Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. II
Part 16
Nel millesimo sopraddetto, cioè nel 1285, gli eredi di Ghiberto da Gente figli e nepoti, furono dai Parmigiani totalmente espulsi dalla villa di Campeggine. E causa di questa loro espulsione fu non solo un vecchio odio contro il padre loro, cioè contro Ghiberto da Gente, ma un odio recente contro i figli. Perocchè dell'odio paterno si può dire quel che si legge in Ezechiele 18º. Delle colpe di Ghiberto da Gente, per le quali i Parmigiani lo presero a odiare, ne fu detto più sopra abbastanza largamente, ma se ne tacquero alcune, che ora si debbono trarre in luce. Essendochè quand'egli teneva la signoria di Parma, avendo Papa Innocenzo IV, che allora aveva residenza a Napoli, mandato invitando Bertolino Tavernieri di andare da lui, perchè aveva Elena di lui nipote per moglie, e perchè lo voleva fare Podestà di Napoli; e Bertolino avendone chiesta licenza a Ghiberto da Gente, e questi avendogliela concessa, gliela ritolse dopochè con enorme spesa aveva già fatti gli apprestamenti pel viaggio; e oltracciò lo confinò a Noceto, dove aveva i suoi possedimenti, e vi passò molti giorni e molte notti con animo sempre agitato e in timore e in aspettazione di insidie da parte de' suoi nemici; e massimamente del Pallavicini, che lo odiava, e teneva allora la Signorìa di Cremona. E quando di notte udiva romori, e ne udiva di frequente, usciva ai campi col suo destriero, e tutta notte, in veglia, stava aspettando all'aperto, come pronto a fuggire. Vedendo poi Bertolino che Ghiberto da Gente non gli perdonava, nè lo riammetteva in Parma, come gli aveva promesso, ruppe il confino, e andò a Papa Innocenzo IV, che lo aveva invitato; e lo fece Podestà di Napoli, e durante la Podesteria di lui, il pontefice morì, e fu sepolto in Duomo. Ed Alessandro IV fu eletto Papa per arti del Podestà Bertolino, il quale rattenne i Cardinali dall'uscire dalla città fino a che non avessero eletto il Papa. E Papa Alessandro non fu ingrato al ricevuto beneficio, anzi provvide del suo tesoro a Bertolino finchè visse; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, perchè fu uomo cortese, valoroso, potente, ed intimo mio amico. Ma Ghiberto da Gente fece devastare le possessioni di lui e diroccarne i palazzi, perchè era uscito di confino, ed era andato al Papa, che lo aveva invitato. La qual cosa da parte di Ghiberto fu non solo una bestialità, ma anche una pazzia, perchè quando il superiore comanda, e l'inferiore contraddice, questi non ha diritto di essere obbedito.... Di Bertolino non rimasero discendenti, nè di Giacomo suo fratello, che morì dopo lui, e lasciò le sue ricchezze ai Templarii; e così il casato di Bertolino Tavernieri di Parma, che ai tempi di Federico Imperatore era stato un nobilissimo barone, si è spento completamente, e a lui si attaglia a capello quel detto: _Tesoreggia e non sa perchè_.... Quando Ghiberto da Gente dominava in Parma, il Pallavicino dominava in Cremona. E quando talora parlava in famigliarità col Pallavicino, questi gli diceva: Ah! Dio, e non avrò io mai la signoria di Parma? e, in così dire, gettava violentemente contro terra la spada, a dimostrare che per questa cosa montava in ira. Ma Ghiberto da Gente non gli voleva cedere la Signoria di Parma, anzi voleva tenersela stretta, perchè ne traeva non solo onore, ma anche un grosso emolumento. Tuttavia volle usar grazia al Pallavicino di lasciarlo entrare in Parma con 500 armati, coi quali, quasi pavoneggiandosene, cavalcò più volte per città, ma i Parmigiani tenevano gli archi tesi, quasi volessero lanciar saette contro alcuno, e così spaventarli a ciò si partissero da Parma. E Ghiberto da Gente godeva che se ne partissero, perchè temeva, se fossero rimasti a lungo in città, che gliene rapissero la Signoria. Un dì avvenne che dovendo passare il Pallavicino co' suoi armati per la via di Cò di Ponte, dove abitano i Marchesi Lupi, uno di questi comandò al suo servo che sotto il portico, che correva lungo la strada, gli lavasse i piedi in una conca, volendo dimostrare al pubblico che si curava tanto del Pallavicino, quanto della coda di una capra. Abitavano una volta tanto i Marchesi Lupi che i Pallavicini in una villa, che si chiama Soragna, nella diocesi di Parma, a cinque miglia a settentrione di Borgo S. Donnino; e questa vicinanza d'abitazione dava origine a molte gare vivacissime. Il Pallavicino pertanto non potè avere mai, siccome desiderava, la Signoria di Parma, e Ghiberto da Gente che aveala, col tempo la perdette. Ghiberto da Gente adunque, oltre le preaccennate colpe, aveva anche queste, onde fu fortemente in odio ai Parmigiani.... Meglio operò Guido da Polenta, che abitava a Ravenna, il quale si prese buona vendetta, ma non volle sorpassare la misura. Di fatto quand'egli era ancor fanciullo, e l'Imperatore teneva in carcere, come ostaggio, il padre di lui, Guido Malabocca, fratello del Conte Ruggero di Bagnacavallo, s'adoperò perchè l'Imperatore gli mozzasse, o facesse mozzare, il capo; ed egli, fatto adulto, rese la pariglia a Guido Malabocca. Ma andando poi, dopo alcun tempo a Bagnacavallo con molti armati, ed incontrando lungo la via, in compagnia di pochi, il Conte Ruggero, e consigliandolo i suoi compagni di viaggio di sbarazzarsi compiutamente anche del Conte Ruggiero stesso, per togliersi d'intorno ogni timore, egli rispose: Abbiam fatto abbastanza; ci basti quanto abbiamo fatto; di male se ne può sempre fare; ma fatto che sia, non si può più rimediare. E così lo lasciò andare libero... Del nuovo odio poi degli eredi di Ghiberto da Gente si può dir questo. È da sapere che ebbe un figlio di nome Pino. Costui colle sue male opere provocò in mille maniere i Parmigiani contro gli eredi di suo padre. Anzitutto invase contro i Parmigiani Guastalla e la prese e volle tenerla occupata; poi prese moglie e la fece poscia uccidere; d'onde per divina sentenza molti guai piovvero sul suo capo. Costei voleva sposarla il padre di lui, quando esiliato dai Parmigiani dimorava in Ancona; ma Pinotto solleticato dalla cupidigia delle ricchezze, o dall'avvenenza di quella donna, precorrendo al padre, gliela surrepì, e se la tolse per se. Essa aveva nome Beatrice, era una Pugliese che abitava in Ancona, aveva tesori, era bellissima, vivace, sollazzevole, liberale, cortese e molto esperta nel gioco degli scacchi e dei dadi. Abitava con Pino suo marito a Bibbianello (che una volta era castello della Contessa Matilde) e di frequente veniva con altre donne al convento dei frati Minori di Monfalcone per fare una gita, e per conversare coi frati. Ed io allora appunto ivi abitava; e mi disse parlando meco confidenzialmente, che la volevano uccidere, e indovinai chi poteva essere che tramava insidie alla sua vita; e gliene espressi le mie vivissime doglianze, e le suggerii di confessarsi, e di vivere sempre in grazia di Dio, per essere ad ogni momento preparata alla morte.... In quel tempo Pino partì da Bibbianello molto sdegnato contro Guido suo consanguineo, come ho veduto io coi miei occhi; condusse seco la moglie sua a Correggio, che è una villa della diocesi di Reggio, ove da un suo scudiero di nome Martinello, la fece soffocare con un piumaccio, e fu sepolta nella stessa villa; e di lei rimasero tre ragazze che sono una bellezza. E, siccome è scritto che _Dio non permette che resti invendicato_... e perciò sono da dire alcune cose intorno alle sventure che colpirono il marito di lei. Prima di tutto, venne in odio non solo ai Parmigiani, ma anche ai consanguinei ed ai nepoti; in secondo luogo, fu preso dagli assassini di Sassuolo, i quali per riscatto gli tolsero i cavalli e duecento lire imperiali; terzo, avendo voluto svaligiare, per una sua vendetta, un tale che viaggiava per la strada pubblica di Parma, i Parmigiani mandarono alla villa di Campeggine, ove aveva le sue possessioni, e fecero arare tutti i suoi seminati, e le già nate seminagioni, e coprirle di terra, e distruggere 14, o 20 sue case che aveva in Campeggine stesso; quarto, dopo la morte della prima moglie, cui fece uccidere, prese una cert'altra donna, che per molti impedimenti da ambe le parti, sua moglie non poteva essere (questa aveva nome Beatrice, come la prima, leggiadrissima, figlia di Bonacorso da Palli; e la sposò vedova del primo marito Atto da Sesso); quinto ed ultimo, imprigionò di nuovo alcuni uomini, cui una volta teneva tra ceppi in carcere, e li aveva prosciolti; nè volle che per danaro si riscattassero, quantunque non gli avessero mai fatta offesa, e non avessero verso lui obbligo alcuno non soddisfatto. Essendo stato dai Parmigiani cacciato in bando, e non desistendo dal mal oprare, diede ragione ai Parmigiani di espellere dalla villa di Campeggine non meno lui che tutti gli eredi di Ghiberto da Gente. Questo Pinotto fu chiamato anche Giacomino, e fu uomo bello e magnanimo, audace, franco, e a uso dei Parmigiani, superbo. Egli aveva due sorelle, una, moglie a Gherardo figlio di Bernardo di Rolando Bossi, di nome Aica; l'altra, di nome Mabilia, che era di natura altiera e disdegnosa, moglie a Guido di Correggio; e, quando cominciò a malare dell'ultima malattia, di cui morì, d'improvviso perdette la parola; e di lei rimasero diverse figlie e due figli. Lombardino poi, fratello di costoro, ebbe moglie un'avvenentissima Pavese, di nome Aldessona, da cui gli nacquero figli e figlie; e Lombardino fu il primogenito di Ghiberto da Gente, che a grande onore lo fece creare cavalliere quando aveva ancora la signoria di Parma. Chiunque poteva, in quel tempo, lo regalava a larga mano, e chi regalava credeva d'aver ricevuto grazia singolare, se Ghiberto non sdegnava di accettare. Altrettanto fu di Giacomo Tavernieri quando fu fatto cavalliere, al tempo in cui suo padre Bertolo era in fiore a Parma alla testa del partito imperiale. Nel millesimo sussegnato vi fu anche estesa malattia e morìa di gatti, i quali colti dal morbo diventavano come lebbrosi e scabbiosi, e poi morivano. Così pure nello stesso millesimo, nel mese di Novembre[93], il giorno di San Calisto, verso oriente, sull'albeggiare, apparvero due stelle come congiunte, e così ogni notte si mostrarono per molti giorni, sinchè verso il dì d'Ognissanti cominciarono a disgiungersi ed allontanarsi l'una dall'altra. E allora si stava appunto trattando per la pacificazione de' Modenesi, la quale era cosa molto intricata, perchè il progetto che si presentava non gradiva ai Modenesi della città; e i Modenesi che erano in Sassuolo ne erano soddisfattissimi, riconoscendo che i giudici di quel arbitrato erano loro favorevoli. Gli arbitri poi erano Guido da Correggio e Matteo suo fratello germano. Nello stesso millesimo Papa Onorio IV, prima del Natale, creò un Cardinale, che era di sua famiglia, per supplire alla vacanza lasciata dal Cardinale Vescovo di Frascati, morto in quell'anno. Questo novello Cardinale era stato Arcivescovo di Monreale in Sicilia. Così in quell'anno Gherardino da Enzola fu condannato dai Parmigiani a pagare mille lire parmensi, e le pagò puntualmente; e la cagione della condanna fu questa. Suo padre Giacomo da Enzola fu Podestà di Modena, ed ivi malatosi, morto e sepolto nella chiesa maggiore, fu ad onore dipinto sulla tomba a cavallo, da cavalliere. E siccome fu a tempo della sua podesteria che avvennero que' misfatti e quegli omicidii, che furono il principio della successiva discordia e guerra in Modena, quella cioè che s'accese tra le diverse fazioni Modenesi, e non ne era stata presa vendetta e giustizia... i Modenesi provocati, sdegnati, turbati, e accesi d'ira, considerando i guai che loro ne erano derivati, cavarono gli occhi al ritratto del Podestà, e cacarono sulla tomba di lui; in seguito poi mandarono a Parma due ambasciatori, uomini del popolo, uno de' quali nel Consiglio degli anziani di Parma pronunciò molti oltraggi ed ingiurie contro Giacomo da Enzola, padre dell'or defunto Gherardino. Provocato adunque Gherardino da Enzola dal linguaggio di quell'ambasciatore, fece quel che dice la scrittura, Ecclesiaste I.: _Sino a tempo opportuno porterà pazienza_. Di fatto, quando quell'ambasciatore, che aveva profferite parole d'oltraggio contro suo padre, fu in viaggio per ritornare a Modena, Gherardino lo seguì con alcuni giovani audaci sulla strada, e, in quel della diocesi di Seggio, lo ferì gravemente e tanto sconciamente che ne restò sformato, non però ucciso; e quindi i Parmigiani lo condannarono ad una multa di mille lire parmensi. Ho detto tutte queste cose per dimostrare che i Parmigiani operarono saviamente a far giustizia, e aveva operato male chi non l'aveva fatta in Modena. E noto che questo Giacomo da Enzola prese moglie una vedova di Padova, detta Marchesina, trovatagli da Matteo da Correggio, quand'era Podestà di Padova. Da questa donna Giacomo ebbe in dote una somma ingente, cui diede a mutuo, e co' frutti ne comprò campi, vigne ed estese possessioni nella villa di Poviglio[94], e diventò ricco e grande assai. In Parma poi comprò la mia casa, che era presso il battistero[95], e gli fu quasi regalata, cioè la ebbe per vilissimo prezzo, secondo la stima che ne faceva mio padre, e che veramente era da farsene. Giacomo fu dappoi fatto cavalliere sulla porta del battistero che guarda verso la piazza, e andò a Modena ad assumere la Podesteria, a cui era stato eletto dai Modenesi; e prima di finire la sua Reggenza, finì la vita, e morì d'una malattia di gola, che i Greci chiamano apoplessia. Si confessò da frate Giacomino da Porto di Modena, e con lui aggiustò le cose dell'anima. Lasciò ai frati Minori di Parma dieci lire imperiali, e altrettante ai frati Minori di Modena per l'anima sua e per il mal tolto, e l'anima sua per la misericodia di Dio risposi in pace.... Di lui rimase una figlia di nome Aica, che ebbe per primo marito Gherardino degli Arcili; di cui rimasta vedova, sposò Ezzelino figlio del fu Aimerico da Palù; da cui le nacquero figli e figlie. Il fratello poi della prenominata Aica, e figlio di Giacomo da Enzola ha nome Gherardino; giovane largo, liberale, cortese, e che vive onorificamente. L'avolo di Giacomo si chiamava Guidolino da Enzola, uomo di mezzana statura, ricco, grande e molto di chiesa, ed io l'ho veduto le mille volte. Egli si divise dagli altri da Enzola, che abitavano nella strada di S. Cristina, e venne ad abitare presso il duomo, ove ogni dì assisteva ad una messa e a tutto l'ufficio diurno e notturno nelle ore in cui si recitava. E quando non era occupato nell'assistenza dell'ufficio divino, sedeva co' suoi vicini sotto un portico publico presso il palazzo del Vescovo, e parlava con loro di Dio, oppure stava ascoltando chi ne parlava. Non tollerava che alcun ragazzo lanciasse sassi contro il battistero, o contro il duomo, e portasse guasto alle sculture e alle pitture. E quando lo vedeva, se ne irritava, gli correva dietro, e raggiuntolo, lo batteva a colpi di correggiuolo, come se ne fosse ivi destinato a guardia, mentre lo faceva soltanto per zelo e amore di Dio, quasi ripetesse quel detto profetico.... E il sunnominato, oltre al giardino, la torre e il palazzo ove abitava, aveva anche molte altre case, un forno ed una cantina; e una volta la settimana, sulla pubblica via, presso casa sua, come ho veduto io più volte co' miei occhi, faceva una limosina generale a tutti i poveri della città, che si presentavano, consistente in pane, fave cotte e vino. Egli fu molto amico e uno dei principali benefattori dell'Ordine de' frati Minori. Ebbe da sua moglie (che era sorella di Gherardo da Correggio, detto anche dai Denti, padre di Matteo e di Guido) due figli, cui, come ho veduto io co' miei occhi, giunti all'età virile, fece cavallieri egli stesso; e l'uno aveva nome Matteo, e l'altro Ugo, e tuttadue furono miei speciali amici. Questi due fratelli, allorchè Parma si ribellò all'Imperatore furono dall'Imperatore presi e tenuti in carcere; e, in seguito, furono sepolti nel convento de' frati Minori di Parma. Da Matteo poi, che ebbe moglie Richeldina, sorella di Bernardino Cornazzani, nacquero tre figli, cioè Bernardo da Enzola, che fu cavalliere e valoroso personaggio, e Podestà di Perugia quando colà aveva residenza Papa Clemente IV. (Questi fu mio amico e me lo dimostrò a fatti, perchè quando io fui a Perugia, ed egli vi era Podestà, mandò subito cercandomi, e mi affidò una missione alla Corte del Papa. Egli mori troppo presto, come gli altri suoi fratelli, ma lasciò figli). Secondogenito di Matteo, figlio di Guidolino da Enzola, fu Giacomo, Podestà di Modena, di cui s'è parlato abbastanza più su. Il terzogenito fu Guido, che ebbe moglie una figlia di Albertino dei Turcli di Ferrara, d'onde gli nacquero più figli, uno de' quali si chiama Turclo, bandito dai Parmigiani come uomo pestifero e maledetto; sendochè a molti altri misfatti, di cui era macchiato, aggiunse anche quello d'aver ucciso crudelissimamente di lancia, mentre sedeva a mensa e secolui pranzava, l'Abbate del monastero di Brescello senza che questi alcuna colpa avesse.... Da Ugo poi, figlio di Guidolino da Enzola, ammogliato con Luchesia del Monastero, cioè di San Marco, discesero due figli, di cui uno di nome Guglielmo, e l'altro Matteo, e due figlie, una che diventò moglie di Giacomino dei Panzeri di Reggio, che non ebbe figli; l'altra si maritò con Bonacorso di Montiglio[96], dalla quale ebbe molti figli. Dopo queste cose, irritata Luchesia contro i figli, prese per marito Ghirardino figlio di Lanfranco da Pisa di Modena, la quale poi gli morì senza aver avuto da essa alcuna prole. Così Guidolino da Enzola, avolo di tutti i sunnominati, ebbe una figlia, Richeldina, donna lasciva e mondana, presa per moglie da Giacomino di Beneceto[97], dalla quale gli nacquero due figli, Arpo e Pietro. Giacomino degli Arpi fu bel cavalliere e ricchissimo di possessioni, case e tesori; ma consumò e dissipò tutto in banchetti, istrioni e cortigianerie, sicchè i figli suoi, come a me lo contava piangendo Arpo uno di loro, non avevano di che mangiare se non andavano accattandone dagli altri. Così Arpo di Beneceto, fratello germano del predetto Giacomino, entrò nell'Ordine de' frati Minori con Bernardo Bafoli, quasi subito dopo che a Parma si cominciarono a conoscere i detti frati. Ma Bernardo Bafoli era un cavalliere ricchissimo, famoso e di gran reputazione in Parma, magnanimo, prode guerriero e dotto nell'arte militare. Questi sul principio del suo noviziato nell'Ordine dimostrò un vivissimo fervore nell'adempiere coll'opera il detto apostolico che sta scritto nella 13ª agli Ebrei: _Usciamo dunque con Gesù fuori della porta portando il suo vitupero_. Di fatto, all'insaputa de' frati fece montare su d'un cavallo un suo uomo, e da un altro si fece legare alla coda del cavallo stesso, e comandò che lo sferzassero camminando per la pubblica via della città, e a tutta gola gridassero: Dalli al ladro, dalli al ladro. Ed essendo arrivati al portico di S. Pietro, dove i militi, secondo l'uso, stanno a sedere in ora di riposo e si divertono, credendo essi che fosse veramente un ladro, cui bastonassero per i di lui misfatti, cominciarono anch'essi a gridare: Dalli al ladro, dalli al ladro. Allora Bernardo, sollevata la faccia, disse loro: In verità, avete detto bene dalli al ladro, perchè sino ad ora son vissuto come un ladrone contro Dio altissimo, e contro l'anima mia; e perciò sono ben degno di essere sferzato. E, ciò detto, comandò a' suoi uomini di continuare il cammino e le sferzate sino a fuori di porta. Ma quelli che stavano a sedere sotto il portico quando ebbero conosciuto che era Bernardo Bafoli, se ne dolsero, e tocchi nel cuore dissero: Oggi abbiam veduto miracolo; benedetto Dio che umilia e che esalta, e _fa misericordia a cui egli vuole, ed indura chi egli vuole_ ai Romani 9º. (Questa fu alla lettera un'ispirazione, un cambiamento operato dalla destra di Dio, perchè molti animati ed eccitati da questo esempio abbandonarono il secolo. Allora Bernardo Vizio, associato ad alcuni altri, fondò la religione de' frati di Martorano. Fu allora che si istituì in Parma una religione nuova, cioè di quelli che si chiamavano i militi di Gesù Cristo, nella quale non si ammettevano tranne quelli che prima fossero stati militari; e que' frati si assomigliavano a quegli altri, che ora dai contadini si chiamano Gaudenti, salvo che quelli si chiamavano militi di Gesù Cristo, questi militi di santa Maria. Quelli erano soltanto in Parma, questi si sono già moltiplicati in molte città; ma siccome di queste istituzioni ho già parlato più sopra, non occorre più parlarne. Parimente in quel tempo (cioè quando Bernardo Bafoli si fece sferzare per la pubblica via in Parma) vi erano due fratelli germani, che si fecero frati Minori, de' quali uno aveva nome frate Illuminato, l'altro frate Berardo. Questi due fratelli, che avevano fatto gli usurai, restituirono le usure ed il mal tolto, e per amore di Dio fornirono di vestiario duecento poveri, ed elargirono ai frati Minori duecento lire imperiali, perchè si fabbricassero il convento[98], che allora si stava già costruendo di nuovo nel prato del Comune, ove si teneva in antico la fiera, e dove in quaresima i Parmigiani si esercitavano nell'armi cogli scudi. Anche frate Illuminato mosso da amore di Dio, ad esempio di frate, Bernardo Bafoli, si fece sferzare per le strade della città). Di Bernardo Bafoli poi è da sapere che ebbe una figlia di nome Bernardina, saggia, prudente, santa e devota a Dio, che è Badessa del monastero dell'Ordine di santa Chiara in Parma. Così pure è da sapere che Egidio Bafoli, padre del prenominato Bernardo, quando Costantinopoli fu presa dai latini, gagliardamente ne abbattè una porta con uno di quegli spadoni fatti a quest'uso, come io ho saputo da frate Gherardo Rangone, che era presente e vide. E allora riconobbero i Greci che s'era adempita quella profezia, che stava sculta sulla porta stessa. Perocchè molte profezie ivi si trovano scolpite, sia sulle porte, sia sulle colonne delle porte, le quali non si intendono che quando si sono avverate. Bernardo Bafoli poi, quand'era frate Minore, e nel tempo in cui i Parmigiani erano andati coll'Imperatore a campeggiare contro i Milanesi, accorse un giorno ad un incendio sviluppatosi nel borgo di santa Cristina, e stando colla scure in mano sul comignolo di una casa incendiata, divideva e gettava a destra e a sinistra i legnami per isolare l'incendio. E questo fece a vista di tutti, e tutti lo commendavano dell'opera sua accorta e vigorosa, e giustamente di generazione in generazione ne riceverà onore sempiterno, poichè questa sua buona azione sarà ricordata per molti anni avvenire. Poscia andò alla Terra Santa, ove terminò lodatamente i suoi giorni nell'Ordine del beato Francesco, che è l'Ordine dei frati Minori; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, chè bene cominciò e bene terminò. Queste cose dette di sopra ho voluto notare, perchè attinenti a persone che per la più parte vidi e conobbi, ed, in breve tempo, di questa vita passarono all'altra....... Se altre più cose avvenissero nel millesimo sussegnato cioè nel 1285, degne di memoria, non ricordo; di queste ho parlato con fedeltà e con verità, perchè le ho vedute co' miei occhi. Basta di quest'anno; or passiamo al successivo.
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