Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II
Part 17
L'anno del Signore 1286, indizione 14ª avvenne quanto segue. Quest'anno fece un inverno straordinario, e fallirono tutti i proverbi degli antichi, meno uno che dice: Febbraio breve è il più greve (sottintendi: dei mesi dell'anno). Questo proverbio si verificò in quest'anno più che in ogni altro di vita mia; sendochè in questo Febbraio sette volte Iddio diede _la neve a misura della lana, e come cenere dissipò la nebbia_, e si ebbe freddo intensissimo e gelo......... E si formarono molti semi di ascessi tanto negli uomini che nelle galline, che col tempo si svilupparono. Di fatto in Cremona, Piacenza, Parma, Reggio e in molte altre città e diocesi d'Italia vi fu grande morìa d'uomini e di galline; ed in Cremona ad una sola donna in breve tempo ne morirono quarantotto. Ed un medico aperse il cadavere di quelle galline e trovò l'ascesso nel cuore, trovò cioè una certa vescichetta alla punta del cuore di ciascuna gallina; aperse anche il cadavere d'un uomo, e sul cuore trovò una simile vescichetta. In quei giorni nel mese di Maggio, maestro Giovannino fisico, che abitava a stipendio in Venezia, scrisse ai Reggiani suoi concittadini una lettera, colla quale li consigliava a non mangiare erbaggi, nè uova, nè carni di galline per tutto Maggio. D'onde avvenne che una gallina si vendeva a soli cinque piccoli denari. Tuttavia alcune donne sagaci davano da mangiare alle galline la marrobia pesta, o triturata e mista ad acqua e farro, o farina, e per benefico effetto di tale antidoto le galline si liberavano del morbo e si salvavano. Ritorniamo al principio dell'inverno che fu bello e dolce sino al giorno della Purificazione; nel qual giorno piovve a dirotto, e così non potè aver luogo il proverbio degli antichi, nè si potè ridire quello della Cantica 2º.... E a primavera le piante fiorirono benissimo, ma sopravenne una brina, che in molti luoghi distrusse in gran parte i fiori de' mandorli e d'altri frutti, e le gemme delle viti; e così andò perduta la speranza delle frutta. Tuttavia l'annata fu ricca di prodotti, e si raccolse molto frumento, vino, olio, e copia d'ogni cosa, e vi fu piena raccolta, tranne che Iddio pareva sdegnato cogli ortolani; poichè, per mancanza di pioggia sulla terra, ebbero scarsezza d'erbaggi; ma dell'asciutto s'allegravano molto i fabbricatori del sale, e dei mattoni, che servono alle opere murarie. E nota che non piovve nè in tutto Marzo, nè in Aprile, eccetto che il giorno di S. Giorgio cadde una pioggerellina simile a rugiada, che si ripetè poi in Maggio il giorno di S. Michele; poi Iddio si fece benigno, piovve e la terra portò i suoi frutti. Nell'anno sunnotato fu ucciso Guido da Bibbianello e Bonifacio suo fratello, sui primi d'Aprile, ai 5, cioè il Venerdì dopo la Domenica di Passione, (il qual giorno nel calendario si scrive: ultimo della luna di Pasqua) sul far della sera. Andava Guido da Reggio a Bibbianello con sua cognata Giovannina, moglie di suo fratello Bonifacio, che, solo, li seguiva a tre miglia di distanza, e questi tre senza alcuna compagnia, e inermi, non avevano seco che alcuni ronzinetti. E gli uccisori loro furono: Primo, Scarabello di Canossa, che gittò giù da cavallo Guido, e stesolo a terra, gli assestò un colpo di lancia, nè bisognò il secondo; il secondo a percuoterlo fu Azzolino fratello dell'Abbate di Canossa, figlio di Guido da Albareto[99], che gli mozzò il capo. Gli altri furono Ghibertino da Modolena[100], Guerzo di Cortogno[101], e parecchi altri a piedi e a cavallo, che gli vibrarono molti colpi aprendogli piaga sopra piaga. Giovannina la rimisero a cavallo, d'onde s'era precipitata per stendersi come scudo sopra Guido, colla fede e colla speranza che in grazia di lei lo risparmierebbero (stantechè era loro parente); e camminò tutto quel giorno vagando sola e gemendo nell'amarezza del suo cuore, e giunse a Bibbianello, che era una volta castello della contessa Matilde, e diffuse sinistre voci e piene di spavento. E, quanti le udirono, con alte grida piansero finchè vennero loro meno le lagrime. E le salme dei due fratelli giacquero tutta la notte in quella vasta solitudine. Ma alcuni dicono che Manfredino figlio di Guercio da Assaiuto, che dimora nella villa di Coviolo[102], avendo udite queste cose, mosso a pietà, andò con alcuni uomini e un carro, raccolse i cadaveri di quei due, li mise l'uno accanto all'altro, e li depose nella chiesa de' Templarii, che è a mezzo della via, che va a Bibbianello. All'indomani poi da Bibbianello andarono uomini e portarono le salme degli uccisi a seppellire colle vesti e l'armi loro nelle tombe della famiglia, al convento de' frati Minori di Monfalcone; ed era Sabbato, giorno in cui si cantava alla messa, in vece dell'epistola, quel di Geremia 18º che dice: _Saranno le mogli loro senza prole e vedove_ ecc. E siccome Rolandino di Canossa era fratello consanguineo di Scarabello fu denunziato e accusato al Podestà; poichè Scarabello era stato altra volta bandito da Reggio, e quindi se fosse stato citato non sarebbe andato, nè sarebbe comparso. Il Podestà di Reggio adunque, Bonifacio Marchese Lupi di Parma, mandò per Rolandino, che si presentò a lui con una caterva d'armati. Ma il Podestà avendo riconosciuto, in quanto riguardava a questo fatto, la innocenza di lui, lo lasciò andare in pace senza punizione di sorta. Poscia fu denunziato ed accusato Guido da Albareto, che comparve, fu sostenuto in carcere dieci giorni e per una volta solo sottoposto a miti tormenti, e poi prosciolto. E mentre si sottoponeva a' tormenti Guido da Albareto, i Reggiani credettero che si sommovesse una guerra intestina per tre ragioni: 1º per cagione di quei due fratelli uccisi; 2º per cagione del grande personaggio che era sottoposto ai tormenti; 3º per cagione dei partiti che tra loro si rodevano in Reggio. (Due fazioni erano in Reggio; l'una che si chiamava Superiore, l'altra Inferiore. Ambedue si professavano, ed erano, partigiane della Chiesa; poichè il partito imperiale, già da molti anni espulso, andava errando pel mondo. Col tempo poi questa discordia de' Reggiani, sedò alquanto, e cominciarono le due parti a coabitare in città senza reciproco timore). Il Podestà quando si cominciò a sottoporre a tormenti Guido, lo pregò di sopportarli con pazienza per amor suo e per amore di Dio, specialmente perchè di mal in cuore lo faceva tormentare; ma gli era necessità il farlo, sia per ragione d'ufficio da parte sua, sia per ragione di colpa e di pena imposta a Guido. Il quale riconoscendo che il Podestà faceva questo per onore dell'uno e dell'altro, sostenne con pazienza quanto prima gli sarebbe parso acerbo e crudo, e dopo, riconosciutane la ragione, gli parve mite la pena. E disse al Podestà: _Se questo calice non può passare da me senza che io beva, si faccia la tua volontà_. Però vi fu chi disse che il sunnominato Guido, per denaro sborsato, non fosse sottoposto a' tormenti, giacchè al danaro tutto cede........ Perocchè Rolando Abbate di Canossa, che è figlio di lui, spillò cento lire imperiali a Guido di Correggio, e altrettante al Podestà di Reggio, in grazia de' quali schivò i tormenti. E quando corse voce che si doveva tormentare, il Podestà non permise che vi fosse persona presente, tranne egli e Guido da Correggio; e lo fece sedere sopra un pesatoio da farina per qualche tempo, e intanto parlava con lui famigliarmente delle cose che erano accadute. E smontato da tale aculeo, e in una camera messosi a letto, mandò a chiamare Giacomo da Palù, e gli narrò le sofferenze patite fra tormenti. Dopo, discese dal palazzo, andò a casa di Rolandino da Canossa, che stava vicino alla piazza, ed ivi passavasi il tempo sollazzevolmente mangiando e bevendo, e giocondamente vivendo. Ma quando discese dal palazzo del Comune si fece sorreggere da due uomini a destra e a sinistra, per far credere che era stato gravemente offeso dai tormenti del Podestà. Ma il Signore dice in Luca 12º: _Nulla è così coperto che non si riveli_..... È da sapere che Guido di Bibbianello fu uomo nobile, giacchè per linea paterna discendeva da quei di Canossa (laonde quelli che lo uccisero erano suoi parenti), per linea materna era di Parma, ed i figli di Ghiberto da Gente erano suoi germani consanguinei. Così ebbe per moglie Giovanna figlia di Guido di Monte (ed era nipote del fu Guglielmo Fogliani vescovo di Reggio); e Giovannino da Rodeglia[103] aveva per moglie una sorella germana di lui, laonde si dicevano, ed erano cognati, essendo mariti di due sorelle. Questo Guido da Bibbianello fu inoltre bell'uomo, letterato, di raro ingegno, forte memoria, fluente facondia, stringente eloquenza, vivace, giocondo, largo, liberale, molto socievole e sollazzevole, benevolo, e uno de' precipui benefattori de' frati Minori; sendochè i frati Minori avevano nel territorio appartenente a lui un convento, nel bosco che è a piedi di Monfalcone, ove come è detto più sopra, è stato sepolto con suo fratello nelle tombe de' suoi avi; e l'anima sua, se è possibile, per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. In suo vivente mi si mostrò sempre amico, come anche di mio fratello frate Guido di Adamo, che morì anche esso nel convento di Monfalcone, e vi fu sepolto. Tuttavia Guido da Bibbianello da' suoi malevoli era giudicato maligno, e gli attribuivano molte azioni malvagie, che fosse cioè maldicente e detrattore dei servi di Dio..... E tale è l'abitudine degli uomini carnali, di denigrare la fama dei servi di Dio, e credono di trovare una scusa de' loro peccati col far credere d'aver compagni nel mal fare anche uomini santi. Così gli si attribuiva d'essere solito dire che se era destinato alla vita eterna, la avrebbe, per quanto peccasse, e se fosse destinato alle eterne pene avrebbe dovuto sobbarcarvisi, per quanto operasse dirittamente. E, a provarlo, adduceva quel passo della Scrittura di Luca 22º: _Il figlio dell'uomo va dov'è prestabilito_. E fu una stoltezza, perchè, quantunque io ed altri frati amici suoi gli dicessimo di guardarsene, tenea poco conto del nostro avviso, e non voleva udirne, e rispondeva: La Scrittura dice, Ecclesiastico 19º: _Chi crede subito, è di cuor leggiero, e sarà considerato dappoco_. A cui, essendo egli dotto della Bibbia, io soggiungeva: È scritto ne' Proverbii che il Savio dice 28º: _Beato l'uomo, che è sempre in timore_ ecc. Ma, come ho già detto, non voleva ascoltarne; anzi scoteva il capo, quasi a disprezzo di ciò che gli si diceva. Al già detto aggiunsi: È scritto ne' Proverbii 22º: _La via dello stolto è diritta al suo parere_. Insistendo io pertanto in questi concetti, e dicendo: Io ti ho espresso il mio pensiero, rispose: Le parole sono molte, ma molte sono quelle che nelle dispute sono vuote...... che è nella provincia della Siria; secondo, perchè non gli fu data soddisfazione nella Corte del Papa nè riguardo alle sue petizioni, nè riguardo al suo compagno della Provenza; terzo, perchè quand'era in viaggio per andare al ministro Generale, che era a Parigi, prima di arrivarvi, per voci che ne correvano e per annunzi ricevutine, seppe della morte del Generale; quindi ritornò alla Corte, e non sappiamo che cosa abbia fatto. Avevano inoltre a quel tempo i Cardinali un tal Papa, che era podagroso, di poca dottrina, un vero romano, avaro e meschino, Giacomo Savelli, e si chiamava Onorio IV. Egli non solo non fu promotore di Religioni nuove, ma si studiò in ogni maniera di ridurre al nulla le già iniziate e prosperanti, poichè per denaro avuto da alcuni prelati di chiese, s'era fitto nell'animo il pensiero e il proposito di fare ingiuria e oltraggio ad Ordini illustri, come all'ordine de' frati Minori e de' Predicatori..... Ma Iddio lo tolse di mezzo, e prevenuto dalla morte non ebbe tempo di effettuare quanto covava in petto..... Avrebbe apportato grave impedimento alla salute delle anime questo Papa Onorio, se avesse potuto condurre ad effetto quello che andava maturando nella sua mente. Riguardo ai Tartari vedi più sopra. E se alcuno ricerchi perchè le cose che riguardano i Tartari io non le abbia aggruppate insieme, rispondo d'aver fatto così perchè accadevano successivamente, ed io successivamente le registrava ogni qual volta mi venivano riferite..... Nel millesimo soprannotato, nella diocesi di Bologna avvenne che un giovane ricco, che aveva ancora superstiti il padre e la madre, avendo preso moglie, la prima sera del matrimonio, prima ancora d'aver tocca la moglie, diede ospitalità a tre ribaldi, di quelli che dicono di essere apostoli e non sono, i quali persuasero a quel giovane di non accoppiarsi colla moglie..... e questa astinenza insinuavano per far eglino prima del giovine marito...... Allora il giovane si riconobbe ingannato da que' ribaldi, li fece prendere e ne sporse querela al Podestà, che li fece impiccare...... Questa cosa adunque avendola saputa Obizzo Sanvitali, Vescovo di Parma, che lungo tempo li aveva favoriti per riguardo di Ghirardino Segalello, loro istitutore, li espulse da Parma e da tutta la sua diocesi, conoscendo che sono vili truffatori, ribaldi, gabbamondo e seduttori della peggior risma...... Quel Ghirardino Segalello, che fu loro istitutore, ora è ridotto a tanta demenza, che va vestito da istrione, e fattosi giullare e mimo va facendo pazzie pe' viali e per le piazze; poichè ha il cuore in vanità...... nè ha timore di Dio...... Di lui e de' suoi seguaci ho parlato più sopra diffusamente. Nel millesimo sussegnato morì in Reggio un certo Bresciano, che prima insegnava a leggere ai ragazzi il salterio, e simulava di esser povero, e andava mendicando, e talvolta suonando e cantando per avere più larga limosina. A costui il diavolo aveva messo in testa, che doveva sopravvenire una desolante carestia; e perciò biscottava i pezzi di pane, che accattava, e li riponeva in serbo, per provvedere in tempo un rimedio a quella fame, che, com'è detto, il diavolo gli aveva inchiodato in capo che dovesse arrivare. Ma come fu detto di quel ricco del Vangelo..... così accadde a questo infelice. Perocchè una sera malò più gravemente del solito, ed, essendo solo in casa, aveva chiusa con diligenza la porta con una sbarra, e quella notte fu strozzato dal diavolo, e malamente e disonestamente trattato. L'indomani non facendosi vedere, gli uomini del vicinato, le donne, i ragazzi in folla adunati atterrarono a forza la porta, e lo videro giacente morto in terra, e vi trovarono farina in sacchi già fetida dentro una cassa, e due altre casse di tozzi di pane biscottato; e si constatò che aveva in Reggio due case, in due diverse parrocchie, di cui andò in possesso il Comune di Reggio; e così si verificò quello che volgarmente si dice: _Ciò che non riceve Cristo, lo piglia il fisco_. Perciò i ragazzi lo spogliarono nudo questo infelicissimo, e gli legarono i piedi con vincigli attorcigliati, e così nudo lo trascinarono per tutta la città, per le strade e per le piazze, scherno e ludibrio di tutti. E, quel che è singolare, si fu che non furono sobillati da nessuno a farlo, e che nessuno li rimproverò, come d'aver fatta una mala cosa. Ed essendo arrivati all'ospedale di Sant'Antonio stanchi di tedio e di fatica, vollero legare quello sconciato cadavere alla coda del carro di un bifolco, che per caso conduceva il carro co' buoi per quella via; ma il contadino facendo opposizione, ecco che subito i ragazzi gli si scagliarono addosso, e lo percossero gravemente. E allora il bifolco lasciò fare ai ragazzi quella ribalderia. Uscirono pertanto di città per la porta di S. Stefano, e lo gettarono giù dal ponte nella ghiaia del Crostolo, fiume o torrente che sia; e scendendo giù nell'alveo attorno al cadavere, gli gettarono addosso una gran caterva di pietre, sclamando ad alte grida: Scendano con te nell'inferno la tua fame e la tua avarizia insieme colla tua miseria, e vi stiano in eterno e più oltre. E nota che i ragazzi sono generosi ed i vecchi tenaci. Perciò anche Marziale Coco disse:
Miramur juvenes largos, vetulosque tenaces; Illis cum multum, his breve restet iter.
È un fatto in vero sovra ogni altro strano Che scialacqui il garzon lunge da morte, E ammassi poi con appetito insano Chi già del cimiter bussa alle porte.