Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I
Part 29
e vuol dire che secca l'avere un'amica, a cui l'amico suo non può parlare, quale sei tu chiusa in un monastero. Ed ella rispose: «Se non può passare tra noi mutuo colloquio, almeno amiamoci col cuore, e preghiamo l'uno per l'altro a fine di salvarci»; Giacobbe nell'ultimo libro. E mi parve che a poco a poco volesse tirarmi a sè, e adescarmi ad amarla; perciò le dissi: Il beato Arsenio.... Ottaviano fu uomo sagacissimo. Di fatto facendosi un giorno una solenne processione, un giocoliere nel momento ch'egli passava, disse a voce sì alta che il Cardinale udiva: Largo, largo, toglietevi di quà, e lasciate passare quell'uomo, che fu traditore della Corte Romana, e molte volte ingannò la Chiesa. Udite il Cardinale queste cose, ordinò sottovoce ad uno de' suoi di chiudere la bocca al giocoliere con monete, ben sapendo che tutto cede alla potenza dell'oro. E così si liberò da quella vessazione. Anzi il giocoliere, intascati i danari, si portò subito su di un'altra strada, per la quale dovea passare il Cardinale, e ne fece mille elogi, dicendo che nessun Cardinale meglio di lui aveva la Corte Romana, e che era veramente degno del papato. Parimente ho udito dire che, se Papa Innocenzo IV avesse vissuto un po' più, avrebbe deposto Ottaviano dal cardinalato, perchè era troppo partigiano dell'Impero, e non trattava con fedeltà gli interessi della Chiesa. Ma egli che sapeva di non essere nelle grazie del Papa, e che molti cortigiani ed altre persone lo avevano divulgato, si studiava di far mostra di godere la confidenza papale. Perciò quando i Cardinali uscivano dal quotidiano concistoro che il Papa soleva tenere, e andavano affrettandosi ai loro alberghi, Ottaviano, o in anticamera, o sul passeggio, che era subito fuori della porta del palazzo del Papa, si fermava a parlare con qualche chierico sino a tanto che vedeva che i Cardinali se n'erano andati tutti, sicchè paresse che, di quelli che erano nella sala del palazzo al cospetto del Papa, egli fosse stato l'ultimo, a uscire, e con ciò voleva far credere che il Papa l'avesse trattenuto a confidenziale colloquio per trattare seco di affari importantissimi, e così tutti lo stimassero il Cardinale più influente in Corte, e il più potente presso il Papa, e quindi con lui largheggiassero in regali, come a uomo, che avrebbe potuto giovarli assai negli affari che avevano col Papa...... In quel tempo che Ottaviano fu Legato in Lombardia, fu Legato in Lombardia stessa anche Gregorio Montelungo. Egli era una volta uno dei sette notai della Corte Romana, e fu un antico Legato di Lombardia. Di fatto quando Ferrara fu tolta dalle mani e dalla signoria del Salinguerra, vi era presente; e quando l'Imperatore assediava Parma, era ivi Legato, e alzava la sua tenda sempre di fronte alla tenda dell'Imperatore. Egli era uomo coraggiosissimo, dotto nelle armi e aveva composto un libro intitolato: _Della sagacia nell'arte della guerra_. Sapeva condurre e ordinare le milizie alla battaglia; sapeva simulare e dissimulare; conosceva quando s'aveva a star cheti, e quando si dovea irrompere contro il nemico. L'Apostolo nell'epistola agli Ebrei 5º dice: _Ma il cibo sodo è per li compiuti_ ecc; de' quali uno era Gregorio da Montelungo, che aveva tanta pratica di battaglie, che sapeva discernere e quando una battaglia la s'avea da ingaggiare, e quand'era il momento di finirla..... E così faceva Gregorio da Montelungo, perchè era dotto nell'arte della guerra, e sperava ed aspettava la vittoria da Dio; e la ebbe segnalata quando s'impossessò di Vittoria.......... Anche Vegezio, ne' libri dell'arte militare a Teodosio Imperatore, insegna mille accorgimenti atti a ben condurre una battaglia, libri ch'io ho veduti e letti, e sono molto utili a chi deve sostenere una guerra contro i suoi nemici. Similmente il Legato Gregorio di Montelungo, quando si trovava in Parma assediata da Federico, udendo che i Parmigiani mormoravano, perchè non arrivavano soccorsi contro le astuzie del dragone, cioè di Federico, egli ne teneva alti gli animi con suoi scaltrimenti. Perciò invitava talora seco a pranzo alcuni militari dei maggiorenti della città, tra' quali io fui talora commensale alla sua tavola nel palazzo del Vescovo di Parma, e mentre si pranzava, ecco arrivare un messo alla porta, che ad alta voce chiamava e voleva entrare. Allora uno de' famigli del Legato, a udita di tutti, annunziava al Legato l'arrivo di un nuovo messo. Egli comandava che subito senza indugio si facesse venire alla sua presenza; e si presentava un uomo succinto, come in abito da viaggio di persona che arrivasse da lontano paese, colle scarpe polverose, e alla cintura la valigia delle lettere; e, prese le lettere, il Legato comandava che conducessero il messo in disparte a rifocillarsi e riposare, e che gli imbandissero un buon pasto. Ma il Legato faceva così per darsi l'aria d'aver compassione della stanchezza del messo, mentre lo scopo diretto era di impedire che i commensali cercassero al messo notizie, che poi esso non avrebbe saputo dare, oppure, per dire qualche cosa, sarebbe caduto in qualche scempiaggine. Nè qui era finita. Il Legato leggeva le lettere ai commensali, nelle quali si preavvisava dell'arrivo di soccorsi. Queste cose que' militari le divulgavano per la città, e il popolo ne faceva le feste, e senza rincrescimento aspettava. Ma due frati Minori di Milano, cioè frate Giacomo e frate Gregorio, che stavano permanentemente in casa del Legato, mi assicurarono che le accennate lettere erano state scritte la sera antecedente nella camera del Legato. Ma egli, a cautela e con accorgimento, faceva spesso queste cose per tener vivo lo spirito nel popolo; e tanto in varii modi tenne alti gli animi de' suoi guerrieri contro la città di Vittoria edificata da Federico, che la fu presa, e si completamente rasa al suolo, da non trovarsene più una pietra. È poi da sapere che l'Imperatore tentò più volte la costanza di Gregorio con insistenti preghiere, per tirarlo dalla sua, e far seco amicizia, e gli prometteva di crearlo primo ministro della Corte, sicchè sarebbe stato secondo dopo lui primo; ma invano Federico s'ingegnava cogli inganni e colle tentazioni di vincere Gregorio, perchè più facilmente e più presto si sarebbe fatto deviare dal suo corso il sole (la qual cosa è creduta impossibile), che corrompere Fabrizio. Così nessuno mai potè distogliere Gregorio dalla fede data. Questo Legato soleva abitare o a Milano, o a Parma, o a Ferrara. Ed una volta, ora è già passato molto tempo, che era a Ferrara, aveva un certo corvo, cui al bisogno dava in pegno per grosse somme di danaro, e che poi dopo riscattava, restituendo il danaro ricevuto. Quello era un corvo, che parlava come un uomo, e si prendeva gabbo di tutti. Di notte sorgeva e chiamava alle loro stanze gli ospiti forestieri, gridando: Chi vuol venire a Bologna? Chi vuol venire a Doiolo? Chi vuol venire a Peola? Venga, venga, venga, presto, presto: sorgete, alzatevi, correte; andiamo, andiamo; alla barca, alla barca: _voga, voga, arranca, arranca:_ al largo: Timoniere, prendi la rotta, la rotta. S'alzavano dunque i forestieri novelli, che non sapevano delle canzonature e delle gabbature di questo corvo, e colle loro robe e co' bagagli quasi tutta la notte aspettavano in riva al Po la barca, che li trasportasse ove volevano andare; e non trovando ivi nessuno restavano tra lo sdegno e la meraviglia di non sapere da chi fossero stati in tal modo giocati. Così pure questo corvo era tanto molesto ad un cieco, che quando andava a piedi e a gambe nude mendicando lungo la riva del Po, gli beccava le calcagna e le gambe, e poi fuggiva, e, beffandosi del cieco, gli diceva: Or pigliati questa, or abbiti quest'altra. Ma un dì il povero cieco lo colse col bastone sull'ala, e disse: Or tocca a te; or tocca a te. E il corvo rispose: Or tocca a me; or tocca a me. E il cieco: Tienla; prendi la tua e vanne; i simulatori e gli astuti provocano l'ira di Dio; ti ho colpito una volta; non sarà necessaria la seconda; va dal medico a vedere se ti può guarire, giacchè la tua frattura è immedicabile, la piaga è maligna. Ma il Legato diede in pegno il corvo per danaro, nè volle più riscattarlo, perchè era ferito. Altrettanto fanno molti, che licenziano i loro servi quando cominciano a malare. Come fece quello del 1º dei Re 30º ecc. Operò bene il Centurione, che disse al Signore Mattia 8º ecc. Così il Legato Gregorio fu un personaggio pari a quello che descrive l'Ecclesiastico 34º dicendo: _Uomo in molte cose esperto._ Trattò con fedeltà e con accorgimenti gli interessi della Chiesa, e meritossi il Patriarcato di Aquileia, e lo tenne molti anni sino alla morte. Ebbe in un certo luogo un colloquio famigliare con Ezzelino da Romano, e molti fecero le meraviglie che tali due uomini potessero avere tra loro un colloquio, stantechè Ezzelino era in fama d'essere un membro del diavolo, e figlio di Belial, a cui nessuno potesse parlare; e il Legato si reputava un alto cedro del Libano. Tuttavia è da sapere che Gregorio di Montelungo patì di podagra, e non fu casto; ed io ho conosciuto alcuna delle sue amanti. Intorno al raccomandare la castità a molti chierici secolari..... Così è da sapere di Ezzelino da Romano che Papa Alessandro IV trattava con lui e lo preparava a diventare d'un membro del Diavolo un figlio di Dio, e un amico della Chiesa. Ma due ostacoli si frapposero: 1.º che l'ecclesiastico dice, 7º: _Considera le opere di Dio_ ecc; 2.º che Ezzelino, l'anno 1259, fu fatto prigioniero di guerra, e l'anno stesso morì e fu sepolto nel castello di Soncino[177], nella diocesi di Cremona. L'anno successivo poi, 1260, appena cominciata la devozione dei flagellanti, morì Papa Alessandro IV; e fu ordinato di celebrarne l'anniversario nella vigilia della traslazione del beato Francesco, cioè ai 24 di Maggio. Dopo Gregorio da Montelungo fu eletto Legato della Sede Apostolica Filippo, per grazia apostolica e divina, Arcivescovo di Ravenna; il quale parla ne' seguenti termini della circoscrizione della sua Legazione in una sua Notificazione: «E perchè non si sollevi alcun dubbio sulla circoscrizione della nostra Legazione, sappiano tutti che a noi è pienamente affidato l'ufficio di Legazione nei patriarcati di Aquileia e di Grado; nelle città, diocesi e provincie di Ragusa, Milano, Genova, e Ravenna; ed in generale in Lombardia, in Romagna e nella Marca di Treviso». Questo Legato era oriondo di Toscana, nel distretto della città di Pistoia; e, povero qual era, andò scolare a Toledo, volendo imparare l'arte della negromanzia. Assiso un giorno sotto un porticato di quella città, un soldato gli domandò che cercasse; ed avendogli esposto che era Lombardo, e il motivo che lo aveva condotto là, lo presentò ad un maestro togato di quell'arte, vecchio, bruttissimo, e glielo raccomandò, pregandolo che per amor suo lo istruisse diligentemente nell'arte che professava. Quel vecchio lo fece entrare in camera sua, gli porse un libro e gli disse: Quand'io mi sarò ritirato, tu potrai quì studiare. E partendosene chiuse bene la porta e la camera. Ma quando questo giovane cominciò a leggere, gli apparvero demoni sotto varie forme, di sorci, di gatti, di cani, di porci, e n'era piena la camera, e per la camera quà e là saltellavano e scorrazzavano. In mezzo a quella scena egli non osò aprir bocca, quando d'improvviso si trovò fuori della camera seduto in istrada. E, sopravvenuto il maestro, gli disse: Che fai quì o figlio mio? Allora egli raccontò al maestro quanto era accaduto, ed il maestro lo ricondusse dentro ancora, e, come prima, partissene chiudendo diligentemente la porta. Ma, riprendendo il giovanetto la sua lettura, eccogli comparire molti garzoncelli e donzellette ballonzolanti per la camera. E di nuovo non osando dir verbo, si trovò fuori seduto sulla via. Ciò vedendo il maestro, gli disse: Voi Lombardi non siete fatti per quest'arte; lasciatela a noi Spagnuoli, che siamo uomini fieri e simili ai demonii. Tu poi, o figlio, vattene a Parigi, e studia la divina Scrittura, che puoi diventar grande anche nella Chiesa di Dio. Andò dunque a Parigi, e studiò, e imparò assai; e, ritornato in Lombardia, dimorò a Ferrara in casa del Vescovo Garsendino, che era uno dei figli di Manfredo di Modena, e fratello dell'Abbate di Pomposa[178]. Diventò poi camerlengo del Vescovo, che, morto, ebbe un successore, e morto anche il successore, costui fu eletto Vescovo di Ferrara, e restò molt'anni l'eletto di Ferrara, finchè fu poi creato Vescovo di Ravenna. E quando Papa Innocenzo IV da Lione venne a Ferrara, costui ivi...... Fatto dunque Legato l'Arcivescovo di Ravenna Filippo, si recò a Ferrara nel tempo, in cui i Re sogliono cominciare le guerre. (Il tempo, in cui i Re sogliono cominciare le guerre è il mese di Maggio, perchè la stagione è serena, ridente, temperata, nella quale l'usignolo canta quasi sempre, e si trova erba in abbondanza pe' buoi e pe' cavalli). Venuto a Ferrara convocò tutti gli abitanti della città e i Padovani fuorusciti, che ivi erano ospiti, e arringò dalla porta principale della chiesa madre, dedicata a S. Giorgio, (quella della diocesi poi era dedicata a S. Romano) e vi si trovarono tutti i religiosi e i popolani, ragazzi e adulti, i quali speravano di udir parlare della grandezza delle opere di Dio. Anch'io vi era, e mi trovava a fianco dell'Arcivescovo, e con me, e seduto accanto a me, vi era Bongiorno Giudeo, che era mio famigliare, e desiderava anch'egli di udire. Ritto adunque il Legato sulla porta della casa del Signore, cominciò a parlare a voce alta; e l'arringa fu breve, perchè poche parole, e molte opere, debbono farsi, quando sono da tradurre in atto le imprese di cui si parla. Notificò adunque al popolo che egli era stato fatto Legato dal papa per andare contro Ezzelino da Romano, e che perciò voleva fare una crociata per riconquistare Padova, e ricondurre nella loro città i Padovani espulsi; e che chiunque si facesse inscrivere soldato nell'esercito, che voleva levare per quella impresa, acquisterebbe l'indulgenza, il perdono e l'assoluzione di tutti i proprii peccati. E nessuno osi dire: È impossibile che noi possiamo sconfiggere quell'uomo diabolico, temuto dai diavoli stessi; perchè ciò non sarà impossibile a Dio, che combatterà per noi. E aggiunse: Io dico a Voi, ad onore e gloria di Dio onnipotente, e dei beati Pietro e Paolo di lui Apostoli, nonchè del beato Antonio, che si venera in Padova, che se anche io non avessi con me che orfani, pupilli e vedove, e le persone bersagliate da Ezzelino, non mi verrebbe meno la speranza di riportare vittoria sopra quel membro del diavolo e figlio dell'iniquità; poichè già le grida della sua iniquità sono salite al cielo, e dal cielo si roterà la spada contro di lui. Queste parole del Legato fecero esultare di allegrezza gli ascoltatori; e, raccolto un esercito, a tempo opportuno marciò all'espugnazione di Padova, fortemente munita da Ezzelino di mille cinquecento armati, uomini robusti ed espertissimi della guerra. Ma Ezzelino era altrove, e temeva tanto di perdere Padova, quanto Iddio teme che cada il cielo, specialmente perchè era cinta da triplice muraglia, ed aveva fosse ed acque all'esterno ed all'interno, ed, oltre i soldati, una moltitudine di popolo; e, per giunta, Ezzelino, anzi che potenti ad espugnare e prendere quella città, giudicava i suoi nemici, imbelli, senza valore e senza perizia dell'arte della guerra. Ma in questo esercito vi era un frate laico dell'Ordine dei Minori, nativo di Padova, di nome Clarello, da me veduto e conosciuto a fondo, che aveva cuor di leone, e ardeva di desiderio che i Padovani, profughi già da tanto tempo, fossero rimessi nella loro città. Questi, riconosciuto che il momento era favorevole, e sapendo che: «_Dio si vale dei più deboli per umiliare i forti_» si fece portabandiera dell'esercito, per provare se mai per caso volesse Iddio per mano di lui salvare tanta gente. Si mise dunque alla testa dell'esercito, e, trovato un campagnuolo che aveva tre cavalle, gliene tolse a forza una, e montatala, impugnò una pertica che gli servisse come di lancia: e cominciò a scorrazzare di quà e di là, e gridare altamente: Su via, coraggio, soldati di Cristo; su via, coraggio, soldati del beato Pietro; su via, coraggio, soldati del beato Antonio; scuotetevi di dosso il timore, e confortatevi in Dio. Non ci volle di più. Alle parole di lui si inanimò e infiammò tanto la milizia che si deliberò di seguirlo ovunque andasse. E ripigliava frate Clarello: Andiamo, andiamo; Addosso, addosso; la salvezza è nelle mani di Dio; sorga Iddio.......... Andò dunque l'esercito seguendo Clarello che precedeva e col vessillo in mano e coll'accesa parola infocava gli animi alla guerra, e campeggiò all'assedio della città. A quelli poi che eran dentro svegliò Iddio la paura in cuore, e non osarono resistere. In quell'esercito eravi anche un altro frate Minore, uomo santo e devoto a Dio, che da secolare era stato ingegnere meccanico di Ezzelino coll'incarico di costruire macchine, trabucchi, gatti e arieti per diroccare le città e le castella. Il Legato, stantechè costui non voleva uscire dall'Ordine, gli comandò, in virtù di santa obbedienza, di svestire l'abito del beato Francesco, e indossare un vestiario bianco, e fabbricare un gatto così potente da poter aprire subito le muraglie della città. Il frate obbedì umilmente, e prestissimo inventò un gatto, che nella parte anteriore gettava fuoco, e dentro vi stavano rimpiattati uomini in armi; e così la città fu presa incontanente. Entrati in città, i partigiani della Chiesa non vollero fare offesa ad alcuno, nè uccidere, nè imprigionare, nè spogliare, nè rapinare, ma perdonarono a tutti, e li lasciarono tutti liberamente uscire. E si tenevano ben felici di potersene partire schivando offese e catture. Pertanto tutta la città si levò in allegria ed esultanza. Erano uomini pestiferi quelli che se la svignarono da Padova; erano distruttori e dissipatori quelli che da Padova fuggirono; e furono riparatori quelli che vi rientrarono...... E siccome la vittoria l'ebbero riportata e la città fu presa l'ottava di S. Antonio, perciò i Padovani festeggiano più solennemente l'ottava che la festa di S. Antonio. Quindi s'attaglia ottimamente a questo fatto ciò, che si legge sulla fine del libro di Ester: _Perocchè questo giorno_ ecc. sino all'ultimo versetto, che parla di cose consimili. Ma così non cantano i Bolognesi di parte della Chiesa, che non vogliono sentirlo nominare questo Santo in Bologna, perchè l'anno 1275 furono, appunto il dì di S. Antonio, dai Bolognesi fuorusciti, cioè dai Lambertazzi, e dai Faentini, e dai Forlivesi, al ponte di S. Procolo, sconfitti in battaglia, morti, fugati, fatti prigionieri e incatenati nelle carceri. E l'anno avanti, cioè nel 1274, gli stessi Lambertazzi furono espulsi di Bologna dal partito della Chiesa il 1º di Giugno, dopo aver avuto tra loro guerra civile......... Ed il Legato, che anche prima era uomo di gran rinomanza e riputazione, dopo la presa della città di Padova, riacquistò fama che risuonò altissima ed amplissima. Egli molto tempo prima era stato Legato in Alemagna, allorchè, dopo la deposizione di Federico, fu eletto Imperatore il Langravio. (Al tempo di quella sua Legazione vi erano in Alemagna tre provincie, nelle quali dimoravano alcuni famigerati religiosi, che dato un calcio alle discipline del loro Ordine, non volevano obbedire ai Ministri. E, andando eglino a consultare il Legato, li faceva sostenere e consegnare nelle mani de' Ministri, perchè li giudicassero, e su loro pesasse quella sentenza, che era conforme agli Statuti dell'Ordine). Or avvenne che il Langravio morì; ed egli, che era in altra città, udito della morte del Langravio, e temendo di Corrado figlio di Federico, che faceva tener molto vigili gli occhi sull'Alemagna, comandò ad uno de' suoi domestici che per parecchi giorni non aprisse la camera di lui a nessuno, macchinando egli di fuggire per non restare prigioniero; e con mentito vestiario e un solo compagno occultamente andò al convento de' frati Minori, e chiamato il Guardiano in disparte, gli disse: Mi conosci tu? A cui egli rispose: No. E il Legato ripigliò: Conosco ben io te; e ti comando in virtù d'obbedienza di tenere in te e non rivelare a nessuno le cose che ti dirò, sino a che non ne avrai licenza da me; e di non parlare a nessuno se non in mia presenza, e non in tua lingua tedesca, ma sempre in latino. Or ti dico che il Langravio è morto, ed io sono il Legato: darai dunque a me e al mio compagno un abito del tuo Ordine, e senza indugio ci trafugherai e condurrai in luogo sicuro, chè io fuggo per non cader prigioniero di Corrado. Questo bastò perchè ogni cosa fosse subito e di buon grado eseguita. Ma volendolo condurre fuori di città, trovò una porta chiusa; trovò chiusa la seconda e la terza. Ma alla terza videro che un cane grosso usciva fuori per un vano che era sotto tra l'imposta e la soglia, e parve loro di poter per quello uscire anch'essi. Ma provandovisi, il Legato per la sua grossezza non poteva sbucare. Allora il Guardiano puntò con un piede su le natiche del Legato e spingendo lo fece passare. Usciti per quel pertugio tutti e quattro, presero la via, ed in giornata arrivarono ad una città, ove era un convento di sessanta frati Minori; dai quali, interrogato il Guardiano che cercava ospitalità chi fossero quei frati che conduceva seco, egli rispondeva: Sono Grandi di Lombardia; per amor di Dio mostratevi con loro liberali e cortesi, fate a loro servizio e onore a voi; giacchè l'onore non è solo e tutto di quelli a cui si fa, ma la miglior parte è di chi lo fa, ed è da reputarsi veramente cortese colui, che di buon animo e con fronte lieta e serena, e senza speranza di ricambio, è liberale di servigi a persone sconosciute. Si presentò dunque il Guardiano di quel convento con dieci frati del convento stesso, e pranzò col Legato e compagni in foresteria con tutta famigliarità e allegramente, mostrando di ricevere molta consolazione dalla presenza di quegli ospiti. Or conoscendo il Legato di essere in sicuro, e di aver sfuggito ogni pericolo, dopo il pranzo diede facoltà al Guardiano che lo aveva accompagnato di farlo conoscere. Perciò quel Guardiano forestiere disse ai frati: Sappiate, fratelli carissimi, che questo frate, col quale avete pranzato, è il Legato del Papa; e l'ho condotto qui da voi perchè è morto il Langravio, e qui non c'è punto da temere di Corrado. Nessuno finora ne sapeva nulla, neppure il compagno mio, che è venuto qui meco. Udendo queste cose i frati, cominciarono a tremare come giunchi nell'acqua corrente; ma il Legato disse loro: Non abbiate timore, o frati; io ho conosciuto che voi albergate negli animi vostri l'amor di Dio; ci serviste con prontezza; ci accoglieste con festa e cortesia; Iddio ve ne rimeriti. Io era amico dell'Ordine del beato Francesco, e lo sarò in tutta la mia vita. E di fatto fu così. Diede ai frati Minori la chiesa di S. Pietro maggiore di Ravenna; ne concedeva ogni grazia che si domandava, di predicare, di confessare, di assolvere da tutti i peccati a lui riservati. Aveva una caterva di servidorame terribile e feroce, ma tutti erano reverenti verso i frati Minori, come fossero stati gli Apostoli di Cristo, sapendo che eravamo addentro nelle grazie del loro padrone; ed erano ben quaranta uomini armati, che aveva sempre seco a guardia della sua persona, e lo temevano come il diavolo. Ed Ezzelino da Romano era poco più temuto. Imponeva a' suoi servi severissime punizioni. Di fatto andando un giorno ad Argenta[179], che è castello arcivescovile, fece legare un servo con una fune ed immergerlo nell'acqua, e, così legato ad una barca, lo fece trascinare per le acque delle valli, come se fosse stato uno storione. E tutto questo perchè s'era dimenticato di portar seco il sale. Altra volta ne fece legare uno ad una grossa pertica, e girare come allo spiedo vicinissimo al fuoco. E piangendo gli altri servi per compassione e per pietà al vedere quel crudele spettacolo, si rivolse a loro dicendo; A che piangete, o miserabili? e comandò che si allontanasse dal fuoco; ma ne aveva già avuto spavento e scottature. Gettò in una prigione legato un suo castaldo di nome Ammanato, Toscano, per accusa d'aver consumate le rendite di lui, e i sorci lo rosicchiarono tutto. Molte altre crudeltà commise colle persone del suo servizio per vendetta, per punizioni e per esempio agli altri. Perciò Iddio permise che restasse prigioniero di Ezzelino, quando era tuttavia Legato; e lo teneva sotto buona guardia e lo conduceva seco ovunque andava per sicurezza che non gli sfuggisse. Però Ezzelino lo trattava con reverenza e onorificamente, sebbene gli avesse rapita di mano la città di Padova. Ma Colui che liberò dal carcere Manasse, e lo restituì nel suo regno, liberò anche costui nel modo che segue. Un certo Gerardo, banchiere di Reggio, lo cavò dalla prigione di Ezzelino, e con una fune lo fece calar giù dal solaio, e così nel nome del Signore evase dalle mani di Ezzelino. Egli poi non fu immemore del beneficio, o piuttosto del servigio ricevuto, e ne lo ricambiò nominandolo Cardinale di Ravenna. E a frate Enverardo di Brescia, dell'Ordine de' Predicatori, e lettore magno, diede il Vescovado di Cesena, perchè apparteneva alla sua Corte, e fu fatto insieme a lui prigioniero; il qual frate Enverardo uscì di carcere dopo la morte di Ezzelino, quando furono scarcerati anche tutti gli altri, che quel maledetto di Ezzelino teneva prigioni. Questo Arcivescovo aveva due nipoti, cioè Francesco e Filippo; ma veramente Filippo era suo figlio, ed aveva venticinque o trent'anni, avvenente e bello come un Assalonne; e Filippo Arcivescovo di Ravenna e Legato della Chiesa romana lo amava come l'anima sua..... Chiunque pertanto voleva empir le mani di quei due, poteva avere o una prebenda, o qualunque altra cosa avesse voluto dall'Arcivescovo; onde ne diventarono ricchissimi. Ebbe anche una figlia bellissima, cui volle dare in moglie a Giacomo di Bernardo, ma non la volle, perchè non era figlia legittima, e poi non voleva in dote beni che erano della Chiesa, ed anche perchè inclinava dell'animo a farsi frate Minore, e morire nell'Ordine del beato Francesco, come poi avvenne. Questo Arcivescovo era poi talora tanto melanconico, triste e furioso e figlio di Belial, che nessuno gli poteva parlare. A me però fu sempre benevolo, famigliare, cortese e liberale; e mi regalò quelle reliquie del beato Eliseo, che erano in S. Maria del Fortico presso Ravenna, nel monastero di S. Lorenzo, in un'urna di marmo nella cappella reale; ed io ne portai le ossa principali e più cospicue a Parma, e le collocai nell'altar maggiore della chiesa dei frati Minori, e vi sono tutt'ora colla seguente epigrafe, oltre un'altra che vi avevano apposta in piombo: