Cronaca della rivoluzione di Milano

Part 4

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_Da quel giorno noi ci demmo a moltiplicare le proteste, i reclami, le domande: le Congregazioni centrali, le provinciali, le municipali, tutti i Corpi costituiti amministrativi, giudiziarj, scientifici, i cittadini più distinti si associarono, senza saputa gli uni degli altri, in una supplica sola, in una sola protesta: fu una voce sola in tutto il paese, un solo lamento, una sola manifestazione, che proruppe in ogni maniera d’atti: mai non fu veduto un accordo così unanime di tutto un popolo. Ma il Governo austriaco mostrò d’accorgersene solo per eluderlo, per volgerlo in deriso, per soggiogarlo. Dal nostro canto il rispetto della legalità recato fino allo scrupolo: dal canto suo le provocazioni e gl’insulti, gli arresti arbitrarj, le proclamazioni insensate. Ma fece di più. Organizzò l’assassinio, lo consigliò, lo protesse: sprigionò sicarj pagati in vino e in denaro contro uomini inermi, contro cittadini pacifici: non dubitò disonorare in opera sì nefanda la militare assisa; e Milano per la seconda volta nel 3 gennajo d’infame e dolorosa memoria[18] e Pavia e Padova videro rinnovate le stragi di Galizia._

_Eppure noi durammo ancora ad essere pazienti, e benchè il cuore ce ne sanguinasse, accennammo dar fede alle parole lusinghevoli con che si cercò sopire la nostra indegnazione: parole bugiarde benchè movessero dal seggio più vicino al trono: parole tosto disdette dalle proscrizioni, dalle deportazioni, dal nuovo apparato militare diretto a fulminare la nostra Città, dalla proclamazione del giudizio statario. Durammo ancora ad essere pazienti, e ci rassegnammo a divorar gli scherni più amari, gli oltraggi più crudeli per oltre due mesi lunghissimi, che ci furono una continua agonia._

_Finalmente il 18 di marzo usciva in Milano un bando, in cui s’annunziava che il Governo austriaco s’era deliberato di concedere a’ suoi popoli istituzioni più larghe, e promettevasi la libertà della stampa e la convocazione in Vienna pel mese di luglio delle Rappresentanze di tutti gli Stati della Monarchia. Nel tempo stesso spargevansi le novelle del moto viennese, da cui raccoglievasi che il Governo austriaco aveva dovuto cedere a fronte dell’insurrezione. Quel bando e quelle novelle rivelavano che si trattava d’una promessa estorta, da eludersi o rinnegarsi appena le circostanze mutassero. E però noi risolvemmo tentar l’ultimo esperimento e chiarire le intenzioni di Vienna all’Europa: vittima ch’eravamo da tanti anni dei soprusi e delle frodi della Polizia, domandammo che questa fosse disciolta, e che a tutela dell’ordine pubblico venisse armata una milizia cittadina._

_Ci fu risposto a colpi di moschetti e di cannone._

_Allora noi sentimmo giunto il momento di operare, e sorgemmo: cessammo allora d’esser pazienti: allora ci deliberammo di farla finita e per sempre._

VII.

18 MARZO (SABATO)

Suonata è la squilla,—già il grido di guerra Terribile eccheggia per l’Itala terra: Suonata è la squilla,—su presto fratelli, Su presto corriamo la patria a salvar:— Brandite i fucili, le picche, i coltelli, Fratelli, fratelli corriamo a pugnar.—

_Canto del Crociato_.

Via da noi Tedesco infido, Non più patti, non accordi: Guerra! Guerra! ogn’altro grido È d’infamia e servitù. Su que’ rei di sangue lordi, Il furor si fa virtù.

L. CARRER.

Le Autorità di Milano parte venivano chiamate a Vienna, parte fuggivano. Fra le prime furono il plenipotenziario Ficquelmont, che sperava con _un buon teatro farci dimenticare e Pio IX e patria e patimenti_, ed il conte di Spaur governatore della Lombardia; delle seconde fu l’arciduca Ranieri, vicerè di queste provincie e delle Venete.—La città restava abbandonata a Radetzky, capo del militare, ed a Torresani, direttore della Polizia, ambo di un solo pensiero distruttore verso di noi, i quali fino ad ora non conosciamo l’origine di tant’odio.

La rivoluzione vittoriosa della Sicilia aveva destato il nostro entusiasmo, quella di Francia la nostra ammirazione; ma quella di Vienna ci scosse e non ci lasciò pensare più oltre. Quest’ultima rivoluzione strappava all’Imperatore una promessa di future concessioni che perveniva anche tra noi[19]. Ma i nostri cittadini, parte corrucciati dalle condizioni lagrimevoli in cui veniva abbandonata la bella Milano, parte stanchi delle insolenze e ribalderie della Polizia; intuonarono l’inno di guerra. Su molti angoli della città furono affisse e diffuse le seguenti

DOMANDE

DEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.

_Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibil volere che il nostro paese intende di esser italiano, e che si sente maturo a libere istituzioni._

_Chiediamo offrendo pace e fratellanza ma non temendo la guerra:_

1. _Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità._

2. _Abolizione della legge di sangue ed istantanea liberazione dei detenuti politici._

3. _Reggenza provvisoria del Regno._

4. _Libertà della stampa._

5. _Riunione dei Consigli Comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all’assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine._

6. _Guardia Civica sotto gli ordini della Municipalità._

7. _Neutralità e sussistenza guarantita alle truppe Austriache._

_Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de’ Servi._

ORDINE E FERMEZZA.

_Milano, 18 marzo 1848._

Questo ritardo impazientava i cittadini. L’agitazione era al colmo, quando a mezzodì la popolazione traboccava da ogni parte, tutta dirigendosi al palazzo Municipale e gridando armateci, dateci la Guardia Civica. Il podestà conte Gabrio Casati, colui che altre volte aveva esposta la propria vita per il bene de’ suoi amati concittadini, in compagnia dell’assessore Greppi, cercarono d’acquietare la moltitudine e persuaderla che era uopo rivolgersi al Governo. E il popolo dimandava un capo che il guidasse. Ebbene vi precederò io, disse il Podestà; e si mise coi corpi Municipali e Provinciali alla testa del popolo fra le acclamazioni di una moltitudine festante che agitava nell’aria e fazzoletti e cappelli, ed adornavasi il petto di coccarde tricolori, molte delle quali venivano dalle donne d’ogni condizione gittate dalle finestre lungo il Corso.

Giunto il lieto popolo al ponte di S. Damiano, i soldati posti a guardia del palazzo di Governo scaricarongli contro i loro moschetti. Quello sparo fu la scintilla che doveva destare il più grande incendio che fosse mai. In un attimo i due granatieri ungaresi di guardia furono uccisi, gli altri soldati disarmati e spogliati, il palazzo invaso, e salva ogni proprietà domestica, distrutti tutti quei documenti per noi di troppo funesta ricordanza[20].

Tutti i consiglieri si raccomandarono alle gambe, gli impiegati alcuni seguirono l’esempio de’ loro capi d’ufficio, altri passarono fra il popolo a partecipare, di quella poca gioja che questa prima vittoria gli faceva gustare. Il solo O’ Donell, capo, in assenza del conte Spaur, l’unica autorità lasciata ad un popolo posto sotto il giudizio statario, rintanato nel suo gabinetto non voleva discendere a patteggiare colla moltitudine. Poco dopo tra le acclamazioni giunsero monsignor Arcivescovo e l’arciprete Opizzoni fregiati essi pure della coccarda tricolore, i quali avendo assicurato il Vice presidente che la sua vita non avrebbe corso pericolo, l’indussero a presentarsi sul verone del palazzo, donde, palido e tremante, spiegando un fazzoletto bianco gridava: _Farò quello che volete, tutto quello che volete_. E il popolo a rincontro gridava: _Abbasso la Polizia, Guardia Civica_; ed il conte O’Donell: _Sì abbasso la Polizia, la Guardia Civica_. Il popolo replicava: _Lo vogliamo in iscritto_; ed egli l’assicurò che l’avrebbe fatto. Tradotto quindi in casa Vidiserti, contrada del Monte n.º 2634 C., sottoscrisse i seguenti editti che poche ore dopo venivano pubblicati dalla Congregazione Municipale[21].

Milano, 18 marzo 1848.

_Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l’ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica._

_Firmat_. Conte O’Donell.

_La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente._

_Firmat_. Conte O’Donell.

_La Direzione di Polizia è destituita: e la sicurezza della città è affidata al Municipio._

_Firmat._ Conte O’Donell.

LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA CITTA’ DI MILANO.

_In conseguenza di ciò sono invitati tutti i Cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica._

_Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor dottor Bellati, Delegato Provinciale._

_I Cittadini che hanno le armi dovranno portarle con sè._

CASATI, _podestà_. Beretta, _assessore_. Greppi, _assessore_.

Silva, _segretario_.

Da questo punto ebbe principio la rivoluzione che da tutti gli scrittori, fu gridata la _più giusta_, la _più morale_, la _più santa_ di quante mai si possano leggere nelle antiche e moderne istorie. Ignazio Cantù (fratello a Cesare, ingegno conosciuto e pel suo merito letterario e per le sue peripezie fatto segno della rabbia Teutonica) narrando di questo fatto[22], scrisse: «_La rivoluzione di Milano si è compiuta nel modo più energico, più moderato, più giusto. Sradicò da Italia una progenie che piantata fra noi con galanterie di nozze, scalzata dalla pace di Costanza, rialzata ancora da quel Carlo V, che esecrava e spegneva fino al midollo il nome di libertà; alternata poi con Spagna e con Francia, venne finalmente dopo fughe e sconfitte a ricollocarsi pacificamente sul trono che ora ci parve incredibile abbiano potuto tollerare per sei lustri_.» Ed il Giornale _Il 22 Marzo_, per tacere di tutti gli altri giornali ed opuscoli che a centinaja s’ammucchiano sopra il mio tavolo, così s’esprime:

_La causa della nostra indipendenza è vinta, vinta nel fallo come lo era già prima nelle idee e nei desiderj di tutti. Lo straniero, che da tanti anni occupava le nostre contrade fugge cacciato dalle armi cittadine e si ritrae verso l’Adige, inseguito dall’odio e dall’esecrazione universale. Tra non molto tutto il Paese sarà sgombro, ed i Lombardi potranno abbracciare i loro fratelli colla coscienza e coll’orgoglio d’una libertà dovuta alla concorde energia dei loro sforzi. È questo un trionfo, che non ha riscontro nella storia, uno di quegli avvenimenti che la provvidenza suscita, quand’è il tempo, a rinnovare sui popoli il miracolo dell’amore, e a rintegrare la fede sui destini dell’umanità. Ormai la vergogna di trentaquattro anni è espiata, espiata coll’audacia del conflitto e colla sublime mansuetudine del perdono. Il nostro popolo s’è ribattezzato degnamente nel sangue de’ suoi martiri, ed è risorto più forte e più glorioso di quel che lo fosse, sette secoli fa, nei campi di Legnano. La Lombardia ha ora anch’essa il suo Vespro, ma questo potrà dirsi una volta l’ultimo Vespro italiano._

_Al cospetto dì avvenimenti così grandi, così prodigiosi, come quelli de’ cinque giorni trascorsi, fra le grida entusiastiche, i palpiti, le lagrime, le speranze e gli abbracciamenti, è impossibile assumere ufficio di storico ed esporre distesamente i fatti di questa rivoluzione, unica nelle vicende delle Nazioni. Il cuore commosso non può che ammirare ed esultare; e la parola non vale a tener dietro al volo del pensiero che s’infiamma per essa di nuove ed inusate speranze. L’Eroismo ha le sue ebbrezze come la gioja; e noi nel tumulto concitato degli effetti, mal sapremo trovare adesso la calma dello scrittore che dipinge e che narra. Crediamo anzi che nessuna parola varrebbe a descrivere l’aspetto di questa grande Crociata Nazionale, di questo piano Lombardo, gremito di città e di borgate in armi, vigilanti alla difesa come ardite all’assalto, munite da mille e mille barricate sorte come per incanto, di questo piano, in cui ogni casa è una torre ed ogni petto d’uomo un baluardo inespugnabile. Crediamo che nulla sia atto a render imagine di questo insorgere unanime di popoli che riconquistano la propria indipendenza, di questo magnanimo conflitto d’una moltitudine incomposta, impreparata e quasi inerme contro un esercito agguerrito e numeroso che stette così a lungo fra noi, oppressore e spauracchio de’ principi e dei popoli italiani. La fantasia più imaginosa s’annienta davanti alla grandezza del fatto; nè si può far altro che adorare la Provvidenza redentrice delle nazioni che sanno sperare e volere._

Ma ritorno al mio assunto. A mezzo giorno l’allarme s’era fatto generale. Il maresciallo Radetzky uscendo dalla casa Cagnola in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi officiali vide chiudersi le porte, le botteghe, le gelosie delle finestre e tutta la gente in moto. Domanda la ragione di questo scompiglio e gli viene risposto esservi la rivoluzione a Porta Renza. Compreso di maraviglia e di dispetto, il Maresciallo rientra nella casa Cagnola, e poco dopo n’esce il generale Wallmoden a cavallo con altri dello Stato Maggiore, avviandosi verso il castello. Circa mezz’ora dopo le truppe Austriache cominciarono a disporsi sulla piazza del castello in vari corpi separati. Di tratto in tratto qualche colpo di moschetto caricato a polvere serviva a tenere all’erta la milizia presidiata in castello[23]. Quindi un nerbo di soldati si portò ad occupare i punti principali della città.—Nove ussari uscendo dal portone di Piazza Mercanti e percorrendo la contrada di Pescheria Vecchia, furono salutati a fischi. Il caporale a briglia sciolta e a sciabola sguainata, cominciò a correre la via e ferì un cittadino nella spalla. Gli altri soldati seguitarono il caporale a lento trotto sino al Campo Santo. Una scarica di archibugi venuta dalle finestre ne uccise due e cinque ne ferì. Mezz’ora dopo dieci gendarmi seguendo la stessa via, non conosciuti, furono ricevuti con una grandine di pietre. Ma quando un prete dal balcone battendo le mani, gridava: _No, no, sono Italiani: viva la Gendarmeria italiana_, furono rispettati e poterono passare, senz’essere offesi, alla Corte[24].

I cacciatori _Diegher_ verso le ore due e mezzo si portarono all’arcivescovato preceduti dai loro zappatori. Questi a colpi di scure sfondarono il portello del cortile de’ Monsignori, quindi atterrarono la porta che dallo stesso cortile mette alla strada sotterranea che conduce al campanile, e così rompendo tutte le porte sino all’ultima giunsero ad impossessarsi dello spianato superiore del Duomo, da dove fecero lungo la giornata varie scariche sopra quelli che, o inscientemente, o imprudentemente, passavano per la piazza del Duomo; ma le barbare insidie loro non costaron la vita che di un solo cittadino.

L’invito del Municipio che chiamava tutti i cittadini non viventi di lavoro giornaliero da’ 20 a’ 60 anni, traeva uomini d’ogni età e d’ogni condizione al palazzo di Polizia, da dove respinti colle armi fra le grida di viva Pio IX, viva l’indipendenza, viva l’Italia corsero a farsi inscrivere al palazzo Municipale. Il bisogno d’essere armati era imminente, poichè alcune pattuglie erano già partite dal Generale Comando, e si temeva fortemente di un’insurrezione, poichè il Direttore di Polizia, ed il generale Radetzky non vollero riconoscere i provvedimenti del Vicepresidente. Alle ore tre pomeridiane le bandiere e le nappe tricolori andavano a generalizzarsi per ogni dove. Le barricate, costume sconosciuto nei nostri paesi, si cominciarono in tutte le contrade, il selciato in un momento fu tutto scomposto da uomini, da donne, da fanciulli. Le case si fornirono di una quantità di ciottoli pronti a slanciarsi dalla finestra alla prima scorreria del nemico per le contrade. Sopra i tetti si posero sentinelle preparate a versar tegole e pietre sul capo dei nemici, i mobili più belli e più pesanti già erano avvicinati alle finestre per essere precipitati sopra gli esecrati nostri oppressori; i focolari ardevano sotto caldaje d’acqua, di olio; insomma nulla si tralasciava di quanto la disperazione ed il furore suggerivano.

Un nuovo bando concepito nei seguenti termini fu affisso lungo le vie della città verso le ore quattro pomeridiane:

POPOLO DI MILANO.

_L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura; le provincie aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre mani, un giorno può decidere la sorte di un secolo._

ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!

Il consigliere Bellati erasi recato in questo frattempo al Direttore di Polizia per intimargli che facesse consegnare al Municipio le armi delle guardie di Polizia, ma non fu ascoltato. Se ne domandò ragione a Radetzky, e questi disse che ne avrebbe data risposta alle ore otto della sera.

Intanto le compagnie dei militari che uscite dai vari quartieri correvano la città, non lasciarono di tratto tratto di fare qualche scarica, senza tuttavia gran danno dei nostri. Fra queste scaramucce vuol notarsi quella che ebbe luogo sul corso di Porta Romana, dicontro alla chiesa di S. Nazaro e l’altra in contrada del Bocchetto, le quali durarono circa un’ora, rispondendo il popolo alle schioppettate con una pioggia di tegole[25]. Tutti questi soldati unitisi in grosso corpo andavano frattanto rinforzando alla Gran Guardia di Piazza Mercanti, all’ex Palazzo Vicereale, sullo spianato del Duomo ed in Piazza Fontana[26], sempre molestati da qualche pietra lanciata, o da qualche moschettata scaricata dai nostri bersaglieri.

Verso le ore tre pomeridiane uno stormo di cittadini che andava a prender armi si trovò dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Secreta, chiedendo inutilmente arme. Una divisione di granatieri diretti dal loro generale a cavallo, uscendo dal castello, prese la via di S. Vincenzino e mise in fuga l’affollata popolazione. I militari presero la contrada di santa Maria Secreta; l’albergatore di S. Carlino, Costantino Beretta, che prevedendo sinistri avvenimenti dai rumori della mattina, si era ben provvisto di ciottoli, mattoni e di ogni altra cosa atta ad offendere, mandò tre suoi famigli sul tetto, altri otto a ciascuna finestra, ed appena veduti i soldati diede l’ordine dell’attacco. Il Generale a quella pioggia di tegole e sassi ordinò il fuoco, il combattimento durò molto tempo, quando il Generale colto sulla testa da un vaso di fiori, che si crede gettato dalla coraggiosa Albergatrice, dovette abbandonare l’impresa. Il Generale fu trasportato alla piazza Mercanti da quattro suoi soldati, e la truppa tutta in disordine lo seguiva; si trovò quindi qualch’arma e qualche cappello, che i soldati smarrirono nella pugna.

Sgombra di nuovo la contrada, la popolazione ritornò al negozio dell’armajuolo Sassi, atterrò la porta e s’impadronì delle armi.

La Congregazione Municipale continuava la sua seduta in Broletto, impiegati appositi continuavano a far le liste della Guardia Civica già numerosissima; quando un assessore venne a portar la notizia che tutti erano traditi, e che due batterie di artiglieria dovevano dar l’assalto al Broletto. Il timore invase tutti gli astanti: alcuni procurarono colla fuga uno scampo, altri non vollero abbandonare il loro posto, preferendo una morte onorata alla continua sommessione ad un giogo abborrito. Un grido ripetuto da molte voci annunziava a chi non avesse armi di ritirarsi. Poco dopo giunse al Municipio la seguente lettera di Radetzky data dal castello, che la fece accompagnare da una mezza divisione di granatieri.

IL MARESCIALLO RADETZKY ALLA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA R. CITTA’ DI MILANO

_Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848, ore 8 della sera._

_Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire ed armare una Guardia Civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all’ubbidienza una città ribelle. Ciò mi riuscirà facile avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione_.

RADETZKY, _Maresciallo_.

Gli assaliti combatterono contro gli assalitori da valorosi ma troppo deboli per resister loro. Alcuni impiegati si portarono sui tetti, e con una salva di tegole ne uccisero tre, e ferirono diversi assalitori. Altri tedeschi furono gravemente feriti con arme da fuoco, con sassi e con mobili gettati dalle finestre della contrada. Ma i soldati atterrata colla scure la bottega di contro alla porta del Broletto trascinandovi entro il cannone, vi poterono manovrare al coperto, per cui la porta fu atterrata, e più di cento persone che trovavansi in palazzo, furono condotte prigioniere in castello fra gli strapazzi e le ingiurie dei soldati e del tempo che mandava dirottissima pioggia.

A sera tardi fu fatto circolare il seguente proclama:

CITTADINI!

_Le prime prove d’oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de’ Padri nostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppur la notte vi stanchi e v’inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate, armatevi, e vittoria e libertà sono con voi._

ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!

ALTRE NOTIZIE DI QUESTO GIORNO. Il cittadino Francesco Maglia, munito d’un archibugio a due canne, caricato a quadrettoni, dalla propria casa in contrada de’ Borsinari, fece una scarica sul capitano d’un drappello di soldati che ivi si erano posti, e coltolo nel petto costrinse gli altri immediatamente alla ritirata.

Il cittadino negoziante Giuseppe Paganuzzi, dalla finestra della sua abitazione uccise con un colpo di schioppo un granatiere che serviva di spione al comandante de’ suoi, mentre ordinava le truppe sulla piazza del Duomo.

Fra coloro che si distinsero per zelo e per santo amor di patria devesi annoverare il cittadino Vernauy, che a porta Vercellina incontratosi prima coi Pompieri, gridava ad alta voce: _Bravi Pompieri la rivoluzione giustamente e santamente è incominciata in Milano. Vi mandano in città per battere il popolo. Ricordatevi di non far fuoco sui vostri fratelli, altrimenti perderete l’onore e fors’anche la vita_. Poco di poi incontratosi coi Gendarmi, gridava le istesse parole, aggiungendo: _Viva la Gendarmeria Italiana_. S’adoperava quindi nella costruzione delle barricate, e colla voce e colla forza diede non dubbie prove di sè.

Giuseppe Ferrario, impiegato presso la strada ferrata di Porta Tosa, fu pure de’ primi che invasero l’ex palazzo di Governo, che s’impadronirono di O’Donell, e che piantarono la bandiera tricolore su quel palazzo. Nei susseguenti giorni combattè valorosamente, predando molte armi che consegnò al Comitato di Guerra.

Il conte di Neiperg, già troppo noto come uno dei più infami istigatori degli eccessi del 3 gennajo, suggellava la propria ignominia in questa giornata. Attraversando con una forte pattuglia la piazza Castello, e giunto a san Protaso al Foro, si fece incontro al signor Prina, persona da lui conosciutissima, e con giudaica ipocrisia abbracciandolo lo invitava a recarsi al castello per intavolare trattative di pace. Il Prina non volle però seguirlo e si ritirò in sua casa.—Lo stesso signor Prina mostrò al Governo provvisorio una grossissima medaglia di piombo recante l’immagine di Pio IX, che quegli assassini scagliarono contro alla sua casa insieme alla mitraglia.—Però delle 60 persone che ivi trovavansi ricoverate nessuna venne offesa[27].