Cronaca della rivoluzione di Milano
Part 9
«Allora un grido di gioja scorse da ogni parte, perchè finalmente fu veduto compito il grande eccidio. Tutti contribuirono certamente coll’assidua vece della pugna alla libertà della patria».
2.º Nelle _Reminescenze_ del dottor Osio si legge:
«Spuntò finalmente la tanta sospirata alba del giorno 22, alba che era segnata l’ultima pei nostri nemici; si impiegarono le prime ore nell’ispezionare i diversi quartieri di Porta Tosa, a disporre tutto ordinatamente, e verso le ore sette del mattino si cominciò il trasporto dei due pezzi più grossi nella casa di fianco all’Orfanotrofio di fronte al Dazio, di proprietà della città, e data in affitto a certo Stefano Primo. Fu in quella posizione che si cominciò a caricare i nostri piccoli cannoni, ad appuntarli un dopo l’altro rimpetto al Dazio stesso, giacchè nella foga dei nostri desiderj spingevamo l’ardire fino a credere di poterne atterrare la porta, E qui meritano di essere grandemente encomiati tutti quelli che ajutaronmi in questa impresa, mantenendo e l’ordine e la disciplina, e gareggiando ognuno di vero patrio amore, mostrando un freddo coraggio degno dei più valorosi capitani d’armata. Era in tutti una vera gara nell’assicurarsi che il nostro piccolo pezzo fosse bene appuntato, nè il frequente mitragliarci che facea il nemico valea ad incutere il più piccolo spavento, chè anzi ad ogni colpo, che per fortuna andava fallito, anche i meno coraggiosi diventavano arditi, sfidando collo scherno il Tedesco che, e coi cannoni, e coi moschetti, tentava di farci ritirare dalla nostra strategica posizione».
«Intanto varj coraggiosi giovani eransi inoltrati per la porta dell’Orfanotrofio occupandone le ortaglie e le vicine case, mentre altro drappello si dirigeva verso il lato opposto, ed un terzo verso il Borgo della Fontana».
«I primi tiri dei nostri spingardi non furono infruttuosi; l’artiglieria nemica che stava appuntata al Dazio cominciò a ritirarsi verso i bastioni, ed i soldati verso i luoghi da loro barricati[44]; veduto che l’effetto corrispondeva almeno in parte ai nostri desiderj, vennero trasportati i due pezzi più grossi di fianco a casa Besozzi, appuntandone uno per lato, mentre io manteneva la mia posizione coi pezzi più piccoli, ajutato da diverse carabine appostate dietro il muro della casa, appositamente traforato. Fu allora che mi accorsi che la munizione andava scemando, e che lungo sarebbe stato il combattere: spedii quindi due giovinotti con un biglietto a mio padre perchè consegnasse subito loro una provvigione di polvere che mi trovava avere, consistente in once 33 circa. Intanto si continuava il fuoco rispondendo vigorosamente al nemico, il che contribuì non poco ad assicurarlo come eravamo disposti a combattere con tutti i mezzi possibili, ed a sfidarne intrepidi la rabbia. Nello stesso tempo i nostri bersaglieri tormentavano i soldati coi loro colpi mortali, nè più osavano molestarci apertamente, ma solo dietro gli alberi, o dalle barricate del Dazio, e della casa Tragella. Formai in seguito il progetto di trasportare anche i piccoli pezzi per appuntarli alla casa ove stavansi barricati, e che io già conoscevo, ciò che venne effettuato in un baleno, tanto era caldo il desiderio in tutti di caricare il nemico da vicino. Si passò di casa in casa per le praticate aperture; si atterrò pure in quel mentre anche parte della parete di divisione della casa Borsa colla casa Rossi, ove abitava il Bianchi già menzionato; di là passammo silenziosi in giardino, si caricarono i piccoli spingardi, nè saprei dire quanti colpi fossero lanciati, nè con quale vantaggio; questo solo però posso assicurare che lo spavento e la confusione del nemico andava aumentando, ciò che contribuiva non poco ad accrescere il nostro coraggio prorompendo ad ogni poco con unanime grida di vittoria, vittoria, alle quali grida rispondevano pure i nostri fratelli che stavano nella posizione opposta, e tanto ne era l’aere percossa, che in un coll’entusiasmo che tutti ci animava non vedeasi che il fuoco dei fucili, senza sentirne i colpi, e nemmeno dei cannoni che continuavano a fulminarci dai vicini bastioni».
«Appena arrivati nel giardino del Bianchi in casa Rossi, come già si disse, alcuni di noi si appostarono alla porta, mentre altri si portavano, mediante una sdruscita scala a mano, sul solajo del casino Cagnola ivi confinante, posizione fortissima, e la cui inspirazione non so a chi sia venuta primiero».
«Questo è certo che di là si fece una vera strage, non essendo discosti dal Dazio più di ottanta passi circa, e quindi non più di sessanta dai bastioni, ove dietro gli alberi si nascondevano que’ valorosi campioni di marziale aspetto, ne’ quali Radetzky aveva riposte tutte le sue speranze. Su tutta la linea si continuò il fuoco con ordine e regolarità ed intrepidezza, fuoco che non cessò che al cessare della lotta. Divisi in varj drappelli dall’una e dall’altra parte dal Dazio, non che da diversi altri punti vicini, i nostri colpi mietevano molte vite fra il nemico, e ben era facile l’accorgersene dai cadaveri che vedeansi stesi lungo i bastioni, e dalla confusione che andava crescendo in loro. Le barricate stesse non venivano da noi rispettate, chè quando non si poteva mirarli all’aperto, si lanciavano colpi fra le aperture delle stesse, e ben dovettero provarne danni immensi, giacchè visitato il Dazio il giorno dopo, si trovò sparso di sangue ed il terreno e le pareti».
«Sbaragliato un primo corpo di linea, credo del reggimento _Reisingher_, venne a questi in soccorso un corpo di cacciatori; sempre più animati dai felici successi dei nostri colpi, continuammo il fuoco su di loro, e buona parte dovettero mordere il terreno, o farsi trasportare feriti, e fra questi un ufficiale. Irritati, o meglio spaventati dal vedersi così frequentemente decimati tentarono col cannone di atterrare le porte ove noi stavamo appostati. Ma Dio era con noi! In mezzo al loro cannoneggiar frequente io non esitai punto a barricare la porta dello stesso giardino goduto dal Bianchi, che potea essere facilmente atterrata, perchè debole, e più delle altre esposta ai colpi del nemico. Fu poco dopo che mi recai nuovamente in casa Ratti, premendomi osservare tutti i posti occupati dai nostri; in quel mentre passando per casa Melas una palla da sedici a dieciotto libbre cadeami a pochi passi distante, ammaccando fragorosamente il muro; io la raccolsi religiosamente e la conservo ad eterna memoria, come pure conservo un pezzo di cartoccio di ferro, entro cui i barbari racchiudevano la mitraglia, e che cadea poco distante dal muro ove noi stavamo freddamente a mirarli e colpirli. Fu pure allora che lanciarono contro di noi dei razzi alla Congrève, tentando di incendiare la casa che ci difendeva; ma i razzi produssero poco effetto, giacchè male diretti, uno cadde in un giardino a noi vicino, affatto innocuo, ed un altro in casa Melas appiccando il fuoco in una sola stanza al secondo piano, fuoco che venne da noi stessi spento con pochissimo danno; fu pure in quel momento che maravigliati scorgemmo cominciare il fuoco anche in casa Tragella, ove il nemico stavasi barricato. Su questo fuoco che andava mano mano crescendo si formarono varie congetture, da chi cioè fosse stato appiccato, se dai nostri, o da loro. Certo che i nostri non lo potevano anche quando lo avessero voluto tentare. Erano circa le ore due e mezzo pomeridiane, e sino a quel momento nessuno di noi aveva ancora osato avvicinarsi cotanto. Convien quindi conchiudere che il fuoco sia stato dato da loro stessi, ed in tal caso è forza il convenire che fino da quel momento, disperando della vittoria, vollero suggellare la loro sconfitta con atti dell’innata loro ferocia, devastando e distruggendo in mille modi quanto non poteano rubare».
«Anche il soccorso dei cacciatori fu di nessun danno per noi, mentre essi provarono e perdita e vergogna, poichè, molti di loro feriti e morti, dovettero ritirarsi fuggendo per avere i superstiti salva la vita».
«Nè posso nè debbo tacere come a questi veramente mirabili successi abbiano straordinariamente contribuite quelle barricate mobili, monumento eterno del genio Italiano. Esse avanzandosi lentamente, spinte dai nostri valorosi armati, nel mentre aumentavano lo spavento nel nemico, permettean loro di potere impunemente avvicinarsi, e ferire dietro quei baluardi inespugnabili. Gloria eterna al suo inventore!»
«Animati dalla loro fuga, resi noi arditi anzi che coraggiosi, formammo il progetto di fare una sortita per caricare il restante colla bajonetta in canna, della quale eravamo quasi tutti forniti; ma non appena fatti quattro o cinque passi fuori del giardino del Bianchi, che vedemmo arrivare correndo, dal lato di Porta Orientale, un drappello di granatieri da quattro a cinquecento circa, e che appostatisi dietro gli alberi stavano per colpirci. Ci ritirammo allora di bel nuovo, e rincominciammo l’attacco, non mai scoraggiati, ma sempre più animati di prima».
«Dopo una lunga lotta anche i granatieri dovettero abbandonare il terreno, con perdita dei loro, e nessuno dei nostri, quantunque fossero essi sempre ajutati dal cannone. Ai granatieri vennero in soccorso i Croati, altro drappello di 500 circa, che furono pure completamente sbaragliati. A questo punto, privo di munizioni, avendo consumate circa 150 cartucce, e da 26 a 28 once di polvere pei cannoni, mi ritirai nel centro cercando alcuni fucilieri freschi, e munizioni per me e pei compagni che cominciavano pure a scarseggiarne, promettendo a tutti sicura la vittoria in meno di un’ora. Comparvero subito alcuni giovani coraggiosi che volentieri si prestarono all’invito, e la munizione venne favorita dal benemerito cittadino conte Belgiojoso, della contrada della Guastalla. Feci immantinente ritorno verso le ore sette e mezza, ma il fuoco era già stato dai nostri appiccato alla porta; i soldati dispersi continuavano a tirare su di noi, e coi fucili e coi cannoni, il che non valse a rallentare il nostro valore, e fortunatamente in una lotta così ostinata, e che non durò meno di dieci ore, noi non avemmo a deplorare che la perdita di tre individui e di pochi feriti. Oh! voi tutti fortunati, che combattendo per la patria incontraste una morte invidiata sul campo della vittoria! La patria riconoscente perpetuerà i vostri nomi scolpiti, e li tramanderà gloriosi ai nepoti, perchè, maravigliati dalle vostre eroiche gesta, e dalle vostre virtù, imparino a sfidare il furore del barbaro che tentasse di invadere questa nostra bella contrada, sacrificando e beni e vita anzichè cedere più mai un palmo solo di questa sacra terra, rigenerata ormai col sangue dei prodi».
XII.
LA VITTORIA.
Le lagrime di gioja, i gridi dei bimbi, dei vecchi e delle donne, che si precipitavano nelle braccia dei loro vincitori guerrieri e li baciavano sulla bocca, furono tali e così profondamente sgorganti dall’anima, che per certo gli angeli del cielo se ne commossero, e toccando le arpe d’oro cantarono un inno di grazie all’Eterno per la vittoria conceduta ai loro mortali fratelli d’Italia.
GOVEAN, _La battaglia di Legnano_.
Era trascorsa di due ore circa la mezzanotte quando quel forte romoreggiare del cannone che doveva coprire la fuga delle truppe del grand’impero, cessò affatto. Il Feld–Maresciallo credette di usare questo nuovo ingegno di sua strategica per salvare la pelle. Chiamò a raccolta tutte le sue truppe e mano mano che faceva il giro di circonvallazione le raccoglieva, facendo trasportare con esse gli innumerevoli morti e feriti, di che il valore dei nostri prodi aveva coperto il terreno.
Prima ad aprirsi fu la Porta Comasina, e vi tenner dietro Porta Nuova, Porta Orientale, Porta Tosa e Porta Romana. La novella della riportata vittoria si sparge tosto per tutta la città. I nostri accorrono al Castello ed alle porte. Un grido di _fuori i lumi, i Tedeschi sono andati, vittoria, vittoria_, viene ripetuto per tutte le contrade. Tutti vogliono assicurarsi del fatto. Le contrade vanno stivate di gente cittadina e forese che era corsa in nostro ajuto. Qual commoventissima scena di gioja, quegli amici, quei parenti, quei mariti, quei figli, quei fratelli che durante i cinque giorni di lotta non s’erano più incontrati, ora si abbracciano, si stringono insieme, e gridano: _Sì siamo vivi, vivi e redenti, cessino le angosce, Viva l’Italia libera_! Noi ci siamo battezzati col sangue de’ nostri fratelli. Noi abbiamo giurato sulle loro esanime spoglie mai più Tedeschi, mai più stranieri! L’Italia si è emancipata, essa può far da sè. La patria di tanti eroi, la bella Milano sarà pareggiata all’antica Roma.
Milano è libera e l’inimico sbandato e fuggiasco si muove in due colonne verso Lodi e Bergamo. Il Governo Provvisorio ne dà tosto avviso coi seguenti editti, invitando ancora i nostri prodi a tenergli dietro onde spegnere del tutto quella razza di barbari e d’assassini.
AI PARROCI E A TUTTE LE AUTORITÀ’ COMUNALI.
_Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci._
_Il Presidente del Comitato di Guerra_
POMPEO LITTA.
=CITTADINI!=
_Milano, 23 marzo 1848._
_Il maresciallo_ Radetzky _che aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz’armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare. Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l’emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c’è indipendenza per voi._
_Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto_.
_Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente._
_Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più._
_VIVA L’ITALIA._
_Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente._
CASATI, Presidente. BORROMEO VITALIANO. GIULINI CESARE. GUERRIERI ANSELMO. GAETANO STRIGELLI. DURINI GIUSEPPE. PORRO ALESSANDRO. GREPPI MARCO. BERETTA ANTONIO. LITTA POMPEO.
CORRENTI, Segr.
COMITATO DI PUBBLICA SICUREZZA
_Milano, 23 marzo 1848_.
=CITTADINI!=
_L’opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata col _coraggio_, coronata colla =costanza=, ma dev’essere perfezionata coll’_ordine.
_Per guarentire la Sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que’ cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperano a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de’ suoi Comitati._
_S’invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani._
_Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia e uffizio onorevole quant’altro mai, perchè esige valore uguale a virtù._
_Cittadini! Non è lontana l’ora in cui torni l’Italia a ripigliare l’antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società._
_VIVA L’ITALIA!—VIVA PIO IX!_
IL COMITATO
FAVA.—SOPRANSI.—RESTELLI.—LISSONI.—CARCANO.—CURTI.
_I Segretarj_, ANCONA.—COMINAZZI.
ITALIA LIBERA
W. PIO IX
ESERCITO ITALIANO
_Milano, 23 Marzo 1848._
_I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico nel suo seno. D’ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D’ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l’una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d’armi la città,—l’altra, provveduta completamente d’armi da fuoco, e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa, anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente; lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo._
_Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l’Italia, noi la chiameremo_ LEGIONE PRIMA, _l’Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi._
_I difensori della città si chiameranno_ LEGIONE SECONDA, _e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana:_ GUARDIA CIVICA.
_Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all’Esercito, e alla Guardia, secondochè l’imperfetto armamento v’impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi._
_Suvvia dunque, viva l’Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città._
Il Comitato di Guerra
POMPEO LITTA—GIORGIO CLERICI—GIULIO TERZAGHI CATTANEO—CARNEVALI—CERNUSCHI—LISSONI—TORELLI.
Prima di por termine a questa mia narrazione vorrei conoscervi tutti o valorosi miei concittadini e coraggiose eroine per decantare i vostri nomi ed i vostri trionfi a tutto il mondo[45]. Sì diciamolo, nella nostra Rivoluzione vi fu del prodigioso, del sovrumano, ma vi fu ancora un eroico coraggio, del quale non v’ha esempio nelle storie dell’incivilita Europa. L’Austria è caduta, e con essa l’infame sua politica che s’appoggiava sul raggiro e sulla frode. «Caduta è l’Austria, ripetiamolo con Bianchi Giovini, e noi gettiamoci sopra di lei, pestiamola, calchiamola, stritoliamola. Vendichiamo tutte le infamie della sua polizia, tutte le malvagità del suo ministero, tutta l’ignoranza de’ suoi ministri, tutte le estorsioni, le truffe, le ruberie, i sacrilegi, le immanità consumate nel troppo lungo periodo di trentatrè anni: e affamata, conquassata, sbigottita, balziamola al di là de’ Tarvisj monti e sia maledetta la sua memoria».
Ora che Milano è libero, ma non tutto il territorio, il Governo Provvisorio continua con energici editti a mantenere in noi quell’entusiasmo e quell’eroismo che tanto ci distinse durante i cinque giorni, riportiamo il seguente:
PROCLAMA
IL GOVERNO PROVVISORIO.
_Milano, 25 marzo 1848._
_Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, raccozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli orrori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l’armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre l’Alpi. L’abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso Principe che volle all’impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta Italia, e sarà!_
_Orsù dunque, all’armi, all’armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l’ultima battaglia dell’Indipendenza e dell’Unione Italiana._
_Un esercito mobile sarà prontamente organizzato._
_Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d’alto nome dell’antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell’epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all’armi italiane nella gran lotta della libertà._
_Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l’avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti maraviglia e vanto a tutta la nazione._
_Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch’esso italiano, accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d’essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra._
_Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l’angoscioso servigio, sotto le verghe dell’Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore, che fra breve sventolerà dall’Alpi ai due mari._
_Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de’ vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell’umanità_.
_Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto._
_Italiani ... oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere._
_Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ._
_Dio è con noi: già ne ’l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest’eroica settimana: Dio è con noi!—All’armi, all’armi! Vinciamo un’altra volta, e per sempre._
CASATI, Presidente.
BORROMEO VITALIANO—GIULINI CESARE—GUERRIERI ANSELMO STRIGELLI GAETANO—DURINI GIUSEPPE—PORRO ALESSANDRO GREPPI MARCO—BERETTA ANTONIO—LITTA POMPEO.
CORRENTI, _Segret._
Quindi lo stesso Governo si volgeva al Sommo Pontefice Pio IX, a colui che suonò continuamente sul labbro di tutti, come l’iniziatore del maraviglioso rivolgimento politico dell’Italia, implorando la sua benedizione nel proseguimento della guerra dell’indipendenza italiana. Ecco il tenore dello stesso indirizzo:
IL GOVERNO PROVVISORIO DI MILANO
ALLA SANTITA’ DI PAPA PIO IX.
_Beatissimo Padre!_
_La gran causa dell’indipendenza italiana da Vostra Santità benedetta ha trionfato anche nella nostra città. Noi le abbiamo resa testimonianza di sangue; e ne andiam lieti nella speranza che questo sangue sarà lavacro di rigenerazione per noi e per tutt’Italia._
_Nel Nome Vostro, Beatissimo Padre, noi ci preparammo a combattere; scrivemmo il Nome Vostro sulle nostre bandiere, sulle nostre barricate; nel Nome Vostro inermi quasi e improvidi d’ogni cosa, fuorchè della santità pe’ nostri diritti, affrontammo i formidabili apparati del nemico; nel nome Vostro giovani e vecchi, donne e fanciulli, lietamente combatterono, lietamente morirono, ed ora nel Nome Vostro apriamo la gioja de’ nostri cuori a Dio_ che ha vinto in noi la sua battaglia.
_Sì, è Dio che in noi ha vinto: lo proclama la gran voce del popolo, che in questa certezza dimentica tutti i dolori del passato e li perdona, mentre pieno di fede contempla nell’avvenire l’avveramento di quelle magnifiche promesse di che prima gli entrava mallevadrice, o Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta parola. Intrepidi nella lotta, noi siamo stati misericordiosi nella vittoria; e devoti al Vostro Nome che suona mansuetudine e perdono, non ci siamo abbandonati all’ebbrezza del trionfo, non l’abbiamo macchiato d’alcuna esorbitanza, e, quanto lo consentono le severe ragioni della guerra, abbiamo rispettato l’immagine di Dio anche nel nostro spietato nemico._