Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I
Part 6
Aestuans intrinsecum — ira vehementi In amaritudine — loquor meae menti, Factus de materia — vilis elementi, Folio sum similis — de quo ludunt venti. Cum sit enim proprium — viro sapienti Super petram ponere — sedem fundamenti, Stultus ego comparor — fluvio labenti Sub codem aere — nunquam permanenti. Feror ego veluti — sine nauta navis, Ut per vias aeris — vaga fertur avis. Non me tenent vincula — nec me tenet clavis Quaero mei similes — et adiungor pravis. Mihi cordis gravitas — res videtur gravis; Iocus est amabilis — dulciorque favis. Quidquid venus imperat — labor es suavis, Quae nunquam in cordibus — habitat ignavis Via lata gradior, — via iuventutis; Implico me vitiis — immemor virtutis Mortuus in anima — curam gero cutis, Voluptatis avidus — magis quam salutis. Praesul discretissime, — veniam te precor: Morte bona morior, — dulci nece necor; Meum pectus sauciat — puellarum decor, Et quas tactu nequeo, — saltem corde mecor. Rest est paratissima — vincere naturam? In aspectu virginis — menten esse puram? Iuvenes non possumus — legem sequi duram, Leviumque corporum — non habere curam. Quis in igne positus — igne non uratur? Quis Papiae commorans — castus habeatur? Ubi Venus digito — iuvenes venatur, Oculis illaqueat, — facie praedatur. Si ponas Ipolitum — hodie Papiae, Non erit Ipolitus — in sequenti die. Veneris in talamos ducunt omnes viae Non est in tot turribus — turris Alachiae. Secundo redarguor — etiam de ludo: Sed cum ludus corpore — me dimittat nudo, Frigidus exterius — mentis aestu sudo. Tunc versus et carmina — meliora cudo. Tertio capitulo — memoro tabernam; Illam nullo tempore — sprevi nec spernam, Donec sanctos — veniente cernam angelos Cantantes pro mortuis — requiem aeternam. Poculis accenditur — animi lucerna; Cor imbutum nectare — volat ad superna. Mihi sapit dulcius — vinum de taberna Quam quod aqua miscuit — Praesulis pincerna. Loca vitant pubblica — quidam poetarum Et secretas eligunt — sedes latebrarum. Student, instant, vigilant — nec laborant parum, Et vix tandem reddere — possunt opus clarum. Student, instant, vigilant — poetarum chori, Vitant rixas pubblicas — et tumultus fori; Et ut opus faciant — quod non possit mori Moriuntur studio — subditi labori. Unicuiqe proprium — dat natura donum; Ego versus faciens — bibo vinum bonum, Et quod habent purius — dolia cauponum. Vinum tale generat — copiam sermonum: Unicuique proprium — dat natura munus Ego nunquam potui — scribere ieiunus. Me ieiunum vincere — posset puer unus. Sitim et ieiunium — odi quasi funus. Tales versus facio — quale vinum bibo. Nihil possum facere — nisi sumpto cibo, Nihil valent penitus — quae ieiunus scribo. Nasonem post calicem — carmine praeibo. Mihi nunquam spiritus — poetriae datur, Nisi prius fuerit — venter bene satur. Dum in arca cerebri — Baccus dominatur In me Foebus irruit — et miranda fatur Meum est propositum — in taberna mori Ut sint vina proxima — morientis ori. Tunc occurrent citius — angelorum cori. Sit Deus propitius — mihi peccatori. Ecce meae proditor — pravitatis fui, De qua me redarguunt inservientes tui. Sed eorum nullus — est accusator sui, Quamvis velint ludere — saeculoque frui Iam nunc in praesentia — praesulis beati Mittat in me lapidem — neque parcat vati, Cujus non est animus — conscius peccati. Sum locutus contra me — quid quid de me novi, Et virus evomui — quod tam diu fovi, Vetus vita displicet — mores placent novi, Homo videt faciem, — sed cor patet Iovi. Iam virtutes diligo, — vitiis irascor; Quasi modo genitus — novo lacte pascor, Ne sit meum amplius — vanitatis vas cor. Electe Coloniae — parce poenitenti, Et da poenitentiam — culpam confitenti; Feram quid quid iusseris — animo libenti. Parcit enim subditis — leo rex ferarum Et est erga subditos — immemor irarum. Et vos idem facite, — Principes terrarum. Quod caret dulcedine — nimis est amarum.
Con un rovello in cor d'ira bollente Meco ragiono in duol colla mia mente. Plasmato d'un vilissimo elemento Somiglio a foglia, che sia scherzo al vento. Al saggio, è ver, convien saldar sua legge Su quella pietra che in eterno regge; Ma sovra un fiume che mai posa e guizza Lo stolto, che son io, sua sede rizza. Nave senza nocchier cui l'onda aggira, Augel travolto da Aquilon che spira, Non àncora mi tien non chiavistello Co' pari miei m'imbranco nel bordello. Ogni grave pensier l'alma mi strugge, E sol dal gioco sua dolcezza sugge. Opra soave sol ne impon Ciprigna, Ciprigna a cor gelato ognora arcigna. Volo per largo in giovanil furore; Guazzo nel male e al bene aduggio il fiore. Morto nell'alma, al corpo sol ridotto, Più del piacer che di virtù son ghiotto. Deh! mi perdona, o mio signor preclaro! Ov'è un morir più dolce? Ov'è più caro? Fior di fanciulle al cor dardi mi scocca, E se 'l tatto non può, desio le tocca. Chi può domare il cor? Chi la natura? Chi le belle guardar con mente pura? La giovanile età la legge rompe, E sbriglia il corpo, che qual tauro irrompe. Fu paglia in foco mai ch'arsa non sia? Fu casto niuno mai dentro Pavia? Ove il cinto di Venere t'allaccia, E il guardo, il dito, il volto dà la caccia? Vada pur oggi Ippolito a Pavia, Ippolito diman certo non fia. Venere ha nido in ogni via che scorri, Niuna è d'Alachia[46] fra tante torri. Poi di giocar, su me, l'accusa grava; Ma quel troppo giocar nudo mi cava, Mi gela fuor, m'infiamma entro la mente, E allor so verseggiar divinamente. M'accusan d'andar troppo all'osteria Fu sempre il mio gran gusto e ognor lo fia Sinchè verran l'angeliche coorti A cantare per me l'inno dei morti. Face dell'alma son del vin le spume, Che per volare al ciel danno le piume. E a me più piace il vin della taverna Che 'l pisciarel di vescovil pincerna. Vedi poeta a martellar sull'arte, Chiuso, solingo, starsene in disparte, E suda, dura, veglia e si martoria E in fin ne miete a pena un po' di gloria. Suda e s'affanna de' poeti il coro, Fugge teatri e strepiti di foro; E per comporre un carme imperituro, Dorme anzi tempo tra color che furo. Ad ogni uom suo don le stelle danno: Ed io poeta del miglior tracanno Che spilli a me dell'oste la cantina, Che da facondia ricca, alta, divina, Ad ogni uom suo don le stelle diero; Ed io digiun non so trovar pensiero; E me digiuno anche un fanciullo atterra; Odio sete e digiun più che la guerra. Bei versi io detto se il mio nappo è vasto; E nulla posso far che dopo il pasto. Ciancie da nulla sol, digiuno, io vergo: Dopo i bicchier mi lascio i grandi a tergo. Poetica scintilla non m'accende Se pria buon cibo il ventre non mi stende. Quando nel mio cervello è Bacco in trono Febo mi fa del suo cantare un dono. Morire all'osteria io bramo e voglio, Per morire tra 'l vin qual viver soglio. Allor verran l'angeliche legioni, E Dio mi tocchi il cuore e mi perdoni. Ed ecco che di quel son reo confesso Che a carico di me le spie han messo: Ma nessuna di lor sè stessa accusa; Eppur di Bacco e di Ciprigna abusa. Ora dunque, o Signore, al tuo cospetto Lanci una pietra quì contra 'l mio petto, Nè d'un poeta il colga o tema o cura, Chi si sente di lor coscienza pura. Ecco quanto so dir a danno mio: Ecco le colpe che il mio sen nutrio. Ora il vecchio si spogli e si rinnove; Chè l'uom la faccia, il cor lo vede Giove. Già già virtude adoro, e il vizio fuggo; Quasi rinato nuovo latte suggo, A fin che il cor non serva, or fatto mondo, Ad albergar le vanità del mondo. Deh! perdona, o Signore, a chi s'emenda; Pari all'error su me la pena scenda. Sommesso al tuo volere umilemente Farò come colui che a pien si pente. Una fiera minor non la molesta Il biondo imperador della foresta. Per voi, o Prenci, ecco un solenne esempio: Incrudelir dall'alto, è vile ed empio.
L'anno sopranotato, cioè 1233, nel pontificato di Gregorio IX, di Maggio, ne' giorni dell'_alleluja_, Federico Imperatore de' Romani, incarcerò Enrico suo figlio Re di Lamagna, perchè contro la volontà del padre aveva fatto adesione ai Lombardi, e lo tenne a lungo prigione. E mentre da Castel S. Felice lo conducevano al carcere di un altro castello, vinto dal tedio e dalla melanconia, si precipitò da un burrone, e morì. Si adunarono perciò, in assenza del padre, i principi, i baroni, i cavalieri e i giudici per dargli sepoltura. E con loro si trovò presente anche frate Luca pugliese dell'Ordine de' Minori, di cui è il libro intitolato ==_Sermonum Memoria_==, per farne, secondo l'uso de' Pugliesi, l'orazione funebre. E dal libro della Genesi capo 22º prese il tema, che dice: _Abraam stese la mano, e prese il coltello per iscannare il suo figliuolo._ Ed i giudici e le persone colte che erano presenti dissero: questo frate dice tali cose, che l'Imperatore gli farà tagliare la testa. Ma se la passò altrimenti; perchè fece una tanto splendida orazione in lode della giustizia, che l'Imperatore avendola udita celebrare, volle averne copia.
a. 1234
Nell'anno 1234 si ebbe tanta neve e ghiaccio in tutto il mese di Gennaio che ne gelarono le vigne e le piante da frutta. E di freddo morirono anche animali selvatici; e i lupi entravano sino entro la città di notte, e di giorno ne furono presi, uccisi e sospesi, a spettacolo, nelle piazze delle città. E per il gelo eccessivo gli alberi si spaccavano dall'alto al basso, e molte piante perdettero la forza vegetativa e perirono. E vi fu gran battaglia nella diocesi di Cremona fra Cremonesi, Parmigiani, Pavesi, Piacentini e Modenesi da una parte, e dall'altra Milanesi, Bresciani e loro alleati.
a. 1235
L'anno 1235 il giorno 18 Aprile soffiò un vento rigido e cadde una neve freddissima, e la notte successiva vi fu gran brinata, che distrusse i vigneti. Il 23 d'Aprile di nuovo altra neve e brina, e le vigne ne rimasero completamente morte. Lo stesso anno il Po gelò si forte che si passava a piedi e a cavallo. E questo stesso anno fu ucciso, un lunedì 14 Maggio, _Guidotto_ vescovo di Mantova, figlio del fu _Frugerio_ da Correggio della famiglia degli Avvocati di Mantova. Sua sorella Sofia moglie di Rainerio degli Adelardi di Modena, fu mia divota. Ed è notabile che il Collegio de' canonici e de' prelati di Mantova mandò alla Corte del Papa ad annunziarne la morte uno speciale ed eloquentissimo messo; il quale, quantunque fosse giovane, parlò tanto splendidamente al cospetto del Papa e de' Cardinali, che ne restarono meravigliati. E, finito di parlare, tirò fuori la dalmatica ancora insanguinata, che il prenominato vescovo di Mantova indossava quando fu ucciso presso la chiesa di S. Andrea, e la spiegò davanti al Papa, dicendo: Guarda, o Santo Padre, e osserva e riconosci se questa sia, o no, la tunica del figlio tuo. Vedutala, piansero inconsolabilmente i Cardinali e il Papa Gregorio IX, che era uomo molto facile a muoversi a compassione, e che aveva viscere di pietà. Perciò la famiglia Avvocati di Mantova, uccisori del loro vescovo furono espulsi dalla città; nè più furono richiamati, e sino ad oggi vagano quà e là in esiglio, affinchè i perversi, de' quali come degli stolti è infinito il numero, ed i malfattori che funestano le città e difficilmente si correggono, imparino a conoscere che non è facile contrastare ai voleri di Dio; e sappiano ancora che Dio colpisce più severamente l'ingiuria fatta a' suoi servi, che quella che è fatta a lui stesso. Nota quel che i Toscani dicono in loro volgare: _Dohmo alevadizo, et de pioclo apicadhizo non po lohm gaudere_: cioè da uomo raccattato, e da pidocchio rivestito non si può aver mai buon costrutto; che è quanto dire che non avrai mai una consolazione da un meschino, che ti si mette a' panni, e da uno estraneo che tu alimenti. Il che si fece palese anche in Federico II, cui la Chiesa allevò come suo pupillo, e poscia contro la Chiesa levò i calci e la afflisse in molte maniere. Ma contro se stesso alzò il calcagno. Perocchè fu violentemente deposto, nè dalla sua malignità trasse alcun vantaggio. Ciò che s'è detto più sopra si mostra palese anche in colui, che ora è Marchese d'Este, e in molti altri. Un altro, di cui Dio stesso si fece vindice, fu il beato Tomaso vescovo di Cantorbery, di cui si legge nella sua biografia: «La vendetta divina fu tanto severa contro i persecutori del martire che in breve tolti di mezzo disparvero, e, alcuni furono colpiti di morte subitanea senza confessione e comunione; altri, lacerandosi a frusti le dita, o la lingua; altri, grondanti di tabe da tutto il corpo, dilaniati prima di morire da inauditi tormenti; altri, colti da paralisi, altri impazziti; altri, spirando furibondi, provarono luminosamente che pagavano la pena di un'ingiusta persecuzione, e di un premeditato parricidio. Questo egregio atleta di Dio, Tomaso, soffrì il martirio il dì 29 Dicembre, martedì sulle undici ore, dell'anno, secondo Dionisio, 1170, affinchè quel tempo che fu principio della passione pel Signore, fosse pel martire principio della beatitudine celeste, alla quale si degni far pervenire anche noi il medesimo Iddio e Signor nostro Gesù Cristo, che vive e regna col Padre e collo Spirito santo ne' secoli de' secoli, e così sia. Nel sopradetto anno poi 1235 i Parmigiani, i Cremonesi, i Piacentini ed i Pontremolesi, andarono ad aiutare i Modenesi che volevano fare un cavo a monte di Bologna, onde derivare il Panaro e condurlo ad urtare contro Castelfranco per atterrarlo. E nessuno era esente dal lavoro: Chi scavava, chi trasportava, nobiltà e popolo insieme. Lo stesso anno l'Imperatore Federico mandò in Lombardia un elefante con molti dromedarii, camelli, leopardi, girofalchi e astori, che passarono da Parma, ed io li vidi, e si fermarono a Cremona.
a. 1236
L'anno 1236 in Settembre arrivò l'Imperatore Federico, ed invase la Lombardia a malgrado dei Padovani, Vicentini, Trivigiani, Milanesi, Bresciani, Mantovani, Ferraresi, Bolognesi e Faentini. Ma i Cremonesi, i Parmigiani ed i Reggiani co' loro eserciti e duecento cavalieri Modenesi gli andarono incontro. Passò il Mincio e l'Oglio, prese e distrusse Marcaria[47] mantovana, e poi subito la ricostruì e la affidò da difendere ai Cremonesi. Poi andò coi detti eserciti alla volta di Mantova, e la tenne alquanti dì assediata. Prese Moso[48] della provincia di Brescia, e lo diede anch'esso da difendere ai Cremonesi. E allora quei di Gonzaga[49] restituirono Gonzaga all'Imperatore. Lo stesso anno andò a Vicenza, la prese e la distrusse il 1º di novembre, e fece un concordato con Salinguerra e i Ferraresi. Lo stesso anno la vigilia di Natale i Mantovani corsero all'improvviso sopra Marcaria e la ripresero con tutti i Cremonesi che la difendevano, e molti ne trassero prigionieri a Mantova, molti ne uccisero.
a. 1237
L'anno 1237 Manfredo Cornazzani, cittadino di Parma, fu Podestà di Reggio, e in settembre andò in aiuto dell'Imperatore Federico coi Parmigiani e i Cremonesi coi loro carrocci; e passarono da Castel di Moso, che era in mano dei Cremonesi, e presero Redondesco[50] bresciano e Vinzolo mantovano e Castel Ghedi.[51] E trovandosi ivi l'Imperatore fece pace coi Mantovani, sicchè gli mandarono fanti e balestrieri in aiuto per l'assedio di Montechiaro[52]. E, mentre si recarono alla volta di Montechiaro, incendiarono Guidizzolo[53]. Ed i Reggiani da soli, assediato Carpenedolo[54] lo presero il 5 ottobre, come pure due castelli di Casaloldo[55], uno che era dei Conti, e l'altro era dei terrazzani di quel luogo; e li misero a fuoco. Parimenti ai 7 Ottobre l'Imperatore strinse l'assedio di Montechiaro, e fu ospitato insieme al suo seguito tra Montechiaro e Calcinato sul Chiese più presso a Calcinato. L'11, giorno di domenica, que' di Montechiaro fecero una sortita e diedero battaglia, e nel giorno seguente l'Imperatore completò l'assedio di Montechiaro dall'una e dall'altra parte, e lo batterono con manganelle e due baliste; e il giorno 22 Ottobre, un giovedì, quei del castello si arresero all'Imperatore; e furono tutti condotti via e messi in prigione. L'Imperatore aveva nel suo esercito molti Saraceni. Così ai 2 di Novembre prese Gambara[56], Castel Gottolengo, Pralboino e Pavone, e furono messi a ruba, a ferro e a fuoco. E prima del dì di S. Martino venne coll'esercito a Pontevico[57]. Allora l'Imperatore ricevette quel suo elefante che aveva a Cremona, sul cui dorso s'ergeva una torre di legno a foggia del carroccio dei Lombardi; ed era quadra e ben formata, e aveva quattro bandiere, una ad ogni angolo, e nel centro un gran confalone, e dentro chi conduceva la bestia con molti Saraceni. Di questa materia ne parla abbastanza il 1º libro de' Macabei... L'Etiopia abbonda di questi animali, la cui natura e le cui proprietà espose a sufficienza frate Bartolomeo Inglese dell'Ordine dei Minori, in un libro che scrisse intorno alla natura delle cose, diviso in dicianove capitoli. Fu chierico grande e spiegò a Parigi in poche lezioni tutta la Bibbia. Nel millesimo stesso suindicato, mentre l'Imperatore era col suo esercito a Pontevico,[58] corsero i Milanesi contro di lui coll'esercito loro, e stettero gran tempo a campo. Allora i bolognesi ai 25 di novembre presero Castel Leone[59], che era de' Modenesi sulla strada presso Castel Franco, lo smantellarono, e ne portarono a Castelfranco, appartenente ai Bolognesi, il legname, le pietre e le altre cose; e gli uomini che trovarono in Castel Leone li trassero in prigione a Bologna. A Castel Leone vi era una bellissima torre, che cadendo sbattè con tanta violenza le acque della fossa, che ne lanciarono fuori un luccio bianchissimo, grosso e bello; e fu tosto offerto in regalo al Podestà di Bologna, che era sopra luogo. Ed uno che vide queste cose le raccontò a me una volta che ebbi occasione di passare di là in sua compagnia. E mentre tutto ciò avveniva, l'Avvocato del Comune di Parma cioè il Giudice del Podestà, che era Modenese, andava su e giù a cavallo, preceduto da un battistrada, piangendo per la Via di S. Cristina e gridando: Signori Parmigiani, accorrete e aiutate i Modenesi; e vedutolo ed uditolo, io lo presi ad amare, perchè procurava di far del bene a' suoi compatrioti. E per essere più facilmente esaudito ripeteva quelle parole, e aggiungeva: Signori Parmigiani, correte e soccorrete i Modenesi, amici e fratelli vostri; sicchè all'udir quelle parole, io ne era commosso sino alle lacrime. Perocchè io andava pensando che Parma era senza uomini; nè erano rimasti a casa che i ragazzi, le ragazze, i giovinetti, le donzelle, i vecchi e le donne. Gli altri erano andati contro i Milanesi, insieme ad altri eserciti, al seguito dell'Imperatore in aiuto della sua impresa. E lo stesso anno ai 27 di novembre i Milanesi furono rotti dall'esercito dell'Imperatore, che ne fece massacro, e perdettero presso Cortenuova[60] il carroccio, cui poi l'Imperatore mandò a Roma. Ma i Romani per oltraggio a Federico lo abbruciarono; mentre egli credeva d'aver fatto cosa loro gradita, e valevole a renderseli favorevoli. In quel combattimento fu fatta grande strage di Milanesi; ed anche il figlio del Doge di Venezia, che era allora Podestà di Milano, fu preso dall'esercito dell'Imperatore, e mandato prigione a Cremona. E così l'Imperatore conquistò quasi tutta la Lombardia e la Marca Trivigiana.
a. 1238
L'anno 1238 l'Imperatore cinse d'assedio Brescia. E con lui e col suo esercito erano i Parmigiani, i Cremonesi, i Bergamaschi, i Pavesi, mille fanti e duecento cavalieri Reggiani, e Saraceni, e Tedeschi ed altra gente diversa e innumerevole. E vi stettero a campo lungo tempo; e allora l'Imperatore fece costruire castelli di legno per battere i Bresciani, e posevi sopra i prigionieri fatti a Montechiaro. I Bresciani manganarono quei castelli e li distrussero senza far male di sorta ai prigionieri, che vi erano sopra; ma per rappresaglia appesero per le braccia all'esterno dello steccato della città i prigionieri imperiali che avevano tra mani. Nè l'Imperatore potè prendere la detta città di Brescia, perchè fece validissima difesa. E l'Imperatore si ritirò confuso con tutti gli alleati che aveva seco nell'esercito.
a. 1239
L'anno 1239 l'Imperatore Federico fu scomunicato da Gregorio IX; i Francesi oltremare furono sconfitti; fu deposto frate Elia ministro Generale dell'Ordine dei Minori, e gli fu sostituito frate Alberto da Pisa; vi fu eclisse di sole con orribile e terribile oscurità, tanto che si videro le stelle; ed io stesso frate Salimbene da Parma, che era a Lucca di Toscana, lo vidi co' miei occhi. E già da un'anno io era nell'Ordine de' frati Minori, e più quel tanto di tempo che corre dalla festa della Purificazione, sino al giorno in cui si vide l'eclisse il venerdì tre giugno, a nove ore antimeridiane; e pareva notte scura, e uomini e donne ebbero grande spavento; e quà e là, come pazzi, correvano percossi da affanno e da paura. E il gran timore ne fece correr molti a confessarsi, e far penitenza de' loro peccati; e molti si rappacificarono che erano tra loro in discordia. E Manfredo Cornazzani Parmigiano, allora Podestà di Lucca, presa in mano una croce, andava processionalmente per la città co' frati Minori ed altri religiosi regolari e secolari; ed il Podestà stesso predicava intorno alla passione di Cristo, e rimetteva in concordia i nemici. Questa cosa ho veduto io testimonio presente. E mio fratello, frate Guido di Adamo, e frate Fasso anch'esso di Parma, erano là con me. E Domafolo di Miano[61] e Giacomo di Maluso, cugino di mia madre, erano avvocati, ossia assessori del predetto Manfredo Podestà di Lucca. Questo Manfredo e donna Auda moglie sua e sorella di Bartolo Tavernieri erano i principali benefattori dell'Ordine de' Minori. Queste beneficenze le ho vedute io co' miei proprii occhi nel convento de' frati Minori di Medesano[62], nel qual castello erano altri nobili cavalieri e nobili donne che facevano di molto bene ai frati Minori. E Iddio ne li rimeriti colla retribuzione dei giusti. Nello stesso anno l'Imperatore Federico coi Parmigiani e i Modenesi e con mille fanti e duecento cavalieri Reggiani ne' mesi di Luglio, Agosto, Settembre tenne in assedio Piumazzo e Crevalcore[63], ambidue castelli dei Bolognesi; ed ambidue furono smantellati: onde i giocatori degli scacchi derivarono il proverbio; _scacco per Vignola aven_[64] _Plumazo_. E nello stesso anno mentre l'Imperatore stava assediando Piumazzo e Crevalcore coi Parmigiani e Modenesi e Reggiani, arrivarono i Bolognesi e incendiarono borgo S. Pietro[65] fuori porta della città di Modena, e misero a fuoco anche quanto trovarono tra il detto borgo e la città. Lo stesso anno i Bolognesi furono sconfitti presso Vignola[66] dai Parmigiani e dai Modenesi, che ne uccisero molti e li sommersero nel fiume, e molti ne fecero prigionieri. Vi fu anche ribellione di alcuni Principi e Baroni nella Marca Trivigiana, principale de' quali fu Azzone Marchese d'Este con tutti quelli di parte sua e con quei di Treviso.
a. 1240