Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I
Part 32
Denudata veritate, Succinctaque brevitate Ratione varia,
Dico quod non copulari Debent, immo separari, Quae sunt adversaria ecc.
Messo a nudo, tutto il vero, Dirò breve, ma sincero: Per argomenti e per ragion moltissime Non si denno mai sposare, Anzi s'han da separare Le nature tra lor dissimilissime. ecc.
Vi fu un tempo che l'Arcivescovo di Ravenna stette chiuso spontaneamente nel suo palazzo d'Argenta[188], a cagione della rottura che aveva col marchese d'Este e col Pallavicino, e non permetteva che nessuno andasse alla sua presenza salvo che pochi famigliari ed inservienti. Eravi a compagnia dell'Arcivescovo un certo Pisano, maestro di grammatica, di nome Pellegrino, buono e sant'uomo, e faceva scuola ai ragazzi d'Argenta. Egli era una mia conoscenza ed amicizia, ed amava dal fondo del cuore tutti i frati Minori; e, servendomi a tavola, a pian terreno del palazzo dell'Arcivescovo, presso il Po, perchè io era giunto di recente da Ravenna, gli dissi: Maestro Pellegrino, parlerei volentieri coll'Arcivescovo, se mi si permettesse d'entrare, chè avrei delle novità da raccontargli. E maestro Pellegrino rispose: Ditele a me le nuove che avete, ch'io le riporterò a lui, perchè non vuole che nessuno entri a lui, se non è della famiglia. Allora gli narrai che Papa Urbano IV era morto; e corse subito a riferirlo all'Arcivescovo, che se ne rallegrò assai, perchè sperava di diventar Papa, tanto perchè era Legato, e uomo di gran rinomanza, e che aveva lavorato molto per la Chiesa, quanto perchè il maestro di Negromanzia di Toledo gli aveva presagito che sarebbe diventato grande nella Chiesa. Udita dunque la notizia della morte del Papa, mi mandò un servito di pesci di mare ed una mezza torta; e il famiglio che portava le vivande disse: Il mio Signore vi manda del suo pranzo, e per mezzo mio vi domanda se crediate che il Papa sia veramente morto. Ed erano presenti tre o quattro della famiglia, che erano accorsi per udire. Allora io gli dissi: So di certo che è morto, ed è vacante la sede pontificia. La quale assicurazione riportata al loro Signore, mi mandò un'altra pietanza, poi una terza, facendomi sempre domandare se veramente fosse morto il Papa. E seccandomi di ripetere tante volte la stessa cosa, dissi ai messi dell'Arcivescovo: Volete voi ch'io vi spedisca in poche parole? Accogliendo eglino di buon grado la mia proposta, soggiunsi: In quella barca che vedete là in Po, vi si trova un frate Minore malato, che in quattro giorni arrivò dalla Corte a Ravenna, e fu presente alla sepoltura del Papa, e vi dirà egli tutto quanto desiderate sapere. S'affrettarono adunque alla barca in Po e udirono da lui confermata la notizia; ed io col mio compagno pranzammo in pace. E giunti a Ferrara col frate malato, tutta la città era già piena della morte del Papa; poichè l'Arcivescovo volendo l'onore d'averlo per primo fatto sapere, aveva mandato annunziando a Ferrara quello, che aveva saputo da noi. Dopo questo, fu fatto Legato maestro Martino da Parma, perchè predicasse una crociata, e designasse quelli che dovevano predicarla, e fregiasse della croce chi fosse accorso in aiuto di Terra Santa. Questi fu allevato in casa de' Pozzolesi di Parma. Papa Innocenzo IV lo nominò Vescovo di Mantova; e fu uomo cortese, umile, benigno, liberale e largo. Invitava volentieri, con cortesia, e molta garbatezza persone a pranzo, ed era un insaziabile bevitore. Fece sontuoso trattamento a frate Regaldo in Mantova, e a tutto il seguito che aveva, quando passò di là per andare alla Corte, e lo fece precedere dal suo siniscalco coll'incarico di fargli le spese sino a Bologna. Ma frate Regaldo non lo permise, dicendo che colla metà delle rendite proprie poteva vivere splendidamente con tutta la famiglia ch'era seco, e che aveva di superfluo l'altra metà. Eppure aveva ottanta cavalcature in quel viaggio, oltre ad una proporzionata famiglia di servi; e quando pranzò a Ferrara ebbe commensali quattro frati Minori, che erano andati a fargli visita. E teneva davanti a sè alla mensa due conche d'argento, entro le quali metteva da mangiare pei poveri; e chi serviva a tavola portava sempre due piatti d'ogni specie di vivande, e li poneva davanti a frate Regaldo, dei quali uno teneva per sè e ne mangiava, l'altro lo versava nelle conche dei poveri; e così faceva ad ogni servito e varietà di pietanze. Frate Regaldo era dell'Ordine dei Minori e Arcivescovo di Rouen, ed uno de' più illustri chierici del mondo. Fu maestro con cattedra a Parigi; lettore di teologia nel convento de' frati; valentissimo nelle dispute, e grazioso oratore. Fece un'opera intorno alle sentenze; fu amico del Re di Francia S. Lodovico, il quale s'adoperò per fargli ottenere l'Arcivescovado di Rouen. Amò molto l'Ordine de' Predicatori, come anche quello de' Minori, di cui è sempre stato benefattore. Era brutto d'aspetto, ma graziosissimo de' modi e de' costumi; fu uomo santo, a Dio divoto, e chiuse santamente la sua vita; che per la misericordia di Dio l'anima sua riposi in pace, e così sia. Ebbe un fratello germano nell'Ordine, bell'uomo e chierico dottissimo, che si appellava frate Adamo _le Rigalde_. Li ho veduti in più luoghi tutti e due. Maestro Martino poi nativo di Parma e Vescovo di Mantova e Legato del Papa, per un affare a lui raccomandato, venne a Ravenna, e ricevette ospitalità nel monastero di S. Giovanni Evangelista, opera dell'Imperatrice Galla Placidia; e dimorando io allora a Ravenna, mi recai a fargli visita, perchè era amico di frate Guido di Adamo, mio fratello, che morì nell'Ordine de' frati Minori. E dopo essere stati a lungo a sedere, io ed il Vescovo Legato ci accostammo ad una finestra del palazzo, e mi dimandò da che parte era il convento de' frati Minori. Allora gli mostrai a dito un edifizio con una magnifica chiesa e un campanile fabbricato a guisa di alta torre, e gli dissi: Quello è il nostro convento, e ce lo diede Filippo Arcivescovo di Ravenna, il quale ha molta deferenza per l'Ordine de' frati Minori, ed è con noi liberale. E il Vescovo soggiunse: Sia egli benedetto, chè opera bene e saggiamente. Poi ripigliò: E credete voi, frate Salimbene, che noi Vescovi, oppressi da tante difficoltà, sollecitudini ed affanni pel nostro gregge, e pe' sudditi nostri, possiamo salvarci, se voi religiosi, che siete in continua comunicazione con Dio, non ci aiutate colle vostre cappe e co' vostri cappucci? A che, per confortarlo, risposi: Il savio ecc. Ciò detto, il Vescovo soggiunse: Iddio ve ne ricambii, frate Salimbene, del conforto che mi date...... Dopo questo, fu mandato in Lombardia un altro Legato un certo Cardinale, che era stato Arcivescovo di Ambrun[189], e del quale avendo parlato più sopra, sono d'avviso che ora non s'abbia a riparlarne. Solo dirò che essendo buon cantore, e buon chierico, e piacendogli l'inno del beato Francesco _O Patriarca pauperum_, ne volle imitare il ritmo componendone uno ad onore della Vergine gloriosa, che è:
O consolatrix pauperum, Maria, tuis precibus Auge tuorum numerum In caritate Christi;
Quos tu de mortis manibus Per filium humillimum, Mater, eripuisti.
Àncora fida di chi piange e spera Con un sorriso, tu Vergine pia, Moltiplica de' tuoi la santa schiera, Dolce Maria.
De' tuoi, che hai tolti al doloroso ostello Pe' merti di Colui, dolce Maria, Cui ti piacque plasmar d'amor suggello, Vergine pia.
Compose anche una Somma che si denomina Copiosa. Poscia fu mandato dal Papa, come Legato, un certo Cappellano, che coscrisse soldati da ogni città in aiuto di Re Carlo contro Manfredi figlio di Federico. E pronti mandarono i Lombardi e i Romagnoli buona quantità di armati, che nella battaglia combattuta da Carlo e dall'esercito Francese riportarono vittoria contro Manfredi. Essendo quel Legato venuto a Faenza per la levata di soldati, convocò i frati Minori e i Predicatori in una sala, ove era il Vescovo di Faenza co' suoi canonici; ed io pure fui presente, e in poche parole ci sbrigò, alla francese, che taglian corto a parole; non alla Cremonese, che non la rifinano mai più. Disse vituperi di Manfredi, e in nostra presenza lo diffamò in molte maniere. Poi soggiunse che l'esercito Francese veniva marciando a grandi giornate; e disse vero, come vidi io co' miei occhi nella vicina festa del Natale di Cristo. Finalmente assicurò che lo scopo, per cui si movevano, si conseguirebbe presto con una pronta vittoria. E così fu; sebbene però alcuni di quelli che l'ascoltavano non gli prestassero fede e prendessero a canzonarlo dicendo: Ver, ver, cum bon baton; cioè i Francesi con buoni bastoni riporteranno vittoria. Dopo costui venne un altro Cappellano per Legato in Lombardia, che seppe con molta destrezza ricondurre in Cremona i Cremonesi di parte della Chiesa fuorusciti, che, da lungo tempo espulsi, erravano esuli e vagabondi. Con molta sagacia trovò anche modo di scacciarne Bosio di Dovara[190] e il Pallavicino, e tolse loro la Signoria di Cremona, che tenevano da lungo tempo, facendo immensa strage d'uomini e di cose. Ma i Cremonesi fuorusciti, rientrati nella loro città, diedero agli avversarii pan per focaccia, atterrando le loro torri, smantellandone case e palazzi, occupandone terre e possessioni a uso longobardico. In seguito fu mandato il Cardinale Latino, un giovinetto mingherlino, dell'Ordine de' Predicatori, eletto da Papa Nicolò III Cardinale, e poi Legato, in grazia della parentela che aveva con lui. Questo Legato colle sue ordinanze diede vivamente sui nervi alle donne, comandando che non indossassero più vesti a lunga coda, come usavano prima. Ordinò anche che le donne dovessero andare col capo velato, e irritò poi specialmente le Bolognesi l'ordinanza di smettere un certo fregio che a pompa e vanagloria portavano alla spalla sul manto, e che in loro volgare chiamavano _regolio_. Dopo i sunnominati, fu Legato in Lombardia e Romagna Bernardo nativo della Provenza, Cardinale della Chiesa romana. Questi, mandato da Papa Martino IV, inviò frate Fatebene, Guardiano de' Minori di Forlì, a Mantova con molte sue lettere per Pinamonte, colle quali lo pregava di rappacificare i suoi vicini e i suoi concittadini, affinchè potessero vivere tranquilli e quieti. E Pinamonte fece ai messi cortese accoglienza come frati Minori e come rappresentanti di un potente Signore, quantunque avess'egli già da tempo fatta legge per la quale dovesse aver mozzo il capo chiunque portasse lettere a Mantova. E in occasione dell'arrivo di questi messi mandò, dono ai frati Minori, un carro di buon vino, ed una mezza mezzina di lardo; ed uno de' suoi figli regalò ai frati stessi una larghissima e buonissima torta e molte altre cose. Furono finalmente di ritorno al Cardinale, riportando lettere di Pinamonte. Che cosa dicessero, Dio lo sa. Ciò avvenne l'anno 1283, verso il dì d'Ognisanti. Pinamonte era un Mantovano, che si aveva usurpato la Signoria della sua città nativa, espellendone que' cittadini che reputava ostili, impadronendosi de' loro beni, smantellandone le torri e le case. Era temuto come il diavolo, vecchio co' capelli tutti bianchi e padre di una turba di figli; tra quali uno, frate Minore, di nome Filippo, buono ed onest'uomo, e lettore di teologia. Questi fu un tempo inquisitore degli eretici, molti ne imprigionò e molti ne estirpò e cacciò in fuga dalla Terra che si chiamava Sermione[191]. Quel Pinamonte era solito menar vanto di non aver mai avuto nella sua signoria alcun infortunio, e che ogni cosa gli era sempre andata a seconda. Questa vanteria era però una stoltezza, perchè il Savio dice ecc. Poi sta scritto in una Novella poetica:
Si bene successit, non prima sed ultima spectes. A casu describe diem, non solis ab ortu.
Se tristo fu l'evento, oppur felice Non il principio, ma la fin lo dice. Non quando s'alza il sol, quando s'abbassa Giudicare convien del dì che passa.
Parleremo poi ancora di questo Legato, quando arriveremo a Papa Martino IV, che lo inviò Legato in Romagna a fine di riconquistarla, e per la guerra vi si spese 1,400,000 fiorini d'oro; e pel solo assedio di Meldola[192], durato cinque mesi, Papa Martino IV sciupò 300,000 lire imperiali. Questa somma era il frutto di un balzello del decimo della rendita imposto a tutte le chiese da Papa Gregorio X, da erogarsi in soccorso di Terra Santa, e che, stornato, si usò per questa impresa. I sunnominati furono i dodici più cospicui Principi e Legati della Chiesa, mandati in Lombardia ed in Romagna, non solo per la salute delle anime, ma anche contro l'astuzia del Dragone, cioè di Federico, che co' suoi Principi e aderenti tentava con ogni sforzo di incatenare la libertà della Chiesa, e disrompere l'unità de' fedeli. Perciò pensai utile nominare anche alcuni de' Principi di Federico per dare notizia delle cose passate. Perocchè come dice Daniele 5º _L'Iddio altissimo aveva dato Regno, e grandezza, e gloria, e magnificenza_ (a Federico); _e per la magnificenza che gli aveva data, tutti i popoli, nazioni e lingue tremavano e temevano nella sua presenza_ ecc. Federico ex-Imperatore uccise completamente e disperse i nobili del regno di Sicilia, Apuglia, Calabria e Terra di Lavoro, ed altri ne surrogò. Questi sono i Principi che ebbe Federico: Il conte Gualterio di Manopello[193]; Conte Tomaso di Acerra[194]; Conte Rizzardo di Caserta; Marchese Umborgo Bertoldo; Marchese Lancia, Lombardo di Piemonte (la cui sorella, o nipote fu madre del Principe Manfredi, che occupò il regno dopo la morte del padre, e del fratello Corrado, e che fu debellato, ucciso, e privato del regno da Carlo); Rizzardo di Montenegro[195]; Marino di Eboli[196]; Rizzardo di Filangieri; Tebaldo Francese; Pietro di Calabria Maliscalco; Pandolfo di Fasanella[197]; Pietro delle Vigne (questi fu segretario imperiale, assai potente nella Corte dell'Imperatore, che lo nominò suo tesoriere); Taddeo di Sessa[198] giudice; Aldobrandino Cazaconte. N'ebbe anche molti altri per le città d'Italia, a difesa dell'Impero, ed a martello degli ecclesiastici; ma l'istoria loro disdegno di raccontarla..... E nota che quando l'Imperatore elevava a potenza qualcuno, se si accorgeva che avesse abbondanza di ricchezze e d'onori, usava dire: Non ho mai ingrassato un porco, da cui io non ne abbia tratta la sugna, e voleva significare che lo spogliava poi degli onori impartiti, e delle ricchezze accumulate. Ed era alla lettera così. Tanta era la sua avarizia, che trovava sempre appigli per accusare or l'uno or l'altro de' Principi di tradimento dell'Impero. Con tali imputazioni calunniava la persona, e tolto di mezzo il Principe, ne occupava i beni. Ma non impunemente. Per lui fu letteralmente scritto: _Con lui finirà l'Impero, perchè, sebbene siano per esservi successori, saranno privi dei titoli e della dignità d'Imperatori romani_. Questo vaticinio pare che si avverasse. Or seguendo l'Abbate Gioachimo parliamo di quel diavolo di Dragone, di cui parla nell'Apocalisse 12º....... L'abbate Gioachimo nel libro _Delle Figure_ pone le seguenti parole sopra i capi del Dragone suaccennato: «Prima persecuzione..... Quarta, dei Saraceni; il tempo delle vergini; Macometto; il quarto sigillo. Quinta, dei figli di Babilonia, secondo lo spirito, non alla lettera; _Muthselmutus_[199]; quinto sigillo. La sesta è la presente; Saladino; sesto sigillo; sono dieci Re, e un altro sorgerà dopo loro, che sarà più potente dei primi. Segue la settima; tempo di calamità e di miseria; questo è il settimo Re, che propriamente si chiama Anticristo, quantunque ne sia per venire un altro dopo lui di non minore malignità, designato dalla coda...... Della Esposizione di Aimone sopra Isaia alla fine del ventesimo capitolo......... È chiaro che la Repubblica deve sottostare al Pontefice romano. Parimente maestro Filippo cancelliere di Parigi descrive ad evidenza la vita del Prelato e dei sudditi sotto l'immagine delle membra del corpo umano..... Ora passiamo a Corrado, figlio di Federico ex-imperatore.
L'anno 1250 Re Corrado figlio di Federico, la cui madre era figlia del Re Giovanni, morto il padre, arrivò per mare in Puglia a prendere possesso del Regno di Sicilia; e, presa Napoli, ne distrusse sino alle fondamenta le mura. Ma l'anno successivo del suo regno cominciatosi a malare, un serviziale, che si credeva dato dai medici come curativo, per veleno commistovi, lo trasse al sepolcro. E trasportandosene la salma a Palermo per darle sepoltura, perchè quivi sono le tombe dei Re, arrivato a Messina, i Messinesi per odio e vendetta contro il padre di lui, che una volta aveva oppressi ed uccisi i più cospicui e migliori loro concittadini, ne gettarono le ossa in mare. Anche Corrado stesso aveva fatto loro grave offesa, e finalmente in questo modo ne presero vendetta. Nello stesso anno, in Danimarca, Enrico, inclito Re dei Danesi, fu affogato in mare da suo fratello Abele per rapirgli il Regno, che poi ne ricavò poco onore e vantaggio, poichè l'anno seguente lo uccisero i Frisoni, cui aveva tentato di soggiogare.
a. 1251