Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I
Part 28
E, giacchè la nostra penna scrive ancora di Parma, resta che parliamo dei Pallavicini. Eglino hanno il titolo di Marchesi, ed elessero per soggiorno il territorio di Parma e di Piacenza. Nella diocesi Piacentina, sui confini di quella di Parma, hanno due castelli, quello di Pellegrino[167], in cui abitò Uberto Pallavicini (che fu bell'uomo e sollazzevole e compositore di canzoni, e lasciò parecchi figli), e il castello di Scipione[168], presso Borgo S. Donnino, a cinque miglia. In questo castello abitò Manfredo, fratello germano del sunnominato Pallavicini, che fu padre di sette figli, quattro maschi e tre femmine, leggiadrissime donzelle, nobilmente maritate in varie parti del mondo. La moglie di lui, e madre di cotestoro, fu Clara dei Conti di Lomello[169], avvenentissima donna, saggissima e sollazzevole. Primogenito dei detti figli fu Guglielmo, bell'uomo e amante della quiete, come suo padre; restò sempre in concordia coi Parmigiani, e abitava in Parma. Moglie sua era Costanza di Azzone Marchese d'Este, nè da essa potè aver prole; ebbe altri due mariti, ma non figliò mai. Manfredo poi aveva un bel palazzo in Parma, ch'io ho veduto, presso la piazza del Comune, ove sorgeva una volta il palazzo de' Pagani; ma in tempo di guerra, i Parmigiani rasero al suolo l'uno e l'altro, ed i beccai vi eressero un macello. Ora....... vi è la piazza del Comune. Questo Manfredo fu uomo di pace e quasi religioso. Amava i religiosi e le loro Regole, e specialmente i frati Minori, e a tutti i conventi regalava in abbondanza il sale; essendochè possedeva, vicini al castello di Scipione, molti pozzi di acque salse, d'onde s'è arricchito e fatto grande. Il secondogenito era Enrico, guerriero dotto nell'arte, e credo che se fosse campato più a lungo, avrebbe ridotta sotto la sua dominazione tutta la Lombardia; giacchè si può dire di lui quello che de' Macabei ecc. Questa conquista la tentò un tempo anche il Marchese di Monferrato, che cadde poi ucciso nella guerra contro Re Carlo, combattendo egregiamente e coraggiosamente, come addetto, quale principe e condottiero, all'esercito di Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto. Il terzogenito fu Uberto, pari in tutto al precedente, sicchè quanto è detto a lode di quello, si può ripetere di questo[170]. _E n'ebbe molte prove il Marchese Guglielmo di Monferrato, che non poteva mai uscire da' suoi fortilizii, perchè era in guerra con suo zio, Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in Cremona, e dava a questo suo nipote trecento militi spesati affinchè guerreggiasse validamente contro il Marchese di Monferrato._ Causa di queste guerre erano le città di Alessandria e Tortona, di cui, ciascuno de' due Marchesi, voleva il dominio. Questi fu ucciso dai Piacentini presso il castello di Fiorenzuola[171], una volta che era andato a predare in su quel di Piacenza insieme ai Parmigiani di parte imperiale. E questa depredazione la faceva quantunque non vi fosse guerra tra lui e quelli a cui portava via la rapina fatta; ma finì col perdere il bottino, la battaglia e la vita. Quarto ed ultimo figlio di lui era Guidotto, che vive tuttora, ed è uno dei grandi della Corte di Spagna. Uberto Pallavicino dunque, che signoreggiò in Cremona, fu fratello germano dei sunnominati, cioè del Pallavicini da Pellegrino, e di Manfredo da Scipione. Egli ebbe due castelli nella diocesi di Piacenza, cioè Landasio[172] e Ghisaleggio[173]; ma siccome di costui abbiamo parlato abbastanza più sopra, qui non occorre parlarne. Fu di animo grande, e gonfiava la cupidigia sino a voler occupare tutto il mondo. Il padre di questi tre fu detto il Pallavicino, che ebbe due fratelli germani, cioè Marchesopolo e Rubino, che abitarono in Soragna, Villa fertile della diocesi di Parma, distante cinque miglia a settentrione di Borgo S. Donnino. Marchesopolo ebbe moglie una Borgognona, dalla quale non gli nacquero maschi, ma due sole femmine; alle quali la madre volle porre nomi presi dalla lingua del suo paese nativo, cioè _Mabelon_ e _Isabelon_, che in lingua lombarda suonano Mabilia e Isabella. Il padre maritò la primogenita Mabilia, quando io era ancora nel secolo, cioè prima ch'io entrassi nell'Ordine de' frati Minori, l'anno 1238, e venne da Soragna a Parma, e ospitò nella casa di quei da Colorno, accanto alla Chiesa di S. Paolo. Le furono assegnate in dote mille lire imperiali, e sposò Azzone Marchese d'Este, che era buon uomo, cortese, umile, dolce, pacifico e mio amico; ed una volta gli lessi l'esposizione dell'Abbate Gioachimo, intorno ai doveri di Isaia; ed era solo con me sotto ad un fico, e nosco un altro frate Minore. Donna Mabilia anch'essa fu mia divota, come la fu anche di tutti i religiosi, specialmente frati Minori, dai quali si confessava, e recitava sempre il loro ufficio ecclesiastico, ed è sepolta presso suo marito e riposa in pace nel convento de' Minori presso Ferrara. In vita sua fece molto di bene, e alla sua morte fece distribuire molte limosine, e lasciò ai poveri parte dei possedimenti, che il padre le aveva lasciati in Soragna. Io abitai sette anni in Ferrara, dove abitava anch'ella. Fu bella donna, saggia, clemente, benigna, cortese, onesta, pia, umile, paziente, pacifica, e sempre divota a Dio. Aveva un fornello in luogo appartato del suo palazzo, come ho visto io co' miei occhi, ed essa stessa distillava l'acqua di rose, e la dava ai malati; e perciò i medici ivi residenti ed i farmacisti l'avevano in uggia; ma essa non s'impensieriva di loro, purchè soccorresse i malati e facesse opera meritevole al cospetto di Dio. Visse molti anni col marito, e non ebbe mai figli; dopo la morte poi del marito si fece fare una casa presso il convento dei frati Minori di Ferrara, e in quella abitò in sua vedovanza, finchè fu sepolta, come s'è già detto, accanto a suo marito nel convento de' frati Minori di Ferrara; e la sua anima per la grazia di Dio riposi in pace, che fu buona donna. Dopo la morte del Marchese però venne a Parma, e la vidi, e udii da lei che ne provava mirabile consolazione, perchè si trovava presso il convento dei frati Minori, e presso la chiesa della Vergine gloriosa. Non conobbi mai altra donna, che quanto questa si assomigliasse alla Contessa Metilde, per quanto di essa si legge. Veramente, per me, tre sono le donne ammirabilissime, che forse da altri non sono tenute in molta reputazione; e sono: Elena, madre di Costantino; Galla Placidia, madre di Valentiniano; e la Contessa Matilde. Marchesopolo poi, dopo che ebbe maritata Mabilia, andò in Romanìa, ove si diede a perseguitare i Greci, li aggrediva, li catturava e uccideva, come Davide i Filistei. Altrettanto faceva Marchesopolo coi Greci, onde con insidie ingegnosamente tese fu dai Greci ucciso in casa sua; perocchè tutto cede alla potenza dell'oro. Egli aveva maritata la sua seconda figlia Isabella ad un ricco, nobile e potente di Romanìa. Essa era bella donna e saggia, ma zoppa e sterile; e dopo la morte del marito le restò il castello di Bonicea, che ella con accorgimento, coraggio e cautela seppe difendere contro i Greci. Il motivo poi della partenza di Marchesopolo da Parma si dice sia questo: Che essendo egli nobile, e di cuore magnanimo, lo moveva a sdegno e sopportava di mal animo che un popolano qualunque, borghese o campagnuolo che fosse, mandandogli a casa un usciere in berretto rosso, lo potesse citare al palazzo del Comune e chiamarlo in giudizio. Suo fratello Rubino abitò in Soragna, ed ebbe in moglie Ermengarda da Palù, sorella di Guidotto de' Canini, che era bella donna, ma lasciva. Ebbe cinque maschi e cinque femmine. La prima di nome Mabilia, bellissima (e qualche volta la ho confessata). Uberto Pallavicino la maritò a Pontremoli, sperando così di ridurre in suo dominio quella Terra. Rubino era vecchio carico d'anni, quando l'anno in cui imperversò quella mortalissima pestilenza preaccennata, cioè nel 1249, e che Ezzelino da Romano fu fatto prigioniero in guerra, mi mandò a chiamare, si confessò da me, aggiustò i conti dell'anima sua, e morì in una lodevole vecchiaia, passando da questo mondo in grembo a Dio. Sua moglie poi si rimaritò e prese Egidio Scorza; poscia precipitò da un solaio e ne fu morta e sepolta. Altri Pallavicini ancora abitavano nella diocesi di Parma, in una Terra che si chiama Varano[174], bel paese tra Medesano[175], Miano[176], Costamezzana, e Borgo S. Donnino. Ve ne sono ivi moltissimi, ricchi, potenti, cortesi, pacifici; stanno sempre di buon accordo coi Parmigiani, perchè sono anch'essi cittadini di Parma. Uno di loro era quel Delfino Pallavicini, che l'anno 1238 fa Podestà di Reggio e fece fare duecento braccia delle mura della città, di seguito a quella già fatta, come ogni Podestà aveva obbligo di fare ogni anno. Tanto basti aver detto dei Pallavicini. In Verona, come s'è detto, dopo la morte di Ezzelino da Romano, signoreggiò Mastino, morto da alcuni Veronesi forti e pugilatori, per la speranza di avere dopo lui la signoria di Verona. Ma s'ingannarono, perchè a lui succedette suo fratello germano, Alberto dalla Scala, che vendicò il fratello colla morte degli uccisori di lui. Questi vive tuttora, ed ha in mano la signoria, ed è amato dai Veronesi, perchè si comporta bene. È persona accostevole, fa giustizia, ama i poveri, come faceva suo fratello; pur tuttavia è Podestà altra persona. In Imola, que' che tengono le parti della Chiesa si chiamano Bricci; quelli che parteggiano per l'Impero, Mèndoli. Ma il partito imperiale in Imola è spento; e il partito della Chiesa, per invidia ed ambizione, s'è diviso in due campi, perchè gli Audaci vogliono in mano il potere, come prima lo avevano quelli che si chiamavano Nurduli. Questa maledetta discordia s'è già infiltrata in Modena, e comincia a far capolino in Reggio. Dio voglia che non metta radici in Parma, di che già si comincia a temere..... Ora passiamo a parlare della Toscana, e spediamoci lesti; poichè molto di altro resta che non deve essere taciuto. Le due più nobili città della Toscana sono, a parer mio, Firenze e Pisa. A Pisa hanno tenuto signoria Conti e Vice-Conti; ed i Pisani furono molto attaccati all'Impero; e, come in Lombardia i Cremonesi avevano impugnate le armi a sostegno dell'Impero così avevan fatto i Pisani in Toscana. A Firenze poi per parte della Chiesa hanno tenuta la signoria i Guelfi; per parte dell'Impero i Ghibellini; e da queste due fazioni hanno preso nome tutti i partiti in Toscana; e sussistono tuttora. E gli uni e gli altri bevvero del calice dell'ira di Dio, e ne ingollarono sino alla feccia; e chi se la passò meno male, non può vantarsi d'aver in tutto declinata la spada dello sdegno e della vendetta divina; perchè se eglino provocarono scissure e divisioni nelle loro città, anch'essi furono divisi tra loro dall'ira del volto di Dio..... Quanto vero sia ciò che dico, lo videro i miei occhi, e gli occhi di moltissimi altri; ma sopratutto coloro che ne fecero sui loro corpi esperienza. Pertanto tutte le suaccennate fazioni, scissure, divisioni e maledizioni, tanto in Toscana che in Lombardia, in Romagna, nella Marca d'Ancona, nella Marca Trivigiana e in tutta Italia, le provocò quel Federico che si chiamò Imperatore: e perciò fu a piena ragione punito, e la mano di Dio aggravò i colpi su tutti i peccati di lui, percuotendolo nell'anima e nel corpo; e i Principi del suo regno, che aveva tolti dal nulla ed esaltati dalla polve, gli diedero il calcio, non gli tennero fede, anzi lo tradirono..... «Non è prudenza in lui» cioè in Federico, quantunque si vantasse tanto prudente. Così lo trattarono i tirannelli suoi, di cui abbiam fatto menzione più sopra; ma anch'essi ricevettero il colpo della vendetta, non perchè spodestarono Federico, che riconobbero per malvagio, ma perchè anch'essi peccarono di molto. Conobbi quasi tutti quelli che ho nominato, e in breve tempo disparvero dal mondo, e i più terminarono malamente la loro vita, _perchè folleggiarono_ _in vanità_..... Or resta da parlare dei Legati che la Corte Romana mandò ai nostri giorni in Lombardia. Primo de' quali fu Ugolino, Cardinale dell'Ordine dei Minori, cioè governatore, protettore e censore della Frateria e della Regola del beato Francesco, del quale egli era stato intimo amico, e che poscia diventò Papa Gregorio IX. Fece molte buone cose, delle quali parleremo più innanzi ampiamente. Il secondo fu Rainaldo Vescovo di Ostia, anch'egli Cardinale dell'Ordine de' Minori, come è stato detto altrove, e che diventò poi Papa Alessandro IV. E quando era Legato in Lombardia aveva seco come Vice-Legato il Cardinale Tomaso, che era di Capua. Papa Gregorio IX summenzionato compose ad onore del beato Francesco un inno: _Dal ciel discese un figlio_; ed un responsorio: _Dal granaio della povertà_; ed una prosa: _Ultima testa del Dragone_, ed un'altra prosa per la passione di Cristo: _Piangete, anime dei fedeli_; e, ad istanza de' frati Minori, nominò Cardinale Rainaldo, che fu poi Papa Alessandro IV; il quale Papa Alessandro canonizzò santa Chiara, e compose gli inni e le collette di lei. Il Cardinal Tomaso, che era di Capua, fu il più bello scrittore della Corte, e dettò quella lettera, che il sommo Pontefice mandò a Federico Imperatore spodestato, rimproverando lui de' molti e svariati eccessi, e giustificando se stesso e la Chiesa romana delle accuse che le erano mosse, e rammentogli i servigi e i benefici, che la Chiesa gli aveva conferiti. E la lettera cominciava così: _Viva impressione fece la nostra lettera sull'animo tuo, come hai scritto; ma più viva ancora la fece sull'animo nostro la lettera tua_. Compose anche ad onore del beato Francesco l'inno: _Tra i celesti cori_; e l'altro: _Splendore de' costumi_; ed il responsorio: _Spica della carne_; e parimente fece quella sequenza per la Beata Vergine, che comincia: _La Vergine che figlia si rallegri_. E ne fece la composizione letteraria soltanto; la musica per canto la fece, a sua preghiera, frate Enrico da Pisa, che fu mio custode e maestro di canto. Il contraccanto lo compose fra Vita da Lucca, dell'Ordine de' Minori, altro mio maestro di canto. Dopo i prenominati, venne Legato in Lombardia Ottaviano Cardinal diacono. Egli era bello e nobile, cioè uno dei figli di Ubaldino da Mugello nella diocesi fiorentina. Fu reputato molto partigiano dell'Impero, ma a difesa del suo onore faceva talvolta qualche cosa a vantaggio della Chiesa, non dimenticando che questo era il suo mandato. Onde, un giorno, quando l'Imperatore teneva Parma stretta d'assedio, io, che era a Lione, interrogato da Guglielmo Fieschi Cardinal diacono, nipote di Papa Innocenzo IV, che cosa dicevano i Parmigiani del Legato Ottaviano, risposi: I Parmigiani s'aspettano che sarà traditore di Parma, come lo fu di Faenza. Allora Guglielmo sclamò: Ah! per Dio non è da credere. A cui io replicai: Se sia credibile, o non credibile, non so; è certo che i Parmigiani lo dicono. Bene, bene, soggiunse Guglielmo..... Ma ivi i presenti erano tanta moltitudine, che l'uno s'innalzava sulle spalle dell'altro, per udire notizie di Parma. Imperocchè da questo dipendeva la sorte della Chiesa romana, come in una battaglia, dalla quale l'uno e l'altro dei contendenti spera vittoria. L'Imperatore era allora già deposto dall'Impero, e la Corte romana era fuori della sua sede, ed esulava in Francia, a Lione. E Parma aveva dato di piglio all'armi a difesa della Chiesa, e si batteva valorosamente, sperando dal cielo aiuto e vittoria; e Federico Imperatore accanitamente la assediava.... Avendomi dunque gli astanti udito a sostener tali cose, restarono ammirati, e l'un l'altro, a mia udita, si dicevano: In vita nostra non abbiamo mai udito un frate a parlare tanto franco e così sicuro. Ma esprimevano questi sensi perchè mi vedevano seduto tra il Patriarca di Costantinopoli e il Cardinale, dal quale io invitato a sedere, non giudicai conveniente di rifiutare, e tenere in poco conto l'onore offertomi, e l'accennata ammirazione nasceva anche dall'udirmi parlare apertamente d'un uomo costituito in sì alta carica, e al cospetto di tanti cospicui dignitari della Chiesa. Io allora era diacono e di 25 anni..... Ritornato in Lombardia, ed essendo ancora, dopo molti anni, Ottaviano Legato a Bologna, io pranzai molte volte con lui; e mi faceva sempre sedere in capo della sua mensa, sicchè tra me e lui non vi era che il frate mio compagno, ed egli occupava il terzo posto, contando dal capo della mensa. In tali circostanze io faceva come insegna il Savio ne' proverbii 23.º ecc; ed era opportuno regolarsi in quel modo, perchè tutta la sala del palazzo era gremita di commensali. Eppure ce n'era per tutti da star bene e in abbondanza, e si mesceva in copia vino scelto, ed ogni cosa era squisita. Allora cominciai a voler bene al Cardinale. In seguito poi invitò me e il mio compagno a pranzare con lui ogni giorno che ne piacesse; ma pensai di stare all'ammaestramento dell'Ecclesiastico 13.º ecc. Di questo Cardinale corse voce che fosse figlio di Papa Gregorio IX, forse perchè gli usava speciali deferenze. Così io ho conosciuta una figlia di questo Cardinale, monaca in un certo convento, la quale mi invitò, e pregò con molta insistenza, ch'io fossi devoto a lei, ch'ella voleva essere devota a me; e non sapeva di chi fosse figlia, e chi fosse suo padre. Ma io il sapeva bene, e le risposi: io non ti voglio per amica, perchè Pateclo scrive:
É 'n tedianza cu'no posso parlare: