Cronaca della rivoluzione di Milano
Part 6
Narrano tutti d’accordo gli scrittori di questa gloriosa rivoluzione, ed io pure lo sentiva narrare il giorno dopo che successe questo fatto da un popolano, che dopo di aver uccisi e feriti molti del reggimento _Kaiser_, gli fu portato via il dito annulare della sinistra, e che egli fattosi fasciare strettamente la ferita per impedire l’emorragia, continuò ancora a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti con queste parole: _Una testa di legno mi ha fatto saltar via questo povero dito_; e quindi se lo riponeva in saccoccia. Peccato che non si sia potuto conoscere il nome di questo valoroso cittadino[35]. Il corpo delle guardie di Finanza abbracciò questa mattina il nostro santo partito. Attaccate le coccarde sui loro berretti, sguainarono la spada e si unirono ai cittadini, distribuendo a loro le armi dei veterani inabili a combattere.—Verso sera fu veduto passare sul corso di Porta Romana il console Sardo, accompagnato da sei cittadini armati e da quattro pompieri per recarsi dal Console di Francia a concertare una energica protesta da farsi a Radetzky, contro l’assassinar del popolo che le sue truppe facevano. Il Console Francese fu il primo a farci sentire le sue intenzioni col seguente proclama che fu affisso agli angoli della città, alle ore quattro pomeridiane[36].
=CITTADINI!=
_Il Console Generale della Repubblica Francese protesta contro l’arbitrio del nemico che noi stiamo vincendo._
_Le grandi Nazioni sono fatte per intendersi._
_Viva la Patria e la Vittoria._
_Quartiere generale della Sicurezza pubblica._
ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!
Nella notte del sabbato alla domenica, il Torresani, vedendo inevitabile la caduta del suo potere, ordinò che si abbruciassero le carte, i registri, le relazioni, e tutto quanto poteva mettere in chiaro le sue ribalderie, e scoprire gl’infami agenti de’ suoi misfatti[37]. Poco mancò che il fumo di tale incendio non soffocasse i poveri carcerati della Polizia, alcuni dei quali gridavano a piena gola che si aprissero le finestre, altri pregavano che si aumentasse il martirio per essere più presto spacciati, parendo loro men doloroso il morir soffocati che morir di fame, dopo trentacinque ore senza che a loro si somministrasse alcuna sorta di vitto. Altra prova della iniquità del signor Torresani si è l’ordine da lui dato al cavaliere Palladini, direttore della casa di Correzione, di scarcerare, nel caso che il tumulto popolare continuasse, i quattrocento sessanta detenuti che si trovavano nella stessa casa, e di armarli alla meglio, onde confusi col popolo, uccidessero, assassinassero ed ardessero ogni cosa. Ma il disegno andò fallito, mentre il Palladini si rifiutò di eseguire così infame comando.
Abbiamo a piangere la morte di Giuseppe Broggi, uno dei più segnalati eroi della nostra rivoluzione. Egli morì martire per la patria, la mattina di questo giorno, colpito da una palla di cannone, mentre incoraggiando i nostri, incuteva co’ suoi ben diretti colpi lo sgomento nell’animo de’ nemici[38].
IX.
20 MARZO (LUNEDÌ).
Evviva l’Italia!... tremate o stranieri! Su... via... ricalcate gli Alpini sentieri; Fuggite... già l’ora del sangue è suonata... Reclama vendetta la madre oltraggiata: E i figli han giurato—nei liberi deschi, Morte ai Tedeschi.
_I volontari Napoletani in Italia_.
Non ci attristi più lo sguardo L’abborrito giallo e nero; Sorga l’Italo stendardo E sgomenti l’oppressor. Sorga, sorga e splenda altero Il vessillo tricolor.
L. CARRER.
Ad una cupa e silenziosa notte interrotta da qualche grido di _all’erta_, da qualche colpo di fucile tien dietro un giorno che si presenta a noi sotto un aspetto molto tristo, e per la dirotta pioggia che cade, e pel continuo suonar a stormo, e per l’incessante tuonar del cannone. Pure i nostri animi non si abbattono, ed i nostri cuori, come spinti da forza ignota, si abbandonano ad insolita gioja, foriera di quella vittoria che andiamo a conquistare.—I trionfi dei due giorni precedenti han rinfrancato il nostro coraggio. Tutto seconda le nostre brame. _Iddio è con noi! Pio IX ha benedette le nostre armi! Iddio è con noi_! ripetiamo questo grido. «La croce sanguigna sia il nostro vessillo. O Tedesco infesto alla nostra nazione, odi quel funereo suono de’ sacri bronzi? Egli ti annunzia la tua miserabile fine!—Maledetto da Dio, maledetto dagli uomini, in chi speri tu ancora? Tu fuggirai, ma il marchio d’infamia che t’improntarono gli Italiani, al mondo intero ti farà manifesto e tutti i viventi malediranno e fuggiranno in te il ladro, l’infame assassino dell’Italia.—E tu, o Radetzky, ben degno condottiere di questa masnada, saldo appoggio del vacillante trono Austriaco, perchè non isfoderi quella vantata spada che per sessantacinque anni sfolgoreggiò a difesa del tuo principe? temi forse spezzarla contro i nostri petti di bronzo? N’hai ragione, noi non dobbiamo incontrarci. Tu non devi morire per mano di un prode. Vile come le orde che tu comandi, te ne stai intanato co’ tuoi satelliti a preparare la nostra distruzione coll’armi del tradimento.—E chi ponesti a presidio del Palazzo di Giustizia, dell’Arcivescovile, della Corte, della Direzione di Polizia, della Piazza de’ Mercanti? Vigliacchi tuoi pari che rifiutando di combattere, ci presentano il bianco vessillo di pace per coglierci nella rete e piombarci poi addosso coll’arma dell’assassino.—Ma la giustizia divina ci ha salvati tutti, noi abbiamo vinto: voi siete nelle nostre mani! Ora ci domandate la vita in dono, ci domandate del pane?... Avrete tutto. L’Italia è un popolo di leoni, tanto valoroso quanto magnanimo. Le vostre ossa andrebbero tritolate come il grano turco: ma questa fatica l’affidiamo al diavolo, se pure vorrà addossarsela.
Veniamo alla narrazione storica.
Di buon mattino tutti i soldati che si trovavano di presidio al palazzo vicereale, e con essi molte famiglie, dietro invito del generale Radetzky, nel massimo disordine fuggivano a ritirarsi in castello, preceduti dal generale Ratt. Il popolo a quel rumore si fe’ addosso alla truppa e si portò al detto palazzo dov’era già entrato un corpo di Poliziotti, che spaventati dallo strepito dei nostri stivali si era nascosto in una cantina[39]. I nostri scorrono tutto il palazzo deserto e svaligiato. Frugano ogni parte per trovar arme da fuoco o da taglio: ma trovano solo venti alabarde dei Trabanti. I Poliziotti dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte escono dal loro nascondiglio e depongono vilmente le armi.—Gli ammalati che si trovavano nelle infermerie di quel palazzo, intimoriti si nascosero sotto i loro letti, da dove tratti, furono assicurati da qualunque molestia, e vennero accompagnati all’Ospedale, preceduti da un vessillo con l’iscrizione, _rispetto ai feriti_. Tutto quanto stava nel palazzo fu rispettato, e soli sei cavalli che vennero condotti via nel trambusto, furono restituiti in capo a pochi giorni.
Verso alle ore otto e mezzo la Congregazione Municipale pubblicava i seguenti due avvisi:
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA CITTA’ DI MILANO.
_Milano, 20 marzo 1848, ore 8 antim._
_Considerando che per l’improvvisa assenza dell’Autorità Politica viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corr. della Vice–Presidenza di Governo, col quale si attribuisce al Municipio l’esercizio della Polizia, non che quello che permette l’armamento della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti, s’incarica della Polizia il signor delegato Bellati, o in sua mancanza il signor dottor Giovanni Grasselli, aggiunto; assunti a collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il general Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giuseppe Durini._
Firmato CASATI, Podestà. Firmato BERRETTA, Assessore.
_Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici che avrà luogo immediatamente._
Firmato CASATI, Podestà.
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA CITTA’ DI MILANO.
_Milano, 20 marzo 1848._
_In aggiunta all’avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria, affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica. Sono invitati ugualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne avessero._
_Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parocchia, ove si organizzeranno in compagnia di cinquanta ed eleggeranno provvisoriamente il loro capo, il quale si metterà in corrispondenza col Municipio per le successive disposizioni._
CASATI, Podestà.
BERRETTA, Assessore.
Poco dopo sventolarono i vessilli tricolore sulla maggior guglia del Duomo, piantati dai valorosi cittadini Luigi Torelli di Valtellina e Scipione Bagaggia di Treviso, e le campane della Cattedrale fanno eco a quelle delle principali chiese della città.
L’esempio dato dai soldati posti a custodia del palazzo Vicereale, fu imitato anche dai Poliziotti, o polizai, come il popolo li chiama, forte baluardo posto a difesa del palazzo della Direzione Generale di Polizia. Come s’impossessassero i nostri di questo infame nido, quali atti magnanimi usassero coi vinti, l’arresto di Bolza e di Galimberti ci vengono descritti con molto garbo dall’autore delle lettere che portano il titolo di _Infamie e crudeltà austriache, valore e generosità dei Lombardi nel marzo 1848_; ed io crederei di far torto a quel distinto scrittore (che ci vuole tacere il nome) se dovessi servirmi altrimenti che delle sue parole per quest’importante fatto della giornata.
«Appena fatto chiaro il lunedì 20 marzo, molti della contrada S. Margherita fecero occhiolino dalle imposte spiando cautamente lungo la via, e non veggendo alcun poliziotto, e non scorgendo alcun soldato, si fecer coraggio ad allungare il capo fuori dalle finestre, e non conoscendosi assaliti nè minacciati da armi da fuoco, si azzardarono a farsi brevi domande e brevi risposte coi vicini di contro. _Sono andati, pare?—Indietro, potrebbero essere in agguato!!—Che vi possa essere un tradimento?—Sono Tedeschi!—Ei Pietro, Rosina, indietro, vi è un tradimento_.—Ma un coraggioso che venia ornato di coccarda e munito di bastone dalla Piazza dei Mercanti, annunziando che le Piazze del Duomo e dei Mercanti eran vuote, fece sorgere un cicalio, una gioja, un coraggio da non dire. Giù dalle scale, fuori dalle porte, eccoti non pochi correre all’ingresso del covacciolo del lupo. Ma.... e se vi è un tradimento?.... Un giovane dello speziale di fianco all’abbandonata Polizia, si fa animo, entra inerme....Ritorna poco dopo recando un fucile ed una giberna dei fuggiti Poliziotti: allora non vi fu più freno; il correre, l’entrare, l’escire, chi con uno schioppo, chi con una sciabola, chi con una accetta, chi con un piccone, chi con una pentola, chi con un secchio, chi con una cazzeruola, chi con una montura da poliziotto fu un punto solo; i portanti le prime corsero diffilati nelle vicine contrade a chiamar gente, onde vengano ad armarsi: chi recava le seconde, ed erano robe del custode delle carceri, le gettano per terra, le calpestano, le stracciano, le fracassano. Gli antivegenti però ed i più cauti traggono invece subito a far barricate; tavole, panche, sedie, casse, tutto si pone insieme. Una mano dei più ardenti prontan le scale per istrappare l’abborrita aquila, il pesante stemma della Polizia; e senza istrumenti tanto fanno, che alla fin fine la smuovono, la fanno cadere, e fra i fischi e gli urli la collocano arrovesciata a far parte della più vicina barricata. La contrada allora prende un carattere nuovo; dal silenzio, passa repentina ad un fracasso forsennato: chi con zappe comincia a strappar i ciottoli, chi con leve cerca alzar i lunghi marmi del selciato, chi grida, chi ordina, chi consiglia, chi lavora, chi getta dalle finestre materiali ad ingrossar le barricale, sembra insomma una vera Babilonia».
«Una voce sonora però nel frastuono si fa sentire a chiedere: _Ed i prigionieri?—Fuori i prigionieri, libertà ai prigionieri!_—fu la risposta in coro. E pochi minuti appresso, eccoti le prime vittime. Chi erano mai? Erano.... quelle donne della gioja.... quella peste della società.... _No, no, fuori i prigionieri politici_, sentesi a gridare, _e voi, o donne, a casa_....Vengono invece faccie pallide, brutte, sinistre, le quali appena sortite da quella porta vi sporgano la mano cercando pane confessando che sono 40 ore che non mangiano! fra le quali due, padre e figlio che dicono essere un anno che penano, e che non fu nemmeno loro cominciato il processo, e che ignorano la causa della loro carcerazione!!—Ma i prigionieri politici dove sono? Dopo un quarto d’ora si sente rispondere—_Che s’ignora ove si trovino_.—Allora l’oste della contrada dei Due Muri, che nel suo commercio vendeva vino e commestibili ai custodi dei detenuti, e che da loro sapea il numero della stanza nella quale erano rinchiusi, grida che questi si trovano nelle carceri ai numeri 18, 30, 36 e 37. Rinvenute le chiavi, eccovi persone civili, fra le quali il marchese Villani, il sig. Ravizza, il sig. Marcora ed altri precipitar da quel crudo ingresso. Al loro apparire grida di gioja gli accolgono, tutti corron loro incontro, i conoscenti balzan loro al collo, gli baciano con calde labbra, gli stringon tutti con quella consolante allegrezza, che anche i cuori i più indifferenti avrebbe mosso a dolci lagrime. Se avesti veduto, o Torresani, le tue vittime come venivano accolte, e con qual giubilo! Tu, uom senza cuore, anzi col cuor da tigre, avresti....Ma che dico? Ti narrerò invece, amico lettore, un altro tratto della bontà di cuore del prelodato Torresani. Spogliata la Polizia dell’armi da fuoco che saran state 22, o 15, e di un centinajo di armi da taglio, si passò a correre le camere degli ufficj, alcune delle quali si trovarono spoglie di libri, e specialmente la segretaria, che, come dissi, furono bruciati nella notte della domenica, come ne fanno fede le rinvenute ceneri, e gli illeggibili avanzi quasi tutti scritti in francese. In altri locali si trovarono gli effetti rubati, che la paterna Polizia non restituiva mai, o quasi mai ai proprietarj, e nella chiesuola del locale 5 cadaveri di poliziotti uccisi, un altro di costoro morto in sul solajo, e tre feriti, in fine penetrarono i cittadini nelle eleganti stanze da dove imperava il Torresani: dato mano a rompere ed a fracassare qualche mobile, passarono di là in un elegante gabinetto, nel quale trovarono giovine signora vestita di seta nera, stringentesi al seno una bambina con a lato una cameriera, entrambe pallide, tremanti stavano ginocchioni. Mandò questa uno straziante gemito all’entrar del primo, credendosi vicina ad essere sacrificata, poichè misurato il cuore di questi dal cuore del suo suocero, giacchè dessa era la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio del Torresani con il frutto di tale malaugurato connubio, si credette perduta e morta colla sua bambina. Ma l’entrato, che era munito di fucile da caccia a due canne, il cui nome ignoro e che volentieri pubblicherei accompagnandolo della lode che bella si merita, confortandola invece, e dato ordine che con modesto _sciallo_ si coprisse la testa e la faccia lagrimosa, presala sotto il braccio, e chiamato un altro cittadino armato in suo ajuto, disceser le scale per escire. Alla insperata moderazione degli occupanti si fecer animo anche le donne del portinajo del Torresani e qualche servo di casa a seguire quei pietosi cittadini armati, i quali apertasi la via tra la moltitudine, guidarono quel derelitto convoglio alla casa paterna dei conti Giovio, ma trovatala chiusa, lo ripararono presso la famiglia dei signori Morandi.»
«La moglie poi del Torresani caduta anch’essa in potere dei nostri, non che una fra le tante concubine dello sporco Radetzky sono trattate con tanta amorevolezza da chi le ricovera, che se lo sapessero i nemici nostri, come lo sapranno, dovrebbero non arrossire, ma morir di vergogna nel confronto. Io qui ti fo riflettere, o cittadino lettore, se il Torresani avesse almen sentito i dolci vincoli della famiglia, avrebbe potuto abbandonare, e la propria donna e colei che per unirsi al suo figlio abbandonò la propria famiglia, i propri parenti, i propri amici, il proprio nome, il proprio onore, giacchè chi prima era famigliare della giovine contessina Giovio, non la riconobbe più fattasi moglie al figlio di un Torresani? Ma non ragioniam più oltre di lui, se la mano degli uomini non lo potrà afferrare, la mano di Dio graviterà sicura sul suo capo; ed il rimorso, il più fiero dei martirj, lacererà a quest’ora quell’anima, se un’anima informa quel crudele.—Chi lo dice nel seguito della fuggitiva armata austriaca, chi lo dice nascosto ancora qui in Milano, chi lo dice fuggito per altre vie sotto mentite spoglie. Ove sarà, un dì lo sapremo.»
«Si posero allora all’opra i sempre crescenti armati cittadini ad inseguire il nemico che vilmente abbandonava i posti, ed a far caccia de’ sparpagliati oppressori della caduta Polizia. Primo tra questi ultimi che smaniosamente si cercava era il famigerato Luigi Bolza. Scorsero alcune ore avanti averne notizie, ma spiato da due suoi dipendenti, che coraggioso era corso a nascondersi nel fieno sulla soffitta in un ripostiglio vicino alla sua dimora, lo trovarono difatto dopo un’accurata indagine pallido, contraffatto, coi capegli irti, chiedente, pietà, misericordia, quella pietà e quella misericordia che mai sentì per gl’infelici che per tanti anni da vero carnefice tormentò ed uccise. Lo trovaron, dissi, sotto un forte strato di fieno. Cavatolo di là apparve la sua grottesca figura: e fatte sulla sua persona le diligenti inquisizioni se avesse armi, onde non potesse tradire, od uccidersi, giacchè lo si credeva un coraggioso, capace di bruciarsi le cervella, gli si rinvennero invece le tasche colme di pane e formaggio!! Figurati, lettore cittadino, la faccia scomunicata di quel laido vecchio, smorta e sbasita, con quella bocca puzzolente che grugnisce come il porco, e quella persona tremante, coperta tutta di pagliuzze di fieno, che colle braccia aperte si lascia frugare nelle tasche, e ne cavano invece di stili o di pistolle, ne cavano pane e formaggio!! L’ira dei più accaniti, si volse in riso, e dimenticando che avrebbe meritato una fine più crudele di quella data al Prina lo si condusse invece in casa dei Conti Borromeo, ove dimorò sino al giovedì, dopo fu tradotto in casa Vidiserti, sorvegliato e custodito dal Marchese Villani, quello stesso uscito poche ore prima dalle carceri politiche di santa Margherita, e dopo tre giorni, di notte fu tradotto alle carceri del Criminale, ove, in onta a’ suoi meriti, è trattato con quella generosità che è propria dell’attuale Governo Provvisorio, generosità che lo rende a tutta l’Europa chiaro e riverito.»
«Nella contrada dei Due Muri, all’albeggiare della Domenica si sentirono dei colpi di martello nel muro sopra la prima finestra dell’abitazione del Garimberti, e poco dopo si vide cader calce e pezzi di quadrello, poi una mano a strappare un grosso mattone, tenerlo sospeso nell’aria per qualche tempo, sino a che un passaggiere si avvicinasse, e credutolo a tiro, fu scagliato, ma non rasentò che alla distanza di due dita lungi la testa dello sfortunato passante: era il Garimberti o i servi del Garimberti che da quel momento fatta pria la breccia, e coi rottami di questa fattine altrettanti mezzi di morte pei cittadini, finiti questi bersagliarono tutta la domenica sui passaggieri, come dissi, ed anche nella giornata del lunedì con armi da fuoco, specialmente da un grosso fumajuolo. Ma corso tutto il palazzo della fuggita Polizia, e non trovato il Garimberti, alcuni armati cittadini vennero nella contrada de’ Due Muri, ove aveva la sua abitazione, tentando con una trave atterrarne la porta: il che non potendo ottenere perchè era per di dentro ben fortificata, e sentito un colpo di fucile, che fu scaricato dal buco suddescritto, posero l’allarme in tutta la stretta contrada. In questo il facchino dello spedizionere Pezzoni diede ai cittadini una leva a ruota, e questi poggiandola inclinata verso la porta, e ben assicurata contro il selciato, con forza tale ne girano il manubrio dell’interna ruota dentata, che alla fine la sgangherano, e s’impossessano dell’ingresso, vicino al quale catturano il servo del Garimberti. Minacciato costui, promise additar loro il padrone, qualora lasciasser loro la vita, ed assicurato di ciò, li condusse di sopra in una stanza, nella quale erasi in quel momento riparato il Garimberti. Intimatolo di arrendersi e costituirsi prigione, mordendosi le labbra, cedette e venne tradotto nella casa dei Conti Borromeo.—Tu, amico, mi tacciasti che io sono inviperito contro gli agenti della tirannica cessata Polizia, ma dimmi tu dopo il detto, che si merita il Garimberti?»
Jeri abbiamo veduto come il Console francese sia stato il primo a promovere la protesta alle minacce del Radetzky, e come abbia invitato gli altri consoli ad aderirvi. Qual effetto poi producesse nel gran Feld Maresciallo, non lo sappiamo, ma è facile immaginarselo. Egli avrebbe voluto far un mucchio di pietre di questa città ribellata che non si ricordava più del valore delle sue truppe del gennajo.—Egli lo avrebbe fatto, ma ostava la responsabilità verso le estere Potenze che reclamavano; imprudentemente lo avrebbe fatto, ma, signor Maresciallo, come stavate di munizioni di guerra, che da tutti credevasi vi trovaste all’ablativo?
Intanto colla seguente lettera spera di prender tempo.
_Signori!_
_Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d’Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse a loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatriotti. Il governo dì S. M. l’Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all’improvvista, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatto nessuna provocazione._
_Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere ed uccidere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo potere di firmare, e che non appartengono che al Sovrano._
_Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d’onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l’uno nè l’altro, come obbliga il mio dovere verso l’Imperatore._
_Sta in voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo di cui furono assaliti, e a me il sentimento dell’odiosa sorpresa cui si sono serviti verso di loro._
_Ad ogni effetto, per rispetto ai Governi di cui siete l’organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all’indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa._
_Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma._
_Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane._
Conte RADETZKY.
_Ai signori Consoli d’Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera._
_Milano._
Nel corso della giornata d’oggi, furono pubblicati ancora i seguenti proclami:
PRODI CITTADINI
_Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel sangue di que’ miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò nelle nostre mani._
_Basti per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent’anni furono il flagello delle nostre famiglie e l’abbominazione del paese. Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo, fatene un’offerta a PIO IX._