Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I

Part 33

Chapter 332,513 wordsPublic domain

L'anno 1251 si radunò in Francia una moltitudine innumerevole di pastori, che dicevano di dover andar oltremare allo sterminio de' Saraceni per vendicare il Re di Francia. E molta gente dalle varie città della Francia si metteva al loro seguito, nè alcuno osava fare loro resistenza; si davano loro vittovaglie e tutto quello che volevano, onde i mandriani abbandonavano i loro armenti per correr loro dietro. E, per affascinarli, colui, che s'era messo alla loro testa, affermava che Dio gli aveva rivelato che il mare si aprirebbe, e che egli condurrebbeli a vendicare il Re di Francia. Ed io, all'udir narrarmi quelle cose, sclamava: _Guai ai pastori che abbandonano il proprio gregge!_ E potranno costoro quello che il Re di Francia col suo esercito non ha potuto fare? Prestò loro fede il volgo de' francesi e terribile insorgeva contro i religiosi, e specialmente contro i Predicatori ed i Minori, perchè essi, avevano predicato la crociata, e apposta la croce al petto di chi seguiva quel Re, che fu poi debellato dai Saraceni. S'arrovellavano dunque i Francesi rimasti a casa contro Cristo, tanto che non mancava loro l'empietà di bestemiarne il nome, che è sopra ogni altro nome benedetto. E quando in quel tempo i frati Minori e i Predicatori cercavano la limosina ai Francesi, questi digrignavano contro loro i denti; e quando vedevano frati, che accattavano, chiamavano qualche altro povero, gli davano danari, e dicevano: Prendi in nome di Macometto, che è più potente di Cristo. E con ciò si adempiva quel detto del Signore, Luca 8º _Un momento credono, e al tempo della tentazione si ritraggono indietro_. Miseranda miseria! Mentre il Re di Francia non si turbava per i passati eventi, quel volgo sommoveva una terribile turbolenza! E quella accozzaglia di pastori, perchè i frati Predicatori in una certa città avevano osato lasciarsi sfuggire dalle labbra qualche parola contro di loro, ne smaltellarono siffattamente il convento, che non ne rimase più pietra sopra pietra...... Ma..... l'anno stesso furon ridotti al nulla, e quella ragunata fu distrutta. Lo stesso anno fu preso il castello di Castellarano[200], nella diocesi di Reggio, sulla Secchia. Parimente lo stesso anno il Marchese Uberto Pallavicino andò a Piacenza e concordò fra loro i Piacentini e i Cremonesi; ed i militi uscirono di Piacenza a malgrado del popolo, e stettero il mese di Maggio per le castella dei Piacentini; e Uberto Iniquità, di Piacenza, fu Podestà del popolo Piacentino. L'anno stesso Papa Innocenzo IV, Genovese, venne a Genova da Lione, città di Francia nella Borgogna, ove aveva tenuta la sua sede parecchi anni. Arrivò là il mese di Maggio, e vi ammogliò un suo nipote, alle cui nozze egli assistette con ottanta Vescovi e i suoi Cardinali; ed a mensa furono servite molte varietà d'imbandigioni, e vini di varie specie di tralci, e de' più squisiti e più allegri; eppure ogni servito costava molte marche. Non si videro mai a' dì nostri nozze più sontuose in nessun luogo, sia per altezza di grado de' commensali, sia per la squisitezza e quantità delle imbandigioni, sicchè se l'avesse viste la Regina Saba, anch'ella ne avrebbe fatte le meraviglie. Dopo, il Papa andò a Milano, dove si soffermò un mese e più. In quel tempo della sua dimora a Milano, i Milanesi corsero sopra Lodi e se ne impossessarono. Ma avuta di ciò notizia il Marchese Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in Cremona, con un grosso esercito di Cremonesi e parte di Piacentini, corse, la riprese e s'impadronì del Castello che l'Imperatore s'aveva fatto ivi costrurre (in ogni città, in cui signoreggiò, l'Imperatore volle avere un palazzo o castello). Stettero dunque quivi per bene un mese. E stando quivi a campo il mese di Luglio e di Agosto l'uno di fronte all'altro co' loro eserciti i Milanesi e i Cremonesi, avvenne che i Cremonesi misero a fuoco alcune contrade di quella città, spianarono parte del muro di cinta e le fosse, poi se ne tornarono senza conflitto al loro paese; e i Milanesi ne rimasero padroni. Poscia Innocenzo andò a Brescia, dipoi a Mantova, poi al monastero di S. Benedetto, che è tra il Po ed il Lirone, ove riposa la Contessa Metilde sepolta in un'arca di marmo. E il Papa coi Cardinali, memori dei benefici della Contessa alla Chiesa e ai romani Pontefici, recitarono sulla tomba di lei il salmo: _De profundis_. Di là passò Innocenzo IV a Ferrara, ove io mi trovava. E mandò avvisando i frati Minori che al suo ingresso in città l'andassero ad incontrare, e gli facessero ala; il che fu lungo tutta la via di S. Paolo. Nunzio di questi ordini fu un frate Minore di Parma, chiamato Buiolo, che era addetto al servizio del Papa, e che dimorava a Corte. Confessore del Papa era poi un'altro frate Minore, di nome Nicola, mio amico, cui poi il Papa creò Vescovo di Assisi; e frate Lorenzo, pure mio amico e compagno, anch'esso dimorava in Corte del Papa, e lo fece Arcivescovo di Antivari; ed, oltre i sunnominati, anche due altri frati Minori erano addetti al servizio del Papa. Il quale si fermò più giorni in Ferrara fra l'ottava del beato Francesco, e predicò dal balcone del palazzo del Vescovo, e gli facevano ala quinci e quindi i Cardinali, e uno di loro, cioè Guglielmo di lui nipote, dopo la predica fece la sua confessione pubblica. E vi era immensa folla di popolo accorsa, quasi adunata al supremo giudizio; e il Papa s'era preso per tema della predica: _Beata la gente che ha Dio per suo Signore; beato il popolo designato da Dio suo erede_. Dopo la predica, il Papa soggiunse: Iddio fu mio custode quand'io partiva d'Italia e quando soggiornai a Lione; ora che in Italia ritorno, sia egli benedetto per tutti i secoli. E aggiunse: Questa città è mia, vi conforto a vivere in pace, poichè l'ex-Imperatore, che perseguitava la Chiesa, è morto. Io poi era così a costa del Papa, che poteva toccarlo quand'io voleva, perchè egli andava lieto d'avere frati Minori attorno. In quel momento frate Gerardino da Parma, che fu maestro di frate Bonagrazia, mi toccò di gomito, e mi disse: Senti che è morto l'Imperatore, che non l'hai mai voluto credere. Lascia dunque in disparte il tuo Gioachimo, _e fatti saggio, o figlio mio, dammene la consolazione, acciochè tu possa ora rispondere qualche cosa a me, che ti rimproverava_. I Cardinali, nei giorni della loro fermata a Ferrara, mandarono più volte regalandoci maiali uccisi e già pelati, stati loro donati; e noi a volta nostra, ne facevamo parte alle nostre sorelle dell'Ordine di S. Chiara. Anche il dispensiere del Papa mandonne a dire: Domani il Papa è di partenza per Bologna; mandatemi i vostri barcaiuoli che vi darò il pane e il vino che ne resta, di cui non abbiamo più bisogno. E così si fece. All'arrivo a Bologna i Bolognesi fecero al Papa una festosissima accoglienza; si fermò poco tra loro, e partissene turbato e quasi improvviso, perchè domandarono che cedesse loro in dono Medicina[201], che è una Terra della Chiesa nella diocesi di Bologna, cui i Bolognesi da lungo tempo avevano violentemente occupata. Ma il Papa non li esaudì, nè gliela donò, anzi rispose: Di forza tenete una Terra della Chiesa, ed ora volete che ve la doni? Andatevene con Dio, ch'io non posso nè voglio darvela. Nulla ostante però, alla sua partenza il Papa trovò molte nobili e belle donne Bolognesi, accorse dalle lor ville alla strada, per cui doveva passare, bramose di vederlo; le benedisse nel nome del Signore, continuò sua via e fece sosta a Perugia. Lo stesso anno arrivò in Lombardia Re Corrado, prima a Verona, poi a Cremona, d'onde ritornò a Verona, e da Verona partì per la Puglia; e fu in Novembre. L'anno stesso fu preso il castello che era nella città di Lodi, e tutti i Lodigiani che vi erano dentro ne ebbero mozza la testa, ed i Pavesi, che pur vi si trovavano, li lasciarono andare liberi senza molestia. Lo stesso anno furono fatti prigioni la maggior parte degli uomini di Tortona dagli Alessandrini e dai Milanesi; e dal Marchese Uberto Pallavicini e dai Cremonesi fu preso in Ottobre il castello di Brescello. Brescello è una Terra posta nella Diocesi di Parma; una volta era città, e fu distrutta sino alle fondamenta dai Longobardi.

a. 1252

L'anno 1252 Ghiberto da Gente, cittadino di Parma, coll'aiuto dei beccai di Parma si fece Signore della città e lo fu molt'anni. Egli fece due buone cose durante la sua signoria: Rappacificò tra loro i Parmigiani, e fece murare alcune porte della città. Ma ne fece anche di cattive, come ne giudicarono i Parmigiani, i quali finalmente si levarono contro di lui, gli rapirono di mano la signoria, atterrarono le sue case nella villa di Campeggine[202] e in Parma, e lo mandarono in esiglio ad Ancona, dove stette sino alla morte. Prima però di essere definitivamente espulso da Parma, quantunque spogliato della signoria e ridotto a vivere come privato cittadino, ebbe la Podesteria di Pisa, e poi quella di Padova; e vi si trovava quando fu trasportato il corpo del beato Antonio alla nuova chiesa, ove era presente anche frate Bonaventura Ministro Generale. Le colpe di Ghiberto da Gente erano queste. Primo, s'avea molta ragione di sospettare della sua fede al partito della Chiesa, che anzi teneva più per la parte del Pallavicino; e siccome aspirava egli alla signoria di Parma, per ciò solo non permetteva che il Pallavicino vi entrasse. Secondo, era troppo ingordamente avaro, tanto che nel tempo della sua Signoria nessuno poteva vendere vittovaglie se non per conto del Comune; e si faceva poi socio con quelli, che erano autorizzati alle vendite, per espillarne da ciascuno parte del lucro....... E spingeva tant'oltre la sua avarizia, che avendogli un milite della Corte domandato che gli desse qualche cosa, gli offerse un _Bolognino_ per comperarsi i fichi. Ed io stesso ho veduta, conosciuta, provata e misurata la sua abbietta grettezza a Campeggine, quando a suo non poco vantaggio, io mi era recato colà con frate Bernardino da _Buzea_........ Terzo, che delle ricchezze de' suoi concittadini si fabbricò alti e magnifici palazzi nella villa di Campeggine ed in Parma, mentre prima non era che un povero soldato; con che provocò l'invidia, e glieli smantellarono..... Quarto, ebbe la follìa di condannare iniquamente alcuni nella persona, come si disse che fece mozzar la testa al Da-Cavaza; altri, nella borsa; e interrogane, che te lo dirà, Giacomo Sanvitali. Così ad alcuni, per denaro, perdonava; contro altri, che non volevano spillarne, infieriva... Il Signore dice Levitico 19º. _Abbiate bilancie giuste, peso giusto, moggio giusto, e staio giusto._ Tutte queste cose egli falsificò. Quinto, gli fu apposto di prendere uno stipendio annuo troppo vistoso per compenso delle cure che aveva pel governo della città, assegno maggiore di quello che Parma usava pagare agli altri Podestà. La qual cosa non c'era delicatezza a farla, essendo egli nel proprio paese, in casa sua, sulle proprie possessioni; e perciò fu espulso dal governo e dalla città. Sesto, fu una soperchieria quella di adunare il popolo di Parma nella piazza del Comune, tenere una concione, e insignorirsi della città per sè e pe' suoi figli in perpetuo...... (L'utile rettore viene da Dio). Non tale fu Ghiberto da Gente, che portato sugli scudi dai beccai, si usurpò la Signoria di Parma. Settimo, fu una iniquità quella di alterare le monete, e impicciolirle riducendole a minor valore effettivo; alterazione, per la quale, dicono i banchieri che i Parmigiani ebbero un danno maggiore di un quarto del valore di tutta la città. E tienti ben fitto in mente che le due cose, di cui suole più vivamente dolersi il popolo, sono la carestia del frumento, e la falsificazione delle monete. Fece dunque un male assai grave Ghiberto da Gente falsificando le monete più direttamente a fine del vantaggio proprio che del Comune. Ottavo, per dare maggior splendore e grandezza alla sua signoria, ebbe la pazza vanità di formarsi una guardia di cinquecento uomini armati, che gli facessero sempre corteggio, quando che a lui piacesse. Io li ho visti quegli uomini in armi, la vigilia dell'Assunta, quando per ambizione, per pompa, per onore e vana gloria si faceva fare corteo mentre andava coi ceri, secondo l'uso de' Parmigiani, alla chiesa matrice. Poi s'era proposto di far Vescovo di Parma un suo fratello germano, Abbate nel monastero di S. Benedetto di Leno[203], nella diocesi di Brescia. Ebbe l'ingordigia di voler aggiungere alla sua Signoria le due vicine città di Reggio e di Modena, e voleva ch'io mi maneggiassi di fargli aver Modena; ma io non mi ci volli immischiare, perchè nella seconda Epistola a Timoteo l'Apostolo, 2º dice..... Ebbe però qualche tempo in sua podestà Reggio, ma i Reggiani ne lo cacciarono presto, e lo spogliarono del potere per le angherie e le perversità che in seguito esporremo. Ricordo che, deposto dai Parmigiani dalla Signoria di Parma, nella sua villa di Campeggine in casa sua, gli dissi: Che fate Ghiberto? Perchè non entrate nell'Ordine de' frati Minori? E rispose: Che vorreste farne di me che ho sessant'anni? Ed io soggiunsi: Dareste ad altri il buon esempio di operar bene, e salvereste l'anima vostra. Al che egli di rimando: Intendo bene che mi date un buon consiglio, ma non posso seguirlo perchè vo mulinando nell'animo mio altre cose..... Che volete? M'affaticai in pregarlo, ma non volle saperne di mettersi sul buon sentiero: _perocchè aveva meditato iniquità dentro di sè._ Di fatto nutriva speranza di vendicarsi dei Parmigiani e dei Reggiani, che l'avevano deposto dalla signoria; e, a meglio riuscirvi, diede per moglie sua figlia Mabilia a Guido da Correggio..... E nota che siccome Ghiberto da Gente diede il bando ed espulse da Parma Bertolino, figlio di Bertolo Tavernieri, così egli fu sbandito ed espulso dai Parmigiani, e abitò nella Marca, e morì in Ancona, dove è sepolto. Ed assegnò per un certo numero d'anni le rendite annue di alcune praterie, che aveva nella diocesi di Parma, ai frati Minori e Predicatori, a risarcimento di rendite incerte loro rapite; e le ebbero; e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. Lo stesso anno 1252, per la mediazione del Vescovo di Reggio Guglielmo Fogliani, e di frate Egidio della Religione della Santa Trinità da Campagnola, oriondo di Verona, si pacificarono tra loro i Roberti, i Fogliani e tutti i fuorusciti ed espulsi di Reggio, e questo avvenne alla metà d'Agosto nella chiesa di S. Lorenzo. E, per il meglio della città di Reggio, furono creati gli Anziani, estraendoli a sorte dal Consiglio generale; e a principio furono dodici. E lo stesso anno ad onore di Dio e del beato Prospero e di S. Grisanto, e per il bene della loro città, i suaccennati Anziani, in giorno di sabato, sedici Agosto, convocati di volontà del Consiglio, secondo l'uso e la consueta formola di convocazione, e radunati nel palazzo del Comune, giurarono pace e concordia col prenominato Guglielmo Vescovo di Reggio, e coi Reggiani fuorusciti da una parte, e dall'altra i Reggiani che erano in città. E quell'anno una gran brinata, ai diciotto di Maggio, giorno di domenica, distrusse in più luoghi il frutto dei vigneti.

a. 1253