Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I
Part 24
Questo Corrado non ebbe mai l'Impero, nè gli volsero mai prospere le sorti. A lui successe Manfredi, suo fratello, ma figlio di un'altra donna di Federico, che era nipote del Marchese Lanza, sposata da Federico quando egli era sul punto di morte. Questi non ebbe mai l'Impero, ma solo il titolo di Principe da quelli che erano amici di suo padre; e tenne molti anni la Signoria in Calabria, in Sicilia e in Puglia dopo la morte del padre e del fratello. A lui tentò succedere Corradino, figlio di Corrado, figlio di Federico ex-Imperatore, ma tanto Manfredi che Corradino furono tratti a morte da Carlo, fratello del Re di Francia. Per parte della Chiesa poi, i successori nell'Impero per volontà del Papa, dei Cardinali, dei Prelati e degli Elettori, furono il Langravio di Turingia, Guglielmo d'Olanda, e Rodolfo di Germania. Ma a nessuno di loro arrisero mai tanto propizie le sorti da raggiungere, più che il titolo, la piena potestà imperiale. Quindi il surriportato vaticinio pare che siasi adempiuto. Ora è da dire qualche cosa delle strambezze di Federico. E la prima fu che fece tagliare il pollice ad uno scrivano, perchè aveva scritto il nome di lui altramente dal come egli volevalo; perocchè s'era fitto in capo che nella prima sillaba del suo nome mettesse un _i, Friderico_, e lo scrivano aveva messo un _e, Frederico_. Altra stranezza si fu quella di voler esperimentare che linguaggio, o che modo di esprimere i proprii pensieri, avessero i bambini cresciuti senza udir persona parlare. Perciò diede ordine ad alcune balie e nutrici che dessero ai loro bambini da suggere il latte delle mammelle, che li lavassero e li pulissero, ma non li carezzassero, nè parlassero a loro udita. Con questo mezzo credeva di poter riuscire a conoscere se que' bambini parlerebbero la lingua ebraica, la greca o la latina, o quella de' loro genitori. Ma era opera vana, perchè que' bambini morivano tutti, nè potrebbero vivere senza le voci, i gesti, il sorriso, le carezze delle balie e nutrici loro; ond'è che hanno nome di fascino delle nutrici quelle cantilene che la donna canta cullando il suo bimbo per addormentarlo; senza di che il fanciullo non potrebbe nè quietare, nè dormire. Terza stranezza fu quella che quando vide oltremare quel paese che era la Terra Promessa, tante volte da Dio magnificata col chiamarla terra stillante di latte e miele e la più ubertosa di tutte le terre, a lui per contrario non piacque, e disse che il Dio de' Giudei non dovea aver mai veduto il paese d'ond'egli veniva, cioè Terra di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia, perchè altrimenti non avrebbe più celebrata tanto quella terra che aveva promessa, e che diede agli Ebrei, de' quali poi si dice anche che poco apprezzarono la terra del loro desiderio. Perciò dice l'Ecclesiaste 5.º _Non esser precipitoso nel tuo parlare, e il tuo cuore non s'affretti di proferire alcuna parola nel cospetto di Dio_. Quarta stramberia fu di mandare più volte sino al fondo dello Stretto di Messina, benchè fosse renitente, un certo Nicola, d'onde poi sempre ritornò incolume. Ma volendosi a pieno assicurare, se realmente avesse toccato il fondo, e sin di là avesse potuto ritornare, gettò una sua coppa d'oro là dove credeva che l'acqua fosse più alta; ed esso mandato giù la pescò e la riportò all'Imperatore, che ne restò molto meravigliato. Finalmente volendolo mandare un'altra volta, Nicola gli rispose: Non obbligatemi a discendere ora laggiù, perchè il mare al fondo è tanto tempestoso ch'io non potrei salvarmi. Nulla ostante lo costrinse a calarsi giù, ma non si rivide: poichè in quel fondo di mare, vi sono scogli, e quando infuria la tempesta, vi nuotano grossi pesci, e, come il Nicola riferiva, vi si trovano navi naufragate. Costui poteva ripetere a Federico ciò che si legge in Giona 2.º _Mi gettasti nel profondo_ ecc. Questo Nicola era un Siciliano, ed un giorno offese gravemente ed irritò sua madre, la quale gli imprecò che abiterebbe sempre nelle acque e di rado riapparirebbe a terra; e così gli accadde. Si noti che lo Stretto di Messina in Sicilia è un braccio di mare presso Messina, ove talora la corrente è così impetuosa e vorticosa, che aggira, ingoia e sommerge le navi; e in quello Stretto vi sono anche Scilla e Cariddi, e grossi scogli; onde frequenti disastri. Sul lido, che vi si stende di fronte, sta la città di Reggio, di cui parla il beato Luca, quando narra che dalla Giudea andava a Roma coll'Apostolo Paolo, negli Atti degli Apostoli 28.º _Quindi costeggiando_ (cioè da Siracusa, che è la città di S.ª Lucia) _giungemmo a Reggio._ Tutto ciò, che ora ho contato, l'ho udito cento volte dai frati di Messina, che erano de' miei migliori amici. Io poi aveva nell'Ordine de' frati Minori anche un mio fratello consanguineo, frate Giacomino da Cassio[158], Parmigiano, che dimorava a Messina, e queste stesse cose mi riferiva. Molte altre furono le stranezze, le manìe, le maledizioni, le atrocità, le perversità e le soperchierie di Federico, di cui alcune notai in altra cronaca, come sarebbe quella di chiudere un uomo vivo entro una botte finchè vi morisse, volendo con ciò dimostrare che anche l'anima era mortale.... Perocchè era epicureo, e tutto ciò che poteva trovare nella divina Scrittura o per sue ricerche, o per mezzo de' suoi sapienti, che servisse a dimostrare che dopo morte non vi è altra vita, tutto raccoglieva.... Il che prova che Federico e i suoi sapienti non avevano fede, e credevano che al di là della presente non esistesse altra vita, per non avere ritegno a secondare più sfrenatamente le loro passioni e la loro libidine. Perciò abbracciarono l'epicureismo, che ripone la pienezza della felicità dell'uomo nella sola voluttà carnale, per contrapposizione allo stoicismo, che la fa derivare dalla sola dolcezza della virtù.... La sesta pazzia, o ribalderia di Federico fu quella di dar bene da mangiare in un pranzo a due uomini, poi mandarne l'uno a dormire, l'altro a caccia, e la sera far loro aprire sotto a' suoi occhi il ventricolo per conoscere quale dei due avesse fatto miglior digestione; e da' medici fu giudicato aver meglio digerito colui che aveva dormito. La settima stranezza fu la seguente, che raccontai già in altra cronaca. Trovandosi egli un giorno in palazzo, interrogò Michele Scoto suo astrologo, quanto era egli distante dal cielo, e gliene rispose quel che ne pensava. Dopo la risposta, col pretesto di fare un viaggio, lo condusse in altre parti del Regno, e ve lo intrattenne per più mesi, e comandò a' suoi architetti e falegnami che nel frattempo abbassassero la sala del palazzo stesso in modo che nessuno potesse addarsene; e così fu fatto. Ritornato di nuovo l'Imperatore dopo il viaggio al medesimo palazzo, e dimoratovi alcuni giorni col prenominato astrologo, un dì condusse bellamente il discorso a domandargli se erano allora tanto distanti dal cielo, quanto aveva detto altra volta. E Michele Scoto, fattasi sua ragione, rispose che o il cielo doveva essersi alzato, o la terra abbassata. D'onde l'Imperatore dedusse che esso era un vero astrologo. Molte altre consimili stranezze ho udito contare di lui, e so, cui io non ridico per brevità, per premura di passar ad altro, e poi perchè mi secca parlare di tante scioccherie. Federico usava anche talora scherzare in casa co' suoi domestici, e pigliando l'aria canzonatoria, contraffaceva, discorrendo e gesticolando, quegli ambasciatori Cremonesi che di volta in volta erano inviati a lui da' loro concittadini; i quali ambasciatori solevano sempre prendere le mosse del discorso dal lodarsi reciprocamente, e dal dire l'un dell'altro a vicenda: Questi è nobile; Questi è un sapiente; Quegli è straricco; Quell'altro è potente; e, dopo le scambievoli lodi e presentazioni, cominciavano a trattare degli affari loro. Parimente tollerava le beffe, i lazzi, e le risposte pungenti de' giocolieri, e li ascoltava senza punirli, o dissimulava di averli uditi. E questa è una lezione contro altri, che si pigliano subita vendetta dei motti che toccano le loro persone. Ond'è che egli trovandosi una volta a Cremona, dopo che i Parmigiani ebbero rasa al suolo la sua città di Vittoria, e battendo colla mano sulla gobba di un giocoliere, di quelli che si chiamano cavalieri di Corte, e intanto dicendogli: O mio Dallio, quand'è che si aprirà questo cofanetto? Egli rispose: Non si potrà aprire così facile, perchè ho smarrita la chiave fuggendo da Vittoria. L'Imperatore sentendosi rinfacciare l'onta patita, e rinnovarne il dolore, trasse un sospiro e disse: _Sono stato turbato, ma non ho fiatato_; e non si prese alcuna vendetta. Questo Dallio era Ferrarese, mio conoscente ed amico; prese moglie una Parmigiana, e, subito dopo la distruzione di Vittoria, venne a dimorare a Parma. Sua moglie era sorella di frate Egidio Budello dell'Ordine de' Minori. Se la detta risposta l'avesse fatta ad Ezzelino da Romano, era sicuro d'averne cavati gli occhi, e d'esserne impiccato. Altra volta, quand'era all'assedio di Berceto, lo beffò e lo prese in canzone Villano Ferri, e non se ne offese. L'Imperatore gli domandò che nome avessero i mangani e i trabucchi che erano là; e Villano Ferri con certe parole canzonatorie rispose che si chiamavano _sbegni e sbegnoini_. Al che l'Imperatore sorrise soltanto, e si allontanò. Qui pare luogo opportuno, di dire come l'Imperatore Federico sia nato, cioè di quali genitori. Dirò dunque che suo padre si chiama Enrico VI, sua madre Regina Costanza, che era Siciliana, figlia di Guglielmo Re di Sicilia; ma, per conoscere meglio l'origine di Federico, ti fa d'uopo guardare più sopra. L'anno del Signore 1075 fu fatto Papa Gregorio VII; si chiamava Ildebrando monaco, e tenne il Pontificato 13 anni, un mese e quattro giorni. Fu fatto prigioniero la notte di Natale presso S.ª Maria Maggiore. Dopo di che, il ventun di Maggio, venne a Roma Re Enrico; e nell'anno medesimo dell'apostolato d'Ildebrando, entrò pure in Roma, il ventotto di Maggio, Roberto Guiscardo Re de' Normanni. E mentre soggiornava in Roma, arrivò Enrico III Imperatore con Guiberto Arcivescovo di Ravenna per deporre Gregorio, e far Papa Guiberto; ma il popolo romano, per pretesto di riguardi ai Papa, non voleva aprire le porte all'Imperatore, che era un maledetto, e, finchè visse, osteggiò la Chiesa. Ma l'Imperatore arietando aprì una breccia nella muraglia di cinta della città, e
Depopulans urbem, Papam statuit ibi turpem. In cathedra locat hunc, falso Clemens vocitatur: Hic est Guibertus fallax, vastator apertus Ecclesiae Christi, merito quem signat abyssi Bestia, quam vidit dilectus in Apocalypsi. Regis et illa falanx Romam totam maculabat. Pervigil et rector Gregorius ex grege fesso, Pollutae cathedrae multum quoque condolet aeque, Sperans in Petrum, rogitat pugnare Robertum Normannum quemdam, qui Regem depulit extra Urbem, qui voluti per stratam damula fugit Francigenam, montes ultra rediens malus hospes: Papa suus Clemens, romanis praemia praebens Raptor, terrenam Petri rapit ipse cathedram. Quamquam se monstret, quod sit quasi pastor in urbe: Ipsi nulla tamen pars in coeli manet arce. Hic heresis limes mundum seduxit inique, Iussa Dei sprevit, Sanctorum verba neglexit, Praevaricat leges, divinas destruit aedes. Persequitur dignum dominum, Papamque magistrum, Qui, monitis sacris plenus, manet in Lateranis. Illic consistens spermologus optimus iste Actibus et verbis exprobrat schisma Guiberti, Perpetuo damnans anathemate schismata tanta. Nascitur hinc cunctis ingens tribulatio iustis. Mucronem Regis pia pars quam maxime sentit. Sedibus expulsi sunt Pontifices quoque multi, Flagris afflicti, vinclis in carcere stricti. Rex et Guibertus faciunt juvenescere tempus Neronis prisci, qui praecepit crucifigi Petrum, cervicem Pauli gladio ferit idem, Et propriae ventrem proscindere matris ab ense Fecit, ut inspiceret requievit ubi malus ipse. Sic propriae matris palmas, calcaribus actis, Transfodit, missus Sathanae, Guibertus iniquus: Nullum quippe virum timuit nisi Nero magistrum. Venis incisis in aqua, vitam tulit ipsi. Hi duo praescripti, fidei fere nomen obliti, Perdere nituntur doctorem denique summum. Symon eis doctor Magus extat et hyspidus auctor. Ignorant forsan quod, dum fortuna reportat Iniustos seorsum, ruituros esse deorsum Quandoque plus ipsos, ideo patitur Deus illos. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pugna fuit, donec potuit saevire Guibertus, Perfidiae dux, ecclesiae vastator apertus etc. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Hic per viginti tres annos denique Christi Ecclesiam nisu toto turbarat iniquus. Dum potuit multos animos seducere stultos, Destitit infelix nunquam. Nec corpora laedit Illius magnus mundus iam despicit actus. Ecclesiae cunctae Petre iam praebe promoconde, Iste senex ut hebes homines sinat esse fideles. Post annos binos Urbanus erat quod ab isto Saeclo portatus, coelique choro sociatus; Iste dolore gravi tactus, Guibertus inanis Mortuus est, secum portans anathema per aevum; Propterea coeli populus, pariterque fideles Exultentque boni, periit quia perdicionis Filius. Ut surgat similis non det Deus unquam. Amen.
L'Imperador dell'Alemagna algente, Il fuoco, il sacco in Roma e un Papa addusse, Che si chiamò, ma non fu mai, Clemente. Guiberto ei fu, che bestemmiando strusse La Chiesa dell'Agnel d'amore ardente. Guiberto ei fu, che a dimostrar qual fusse, Pinse una belva di lontan prevista Il rapito di Patmo Evangelista.
Furto, rapina, e strupo, e sangue e vampa Del Re Tedesco in Roma eran diletto. Del barbaro corsier la ferrea zampa Il Santo atterra; ma, da Pier sorretto, Il Normanno leon contro s'accampa; E del sacro Pastor con dolce affetto, Del santo gregge, che s'affanna e geme, A più lieto destino alza la speme.
Urta, rompe, disperde il Re, che vile, Come cerbiatto ch'ha il mastin sull'orme, L'alpi ricerca e torna al suo covile. Ma l'intruso pastor il gregge a torme, Lupo, diserta e sbranca il sacro ovile Con mille di terror e mille forme. Quale pastore in Roma abbia ei pur sede! Chè non l'avrò su 'n ciel, se non ha fede.
D'eretico venen coll'alma infetta Ei guasta il mondo ed ogni cor corrompe; E la santa parola in cor negletta, Iddio bestemmia ed ogni legge rompe; E contra 'l ciel la tracotanza eretta, Contro la Chiesa e contro il Papa irrompe, Che maestro del ver splende qual sole Di Laterano entro l'augusta mole.
Ove, raggiante del divino spiro, Del ver, del buon spande e feconda il seme. E Guiberto scismatico deliro, Con argomento che l'incalza e preme, Giudica e danna e si l'avvolge in giro, Che fulminato orrendamente freme. Orge, ricade, sbuffa tosco e bile E lutto e pianto invade il sacro ovile.
Del Re sente nel cor fitta la spada Il popolo fedel, che Cristo adora; E lunga schiera di Pastor la strada Calca del bando e del dolore ognora; Oppure avvien che tra catene cada; Ed ai tormenti invan pietade implora. Ch'oggi Guiberto e il Re, Nerone fanno Parere a noi poco crudel tiranno.
Neron, che a Pietro fa salir la croce, Neron, che a Paulo fa balzar la testa, Neron, che mostro dispietato, atroce, Ogni moto del cor crudo calpesta, E di natura ogni ragione e voce; E la viltade all'empietà contesta, Nel seno di sua madre un ferro intride, Che per orrore si ritorce e stride.
Più che Neron, fello Guiberto ed empio Alla nutrice sua Chiesa di Dio Trafisse il sen con esecrando esempio, E se l'antico, di cui niun più rio, Del suo maestro fece scherno e scempio; Il Nerone novel, che lo seguio, Al Vicario di Cristo, al suo maestro Ministra il duolo, il fele ed il capestro.
Guiberto e Arrigo infin, scossa ogni fede, Scosso l'ossequio al successor di Piero, Colui che il Cristo a prezzo compra e cede, Seguono dottore in lor sentiero. Nè san che se fortuna ad alta sede Porta il reo talor, con gioco fiero Lo balza poi dall'alto a precipizio. Questo matura in ciel giusto giudizio.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Arse la pugna, s'incrudì, s'espanse; E allor dell'ire s'ammorzò l'ardore Che la spada del ciel, toccando, franse Di tanto scisma il perfido dottore, ecc . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ventitrè volte il sol vide, e rivolse Da tanto orrore l'atterrito ciglio. Nè quel lupo cessò fin che nol tolse Seco la morte al doloroso esiglio. Ah! quanti ne sedusse e ne travolse Al regno del dolor, od in periglio! Ma la vendetta non è lenta; e copre L'infamia omai di lui l'audacia e l'opre.
O Divo, o tu, che delle eteree sedi Volgi le chiavi alla virtù che sale, Ed alla Chiesa universal provvedi, Soffia su la caligine mortale, Che 'l mondo ingombra, e 'l rasserena. Or vedi Che vacilla la fè, l'error prevale; Or che d'Urbano, dopo due soli anni, L'alma spiegò sino alle stelle i vanni.
Or che del cielo la saetta ardente Toccò Guiberto con eterno danno, Del paradiso la beata gente, E chi del mondo dura ancor l'affanno, E la lotta sostien forte e fidente, Tra plausi e grazie a Dio, gridando vanno: Il gran vermo di Satana perio! Da un altro egual difenda il mondo Iddio.
Della morte dell'Imperatore Enrico III.
Dictus iamdudum Rex quo sit fine solutus, Scilicet Henricus, volo mundi discat amicus. Cum scierit, noscat faciendum quid sibi constat. Rex supra fatus, vivens erat illaqueatus Actibus in pravis. Semel at se dissimulavit Converti; pleno quod fecit corde veneno. Schismaticos semper coluit, tenuitque libenter; Hic exordescens minor eius filius enses Elevat adversus genitorem. Tollere regnum Quaerit ei, duram secum committere pugnam, Non piguit campi, quem bellando superavit. Mesticia multa per totum tempus abundans, Undique confossus, quassatus et undique tortus; Mortem non sperans; demum tamen ipsa catena Mortis eum strinxit, rapuit de corpore tristi. Augusti quarto defungit id in anno Christi milleno, centeno, denique seno Ad templum Spirae dormit, quod struxerat idem.
Come pur morto sia lo terzo Enrico Che 'l mondo sappia io vo', del mondo amico.
Lo sappia, e faccia quel che far gli giova. In vita sua diè luminosa prova
D'intelletto e di cor pien di malizia Tanta da degradarne ogni nequizia.
Di rinsavir finse talora il Sire Ma solo per unir perfidia all'ire.
Chi lo scisma seguìa tenne in onore, E lo cinse di gloria e di splendore:
Di che 'l figlio minor inorridito Levò le spade contro il padre, ardito.
Aspra la pugna fu, lungo lo sdegno; Il figlio al padre agogna torre il regno.
Non cura il sol, la neve, la tempesta, Dura sui campi e vittorioso ei resta.
E l'ugna del dolor il padre artiglia, E a fronte, a' fianchi, a tergo ognor lo piglia;
Sì che per fino di morir dispera. Ma 'n fin precipitò nell'onda nera,
Nel mille centosei, allor ch'il giorno Quattro d'Agosto a noi fa suo ritorno.
Un tempio eccelso aveva eretto a Spira: Or vi riposa in fino al dì dell'ira.