesse essere costretto a pagarle, se non secondo la propria coscienza; e molti altri patti furono convenuti in quella concordia. L'anno stesso Sinigallia fu a tradimento data in Signoria al Conte Guido di Montefeltro, il quale, come ne correva voce, condannò a morte, e fece uccidere in quella città 1500 persone.
a. 1281
L'anno 1281, indizione 9.ª, Cassone della Torre di Milano fu morto in battaglia con molti altri Lodigiani dai Milanesi, come anche restò morto sul campo il Podestà di Lodi nello stesso combattimento, ed era Scurtapelliccia de' Porta, Parmigiano e consanguineo di Obizzo Vescovo di Parma. Nello stesso millesimo ed anno fu eletto Papa Martino IV d'origine francese. Fu eletto alla cattedra di S. Pietro in Febbraio, e preso dal Collegio de' Cardinali: prima si chiamava Simone. Era stato Tesoriere della chiesa di S. Martino di Tours, amico de' frati Minori, de' quali teneva sempre alcuni alla sua Corte, e da loro si confessava. A questi frati diede anche un ampio privilegio di confessare e predicare, e promise di fare loro ancora più ampie concessioni. Questi spedì più volte forze armate contro Forlì, ma il partito della Chiesa si ebbe la peggio, restandone i militi debellati, fugati, prigioni e morti, tra' quali cadde anche Tebaldello, due volte traditore della sua patria, e restò sommerso insieme al suo cavallo nella fossa della città di Forlì. Morì allora di parte della Chiesa anche il Conte Taddeo e Comacio fratello di Anselmo de' Corradini di Ravenna, e morirono molti altri. Della parte contraria vi lasciarono la vita Guido degli Acarisii di Faenza, e molti altri sì di Bologna che d'altronde, ben degni d'essere ricordati.
a. 1282
L'anno 1282, indizione 10ª, si sviluppò una sì folta quantità di bruchi da frutti, che a' giorni nostri nessuno ne ricorda l'eguale, e sbrucarono tutti i frutteti, fiori e fronde, e le piante parevano come sogliono essere d'inverno, mentre a primavera erano fronzute e fiorite benissimo; e quando que' bruchi non trovarono più di che pascersi sulle piante fruttifere, fecero passaggio a quelle dei salici, e anche quelle rodevano; risparmiarono soltanto le fronde de' noci, e credo fosse per la loro amarezza. In seguito cominciarono a cadere a terra grossi e grassi, e strisciavano pe' campi e per le strade, e finalmente morivano; nè quelli erano bruchi da orto, ma d'altra specie. Lo stesso anno infierì gran carestia di biade, cioè di frumento, di spelta, di melica, di fava, di legumi d'ogni specie. Lo stesso anno fu anche levato, nel giorno de' beati apostoli Filippo e Giacomo, l'interdetto ai Parmigiani, loro imposto per cagione de' frati Predicatori, che avevano fatto bruciare per eretica una donna di nome Alina. E spontaneamente erano usciti tutti i frati Predicatori da Parma colla croce e in processione, perchè alcuni stolti s'erano avventati fin dentro il loro convento, e ne avevano ferito alcuni; ma quei mascalzoni, che avevano portato offesa ai frati Predicatori, furono gravemente puniti dai Parmigiani. Quell'anno molte persone fecero tra loro concordia nella città di Reggio; i Parmigiani e i Cremonesi con loro compagnie andarono a devastare le biade di quei di Soncino, perchè Boso di Dovaria aveva in quel castello la sua residenza, e sperava di entrare in Cremona, se l'avesse potuto; ma non gli fu permesso. Quell'anno il Marchese di Monferrato andò e si mise a campo nella diocesi di Lodi ad una coi Milanesi, Pavesi e loro carroccio, e per dir breve e sbrigarmi presto, con tutte le città di parte sua, cioè Vercellesi, Novaresi, Alessandrini, Comaschi e con tutti gli altri suoi amici, e andava dicendo che voleva ridonare la pace alla Lombardia. Ma quelli che parteggiavano per la Chiesa non gli prestarono fede, e unanimi gli si opposero, e si prepararono a resistenza e a guerra contro di lui. E subito in prima linea i Cremonesi uscirono contro tanta oste, e mandarono pregando i Parmigiani che senza indugio accorressero col loro carroccio a difendere Cremona; e subito andarono. E quando si sperò che la battaglia fosse vicina, Parmigiani e Cremonesi chiamarono ad accorrere i loro amici, cioè Ferraresi, Bolognesi, Modenesi, Reggiani, Bresciani e Piacentini, i quali prontissimi volarono al campo. E Capitano e condottiero di tutti questi fu Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona, che allora era Podestà di Parma. Ma il Marchese prenominato sentissi il tremore in corpo sul punto d'azzuffarsi con loro, e di soppiatto si allontanò, e ritornarono tutti dell'una e dell'altra parte alle loro città senza essersi misurati coll'armi. E mentre erano ancora tutti in Cremona, prima di separarsi, tutti quelli del partito della Chiesa fecero magnifiche onoranze ai Parmigiani, e sopratutti i Bolognesi, che sono sempre nobili cavalieri e gentiluomini, fecero un torneo attorno al Carroccio de' Parmigiani per ingraziarseli e mostrarsi loro amici. Perocchè i Parmigiani erano ben voluti da Papa Martino IV, che un tempo aveva studiato leggi in Parma, alla scuola di Uberto da Bobbio, ed erano nelle buone grazie della Corte Romana e di Re Carlo, perchè erano sempre pronti a correre in aiuto della Chiesa. Oltracciò avevano alla Corte un Cardinale oriondo di Parma, ossia di una villa della diocesi di Parma, che si chiama Gainago[41]. (In questa villa io frate Salimbene ho avuto molti possedimenti). Questi aveva attinenze di parentela con maestro Alberto da Parma, che fu sant'uomo, ed uno dei sette Notai della Corte, in grazia del quale, e inoltre per ragione dalla sua abilità nelle lettere, della sua bontà, onestà e intraprendenza, Papa Nicolò III lo fece Cardinale, e si chiamava Gerardo _Albo_.[42] Papa Martino IV mandò costui in Sicilia a richiamare i Siciliani all'obbedienza della Chiesa quando si ribellarono a Re Carlo, e a Palermo uccisero tutti i Francesi, uomini e donne, e i bambini li battevano a morte contro le pietre, e alle gravide apersero il ventre. Ed un certo Giudice francese, nell'atto di uscire di casa per sedare il popolo tumultuante, fu pregato da un savio cittadino di non immischiarsi fra il popolo, ma anzi se la svignasse per una finestra appartata, e salvasse sua vita. S'appigliò al consiglio, e andò ad un certo castello per mettersi al sicuro. Ma scorto, lo inseguirono i Palermitani, s'impossessarono del castello, e tratto il Giudice sulla piazza di Palermo lo fecero a brani. I Messinesi però non incrudelirono tanto contro i francesi, ma li spogliarono dell'armi e dell'avere, e li inviarono a Carlo loro Signore, che in quei giorni era tornato indietro per non perdere Napoli, e perchè Pietro d'Aragona aveva invaso da quella parte la Sicilia, e aveva per alleati il Re di Castiglia e il Paleologo. Questo Pietro Re d'Aragona aveva moglie una figlia del Principe Manfredi; e il Principe Manfredi, cui Carlo aveva tolta la vita, era figlio del fu Imperatore Federico 2.º. Il Paleologo poi era un tale che teneva a Costantinopoli la Signoria dei Greci dopo aver ucciso il figlio di Vattaccio, precedente Signore de' Greci stessi, per potere su loro signoreggiare; e temeva che Re Carlo e Papa Martino IV volessero invadere Costantinopoli. Ma papa Martino IV voleva prima sbrigarsi di Forlì, che teneva occupata tutto la Romagna. E la Romagna era una piccola Provincia, ma ricca, fertile e popolosa, tra la Marca d'Ancona e la città di Bologna. E la Chiesa Romana la ebbe in dono da Rodolfo eletto Imperatore a' tempi di Gregorio X; stantechè spesso, i Romani Pontefici, quando si fanno le elezioni degli Imperatori, procurano di raspar qualche lembo di territorio da aggregare al loro dominio temporale. Nè agli Imperatori di recente eletti conviene negare quello che loro è domandato: sia per ragione di cortesia e liberalità, che in sul principio dell'impero vogliono mostrare verso la Chiesa; sia perchè considerano come un dono loro fatto tutto quello che acquistano diventando Imperatori; e poi perchè ripugna loro mostrarsi meno che liberali prima di aver in capo la corona; finalmente per non esporsi al danno e alla vergogna d'una ripulsa. Ora per una parte Rodolfo, eletto Imperatore in Allemagna, è in pace; e per l'altra la Chiesa pare non curarsi di coronarlo. Perciò il Papa inviò il prenominato Cardinale ai Siciliani; i quali risposero che di buon grado volevano obbedire ai comandi della Chiesa, ma che respingevano come esorbitante la dominazione Francese. Per questa cagione i Francesi erano sulle mosse coll'armata e coll'esercito numerosissimo per soccorrere Re Carlo. Quello che ne nascerà, lo vedranno i superstiti. In quell'anno Papa Martino abitò in Orvieto; poscia passò a Montefiascone. Parimente nel medesimo anno, in concistoro, alla presenza del Papa e de' Cardinali, furono letti dispacci che annunziavano come il Paleologo in Costantinopoli avesse creato un Papa Greco e Cardinali Greci. I Perugini l'anno stesso si posero sull'armi per correre a devastare Foligno; ma il Papa mandò loro intimando che desistessero, altrimenti li scomunicherebbe: (sappi che Foligno era dell'orto di S. Pietro). I Perugini però non se ne trattennero; corsero e devastarono tutta quella Diocesi sino alle fossa della città, e furono scomunicati. Ma perciò sdegnati fecero fantocci di paglia rappresentanti Papa e Cardinali, li trascinarono ad ignominia per le strade della città, e poi sino ad un certo monte, sulla vetta del quale fecero del Papa vestito di rosso un falò, ed altrettanto de' Cardinali, battezzando i fantocci per rappresentanti quale dell'uno, quale dell'altro Cardinale. E noto che i Perugini credevano in buona fede d'aver ragione di battere i Folignati e sterminarli, perchè essendosi una volta battuti gli uni contro gli altri, Perugini e Folignati, questi scatenarono contro quelli tanta furia di strage, e tanta vergogna e avvilimento inflisse Iddio in quella battaglia ai Perugini, che una vecchietta di Foligno con un bastoncello di cannuccia bastò a far andare in carcere dieci de' Perugini; e altrettanto poterono fare altre donne, senza che a quei di Perugia restasse tanto di ardire nel cuore da tener testa neppure a singole donniciuole. Nel sussegnato millesimo, verso S. Martino, un certo uomo di Soncino, che si chiamava Rossi degli Infonditi, diede a tradimento quella terra ai Cremonesi, che ora sono dentro la città, cioè al partito della Chiesa, e, per tale tradigione del castello di Soncino, si ebbe premio quattrocento lire imperiali. Parimente lo stesso anno, a fin di maggio, per quattro o cinque giorni si ebbe tanto caldo che sarebbe parso eccessivo anche pel Luglio; e i contadini dicevano che nocque assai al frumento; poichè è detto nel libro di Giobbe 37.º: _Il frumento desidera le nubi_: massimamente quando è in fiore e in granitura. E non vi fu invero piena annata di raccolta di frumento; ma di quelle biade, che i contadini chiamano minute, l'anno fu ubertosissimo, cioè di panico, di miglio, di melica, di fagiuoli e di rape; anche la vendemmia fu abbondante; ma la grandine devastò le vigne in più luoghi. Così nella state dello stesso anno si udirono terribili e orribili tuoni, che parevano quasi visibili e palpabili, così che molti un giorno, verso sera, per terrore caddero a terra, e nella notte seguente i tuoni si rinnovarono spaventevoli. Nel predetto millesimo fu anche celebrato un Capitolo generale de' frati dell'ordine dei Minori in Allemagna a Strasbourg, sotto il ministro Generale frate Buonagrazia. Allora il Conte Lodovico di S. Bonifazio di Verona fu Podestà di Reggio dal 1.º Luglio al 1.º di Gennaio. E in Parma, nel dì dell'Assunzione della Beata Maria Vergine, fu fatta una nobilissima corte, che durò quasi un mese, e furono creati due cavalieri del casato dei Rossi, cioè Guglielmino e Ugolino, fratelli germani, figli del fu Giacomo di Bernardo di Rolando Rossi. E nella festa del Beato Michele e del beato Francesco, in Ferrara fu fatta altra nobilissima corte, perchè Azzone figlio del Marchese d'Este fu fatto cavaliere, e prese per moglie una figlia di Gentile, figlio di Bertoldo Orsini, e fratello del fu Papa Nicolò III romano. Nello stesso anno e nella stessa stagione, anno 2.º del pontificato di Papa Martino, arrivò Pietro, fratello del Re di Francia e Conte d'Artois, con grosso esercito di Francesi, che andavano a soccorso di Carlo Re di Sicilia contro Pietro Re d'Aragona; e il giorno di S. Ilarione Abbate creò a Reggio tre cavalieri, due de' Fogliani, cioè Bartolino e Simone, e Rondanello de' Taccoli; e subito ripartì lo stesso giorno, perchè s'affrettava a soccorrere Carlo, e prima voleva anche fare visita a Papa Martino. Nella seguente Domenica poi, 25 ottobre, si rappacificarono quelli degli Strufi cogli Orsi e Salustri, nel convento de' frati Minori di Reggio, per interposizione di frate Giovannino de' Lupicini, lettore de' frati Minori a Reggio; ed erano presenti molti uomini e donne, giovanetti e donzelle, vecchi e ragazzi. In questi tempi viveva a Parma un pover uomo, che faceva il ciabattino, puro, semplice, timorato di Dio, cortese, cioè di urbane maniere, ed illetterato; ma aveva un intelletto tanto illuminato da intendere le scritture di quelli, che predissero il futuro, cioè dell'Abbate Gioachimo, di Merlino, di Metodio, della Sibilla, di Isaia, Geremia, Osea, Daniele, dell'Apocalisse, non che di Michele Scoto, che fu astrologo di Federico II. Imperatore. E molte cose ho udito da lui, che poscia avvennero; p. e. che Papa Nicolò III doveva morire in Agosto, e che il successore sarebbe stato Papa Martino, e molte altre cose, che stiamo aspettando che accadano, se vivremo, giacchè:
Ratio praeteriti scire futura focit.
Quel che già fu, ciò che avverrà ne insegna.
Quest'uomo, oltre al nome proprio, che è maestro Benvenuto, comunemente si chiama Asdente, cioè, per ironia, senza denti, perchè anzi ha denti grossi, e non allineati regolarmente, e la favella ha intricata; tuttavia intende e si fa intendere bene. Sta in Co' di Ponte a Parma, presso la fossa della città, e presso il pozzo, lungo la strada che va a Borgo 8. Donnino. Parimente nell'anno sussegnato, cioè 1282, Papa Martino IV spedì un esercito in Romagna, composto di Francesi, Lombardi, Toscani, e Romagnoli, e fece cingere d'assedio più mesi Meldola, che non si potè prendere, ma però vi forono molte vittime dell'una e dell'altra parte; e Papa Martino vi spese molte migliaia di fiorini d'oro. Così pure nel millesimo suddetto fu stabilito il duello che doveva farsi a Bordeaux tra Re Carlo e Re Pietro d'Aragona, come diremo più innanzi.
a. 1283
L'anno del Signore 1283, Lodovico Conte di S. Bonifacio di Verona, scaduto della Podesteria di Reggio, fermò sua stanza nella medesima città, vicino alla chiesa di S. Giacomo e al convento dei frati Minori, in casa di Bernardo da Gesso. E lo stesso anno 1283, da Lendinara[43] venne a Reggio presso di lui sua figlia Mabilia, bellissima donzella, e nella stessa casa di Bernardo da Gesso[44] ove abitava il detto Conte, e nello stesso giorno che arrivò presso il padre, ella si maritò con Savino Torriani Milanese, ricchissimo e potentissimo; e subito dopo gli sponsali assistette alla messa della beata Vergine nel convento de' frati Minori; ed, oltre i Reggiani, vi aveva un corteo di molti cavalieri di Parma e di Modena, e il fior delle donne di Reggio; e, subito dopo la messa ebbero imbandita una refezione. E l'imbandigione in quella casa e nel convento di S. Giacomo non fu parca. Questo avvenne nel suddetto millesimo ed anno, il venerdì precedente la Domenica di Settuagesima, ai 12 di Febbraio; e il sabato successivo, la mattina per tempissimo, si posero in viaggio per Parma; ed ivi lo sposo e la sposa abitano presso il Battistero. Il sunnominato Conte era figlio di Rizzardo, uomo saggio, prode cavaliere, valoroso in armi, e dotto nell'arte della guerra. E quando Parma si ribellò a Federico II, l'anno 1247, fa il primo ad accorrere in aiuto de' Parmigiani, e, passando pel territorio di Guastalla, entrò in Parma con molti armati. Il resto come abbiamo detto più sopra. Questo Conte Lodovico ebbe moglie una tedesca, d'onde gli nacque la figlia prenominata, e tre figli, che sono giovanetti bellissimi, cortesi ed istruiti, il primo de' quali si chiama Vinciguerra. E nello stesso anno e millesimo, l'ottava di Pasqua, che cadde nel giorno di S. Marco Evangelista, il suddetto Conte, la sera, era agli estremi della vita; e in morte e nel testamento affidò e raccomandò i suoi figli alle cure di Obizzo Marchese d'Este, che li accolse affettuosamente e li trattò come figli suoi, sebbene prima il Marchese non si trovasse in buoni accordi col Conte. (E la cagione della discordia tra loro era stata la città di Mantova, di cui ciascuno di loro ambiva la Signoria; ma sfuggì di mano all'uno e all'altro, e la ebbe Pinamonte). E il predetto Marchese rimise i figli del detto Conte in possesso di tutti i beni, che il padre loro aveva in Lendinara. E la notte seguente al dì di S. Marco morì, assistito dai frati Minori, dai quali si era confessato, e regolò ottimamente le cose dell'anima sua. E la cittadinanza di Reggio pensò ad onorare degnamente la salma di lui; e fece a larga mano le spese del funerale, come a nobile personaggio conveniva, che era stato loro Podestà e che si trovava espulso da' suoi possedimenti come partigiano della Chiesa. Alle sue esequie intervennero tutti i Religiosi di Reggio e molte Religiose, tutta la cittadinanza Reggiana, e molti foresi; e i più nobili Reggiani ne portarono il feretro al convento de' frati Minori, ove fu sepolto. Il suo corpo era vestito di scarlatto, con una bella pelliccia di vaio e un bel manto, e così adorno fu deposto, il lunedì successivo alla festa di S. Marco, in un magnifico Mausoleo, che il Comune di Reggio a proprie spese gli fece erigere; ed ebbe la spada cinta a' fianchi, al tallone gli speroni d'oro, una gran borsa appesa alla cintura di seta, alle mani i guanti, al capo una bellissima cappellina scarlatta, orlata di pelle di vaio, ed una clamide pure scarlatta e ornata di pelliccio di vaio. Il detto Conte lasciò al convento de' frati Minori il suo destriero e le sue armi. Sulla tomba sta quest'epitafio:
Cum tua maiestas Lodoyce quae clara potestas Urbis Veronae comes inclyte sub regione Hac fait inclusa Libitine morsibus usa Aprilis quina restabat lux peregrina Ast octogeni tres anni mille duceni