Cronaca della rivoluzione di Milano
Part 3
V. _Dovendosi poi considerare come non avvenute le leggi promulgate dal giorno dell’invasione delle truppe austriache fino al glorioso ritorno delle armate francesi per essere stato questo dominio riconosciuto libero, ed indipendente dalla maggior parte delle Potenze d’Europa e dallo stesso Imperatore, in forza del surriferito trattato di Campo Formio, restano perciò tolti tutti li sequestri posti sopra li fondi, che per diritto di proprietà e legittimo acquisto appartenevano dapprima a ciascun legittimo acquirente, qualunque siasi il titolo del fatto sequestro._
VI. _Non dovranno d’ora innanzi avere corso alcuno le cedole di banco di Vienna sparse in questo Stato nè alle casse pubbliche nè per contratti fra privati._
_Crede l’Amministrazione Provvisoria che da queste preliminari disposizioni ognuno degli abitanti nella repubblica Cisalpina riconoscerà che il ritorno delle armate francesi e del glorioso_ Eroe _che le dirige, tende alla repristinazione della libertà e dell’indipendenza; onde animati tutti da sentimenti di vera gratitudine saranno per concorrere di buona voglia in questi tempi con ogni sforzo al migliore mantenimento e sussistenza delle armate medesime, all’effetto che venga posto fine al terribile flagello della guerra, unico oggetto che dopo la riacquistata libertà resta a desiderarsi._
_Milano dalla Casa del Comune, 15 Pratile anno VIII_ (_4 giugno 1802_).
L’Amministrazione Provvisoria
MARLIANI} SACCHI } _Delegati_ GOFFREDO}
Levato l’assedio di Genova, sebbene le truppe francesi presidiassero di già la Lombardia, pure il supremo comandante Melas alla testa di 40,000 combattenti, senza contar quelli che poteva levare dalle guarnigioni delle fortezze, disegnò di venir a giornata col grosso dell’esercito Francese, che continuava a sfilare in Lombardia per la via del Piemonte. Questa è la celebre battaglia di Marengo, vinta come ognun sa dai Francesi, e da quell’epoca la Repubblica Cisalpina prese di nuovo la sua stabile esistenza. La guerra tuttavia fra le due potenze francese ed austriaca, durò a flagellare i popoli sino alla pace di Luneville, celebrata il 9 febbrajo del 1801, nella quale l’imperatore rinunciò alla Lombardia in favore della Cisalpina. Questa importante trattato faceva sperare che la repubblica avesse stabilite le sue solide basi, e che noi come i nostri padri ed i nostri figli avremmo a godere di tutti quei vantaggi che sotto mille aspetti si presentavano[14].
Il Primo Console, dopo che vide accettati i preliminari della pace anche dalla sola potenza che ancor impugnasse le armi contro la Francia, e aperto in Amiens un congresso che doveva determinare i compensi a’ Principi che per le guerre cessate erano rimasti senza Stato, pensò chiamare a Lione una consulta straordinaria Cisalpina, formata da tutti i ceti più rispettabili dello Stato, coll’approvazione dei quali diede una stabile costituzione, chiamandola col nome di repubblica Italiana, e proclamò un governo costituzionale, composto dal vicepresidente Francesco Melzi, dal consigliere di Stato Guicciardi, dal gran giudice Spanocchi, da una consulta di Stato rappresentata dai cittadini Marescalchi, Serbelloni, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Containi, Luosi, Moscati; da un consiglio legislativo; da un collegio Elettorale di Possidenti, da un collegio di Commercianti e da un collegio di Dotti.
Poi rivolto all’illustre Assemblea così disse:
«La repubblica Cisalpina riconosciuta a Campo Formio ha di poi provate molte vicende. I primi sforzi fatti per costituirla riuscirono male. Invasa dalle armate nemiche, la sua esistenza non parea più neppur probabile, quando il popolo francese scacciò per la seconda volta colla forza delle sue armi i vostri nemici dal vostro territorio. Dopo questo tempo si è tutto tentato per smembrarla.... La protezione della Francia ha vinto ... voi siete stati riconosciuti a Luneville. Accresciuta la Repubblica di un quinto, ora esiste più potente, più solida, con speranze lusinghiere! Composta di sei nazioni diverse sarà riunita sotto il reggime di una costituzione adattata ai vostri costumi ed alle circostanze vostre. Io ho riuniti Voi, come i principali cittadini della Cisalpina, intorno a me in Lione. Voi mi avete dati i lumi necessari ad adempiere l’augusto incarico che m’imponeva il mio dovere; come primo magistrato della repubblica Francese e come quelli che ha più degli altri contribuito alla vostra creazione».
«Nè spirito di partito, nè spirito di località mi hanno diretto nella scelta che ho fatta per le vostre primarie magistrature. Non ho trovato tra voi veruno che avesse ancora abbastanza diritto alla pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito di località, e che avesse resi tanto grati servigi alla patria da poterglisi affidar la carica di presidente. Il processo verbale che mi avete fatto presentare dalla vostra commissione dei Trenta, ed in cui sono analizzate con precisione e con verità le circostanze interne ed esterne della vostra patria, mi ha determinato di aderire al vostro voto, e sinchè le stesse circostanze lo vorranno, io m’incaricherò del pensiero de’ vostri affari. Tra le cure continue che esige il posto in cui mi trovo, tutto ciò che v’interesserà e potrà assicurare la vostra esistenza e la prosperità vostra sarà sempre uno degli oggetti più cari al mio cuore. Voi non avete che leggi particolari ed avete bisogno di leggi generali: il vostro popolo non ha che costumi locali, ed è necessario che acquisti costumi nazionali. Voi finalmente non avete armate, e le potenze che potrebbero divenir vostre nemiche, ne hanno delle molto forti ... Ma voi avete tutto ciò che può produrle; una popolazione numerosa, campagne fertili, e l’esempio che in tutte le circostanze vi ha dato il primo popolo dell’Europa.»
Non voglio in questo luogo narrare tutte le gesta di Napoleone che condurrebbero la mia storia al 1814; sono fatti troppo a noi vicini. Molti a lui compagni d’armi vivono ancora. A migliaja si scrissero le storie di questa epoca, le sue vicende troppo strepitose si raccontano dovunque e si vedono impresse nelle medaglie, nelle armi, nei monumenti. Napoleone più fortunato che saggio, nel momento che sbalordiva il mondo collo strepito delle sue armi lo ingannava colla sua politica. Egli che era già stato creato imperatore de’ Francesi, della repubblica Cisalpina formò un regno. Invitato dalla Consulta di Stato e dalle deputazioni de’ Collegi elettorali radunati a Parigi a cingersi il diadema de’ Longobardi, vi aderì e volle esser incoronato a Milano. Assiso sul trono d’Italia con nuove leggi e più adatte compose il governo del regno. Nominò il figlio suo adottivo vicerè, diede ad ogni ramo di pubblica azienda un ministro, creò un consiglio di Stato ed un senato consulente; decretò l’aprimento del canal di Pavia, ed il compimento della sontuosa fabbrica del Duomo.
Formato il regno annullò la repubblica Ligure, Genova fu unita alla Francia; della repubblica di Lucca si formò un principato, e quindi ritornossene in Francia.
«Dopo il 18 brumale, in cui la Francia è stata soggiogata (scrive l’autore del _Quadro politico dello Stato d’Europa dopo la battaglia di Lipsia_), come lo fu dopo la Lombardia a Marengo, e la Prussia a Jena, Bonaparte facendosi precorrere dal terrore, non era stato vittorioso, se non perchè prima di combattere i suoi nemici erano vinti. Innanimato da ogni nuova intrapresa, egli avea raddoppiato la sua audacia, a misura che si era raddoppiata l’altrui timidezza, e soffocando la verità, avea traversata l’Europa appoggiando la reale sua forza sopra una forza immaginaria». Invasa dopo la tremenda pugna di Lipsia da mezzo il mondo la Francia, e tradito da’ suoi in Parigi, Napoleone è balzato dal trono. L’Italia nel 1814 venne da tutte le parti assalita da soldatesche alemanne. Tutti i trattati che i diversi gabinetti ebbero conchiusi colla Francia furono annullati col fatto delle guerre che ebbero luogo: l’atto istesso con cui Bonaparte era stato riconosciuto imperatore venne distrutto a motivo della condotta che egli tenne dopo che gli venne accordato. Napoleone apparteneva ad una dinastia molto distinta nella storia del medio evo d’Italia, ma i suoi avi costretti ad emigrare nelle turbolenze delle fazioni si stanziavano in Ajaccio di Corsica, ove dell’antico lustro non conservavano che una debole apparenza. Quando egli entrava nel mondo, quando uscito dal collegio militare di Brienne s’incamminava nella carriera delle armi, la sua condizione non troppo splendida gli additava la via dell’onore, non dell’ambizione. Quando un avventuriere si solleva tant’alto, la Provvidenza non soffre simili stravaganze, se non a condizione che ne risulti un grande compenso. Bonaparte non aveva che a formare la felicità dei Francesi, ed i Francesi gli sarebbero stati sottomessi. La pace di trenta milioni d’uomini avrebbe prevalso ai diritti di una sola famiglia. Riconosciuto capo di una grande Monarchia egli non aveva che ad entrar nelle mire politiche dell’Europa, occuparvi modestamente il posto già occupato dagli scaduti re di Francia, animare la confidenza degli altri potentati anzichè spaventarla, conservare invece di distruggere, calmar le procelle, e far vedere in sè medesimo, mentre l’Europa ne sperava tutto il bene, l’iride annunciatrice all’uomo di un bel sereno dopo la tempesta. A queste condizioni le Potenze Europee lo avrebbero ammesso nella loro famiglia, non avrebbero arrossito di avergli conferito un nome di cui egli avrebbe procurato di rendersi degno, ed il titolo di sovrano in luogo di essere un tributo, sarebbe divenuto una ricompensa.
In mezzo a tutto questo havvi però chi lo difende, chi tuttavia lo chiama il _Grand’Uomo_, l’eroe del nostro secolo, chi attribuisce la sua caduta all’essersi stretto in parentela colla Casa d’Austria, chi all’aver condotto prigioniero il Papa, e all’averlo obbligato a scioglierlo dei primi voti per passare in seconde nozze con Maria Luigia. Ma siamo giusti, egli aveva ben altri nemici a combattere, segreto l’uno, l’altro palese, i quali s’erano intesi fra loro per abbattere il colosso. La Russia, mossa da gelosia, e l’Inghilterra, che prevedeva la rovina del suo commercio e del suo potere. Non solo colle armi ed in campo aperto gli si faceva la guerra, ma prezzolati libelli dall’Inghilterra si pubblicavano a suo danno: chi gridava contro l’assassinio del Duca d’Enghien, chi contro il cospiratore di Bajona, chi contro il carceriere di Ferdinando VII, chi contro l’incendiario di Mosca.
Tutto intero il nord, compresovi anche l’Austria, si solleva contro di lui, egli si dibatte sotto la mano di ferro del suo destino, ma questa lo trascina. Vincitore a Dresda, sconfitto a Lipsia, non mai rinculando fra le grida dei popoli che contro di lui risuonavano, e i clamori delle madri che piangevano estinti i loro figli, con fronte tranquilla sostenne la caduta del grande edificio di sua mano innalzato. Circondato da generali disanimati e da nemiche popolazioni; malamente sostenuto, per istanchezza, dalla nazione di cui era il capo; accerchiato da tutte le parti da forze venti volte superiori alle sue; non ritrovando nell’interno che resistenza, e non appoggiandosi che sulla sua armata e sulla sua spada difese a palmo a palmo il terreno. In quell’eroica campagna di Francia che doveva aver fine colla resa di Parigi e colla sua abdicazione, egli non piegossi sotto il destino che all’ultimo momento, allorquando di tutto il suo regno altro non gli rimase che Fontainebleau. Tentò avvelenarsi; il robusto suo temperamento ne trionfò, gli venne poi dalla volontà dei vincitori assegnata a residenza l’isola d’Elba; egli rassegnossi e partì.
Abbandonando la Francia a’ suoi antichi padroni, gli alleati non avevano calcolate le resistenze che sarebbonsi presentate, e le difficoltà di contenere sotto il monarchico scettro di Luigi XVIII tutti i nuovi ed inveleniti elementi che la rivoluzione aveva fatti scaturire e insieme costretti. Indarno la precedenza del legittimo re tentò di comprimere o d’annullare queste segrete e terribili agitazioni; troppo difficile è a governarsi un popolo appena uscito da una rivoluzione.
Non passò intero un anno che l’antico fermento di odio popolare contro le monarchiche istituzioni del passato, sviluppandosi con veemenza in grembo alla Francia, offerse a Napoleone il destro di ritentare la fortuna e di riprendersi la corona.
Egli s’imbarca su d’un piccolo vascello, tocca terra in Provenza, e poco dopo si rimette in sede alle Tuillerie, intanto che tutte le Potenze Europee s’armano per cacciarlo di nuovo. Nè fu guari difficile chè sparito ogni prestigio, quest’ultimo sforzo del gigante, oramai impotente, andò a rompersi contro il disastro di Vaterloo. Per terminare degnamente questa vita sì fortunosa, l’Europa, vinta per tanti anni, rimandò in esiglio in un’isola quasi deserta, a sant’Elena, l’uomo che tanto la spaventava.
Ma ritorniamo alle cose di Lombardia. Allora che il gran colosso veniva abbattuto da tutte le Potenze, i Milanesi sentivano pur sempre il peso delle continue imposizioni del cessato regno d’Italia, e soprattutto delle leggi del bollo e delle incessanti leve di coscritti. Il ministro Prina, creduto autore di queste nuove imposte, fu assassinato dall’aizzata rabbia del popolo, che si era ammutinato attorno al suo palazzo, il 20 aprile 1814, e dopo di aver trascinato il ministro fuori di casa e ammazzatolo di mille morti e trattone il mutilato cadavere per la città, ne saccheggiò il palazzo e lo distrusse fino ai fondamenti, formandovi la piazza detta di San Fedele. Intanto il partito della Casa d’Austria, che ancora mantenevasi in Lombardia, fece de’ proseliti, e ben tosto, colla lusinga di migliorar condizione, i Tedeschi furono chiamati in città e ricevuti con acclamazioni di gioja.
Un proclama del conte di Bellegarde[15] assicurava pace e protezione alle provincie Lombarde poste sotto la tutela dell’imperatore Francesco, il quale le aggregò alle provincie Venete, formandone il regno Lombardo–Veneto, e destinandovi a vicerè il di lui fratello Raineri.
VI.
GLI ULTIMI 54 ANNI DELLA DOMINAZIONE AUSTRIACA.
All’armi, Italiani!
Li 22 febbrajo la tirannide impenitente dell’Austria intimava a Venezia e a Milano la legge marziale.
Deh! pietà vi prenda, o fratelli, che da un anno sollevate la testa, pietà de’ Lombardi che gemono in luride carceri, che ora forse boccheggiano assassinati lungo le vie, che vi stendano le braccie, salutando il natio bellissimo cielo, trascinati da’ birri in esilio per vedove e inospitali regioni. Pietà vi prenda, o fratelli, della vostra fama, dell’ingiuriato stendardo, dell’onor nazionale, di questa carissima patria, alla quale fu tersa una lacrima. In ogni palmo di terra italiana sia per voi tutta Italia; uniti dalla fraterna legge sarete forti; ciascuno per tutti, tutti per ciascuno, e sarete invincibili. Il nemico s’arma, armatevi rapidamente; non iscuse, non soste! dichiarate la patria in pericolo! i governi che indugiano pensano già a tradirvi; i governi che non si battezzano combattendo sono traditori! e che dovete aspettare?
DE BONI, _La crociata sull’Austriaco_.
Da quest’epoca infausta ai giorni dell’ultima rivoluzione quanto ebbero a soffrire i popoli della Lombardia e della Venezia, non è mestieri il dirlo. Sempre in aspettativa delle concessioni, delle leggi, delle abolizioni di alcuni diritti, delle esenzioni da alcune tasse, secondo che loro era stato promesso, si vedevano al contrario accresciute le imposte, il tempo del militare servigio da quattro anni portato ad otto, la carta bollata da pochi centesimi ridotta proporzionalmente a 60 lire al foglio; gl’impieghi più cospicui e lucrosi, così nell’amministrazione come nella giustizia, e i primi gradi nelle milizie, conferiti ai Tedeschi, e si va dicendo di tutto il resto. Quanto s’erano ingannati questa volta i Lombardi nel ricevere di nuovo fra le loro mura l’Imperatore e la podestà imperiale! Un giusto e sincero quadro dell’infame condotta del ministero austriaco viene dal Governo Provvisorio centrale della Lombardia rappresentato alle nazioni Europee in data del 12 aprile, e da esso noi prendiamo le seguenti parole onde porle sotto gli occhi di tutti a giustificazione della condotta dei Milanesi, facendovi a quando a quando qualche noterella di fatti veri.
_.....i modi che tenne con noi il Governo austriaco dal funesto 28 aprile 1814 al giorno della sua cacciata, furono tali da rendercelo incomportabile pel sentimento della nostra dignità d’uomini e di cristiani. Sicuri nella quistione di diritto, siamo tanto vittoriosi nella quistione di fatto che sentiamo il bisogno di contenere in faccia all’Europa la nostra parola, perchè non paja che vogliamo farci spettacolo di miracolosa pazienza._
_Il Governo austriaco s’affaticò del continuo non solo a diseredarci della Patria nostra e a farci credere uomini, contrada e provincia dell’Austria, ma ben anco intese ad avvilirci innanzi a noi stessi come apostati della famiglia italiana: intese a corromperci, a toglierci ogni coscienza, ogni vita. Nel_ 1815, _quando lo sgomentava la fuga di Napoleone dall’Isola d’Elba e il moto italico di Gioachino Murat, promettevaci rispettata la nostra nazionalità, una costituzione, una rappresentanza italiana; e tante promesse riescivano alla bugiarda rappresentanza delle Congregazioni centrali e provinciali, che di mano in mano venivano spogliate d’ogni iniziativa, d’ogni diritto ed anche di quello di consigliare e supplicare. Promettevaci conservare quella nostra milizia che sui campi di battaglia di Napoleone aveva gloriosamente ricevuto il battesimo del fuoco; e subito la scioglieva, e la mescolava con le milizie dell’altre provincie dell’Impero, facendo così del nobile mestier dell’armi una schiavitù vergognosa per noi, uno stromento di schiavitù per noi e per altri. Prometteva pagare i debiti che s’era assunti, ereditando del Regno d’Italia, e li riconosceva per giusti: poi li disconosceva e non pagava, aggravando invece il Monte Lombardo–Veneto, cassa italiana, di debiti austriaci, e facendoli di soppiatto pagare con turpe mistero._
_Nessuna ci serbava delle sue promesse il Governo austriaco, ed il ricordo medesimo ne sbeffeggiava e puniva._
_Violator della fede, nell’arbitrio non doveva aver freno, e non l’ebbe. Ci gravò d’imposte smodate sui beni, sulle persone, sulle necessità: ci obbligò ad assicurarlo dal fallimento, a cui le sue scompigliate finanze, stolidamente e ladramente amministrate, d’ora in ora lo strascinano. Ci condusse intorno una siepe d’impiegati foretieri, pubblici funzionarj e spie segrete, mangianti il nostro pane, amministranti i nostri interessi, giudicanti i nostri diritti, ignari di nostra lingua e d’ogni nostra consuetudine. C’impose leggi bastarde, inefficaci per la loro moltiplicità, c’impose una procedura criminale lunghissima, inestricabile, ove non era di pubblico, di solenne, di vero che la sentenza e la condanna, la prigione e la gogna, il carnefice e il patibolo. C’impigliò in una rete di regolamenti civili e militari, giuridici ed ecclesiastici, tutti inceppanti, tutti mettenti capo al centro di Vienna, che doveva aver sola il monopolio de’ pensieri, delle volontà, dei giudizj. Ci vietò ogni sviluppo di nostro commercio, d nostra industria per servire agli interessi delle altre provincie e delle fabbriche privilegiate erariali, privata speculazione de’ viennesi oligarchi. L’ordinamento municipale e comunale, antico vanto di queste contrade, prezioso deposito del lucido buon senso italiano, assoggettò a una tutela minuziosa, molesta, tutta negl’interessi del fisco, tutta rivolta a stringere, a impastojare. La religione finse proteggere per usarla a strumento di dispotismo, e la fe’ schiava delle ignobili sue paure. Alla pubblica beneficenza tolse ogni azione spontanea, la inintricò nelle lungaggini amministrative, la ridusse una docile macchina dell’aulica onnipotenza. Non permise, od a stento permise, ed armandosi delle cautele più basse, che la carità cittadina sorgesse a soccorrere la pubblica miseria, a frenare e purgare il contagio della corruzione abbandonato a sè stesso sulle vie e ne’ tugurj, ne’ ricoveri e nelle carceri. S’impadronì del patrimonio de’ pupilli obbligando i tutori ad investirlo nelle carte pubbliche lasciate alla balía delle misteriose sue frodi. Le professioni liberali ammiserì, assoggettando il loro esercizio alle prescrizioni più grette, più vessatorie. Perseguitò la scienza italiana, cercò distruggerla coi moltipli studj introdotti nel pubblico insegnamento, tutti falsati, tutti confusi, perchè l’idea non restasse in noi libera, perchè il peso e la massa fiaccassero lo slancio e facessero abortire l’ingegno. Sollevò ridicoli scrupoli, inciampi odiosi e infiniti alla stampa italiana, alla diffusione della stampa forestiera, per mortificare in noi l’intelletto ed il cuore, per appartarci dalla civiltà europea[16]. Insidiò, martoriò gli uomini più chiari, protesse in cambio le intelligenze e le nature servili: organizzò la vendita infame delle coscienze, organizzò in esercito lo spionaggio: eresse la delazione e il sospetto in sistema: fe’ arbitra la Polizia della libertà, delle vite, delle fortune: imputò colpa al desiderio, inflisse pena alla parola, intimò minaccia al pensiero: confuse e disperse le vittime del patrio amore con gli assassini e coi falsarj._
_E tutto questo e di peggio noi soffrimmo per tanti anni, soffrimmo l’onta che ce ne gravava in faccia a noi stessi, in faccia all’Europa: tutto soffrimmo col coraggio della pazienza, procacciando a grande studio che in noi non si spegnesse la favilla del sentimento nazionale. Poco aspettavamo, nulla desideravamo dal Governo austriaco; ma ci ratteneva l’idea della terribile responsabilità che ci saremmo addossata, gettando forse prematuramente, in mezzo all’Europa la gran quistione della nostra indipendenza. I moti del 1821 e del 1830 ci agitarono, ci scossero nel profondo, e il grido che uscì pel mondo delle crudeli torture di Spielberg, annunciò quanti nobili ingegni, quante anime ardenti avessero fra noi giurato sin d’allora di sacrificarsi alla causa nazionale. Tuttavia il paese intero continuò nella sua longanimità, nella sua perpetua, ma tacita protesta contro il Governo austriaco, e mostrò d’essere deliberato ad aspettare sino a quel giorno, in cui fosse colma la misura delle sue oppressioni e della nostra pazienza._
_E quel giorno venne. Alla voce del gran Pontefice che Dio suscitò per la salute d’Italia, per l’affrancamento di tutte le genti cristiane, noi ci sentimmo rinfiammati di tutti i nostri cittadini affetti; noi ci sentimmo più che mai Italiani. Fattici del suo nome il simbolo delle nostre speranze, de’ nostri intenti, cominciammo ad effondere gli animi nostri da sì gran tempo compressi, a manifestare il nostro sentimento nazionale con un tributo unanime d’ammirazione, di gratitudine, d’amore a Pio IX. Ed ecco il Governo austriaco spiegar lutto l’apparato della sua forza per impedire che ci mostrassimo Cattolici ed Italiani, per farci complici quasi del suo odioso attentato di Ferrara: eccolo rompere ogni freno alla cieca e crudele ira sua, e sull’inerme popolo milanese, festeggiante nel nome di Pio IX l’ingresso nella sede del suo novello Arcivescovo, sguinzagliare i suoi sgherri, i suoi soldati trasformali in sgherri, e imbrattare di sangue incolpevole le piazze e le vie. Ah! quel sangue avrebbe dovuto farci gridar guerra irreconciliabile al Governo austriaco; eppure noi avemmo ancora pazienza; volemmo vedere, volemmo che l’Europa vedesse fin dove potesse giungere il dispotismo della Casa di Lorena_[17].