Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I

Part 5

Chapter 53,513 wordsPublic domain

E veramente si trova che S. Domenico restò dodici anni sepolto senza che si facesse parola della sua santità; ma per cura di cotesto frate Giovanni sunnominato, che, al tempo di tale divozione, ebbe facoltà di predicare in Bologna, ne fu fatta la canonizzazione. Per questa canonizzazione s'adoperò anche il vescovo di Modena, che era un Piemontese, il quale, fatto poi Cardinale, prese nome Guglielmo, cui io vidi predicare e officiare la vigilia di Pasqua nella chiesa de' frati Minori a Lione, quando ivi si trovava Papa Innocenzo e tutta la sua corte. Questo frate Giovanni era per verità un uomo di nessuna coltura, e si voleva porre tra quelli che fanno miracoli. Fece in quel tempo un gran predicare tra Castel Leone e Castel Franco[44]. Ma frate Giacomino da Reggio, oriondo però di Parma, fu uomo assai colto, lettore di teologia, predicatore facondo, copioso e grazioso; uomo pronto, benigno, caritatevole, affabile, cortese, liberale e largo. Ed una volta fummo compagni di viaggio di giorno e di notte da Parma a Modena in un momento di gran guerra; ed era anche meco il frate mio compagno, ed egli aveva il suo. Questi al tempo di quelle divozioni, di cui abbiamo parlato più sopra, aveva molta grazia nel predicare, e fece molto di bene. Nell'anno stesso ebbe principio in Reggio la costruzione della chiesa del Gesù de' frati Predicatori; e se ne fondò la prima pietra, consacrata dal vescovo Nicolò, il dì di S. Giacomo. E ad erigere quel tempio accorrevano i Reggiani, uomini, donne, militi di cavalleria, di fanteria, campagnuoli, cittadini; e portavano pietre, sabbia, calce sulle spalle entro varie specie di pelli e di tessuti. E beato chi più ne poteva portare; e fecero le fondamenta della chiesa e del caseggiato annesso, e alzarono una parte delle muraglie. Al terz'anno compirono tutto il lavoro. E allora frate Giacomino ne dirigeva la buona esecuzione. Questo frate Giacomino fece nella diocesi di Parma tra Calerno[45] e S. Ilario, al disotto dell'Emilia, una gran predicazione, alla quale accorse una grandissima folla d'uomini, donne, ragazzi, da Parma, da Reggio, dal monte, dal piano e da diverse ville. Ed una donna povera e gravida, ivi partorì un maschio; e per istanze e preghiere di frate Giacomino molte persone diedero non pochi soccorsi a quella povera donna. Perocchè tra le donne, chi regalava una sottana, chi una camicia, chi una veste, chi una benda; sicchè ne raccolse da caricare un asino. E dagli uomini n'ebbe cento soldi imperiali. E chi era presente e vide, riferì a me queste cose dopo tempo assai, quando ebbi a passare con lui per quei luoghi: Cose che ho saputo poi anche da altri. A questo frate Giacomino, malato a Bologna nell'infermeria de' frati Predicatori, ritto a sedere sul letto, verso il mezzodì, e desto, apparve frate Giraldo da Modena dell'Ordine dei frati Minori, quello stesso giorno in cui morì, dicendo: Io sono alla visione della gloria di Dio, alla quale Cristo chiamerà presto anche te a ricevere il premio delle tue fatiche, e soggiornerai sempre presso chi hai devotamente servito. Ciò detto, frate Giraldo disparve; e frate Giacomino raccontò a' suoi frati quanto aveva veduto, che se ne rallegrarono. Ed a frate Giacomino avvenne per punto quanto avevagli predetto frate Giraldo; poichè pochi giorni dopo s'addormentò nel Signore; e il suo corpo fu sepolto a Mantova. Frate Giovanni poi da Vicenza, più sopra menzionato, chiuse i suoi giorni in Puglia. Ebbero anche i frati Predicatori in Parma, nel tempo di quella divozione, che si chiamò _alleluia_, un frate Bartolomeo da Vicenza, che fece molto di bene, come ho veduto co' miei occhi; ed era buon uomo, prudente ed onesto; e dopo molto tempo fu fatto Vescovo della sua città natale, ove fece fabbricare un bel convento pe' frati del suo Ordine, che prima ivi non abitavano. I frati Minori poi ebbero un frate Leone milanese, predicatore famoso, che perseguitò potentemente, e confutò e confuse gli eretici. Fu molti anni ministro provinciale nell'Ordine de' frati Minori, e poi Arcivescovo di Milano. Costui era di tanto singolare coraggio, anzi audacia, che una volta da solo andò collo stendardo in mano alla testa dell'esercito Milanese contro l'Imperatore, e passato il ponte d'un fiume, solo, stette a lungo di piè fermo squassando lo stendardo; mentre i Milanesi non osavano passare perchè vedevano l'esercito imperiale in ordine di battaglia. Questo frate Leone confessò un amministratore dell'ospedale di Milano, uomo che godeva gran nome e fama di santità. E quando esso fu agli estremi della vita Leone si fece promettere che sarebbe tornato dopo morte a dargli contezza dello stato in cui si trovava. E promise di buon grado. Verso sera si sparge in città la voce della sua morte. Frate Leone invita due frati suoi compagni particolari, ch'egli aveva come ministro Provinciale, a vegliare seco quella sera in un angolo dell'orto, nella camera dell'ortolano. Vegliando tutti e tre insieme, frate Leone fu preso un momento da un lieve sonno; e, volendo dormire, pregò i compagni che, se qualche cosa sentissero, lo svegliassero. Ed ecco che subito odono uno venire disperatamente urlando, e lo videro rotar giù dal cielo come un globo di fuoco, e precipitarsi sul comignolo della casetta come uno sparviero sull'anitra. Pel rumore, e scosso dai frati, Leone si svegliò. E continuando colui i lamenti Ahi! Ahi!. frate Leone gli domandò come si trovasse. Ed egli rispose dicendo che era dannato, perchè era stato causa che morissero senza battesimo alcuni bambini nati da unione illeggittima, avendoli egli con isdegno reietti dall'ospedale, perchè vedeva che per accoglierli l'Ospizio andava incontro a spese e disagi. E domandandogli frate Leone perchè non si fosse confessato di questa colpa, rispose: o perchè me ne sono dimenticato, o perchè non credetti che la fosse da confessarsene. Quindi frate Leone soggiunse: Giacchè nulla hai a che fare con noi, partiti da noi, e vanne per la tua strada. Ed egli gridando e urlando dipartissi. Pertanto questo Frate Leone nel tempo di quella divozione, che i posteri chiamarono poi l'_alleluia_, molto s'adoperò, e molto fece di bene. Vi fu anche un cert'altro frate Minore di Padova che nel tempo di quella divozione fece molto di bene. Questi predicando una festa a Como, e facendo un usuraio murare una sua torre, disturbato il frate dal martellare degli operai, disse al popolo, che l'ascoltava: Vi predico che nel tal tempo quella torre ruinerà, e sin dalle fondamenta sarà divelta. Ed accadde, e fu giudicato un gran miracolo. Perciò l'Ecclesiastico dice 37: _L'anima di un uomo pio scopre talora la verità meglio che sette sentinelle, che stanno alla vedetta in luogo elevato._ Così ne' Proverbii 17: _Chi molto alta fa la casa sua, va cercando ruine._ Miracolo eguale a quello della profezia della torre che doveva ruinare, è quello pel figlio di Grilla, e delle tre zucche, e del sorcio in una zucca. E tutto diceva così a casaccio, a sorte, e perciò fu chiamato l'indovino. Vi fu anche Girardo da Modena dell'Ordine de' frati Minori, che a' tempi della suddetta divozione, operò cose miracolose e fece molto di bene, come ho veduto io co' miei occhi. Questi nel secolo si chiamava Girardo Maletta. Nacque di potente e ricca famiglia, cioè dai Boccabadati. Fu uno dei primi frati dell'Ordine dei Minori, non però uno dei dodici. Fu amico ed intimo del beato Francesco, e talvolta compagno: uomo cortese assai, liberale, splendido, religioso, onesto, di costumi assai castigato, e misurato nelle parole e nelle opere. Non ebbe che poca coltura di lettere: Tuttavia fu grande oratore, e predicatore ottimo e pieno di grazia. Voleva andare in giro per tutto il mondo. Fu egli che pregò per me frate Elia ministro Generale dell'Ordine de' frati Minori, che mi ricevesse nell'Ordine; e accolse l'istanza in Parma l'anno 1238. Fui talvolta suo compagno di viaggio. Al tempo della detta divozione i Parmigiani affidarono a lui la signoria di Parma, acclamandolo Podestà, con potere di accordare in pace fra loro quelli, che per rancori erano in dissidio. E così fece, e, molti che per discordie erano nemici, ricompose in pace ed amicizia. Tuttavia in un caso di composta pacificazione, incorse in calunnia, avendo irritato Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo IV, per non aver data sufficiente soddisfazione ad alcuni di lui amici. Frate Girardo tenea molto dalla parte dell'Impero; ma nulla ostante egli _camminò al cospetto di Dio in pace ed equità, e molti ritrasse dalle vie dell'iniquità,_ come disse Malachia II. E qui a proposito richiamati alla mente la storia di quei tre compagni, de' quali uno volle pensare a sè solo, e a sè solo vivere, e fare il solitario; il secondo amò curare i malati; il terzo riamicare i nemici. Del primo dice S. Girolamo: _La santa selvatichezza_ giova a sè soltanto, e di quanto vantaggia la Chiesa di Cristo coi meriti della vita, d'altrettanto le nuoce, se non faccia opera di resistenza a' suoi demolitori. Perciò ricordati bene di S. Sindonio, a cui un Angelo del Signore comandò di andare attorno a predicare contro gli eretici. Del beato Francesco ancora fu scritto che non vuol _vivere per sè solo, ma giovare gli altri, indottovi da amore di Dio._ Ogni volta che mi torna a mente frate Girardo da Modena, mi torna a mente anche quella sentenza dell'Ecclesiastico XIX: _È da preferirsi l'uomo che manca di sagacità, ed è privo di scienza, ma è timorato, a quello che abbonda di avvedutezza, e trasgredisce la legge dell'Altissimo._ Io mi trovai malato a Ferrara con frate Girardo di una malattia, di cui egli morì dopo essere venuto a Modena verso l'anno nuovo; e fu sepolto in un sarcofago di marmo nella chiesa de' frati Minori. E Iddio si degnò di operare per mezzo di lui molti miracoli, che per brevità tralascio di narrare, perchè può esservene occasione altrove. Una cosa però non vuolsi passare sotto silenzio, ed è che questi frati, valenti predicatori, al tempo della prenominata divozione, si adunavano talvolta in qualche luogo, e insieme prestabilivano per le loro prediche il luogo, il giorno, l'ora e l'argomento. E l'uno diceva all'altro: Tien fermo ogni cosa dell'accordo preso; sicchè le cose immanchevolmente accadevano come erano state prefisse. Stava dunque frate Girardo, come l'ho visto io co' miei occhi, nella piazza del Comune di Parma, o altrove quando voleva, sopra un palchetto portatile di legno, fatto a posta per uso delle concioni; e, quando il popolo era tutto intento, ad un tratto interrompeva la predica, e s'incappucciava, quasi in atto di pensare a Dio. Poi, dopo lunga pezza, scappucciatosi, parlava al popolo meravigliato, quasi dicesse coll'Apocalisse I: _Io era in Ispirito nel giorno della domenica,_ ed ascoltai il dilettissimo nostro fratello Giovanni da Vicenza, che predicava vicin di Bologna, nella ghiaia del Reno, ed aveva un affollatissimo uditorio, e queste furono le prime parole della sua predica: _Beata la gente che per suo signore ha Dio, beato il popolo eletto da Dio per sua eredità._ Altrettanto diceva di frate Giacomino. E quelli sapevan dire parimente di lui. Meravigliavano i presenti, e, punti da curiosità, spedivano messi per sapere se era vero ciò che loro si diceva. E trovando che sì, vieppiù restavano meravigliati; sicchè molti, abbandonando il secolo, entravano nell'Ordine de' frati Minori, e de' Predicatori. E in diversi altri modi, e in molte parti del mondo gran bene si fece a tempo di quella divozione, come ho visto io co' miei occhi. Vi furono però anche a que' tempi molti barattieri e gabbamondi, che facevan di tutto per calunniare gli innocenti. De' quali fu un Boncompagno fiorentino, rinomato maestro di grammatica in Bologna, che compose libri intitolati _Del comporre._ Costui, che tra' fiorentini era il più arguto nel mettere in canzone la gente, compose una rima in derisione di frate Giovanni da Vicenza, di cui non ricordo nè il principio, nè la fine, perchè da molto tempo non l'ho letta, e quando la lessi non mi curai tanto d'impararla bene a memoria. V'erano però questi versi, che mi ricorrono a mente:

_Et Johannes johannizat,_ _Et saltando choreizat,_ _Modo salta, modo salta_ _Qui coelorum petis alta:_ _Saltat iste saltat ille,_ _Resaltant choortes mille;_ _Saltat chorus dominarum,_ _Saltat dux Venetiarum ecc._

E Giovanni giovanneggia E ballando caroleggia, Or tu salta, vola, sali, Tu ch'al cielo batti l'ali; Saltan questi, saltan quelli, Saltan pur mille drappelli; Danzan donne in giro, in coro Danza il Sir del Bucintoro ecc.

Così pure questo maestro Boncompagno vedendo che frate Giovanni s'era messo in capo di far miracoli, anch'egli volle provarsi a farne, e annunziò ai Bolognesi che voleva volare sotto i loro occhi. Non ci volle altro. La notizia corre per Bologna; arriva il giorno prefisso; si raduna tutta la città, uomini, donne, vecchi, fanciulli, alle falde d'un colle, che si chiama S. Maria in monte. S'era fatte due ali, e stava sulla vetta del monte guardando la folla. Ed essendosi reciprocamente a lungo guardati, proferì queste parole: _Andatevene colla benedizione di Dio, e vi basti aver veduta la faccia di Boncompagno._ E ne ritornarono derisi. Questo maestro Boncompagno, essendo un ottimo scrittore, per consiglio de' suoi amici andò a Roma, volendo provare se per avventura potesse colla sua abilità nelle lettere, trovar grazia nella corte romana. Ma non avendo trovato favore, se ne partì, e divenuto già vecchio, si era ridotto a tanta miseria, che fu costretto a chiudere i suoi giorni in un ospedale a Firenze. A frate Giovanni da Vicenza poi più sopra menzionato, gli onori ricevuti e la grazia nel predicare gli avevano siffattamente beccato il cervello da avernelo travolto e credere di poter fare veri miracoli anche senza l'aiuto del braccio di Dio. Il che era somma stoltezza, perchè il Signore dice in Giovanni 15. _Senza me nulla potete fare._ Parimente ne' Proverbii 26. _Chi dà gloria allo stolto fa come chi gittasse una pietra preziosa in una mora di sassi._ Essendo frate Giovanni rimproverato delle sue fatuità da' suoi confrati, rispondeva loro, dicendo: Se non la finite, io vi infamerò pubblicando le vostre azioni. Per ciò lo tollerarono sino che morì, non trovando modo di contrastargli. Questi essendo venuto un giorno al convento de' frati Minori, ed avendogli il barbiere rasa la barba, s'ebbe a male che i frati non ne avessero raccolti i peli da serbare per reliquie. Ma frate Diotisalvi da Fiorenza dell'Ordine dei Minori, che, secondo il costume de' Fiorentini era prontissimo a canzonare la gente, a capello _rispose allo stolto come si conviene alla sua follìa, chè talora non gli paresse d'esser savio._ Proverbii 26. Perocchè andato un giorno al convento de' Predicatori, ed essendo stato da loro invitato a pranzo, disse che in niun modo accetterebbe, se non dessero a lui un lembo della tonaca di frate Giovanni, che stava in quel convento, da conservare come reliquia. Promisero e diedero una larga pezza di tonaca, colla quale, sgravatosi dopo pranzo il ventre, forbissi l'ano, poi la gittò nello sterco. Poscia, presa una pertica, rimestava lo sterco gridando e dicendo: Ahi! Ahi! aiutatemi o fratelli, che cerco la reliquia del santo che ho smarrita nella latrina. E guardando essi in giù dalle finestre delle celle, egli rimestava più forte perchè ne sentisser l'odore. Pertanto nauseati da tali esalazioni, ed inteso che erano stati scherniti da quel canzonatore, ne restarono confusi e svergognati. Questo frate Diotisalvi una volta fu comandato di andare per obbedienza ad abitare nella provincia di Penne, in Puglia. Egli allora andò nell'infermeria, si cavò nudo, e, scucito un materasso, vi si nascose dentro e vi stette tutto un giorno involto nelle penne. Cercato da' frati, ivi lo trovarono, e disse che aveva adempiuto all'obbedienza impostagli. Perciò, a cagione di questa spiritosità, gli fu condonata l'obbedienza, e non andò. Così un giorno d'inverno camminando per Firenze scivolò per ghiaccio, e stramazzò disteso sulla via. Vedendo questa scena i fiorentini, che è gente nata per dar la beffa, cominciarono a ridere. Ma uno chiese anche al frate se volesse un cuscino da mettersi sotto. A cui il frate rispose che sì, che sì, purchè da mettersi sotto gli si desse per cuscino la moglie del suo interlocutore. I fiorentini udendo questa risposta non ne ebbero scandalo; anzi lodarono il frate, dicendo: quest'è veramente de' nostri. (Alcuni attribuirono questa risposta ad un altro fiorentino, che si chiamava frate Paolo Millemosche dell'Ordine de' Minori). Ma noi dobbiamo piuttosto domandare a noi stessi, se il frate facesse bene, o male a rispondere in quel modo: e sosteniamo che per molte ragioni rispose male..... Però frate Diotisalvi, che diede occasione a questo racconto, per molte altre ragioni si può anche scusare. La sua risposta però non deve trarsi ad esempio, che altri la ripeta... La terza ragione è che parlò tra suoi concittadini, i quali non se ne scandolezzarono essendo eglino tutti uomini sollazzevoli ed usi alle beffe. Ma in altro paese avrebbe suonato male quella risposta del frate. Di questo frate Diotisalvi inoltre io so molte cose, come anche del conte Guido, di cui da molti molte e varie cose sogliono contarsi, che, essendo più scandalose che edificanti, io non racconto. Tuttavia frate Diotisalvi andò oltremare coll'arcivescovo di Ravenna, chiamato Teodorico, che fu sant'uomo e persona assai onesta. Dopo lui fu Arcivescovo di Ravenna Filippo di Pistoia, o di Lucca, a cui successe frate Bonifacio dell'Ordine de' Predicatori, nativo di Parma, che ebbe l'Arcivescovado da Papa Gregorio X non in grazia dell'Ordine suo, ma perchè era suo parente; ed ora è Arcivescovo anch'esso, grande oratore, e tenace sostenitore del partito della Chiesa. Una cosa però non è da tacere, ed è, che i Fiorentini non si scandalizzano se taluno esce dell'Ordine dei Minori, ed anzi dicono di far le meraviglie come vi sia stato tanto tempo, stantechè i frati Minori sono una gente povera, che si impone mille maniere di penitenze. Questi Fiorentini avendo un giorno udito che frate Giovanni da Vicenza dell'Ordine dei Predicatori, di cui è parlato più sopra, voleva andare a Firenze, dissero: Oh! Dio! non venga quà. Perochè si dice che risusciti i morti, e noi siamo già tanti che la città non ci potrà contenere. Ed il parlare de' Fiorentini suona assai grazioso in loro dialetto. Sia benedetto Iddio che abbiam finita questa parte. Vi fu a questi tempi un canonico Primasso di Colonia, argutissimo a mettere in canzone e dar la baia alla gente e versaggiatore facile e potente, che se si fosse dedicato di cuore a servire Iddio sarebbe stato grande nella letteratura religiosa, e utile alla Chiesa di Dio. Fece un'Apocalisse, ch'io ho veduto, e molte altre opere. Costui condotto un giorno dal suo Arcivescovo ai campi, non a meditare, ma a passeggiare, e avendo veduto i buoi del podere dell'Arcivescovo, che aravano, belli, forti e grassi, e avendogli detto l'Arcivescovo: Se, prima che i buoi arrivino quì, saprai far versi intorno ad un regalo di buoi, io te li donerò: Primasso soggiunse: Sta fermo ciò che hai detto? Fermissimo, rispose l'Arcivescovo. E allora subito cantò:

_Indigeo bobus — ad rura colenda duobus,_ _Pontificis munus — Veniat bos unus et unus_

Per arar mio campo bene Aggiogar due buoi conviene: L'uno in dono dal Prelato, Così l'altro mi sia dato.

Altra volta, quand'era alla Corte, volendo fare un presente ad un certo Cardinale, fece fare dodici pani bianchissimi, grossi e belli, di cui la fornaia gliene rubò uno. Nullameno mandò gli undici restanti con una cartolina, che diceva;

_Ne Spernas munus — si desit apostolus unus;_ _Ut verbis ludam — rapuit fornaria Iudam._

No, non sgradir questo mio tenue dono Se dodici gli apostoli non sono; Chè Giuda, e forse di scherzar s'intese, La birba di fornaia se lo prese.

Un'altra volta ancora avendogli l'Arcivescovo mandato un regalo di pesce senza vino, disse:

_Mittitur in disco — mihi piscis ab Archiepisco._ _Me non inclino — quia missio fit sine vino._

Un piatto l'Arcivescovo m'invia Con entro il più bel pesce che si dia. No, non l'accetto, se con lui non viene Un vin che grilli e fumi per le vene.

Parimenti in altra occasione fece questi versi:

_His vaccis parcam, — quae sacri foederis arcam_ _Olim duxerunt — sed aquis comedi meruerunt._

Queste rispetterò vacche ch'han tratte La nave trionfal del sacro patto; Ma il mondo reo con un nefando eccesso Ingrato al merto lor le mangia a lesso

Un'altra volta gli fu porto del vino molto annacquato. E cominciò a dire:

_In cratere meo, — Thetis est sociata Liaeo:_ _Est Dea juncta Deo, — Sed Dea major eo._ _Nil valet hic, vel ea — nisi quando sit Pharesea;_ _Amodo propterea, — sit Deus ubsque Dea._

In questo nappo mio ch'or or s'empieo Misti in amplesso son Teti e Lieo: Un Dio con una Dea si mesce e avvince, Che maggiore di lui lo slomba e vince. Nè l'uno nulla val, nè l'altra un punto, Se l'un coll'altra insiem trovi congiunto, Frema dunque Lieo nell'inguistare, E Teti baci il suo Nettuno in mare.

Parimente in altra occasione improvvisò i seguenti versi intorno al vino:

_Fertur in convivio — vinus, vina, vinum;_ _Masculinum displicet, — atque foemininum:_ _In neutro genere — ipsum est divinum,_ _Loquens variis linguis — optimum latinum._

Vino, vinel, vinella al desco è data; Lungi da me sta femmina scempiata: Lungi da me l'eunuco suo germano; M'innondi il padre lor che è Dio sovrano Che pizzica, che morde, ed un latino Fa le lingue parlar vivo, divino.

Così pure egli accusato dal suo Arcivescovo di tre colpe, cioè; di essere donnaiolo, giuocatore e taverniere, fece in versi una sua giustificazione che diceva;