Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I
Part 34
L'anno 1253, indizione 11ª, Guido da Gente, Parmigiano, fu eletto Podestà di Reggio per arti di Ghiberto da Gente suo fratello, allora Podestà di Parma, e per accordi tra i Reggiani fuorusciti, ed i Reggiani che erano dentro la città. E lo stesso anno, il ventotto d'Ottobre, Martedì, festa dei beati Apostoli Simone e Giuda, Ghiberto da Gente Podestà di Parma, cogli Anziani del Consorzio di Santa Maria Vergine della città di Parma, e con altri probi uomini della medesima città, si recarono con grande esultanza, colle croci, cogli stendali, coi sacerdoti e tutti i religiosi a Porta Santa Croce con tutti gli uomini della città di Reggio, e in Reggio, insieme cogli altri fuorusciti, condussero il Venerabile Guglielmo Fogliani, che ne era stato eletto Vescovo. E il Mercoledì, 29 dello stesso mese, il prenominato Ghiberto Podestà di Parma, in piena adunanza del popolo convocato a suono di trombe e di campane, nella piazza del Comune di Reggio, fece il concordato tra i fuorusciti e que' di dentro, il quale concordato fu scritto e inserto nello Statuto del Comune; e fu nel giorno stesso 29 Ottobre che Guido da Gente, per arti del prenominato Ghiberto Podestà di Parma e suo fratello, fu fatto Podestà di Reggio. Quell'anno stesso 1253, ai sette di Dicembre, a sera, poco dopo il crepuscolo, l'anno dodicesimo del suo pontificato, morì a Napoli Innocenzo IV, Papa di inclita memoria; e, il giorno appresso, morì Stefano Cardinal prete di Santa Maria in Transtevere; e i loro corpi, sepolti nella chiesa Napoletana, riposino in pace, e così sia. E Bertolino Tavernieri di Parma, che era allora Podestà di Napoli, fece chiudere le porte della città per ritenere i Cardinali dall'andare altrove, e costringerli ad eleggere, senza por tempo in mezzo, il nuovo Papa in Napoli stesso. E siccome non si potevano concordare ad eleggerlo per voti, che le urne davano sempre molto divisi, fu eletto per compromesso. E Ottaviano Cardinal diacono impose il manto al più degno uomo della Corte, come egli disse, cioè a Rainaldo Vescovo di Ostia; e si nominò Papa Alessandro IV, eletto verso la vigilia di Natale; sicchè il giorno di S. Tomaso di Cantorbery ne giunse la notizia a Ferrara. Alessandro IV, oriondo della Campania, fatto Papa l'anno 1253, tenne il pontificato sette anni. Nacque ad Anagni, e si chiamava Rainaldo Vescovo di Ostia. Fu molti anni Cardinale dell'Ordine de' frati Minori, e Papa Gregorio IX gli conferì la Porpora ad istanza e preghiera de' frati Minori stessi. Questi ascrisse al catalogo dei Santi la beata Clara, convertita al cristianesimo dal beato Francesco; e ne compose la colletta e gli inni. Aveva una sorella nell'Ordine di Santa Chiara, ed un nipote nell'Ordine de' frati Minori; ma non creò nè quella, Badessa, nè questo, Cardinale; nè nominò nel suo pontificato alcun Cardinale, quantunque allora fossero rimasi solo in otto. Fu uomo di lettere, amante dello studio della teologia, e spesso volentieri predicava, celebrava, e consacrava chiese. Fuse in uno solo i cinque Ordini degli Eremitani che prima s'aveano; conferì all'Ordine dei Minori quel privilegio, che si appella _Mare magno_. Manteneva costantissima l'amicizia, come appare chiaro da quel che faceva con frate Rainaldo da Tocca dell'Ordine de' Minori, cui amò tanto, che all'amicizia di lui non si può paragonare nè quella di Gionata con Davide, nè quella di Amelio e di Amico. E se anche tutto il mondo avesse detto qualche cosa di male contro frate Rainaldo, il Papa non l'avrebbe creduto, e nè pure ascoltato; e quando bussava all'uscio della camera, il Papa gli andava ad aprire anche a piedi nudi. Questa cosa la vide un altro frate Minore, una volta che era solo in camera col Papa, cioè frate Mansueto da Castiglione Aretino, mio amico, dalle cui labbra io l'ho saputo. Questo Papa non s'immischiò in guerre, e passò pacificamente i suoi giorni. Era tarchiato, corpulento e grasso, come un secondo Eglon; era benigno, clemente, pio, giusto, timorato e divoto di Dio. (Sotto il suo pontificato, Manfredi figlio del fu Imperatore Federico, infingendosi l'educatore di Corradino nipote di Federico, e divulgato ovunque che Corradino era morto, si pose in capo la corona del Regno. La qual cosa essendo a danno del Papa, prima fu scomunicato, poi fu raccolto contro di lui un grosso esercito. Tanto è vero che la menzogna a nulla approda). Questi, come è già detto, canonizzò ad Anagni Santa Chiara dell'Ordine di S. Francesco. Ai tempi di questo Papa, sia che l'epoca si voglia far partire dalla morte, sia dalla deposizione di Federico Imperatore, figlio del fu Imperatore Enrico, fatta da Papa Innocenzo IV, cominciò a vacare l'Impero romano, nulla ostante che dai Principi dell'Alemagna si facessero parecchie elezioni. E primo di tutti elessero il Langravio di Turingia, e, dopo lui, Guglielmo Conte di Olanda, i quali morirono prima di essere consacrati Imperatori. Dopo la morte poi di Federico II, gli elettori, divisi in due, una parte elevò alla dignità dell'Impero il Re di Castiglia, gli altri il Conte di Cornovaglia, fratello del Re d'Inghilterra, di nome Riccardo. E la divisione di quegli elettori durò molti anni. Questo Papa riprovò due pestiferi libelli, de' quali uno sosteneva che tutti i Religiosi e predicatori della parola di Dio, che vivono di limosine, non possono salvarsi. Autore di questo libello era Guglielmo di Santo Amore, che lo pubblicò a Parigi, e distolse molti maestri e scolari dall'entrare nell'Ordine de' Predicatori e dei Minori. Ma l'autore non ne restò impunito; ed il Papa Alessandro IV e il Re di Francia S. Lodovico lo espulsero da Parigi, senza che potesse avere speranza di ritornarvi _mai più in eterno, e più oltre_...... L'altro libello conteneva molte cose false contro la dottrina dell'Abbate Gioachimo, cose che l'Abbate non aveva scritte; p. e. che il Vangelo e la dottrina del Nuovo Testamento non aveva condotto nessuno alla perfezione, e che dovea chiudersi il suo ciclo l'anno 1260. E sappi che l'autore di questo libello fu frate Girardino di Borgo S. Donnino, che nel secolo fu allevato in Sicilia, e vi insegnò grammatica. Ed entrato poi nell'Ordine de' Minori, dopo tempo fu mandato a Parigi per la provincia di Sicilia[204], e fatto lettore di teologia; e a Parigi compose il preaccennato libello, e all'insaputa de' frati lo pubblicò; ma ne fu gravemente punito, come ho detto più su........ Pur tuttavia fu rimandato nella sua provincia, e perchè non volle rinsavire, frate Bonaventura Ministro Generale, che era in Francia, lo chiamò presso di sè. E passando per Modena, ove io allora abitava, ed avendo io seco famigliarità, giacchè ero stato seco a Provins e a Sens, quell'anno che il Re di Francia S. Lodovico di buona memoria andò la prima volta oltremare, gli dissi: Disputiamo, se vuoi, intorno alla dottrina dell'Abbate Gioachimo. E rispose: Non disputiamo, ma comunichiamoci le nostre opinioni, e perciò ritiriamoci in luogo appartato. Lo condussi nell'orto, di dietro al dormitorio, ci mettemmo a sedere sotto una vite, e gli dissi: Io ti domando quando e dove nascerà l'Anticristo. E rispose: È già nato ed adulto, e presto eserciterà il suo ministero d'iniquità. E ripigliai: Lo conosci tu? Non l'ho visto di persona, rispose, ma lo conosco bene per quel che se ne scrive. E gli domandai: Dov'è che ne sta scritto? Nella Bibbia, mi rispose. Dimmi dunque in quale punto, perchè la Bibbia la conosco bene. Ma rispose: Non te lo dirò punto, se prima non avremo fra mani la Bibbia. Andai pertanto a prendere la Bibbia, e di ritorno apertala, conobbi che egli riferiva tutto il capitolo 18º di Isaia ad un Re di Spagna, cioè di Castiglia. Il capitolo di Isaia diceva: _Guai al paese che fa ombra coll'ale_ ecc. sino alla fine. E gli domandai: Tu dunque dici che questo Re di Castiglia, ora regnante, è l'Anticristo? E rispose: Senza dubbio, l'Anticristo, quel maledetto, di cui parlarono tutti i dottori, e i Santi che hanno trattato di questa materia. E cuculiandolo soggiunsi: Spero in Dio che t'accorgerai d'essere caduto in errore. E mentre io pronunciava queste parole, ecco comparire molti frati e secolari nel prato di dietro al dormitorio, che mesti parlavano tra loro. E mi disse: Va ad ascoltare ciò che dicono, perchè hanno l'apparenza di chi porta tristi notizie. Andai, e, ritornandone, disse: Dicono che Filippo Arcivescovo di Ravenna è prigioniero di Ezzelino. Allora replicò: Vedi, se cominciano i misteri! Dopo mi domandò s'io conoscessi un Veronese, che soggiornava a Parma, e che possedeva lo spirito di Profezia, e scriveva il futuro. Sì, lo conosco, e lo conosco bene, io dissi, ed ho anche veduto le sue scritture. E allora, vedrei volontieri, mi soggiunse, quegli scritti; ti prego, se puoi, di provvedermeli. E risposi: Li dà di buon grado, e va in sollucchero quando glieli cercano e vogliono averli. Ha fatto molte omelie, ch'io ho lette; e, smesso il mestiere di tesserandolo, di cui campava in Parma, è andato nel monastero dei Cisterciensi di Fontevivo[205], ove tutto il dì, vestito da secolare, scrive in una camera assegnatagli dai frati, predice il futuro, e vive a spese del monastero; e potrai andare a vederlo, poichè è distante sol due miglia al di sotto della strada. Allora osservò che i suoi compagni non vorrebbero deviare, e che quindi mi pregava di provvederglieli, che me ne avrebbe avuto grado. Continuò egli dunque il suo viaggio, e non l'ho mai più visto. Io poi andai a quel monastero, quando n'ebbi tempo, e vi trovai un cotal mio amico, frate Alberto Cremonella, entrato con me nell'Ordine de' frati Minori il giorno stesso, in cui io vi fui ammesso da frate Elia, Ministro Generale, in Parma l'anno 1238; ma, durante il noviziato, ne uscì, restò secolare, imparò fisica, e finalmente entrò nell'Ordine e nel monastero di Fontevivo, ove tutti lo stimarono dottissimo. E, quando mi vide, disse gli pareva di aver veduto un angelo del paradiso, essendochè mi amava vivissimamente. Allora gli dissi che mi farebbe un segnalato favore se mi prestasse tutti gli scritti di quel Veronese. E rispose: Sappiate, frate Salimbene, che io sono tenuto in molta considerazione e posso molto in questo monastero, e i frati, per loro bontà, e per quel tanto che so di fisica, mi vogliono bene assai; se desiderate, posso prestarvi tutti i libri del beato Bernardo. Colui, di cui parlate, è morto, e de' suoi scritti neppure una sillaba rimase al mondo; perchè io di mia mano ho abraso tutti gli scritti suoi; e ve ne dirò il come e il perchè. Vi era in questo monastero un certo frate che sapeva benissimo l'arte del raspare le carte, e disse all'Abbate: Padre...... giacchè è più chiaro della luce del sole ch'io debbo morire, poichè io non sono punto migliore de' padri miei, vi prego, Padre, se vi par buono, di assegnarmi alcuni alunni, che amino di imparare a raspar le carte, perchè, morto io, potranno tornare utili a questo monastero. Ma non trovandosi nessuno che volesse imparare, tranne io, così dopo la morte del mio maestro, e di quel Veronese, abrasi tutti i libri di questo, di modo che non ne rimase lettera. E lo feci, parte per esercitarmi nelle abrasioni, parte anche perchè quelle profezie avevano sollevato troppo grave scandalo. Udito questo, io dissi in mio cuore: Anche il libro di Geremia profeta una volta fu bruciato; ma chi lo fece bruciare non ne andò impunito, come si legge in Geremia 36º; anche la legge di Mosè fu bruciata dai Caldei, ed Esdra la riprodusse illuminato dallo Spirito Santo. Così sorse in Parma un uomo, che nella sua semplicità ebbe l'intelletto chiaro delle cose future, _perché Iddio parla ai semplici di cuore_, Proverbi 3º. Però dopo molti anni, abitando io ad Imola, venne nella mia cella frate Arnolfo mio Guardiano con un certo libretto scritto sul papiro, e mi disse: Un notaio di questa Terra, amico dei frati, mi diede a prestito da leggere questo libro, ch'egli copiò a Roma, quando si trovò colà col Senatore Brancaleone di Bologna, e se lo tiene molto caro, perchè lo compose e lo scrisse frate Girardino di Borgo S. Donnino. Voi leggetelo, che avete studiato sui libri dell'Abbate Gioacchimo, e sappiatemi dire se vi abbia qualche cosa di buono. Lettolo e consideratolo, dissi a frate Arnolfo: questo libro non ha lo stile degli antichi dottori, è frivolo, ed ha cose degne di riso; per cui il libro fu diffamato e riprovato, e vi do il consiglio di gettarlo nel fuoco a bruciare, e a quel vostro amico dite che porti pazienza per amor di Dio e dell'Ordine nostro. Così si fece, e il libro fu bruciato. È vero però che quel frate Girardino, autore dell'opuscolo, dava argomento di credere che avesse in sè qualche cosa di buono. Era famigliare, cortese, liberale, religioso, onesto, costumato, temperante di parole, di cibo, e di bevanda, semplice nel vestire, ossequioso con umiltà e mansuetudine; _Un uomo veramente amichevole in società, più amico ancora che un fratello_, come disse il Savio ne' Proverbi 18º; ma la protervia nella sua opinione eclissava tutte quelle buone qualità..... E per cagione di questo frate Girardino si fece legge che nessuno nuovo scritto si publichi fuori dell'Ordine, se prima non è stato approvato dal Ministro e dai definitori nel Capitolo provinciale; e se alcuno contravvenga, digiuni tre giorni a pane ed acqua, e siagli tolta l'opera sua....................................
a. 1254
L'anno 1254, Guido, fratello di Ghiberto da Gente, fu fatto Podestà di Reggio, e vi morì nell'anno stesso, e fu sepolto nel convento vecchio dei frati Minori, ove ora abitano le Suore Minori dell'Ordine di S. Chiara. Si noti che anche la elezione di Papa Alessandro IV si può ascrivere a questo millesimo, come al precedente, perchè fu eletto tre o quattro giorni prima di Natale, e ne arrivarono le notizie a Ferrara da Napoli il dì di S. Tomaso di Cantorbery.
a. 1255
L'anno 1255, indizione 13ª, fu data la Podesteria della città di Reggio a Ghiberto da Gente, che era anche Podestà di Parma, e mandovvi, come Vicario, un suo nipote, Guido De-Angeli, cittadino Parmigiano; e il Vicario e Ghiberto da Gente in una furono spogliati della Reggenza della città di Reggio dal collegio dei Giudici, i quali, senza il concorso del Consiglio municipale, elessero Podestà Penazzo, figlio del fu Giliolo da Sesso, il 3 di Marzo, lunedì prima della Quaresima. E perciò sorse gran rottura tra Ghiberto da Gente Podestà di Parma e il Comune di Reggio. E lo stesso anno, Bonifacio, figlio del fu Giacomo da Canossa, stando e tenendo occupata la Rocca detta di Canossa contro l'assenso del Podestà di Reggio....... perciò avendo Trisendo, suo figlio, predato sulla strada del Comune di Reggio, il Podestà e il Comune raccolsero un esercito di montanari attorno alla rocca stessa, e l'assediarono, e vi costruirono trabucchi e màngani, a seconda della volontà di quei di fuori, e ne capitanò le armi e l'impresa Alberto di Canossa, e la rocca fu distrutta. Questa era la rocca della fu Contessa Metilde, fondata da Atto suo avolo, a' tempi di Ottone I, Imperatore, e si chiamava _Canusia_.
a. 1256
L'anno 1256, indizione 14ª il sunnominato Giacomo Penazzo da Sesso fu eletto e confermato Podestà di Reggio a voce di popolo e degli Anziani. E lo stesso anno, in Maggio, Guglielmo da Fogliano Vescovo di Reggio vendette ai frati Minori di Reggio, per farne un convento, il palazzo che l'Imperatore aveva donato a Nicolò di lui predecessore, riserbandosi soltanto il diritto di ospitarvi quando si trovasse in quella città. Ed i frati lo comprarono e pagarono coi denari riscossi dalle suore dell'Ordine di Santa Chiara, alle quali avevano venduto il Convento vecchio. (Questo accadde ai tempi di Papa Alessandro IV). Ma siccome i frati Minori comprarono il detto palazzo coll'onere di ospitalità all'Imperatore, in processo di tempo dissero a Rodolfo, che era stato eletto Imperatore di volontà di Papa Gregorio X, che possedevano il palazzo di lui in Reggio e lo abitavano, e che desideravano che la dimora loro fosse da lui consentita. Ed egli rispose che gradiva assai che il suo palazzo avesse tali ospiti, e per amore de' frati Minori rinunziò liberalmente ad ogni diritto ch'egli s'era riservato. E perciò diede loro due lettere segnate col suo sigillo, nelle quali prometteva anche che, se le sue imprese per il possesso dell'Impero volgessero prospere, avrebbe più validamente confermata la sua concessione. Ma siccome il suaccennato convento era angusto, i frati Minori comprarono ancora all'intorno terra e case.
a. 1257
L'anno 1257, indizione 15ª, fu assediato e preso a forza dal Comune di Reggio Castel Adriano, cioè Castellarano[206], e molti furono i morti e molti i prigioni. E que' del Frignano e della diocesi di Reggio che si trovarono nel castello furono tormentati e uccisi.
a. 1258
L'anno 1258, indizione 1ª, Loterengo Andalò, Bolognese, fu Podestà di Reggio; e, l'anno stesso, lo staio di frumento si vendeva cinque soldi e mezzo imperiali, ma clandestinamente e in privato fu venduto anche sei, sette, otto, nove, dieci, sin dodici soldi imperiali.
a. 1259
L'anno 1259, indizione 2ª, i Cremonesi, i Mantovani, i Ferraresi, il Marchese Azzo d'Este, e il Conte di S. Bonifazio, tutti insieme, ad unanimità, giurarono guerra ad Ezzelino da Romano. E l'istess'anno, Ezzelino mosse con grosso esercito contro i Cremonesi sull'Adda, e dai Cremonesi ed alleati vi fu sconfitto, fatto prigioniero, ferito, morto, e sepolto nel Castello di Soncino, che appartiene ai Cremonesi. Ma prima di morire, visse più giorni in quel castello, malato di ferite, di dolore e di crepacuore, e fu sepolto sotto il palazzo del castello. Credo che dopo la creazione del mondo non abbia mai avuto il diavolo persona così somigliante a sè in ogni più raffinata malizia di dar la morte. Era fratello di Alberico; e furono due demonii; ma di loro abbiamo già parlato più sopra. Nel sussegnato millesimo, Costantinopoli, che era stata già da tempo presa ed occupata dai Francesi e dai Veneziani, fu per forza di guerra riconquistata da Paleologo Imperatore Greco. E lo stesso anno, in Toscana d'Italia, ai Fiorentini ed ai Lucchesi[207] toccò un miserando disastro. Fidenti sul numero e sul valore dei loro invasero il contado di Siena; ma i Sanesi calcolando sull'aiuto di Manfredi, allora Re di Sicilia, uscirono loro incontro a guerra. Ed i Fiorentini ed i Lucchesi ebbero tradigione da parte dei loro. Poichè a principio della battaglia, i capi principali dei Fiorentini passarono dalla parte de' nemici, e in una coi Sanesi infuriarono contro i loro concittadini. Si dice anche che di Fiorentini e Lucchesi tra morti e feriti ne restassero sul campo più di seimila. Quell'anno stesso io abitava a Borgo S. Donnino, e composi e scrissi un altro lavoro _Delle tristezze_, alla maniera di Pateclo. Così pure nel detto anno infierì in Italia una immensa morìa d'uomini e di donne, sicchè all'ora dei vespri avevamo sempre in chiesa due morti. E quella maledizione cominciò la settimana di passione, di modo che in tutta la provincia di Bologna i frati Minori, la domenica delle olive, non poterono ufficiare, tali erano i brividi che provavano; e questa peste durò più mesi. Fu allora che morì Rubino di Soragna, zio di Uberto Pallavicini, e fratello di Marchesopolo, ed io lo confessai. In Borgo S. Donnino perirono di quella pestilenza trecento e più; in Milano molte migliaia; a Firenze parimente molte migliaia; sicchè, per non atterrire i malati, non si suonavano più le campane a morto.
a. 1260