Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II

Part 20

Chapter 203,269 wordsPublic domain

Dum Trutannus in _m_ pateram tenet et sedet ad _pir (sic)?_ Regem Capadocum — credit habero cocum.

(Forse vuol dire) Quando Trutanno ha in _mano_ il bicchiere, e sta seduto _ad un buon fuoco_ si leva in tanta superbia da credere che il Re di Capadocia sia il suo cuoco.

Perocchè dopo aver ben bevuto i Francesi si danno da credere di poter vincere e balloccarsi tra mano tutto il mondo. Ma s'ingannano.... I Francesi adunque portano altissima la cresta. E affliggevano i regnicoli, i Toscani, i Lombardi, che dimoravano nel regno di Puglia, e loro rapivano... gratuitamente, cioè senza pagare... frumento... e carni, capponi, oche, galline, e quanto può servire a vittovaglia. E non si limitavano a non pagare le derrate, o le grascie comperate, ma per sopraccarico percuotevano e ferivano chi loro vendeva. Questo eccesso si mostrò chiaro nel fatto che sono per narrare. Un Parmigiano aveva una bellissima moglie, la quale domandando ad un Francese il prezzo delle oche, che a lui aveva vendute, non solo egli si rifiutò di dare il danaro patteggiato... ma per giunta la percosse con un colpo tanto grave che non vi fu bisogno del secondo, e a scherno le domandò se volesse null'altro da lui. Questa cosa seppe il marito, e ne fremette sì.... Morì anche nel detto millesimo il Re dei Saraceni di Tunisi; e, in odio di Re Carlo, elessero loro Re un figlio del fu Pietro Re d'Aragona. Il quale accettò... ed assunse la Signoria di loro. E questo Re d'Aragona era figlio d'una figlia di Manfredi, Principe di Puglia, il quale poi era figlio del fu Federico Imperatore spodestato...

FINE DELLA CRONACA.

FRAMMENTI

DI UN LIBRO INTITOLATO _Il Prelato_

SCRITTO DA FRA SALIMBENE

AGGIUNTI ALLA CRONACA DELLO STESSO AUTORE

ALCUNI FRAMMENTI

=Incomincia il libro, che ha per titolo= _Il Prelato_, =a cui fare mi porse occasione frate Elia: e contiene molte buone ed utili cose.=

Parimente nel suddetto millesimo, cioè 1238, indizione 11.ª io frate Salimbene di Adamo, parmigiano, vestii l'abito dell'Ordine de' Minori, il giorno 4 di Febbraio, festa di S. Gilberto, e fui ammesso la sera della vigilia di S. Agata dal Ministro Generale frate Elia nel convento di Parma, d'onde egli stava per muovere alla volta dell'Imperatore in Cremona, mandatovi da Papa Gregorio IX; essendo che frate Elia era intimo amico dell'uno e dell'altro, e perciò opportuno mediatore tra loro. E in vero, secondochè dice il beato Gregorio «quando si manda come oratore una persona che spiace a chi si manda, si sdegna l'animo di chi la riceve e si volge al peggio». E, quando fui ricevuto, eravi presente frate Gherardo da Modena, che pregò perchè fossi accolto, e fu esaudito. Era allora Podestà di Parma Gherardo da Correggio, detto dai Denti perchè aveva i denti grossi; e venne in persona al convento dei frati Minori con alcuni Cavallieri per fare visita a frate Elia Ministro Generale, il quale aveva stanza in quella parte del convento ove è il refettorio degli ospiti o forestieri, e lo trovò seduto accanto a buon fuoco, sopra un sedile coperto con un cuscino di piume, e teneva in capo un cappello all'armena; e, come ho veduto io co' miei occhi, quando entrò il podestà e lo salutò, egli nè si alzò in piedi, nè si mosse punto. La qual cosa fu giudicata una grossolana villania, poichè Iddio stesso dice nella divina Scrittura, Levitico 19.º: _Lèvati su davanti al canuto, ed onora l'aspetto del vecchio_. Parimenti dice l'Ecclesiastico 3.º: _Quanto più sei collocato in alto, tanto più in ogni cosa umiliati, e troverai grazia al cospetto del Signore_. Anche l'Apostolo ai Romani 13.º dice: _Rendete adunque a ciascuno il debito... l'onore a chi dovete onore_. E di nuovo l'Ecclesiastico 41.º. Imperocchè non _è bene di arrossire per qualunque cosa, e non tutte le cose ben fatte piacciono a tutti... Vergognati di tacere con quelli che ti salutano_. Frate Elia però adempì un altro luogo della scrittura, che dice, Proverbi 26.º: _Chi dà gloria allo stolto fa come chi gittasse una pietra preziosa in una mora di sassi._ Uno dei genitori di frate Elia, cioè il padre, era di Castello dei Britti[122] nella diocesi di Bologna, e la madre di Assisi, e nel secolo questo frate[123] aveva nome Bombarone, faceva il materassaio, o insegnava in Assisi a leggere il Salterio ai ragazzi. Entrato nell'Ordine de' Minori, ricevette il nome di Elia e diventò due volte Ministro Generale. Godeva i favori dell'Imperatore e del Papa, ma col tempo Iddio lo umiliò a seconda della sentenza: _Questo umilia, quello esalta..._ non così accadde a frate Elia; anzi siccome non ebbe riconoscenza pei favori ricevuti, fu destituito in modo che non fu mai più riammesso nel suo grado; la qual cosa egli non aveva mai potuto darsi a credere.... Questo poi avvenne nell'anno successivo, come diremo, quando fu deposto da Papa Gregorio IX in un Capitolo generale; e bene se lo meritò per le brutte colpe che aveva. E prima di tutto parliamo della sua villania verso Gherardo da Correggio, che essendo nobil uomo ed insignito di sublime dignità, poichè era Podestà di Parma, ed essendosi recato a lui per fargli visita e rendergli onore, egli avrebbe dovuto alzarsi in piedi per far onore anche a sè stesso. Imperocchè l'onore non è solamente di colui, a cui si dispensa, ma eziandio, e più, di colui che lo dispensa. Frate Elia non considerò l'atto suo sotto questo aspetto, e quindi commise villania. Perciò Pateclo di tali persone dice nel libro dei Tristi:

Cativo hom podhesta de terra E povero superbo ki vol guerra. E senescalco kintrol desco me serra. E villan ki fi messo a cavallo. Et homo ke zeloso andar a ballo. E l'intronar de testa quando fallo. E aver hom ki in honor aventura E tutti quanti de solazo no cura.

Quel Gherardo da Correggio era alto di statura, di giuste proporzioni di membra, tenea più del macilento che del pingue, Cavalliere robusto e dotto nell'arte della guerra. Io lo ho veduto due volte Podestà di Parma; la prima, quando entrai nell'Ordine; poi, quando la città di Parma si ribellò al deposto Imperatore Federico II. Egli fu amico intimo e speciale di mio fratello Guido di Adamo, frate dell'Ordine de' Minori, ed era padre di Guido e di Matteo da Correggio, che tutti e due ebbero l'onore di molte podesterie. Uno di loro, cioè Guido, fu ardente guerriero e dotto nell'armi, ed ebbe moglie Mabilia di Giberto da Gente, di cui generò figli e figlie. L'altro, cioè Matteo, fu Cavalliere di senno, nè ebbe figli, tranne uno illeggittimo. Quando io entrai nell'Ordine dei frati Minori, Tancredi Pallavicino, Abbate del convento di S. Giovanni di Parma, uomo di cortesia e liberalità distinta, di onorata fama e di vita onesta e santa, mandò a frate Elia Ministro Generale, perchè avesse da imbandire la cena per sè e pei frati, un regalo di capponi, portati da un contadino penzoloni, davanti e di dietro, da una pertica che aveva sulle spalle. Era un Giovedì, ed era presente il Podestà ed io pure in abito ancora da secolare, e vidi tutto questo, e la sera dopo cena fui ammesso all'Ordine. Io aveva già lautamente pranzato in casa mia; eppure i frati mi condussero nell'infermeria e mi vollero servire un'ottima cena. Ma in seguito mi alimentarono di cavoli per tutta vita mia, quantunque da secolare io non avessi mai mangiato cavoli, anzi mi movevano tanta ripugnanza, che non avrei nemmeno mangiate carni che fossero state cotte con cavoli; e in seguito ebbi poi sempre in mente il detto tante volte ripetuto:

Milvus ait pullo. Dum portaretur ab illo: Cum pi pi faris, Non te tenet ungula talis.

Ad un pulcin, che seco a voi traea Stretto tra l'ugne, uno sparvier dicea: Il pipilar che fai spettra ogni cosa, Ma l'ugna che ti tien non è pietosa.

E Giobbe 6.º dice: _Le cose che l'anima mia avrebbe ricusato pur di toccare, sono ora i miei dolorosi cibi_. Inoltre frate Elia aveva il costume di parlare parabolicamente; ed una volta, interrogato da Gherardo Podestà di Parma, ove andasse ed a che fare, rispose: Il Papa, che mi ha incaricato di questa missione, è per me contemporaneamente una forza di attrazione e di repulsione. Quasi volesse dire che passava da un amico ad un altro amico, e questa maniera di esprimersi fu giudicata dagli uditori ingegnosissima.... La seconda colpa di Elia fu di aver ricevuto nell'Ordine molte persone inutili. Io abitai due anni nel convento di Siena e vi trovai venticinque frati laici: ne abitai quattro in quello di Pisa, e ve n'erano trenta. E forse per molte ragioni Iddio permise queste ammissioni.... La quarta ragione si è che Dio lo aveva rivelato all'Abbate Gioachino. Onde, parlando egli di due Ordini futuri, dice: «Parmi vedere che l'Ordine de' Minori accolga senza distinzione ogni sorta di frutti della terra, e incorporerà nella Chiesa chierici e laici; e l'altro dia precipuamente la preferenza ai chierici». Se poi vi sia alcuno che voglia sapere qual colpa vi fu da parte di frate Elia nel ricevere i laici nell'Ordine, se lo fece perchè Iddio aveva così decretato, rispondo che:

Quidquid agant homines, — intentio judicat omnes

Null'opra in colpa all'uom giammai s'appone, Se fatta sia con buona intenzione.

La passione di Cristo fu certamente cosa buona, anzi ottima, perchè per essa noi siamo stati redenti e siamo salvi; ma fu cattiva pei Giudei, i quali lo fecero patire, e poi non vollero credere in Cristo, che aveva patito. Così, se frate Elia riceveva nell'Ordine una moltitudine di laici per poter meglio con loro padroneggiare, o per averne le mani piene di denaro da loro contribuito, io sostengo che appunto per questo era veramente meritevole d'essere deposto. Perciò dice la sapienza nei Proverbi 17.º: _L'empio prende il presente dal seno per pervertire le vie del giudizio_. Egli se lo saprà. Terza colpa di frate Elia fu il promuovere uomini indegni alle Prelature dell'Ordine. A Guardiani, Custodi, Ministri promoveva dei laici, il che era fuor d'ogni ragione, non mancando nell'Ordine buona messe di chierici. Ed io a' miei giorni ho avuto per Custode un laico, e laici parecchi Guardiani. Non ho mai avuto un laico per Ministro, ma ne ho veduto parecchi in altre provincie. Nè è da meravigliare se li nominava, perchè l'Ecclesiastico nel 13.º dice: _Tutte le bestie fan società colle loro simili, così ogni uomo si unirà col suo simile_. Che se alcuno obbietti l'articolo della nostra Regola che dice: _I Ministri stessi, se sono preti_ ecc. io gli farò osservare che il citato articolo fu inserito per quel tempo in cui l'Ordine scarseggiava di Sacerdoti e d'uomini di nome e di lettere, quali ora abbiamo, e quali vi furono ai tempi di frate Elia. Quarta colpa di frate Elia fu non aver dato all'Ordine leggi generali tendenti a conservare la Regola e a servire di norma per il regime uniforme dell'Ordine stesso. Nè leggi generali di tale natura furono mai emanate, durante il governo di tre Ministri Generali, cioè del beato Francesco, di Giovanni Parenti e di Elia, che due volte, a nostro danno, fu Ministro. Imperocchè sotto il suo governo molti frati laici in Toscana portavano la chierica, come ho veduto co' miei occhi, quantunque non conoscessero nemmeno una lettera dell'alfabeto; alcuni dimoravano in città, accanto alle Chiese dei frati, chiusi in romitaggi, ma che avevano finestre, per cui mezzo tenevano colloquii colle donne; e i laici non erano utili nè a confessare, nè a dare buoni consigli. E questo l'ho veduto a Pistoia ed altrove. Così pure alcuni se ne stavano soli, cioè senza compagno, negli ospedali; e questo l'ho veduto a Siena, dove un frate Martino Spagnuolo, laico, vecchio e di bassa statura, serviva ai malati nell'ospedale, e tutto il giorno, quando gli piaceva, se ne andava da solo gironi per la città; ed altri li ho veduti in tal modo girare il mondo. Ho veduto anche chi portava sempre la barba lunga, a uso degli armeni e dei greci, che lasciano crescere la barba senza mai raderla, nè avevano il cingolo. Altri si cingevano di una corda comune, con entro un'anima intorno alla quale i fili erano in vaghe e varie guise attorcigliati; e beato chi se la poteva comprare più bella. Sarebbe troppo lungo il noverare tante altre cose da me osservate, che erano ben lungi dal conferire onestà al vestiario. I laici erano fin anche mandati ai Capitoli per rappresentare i voti dei semplici fraticelli; e tanti altri laici, a cui per grado non spettava, a torme popolavano i Capitoli. Ed io, in un Capitolo provinciale convocato a Siena, ho visto ben trecento frati, la più parte laici, che ivi null'altro facevano che mangiare e dormire. E nella provincia di Toscana, quando io vi dimorava, che di tre provincie fu unita in una sola, erano tanti i laici, quanti i chierici, anzi di laici ve ne erano quattro di più. Ah! Elia, Elia! _tu hai moltiplicato la gente, ma non hai accresciuta l'allegrezza_, Isaia 9.º. Anderei troppo per le lunghe s'io volessi sciorinare tutte le grossolanità e gli abusi, che ho veduto, e forse me ne verrebbe meno il tempo e la carta, e annoierei i lettori senza alcun loro insegnamento. Se qualche frate laico vedeva od udiva un frate ancor giovinetto parlare latino, ne lo rimprocciava dicendogli: Ah! meschinello, vuoi tu abbandonare la santa semplicità per far pompa del tuo sapere? Ai quali di ripicco io rispondeva: «La santa semplicità giova solo a sè stessa, e quanto per merito di vita è utile a edificazione della congregazione dei fedeli, altrettanto è nociva se non sa confutare i nemici della Chiesa». È vero che chi è asino vorrebbe che ogni cosa fosse dell'asino, secondo che fu scritto.... A quei tempi si arrivò al punto che i laici precedevano i sacerdoti; e in qualche romitorio, ove tutti, tranne un sacerdote e uno scolare, erano laici, volevano che anche il sacerdote, il giorno che gli toccasse, facesse da cucina. Ed una volta accadde che il sacerdote fosse cuciniere in giorno di domenica, ed entrato in cucina e sbarrato bene l'uscio, cominciasse, come meglio sapeva, a cuocere gli ortaggi. Ma passarono alcuni Francesi secolari, che con insistenza domandavano una messa, nè vi era chi la dicesse. Corsero perciò in fretta i laici alla porta della cucina e bussarono perchè il sacerdote uscisse a dire la messa. Ma egli rispose: Andate, andate voi a cantare la messa, chè io faccio in cucina quel servizio che non volete far voi. Di che arrossirono grandemente e riconobbero la loro nullaggine. Ed era veramente una miseranda stoltezza non mostrare reverenza a quel sacerdote, che doveva poi essere giudice delle loro coscienze. Perciò in processo di tempo sono stati ridotti a pochissimi, ed ora la loro ammissione è quasi al tutto proibita, perchè non ebbero nessuna riconoscenza per l'onore loro conferito, e perchè l'Ordine dei Minori non ha bisogno di tanta caterva di laici... che sempre tendevano insidie a noi. Ed io ricordo che in un Capitolo, tenutosi nel convento di Pisa, fu proposto di deliberare che quando si ammetteva un chierico si ammettesse contemporaneamente anche un laico; ma la proposta nè fu deliberata, nè ammessa alla discussione; chè sarebbe stata gravissima sconvenienza. Tuttavia quando entrai nell'Ordine dei Minori vi trovai molti uomini insigni per santità, per coltura letteraria e per ispirito di preghiera, di devozione e di contemplazione. E questo soltanto di buono ebbe frate Elia che promosse nell'Ordine dei Minori gli studi teologici. L'Ordine, quando io vi entrai, era stato fondato da trent'anni, e vidi il frate, che primo si era associato al beato Francesco, ed altri di que' primi. A Parma lasciai lettore di teologia frate Sansone, Inglese; ed a Fano, quando vi fui novizzo della Provincia d'Ancona, al cui governo sedevano due Ministri, ebbi lettore frate Umile di Milano. Ora che scrivo corre l'anno 1283, dopo la Natività della Vergine gloriosa, giorno di San Gorgone martire, e sta al governo della Chiesa Romana Papa Martino IV... la qual cosa accadde l'anno seguente quando fu deposto frate Elia, e fu scritta una lunga serie di costituzioni. Quinta colpa di frate Elia fu di non aver mai voluto visitare il nostro Ordine; ma dimorava sempre o ad Assisi, o in un luogo che si era fatto fabbricare elegantissimo, ameno e deliziosissimo nella diocesi d'Arezzo, luogo che si chiama anche oggidì Cella di Cortona.... Sesta colpa di frate Elia fu di tormentare e gettare il vilipendio sui Ministri provinciali sino a che si riscattassero dalle sue persecuzioni, o spillando a lui danaro, o inviando regali. E quell'infelice accettava regali contro quel che dice la Scrittura nel Deuteronomio 16.º: _Non aver riguardo alla persona, e non prender presenti; perciocchè il presente accieca gli occhi de' savi, e sovverte le parole de' giusti_. E ne diede esempio Alberto Balzolano giudice di Faenza, che cambiò la sua sentenza dopo che ebbe saputo che un contadino gli aveva regalato un maiale.... Di più il sunnominato Elia teneva tanto a bacchetta i Ministri provinciali, che tremavano al suo cospetto, come giunchi scossi dalla corrente, o come allodola inseguita dallo sparviere, che vola a ghermirla. Nè è da farne le meraviglie; chè egli era figlio di Belial, e nessuno gli poteva parlare. Infatti nessuno osava dire a lui la verità, redarguendo i fatti di lui e le male opere, tranne che frate Agostino di Recanati e frate Bonavventura di Iseo. Con facilità vilipendeva i Ministri che erano calunniati da suoi cagnotti, certi frati laici maligni, intrattabili e pieni di veleno, che erano sparsi per le Provincie dell'Ordine.... Li deponeva dall'ufficio loro anche innocenti, li privava di libri, li sospendeva dalla predicazione e dalla confessione e da ogni atto del loro legittimo ministero. Inoltre dava loro un lungo cappuccio e li mandava dall'oriente all'occidente, cioè dalla Sicilia o dalla Puglia in Ispagna o in Inghilterra, o viceversa. Così depose dall'ufficio frate Alberto Parmigiano, Ministro provinciale di Bologna, uomo santissimo, e per lettera, comandò a frate Gherardo da Modena di surrogare il Ministro deposto, e condurlo ad Assisi col cappuccio della probazione. Ma frate Gherardo, che era uomo mitissimo, nulla disse di tanto a quel Ministro; solamente lo pregò di seguirlo perchè lo voleva accompagnare a visitar la sede del beato padre Francesco. Andarono dunque ambedue vestiti ad un modo sino ad Assisi, e quando frate Gherardo fu all'anticamera di frate Elia tirò fuori due capparoni di probazione, e ne indossò egli uno, e l'altro lo diede al predetto Ministro di Bologna e disse: Mettitelo, o padre, e aspetta qui sino a che io ritorni. Presentatosi intanto frate Gherardo ad Elia, e prostratosi a piedi di lui, disse: Ho obbedito a voi, ed ho condotto qui il Ministro di Bologna in capparone; ed è quì fuori che attende, pronto a fare ciò che a voi piacerà di comandare. All'udir queste parole, si dissipò ad Elia ogni nebbia di sdegno che gli ingombrava l'animo, e si calmò quel suo spirito gonfio contro di lui.... Introdotto poi frate Alberto, gli restituì il grado, di cui l'aveva spogliato, e per giunta gli fece, mercè frate Gherardo, molte concessioni a favore della Provincia. Per questa dunque e per altre simili cose del pessimo che era frate Elia, covavano nell'animo de' Ministri provinciali molti propositi di vendette. Ma aspettavano tempo ed opportunità di poter _rispondere allo stesso secondo la sua follia: chè talora non gli paresse d'esser savio_. Proverbi 26.º.... Era infatti Elia un pessimo, a cui possono benissimo applicarsi le cose dette da Daniele a proposito di Nabuccodonosor: Egli uccideva chi egli voleva, ed altresì lasciava in vita chi egli voleva; egli innalzava chi gli piaceva ed altresì abbassava chi gli piaceva. Come anche paion fatti a posta per lui que' versi che citai più sopra:

Asperius nihil est humili, cum surgit in altum

Nulla di più aspro d'una persona di umile condizione quando sale ad alto grado.