Cronaca della rivoluzione di Milano

Part 20

Chapter 203,737 wordsPublic domain

Fino al mezzodì di questo giorno non si lasciava presagire sinistri incontri. Se non che all’apparire delle pattuglie il popolo si affollò e l’agitazione cominciò più fervente del giorno prima. Dal castello alla Polizia correvano alquanti messaggi, e tra Radetzky e Torresani si va tramando l’esterminio della città. L’istessa paga e lo stesso regalo che si diede il giorno precedente si rinnovò pure in oggi non solo agli scarcerati, ma ben anco ai soldati di linea del _grande impero_, che frammischiali ai ladri ed ai borsajuoli vanno a scorribandare per la Corsia de’ Servi. «Verso le cinque ore Milano (scrive l’autore degli _Ultimi fatti di Milano_) fu invasa da parecchie centinaja di soldati, quali per una via, quali per un’altra accorrenti al Corso maggiore: cavalieri e fanti col zigaro in bocca, colla sciabola snudata, irrompano sulla quasi muta moltitudine, e menando colpi alla cieca, offendono qui un braccio, là un cranio, più in là un tergo; e siccome l’ubbriaco s’infervora nella ferocia, mano mano che essi ferivano, più le ferite divenivano profonde, più i colpi lesti e vigorosi. L’inerme popolo così repentinamente assalito grida: non pensa alla resistenza perchè non sa se invece di cento non siano mille, dieci mila. I fanciulli strillano, le donne svengono, i vecchi cadono; e sui fanciulli, sulle donne, sui vecchi, la tedesca ebrietà si disfoga. La carneficina è fatta generale: nè v’è salvezza per alcuno, imperocchè in tutta la folla non v’ha nè una spada, nè uno de’ tanti stili che la fantasia de’ sciocchi romanzatori impresta sempre agli Italiani. Questo nefando assassinio si commetteva in faccia alle tranquille pattuglie sulla Corsia de’ Servi. La moltitudine guatava intorno trasognata ma non fuggiva. Dappertutto i devastatori incontravano un muro vivo di gente, la quale comecchè inerme, li sfidava. Uno di que’, che non osiamo ormai chiamare soldati, inviperito dal nessuno spavento prodotto, acciuffa un fanciulletto di undici anni, spazzacammino seminudo, lo atterra ginocchione, e lo vuole costringere a fumare, il fanciullo ricusa d’obbedire; l’altro insiste, e il generoso undecenne rimane fiero e rincaponito rimpetto alle minacce; e qui la penna a ritroso scrive che quel fanciullo ebbe spaccato il cranio da ripetuti fendenti di sciabola, ed orridamente mutilato le membra. Poco oltre verso la Galleria De–Cristoforis passava un Manganini, consigliere, frequente convitato a’ pranzi di Torresani, aulico inquisitore in una delle tetre commissioni austriache contro i carbonari; lo stesso Salvotti non che il Manganini avrebbe ricapricciato assistendo ai fatti che insanguinavano le vie di Milano; perciocchè l’ottuagenario consigliere fremendo alla vista di quelle barbarie della soldatesca, parlò come parla il cuore nei momenti che l’interesse ed il calcolo lo lasciano parlare. Di repente, il vegliardo viene agguantato da un militare, che percuotendolo gli ingiunge di tacersene, da quel povero vecchio ch’era. Ma il povero vecchio che forse in quell’istante ricevette da Dio la redenzione alle antiche viltà commesse, ripetè tremante per la collera che egli, il soldato che l’aveva ingriffato e tutti i suoi compagni erano altrettanti assassini: e tanto bastò perchè due terribili colpi di sciabola gli partissero il capo in due, e stramazzone piombasse a terra. Al caldo cadavere tosto intorno s’agglomerano sinistre persone, una delle quali fu vista, da due testimonj che noi potremmo citare, introdurre nella scarsella sinistra dell’abito del giacente uno stilo; il quale stilo doveva poi figurare con pompa nei rapporti della Polizia, ed autorizzare le sfacciate menzogne dell’_Allgemeine Zeitung_.»

«Gli ubbriachi andavan menando colpi a dritta e mancina contro le persone, e tanta era la rabbia del ferire, che le lame urtavano perfino ne’ muri, nelle porte, nel selciato. Nella bottega di un noto librajo, rimpelto alla Galleria De–Cristoforis (Carlo Turati), gli assassini entrarono, ferirono qual poterono aggiungere, e poi furono visti, da un giovine che si rannicchiò sotto al tavolo dell’officina, trinciare colpi disperati contro le scanzie, contro fogli di carta disposti di fila in fila, contro libri quasi consapevoli che la stampa dev’essere la ruina di chi protegge consimile soldatesca.»

«Il dì andava imbrunendo. Nelle altre vie della città radi ma forse ancora più brutali, alcuni soldati s’erano sparpagliati a diffondere parte di quel terrore che sulla corsia dominava. Due o tre di essi, nel mentre che il resto dell’orda ferendo e percuotendo batteva il corso di Porta Comasina, entrarono in una bottega di povero rivenditor di vino, tagliarono una mano al padrone che l’aveva sposta fuor dell’imposta; abbrancò l’uno la moglie, l’altro la figlia, e d’inenarrabili insulti ricoprirono ambedue; ed un terzo scese nella cantina, bevvè quanto e più che voleva, e risalì barcolando, lasciando tutte le botti sbarrate, e così tutta la sostanza del poveretto sperduta. Nell’ampia via dell’Orso la masnada pareva più ebbra che altrove: due perseguono un onesto cittadino: questi fugge entro una casa, oltrepassa la dimora della portinaja, e sale la prima scala che gli si offre: i due persecutori nella loro furia non veggono quasi che fra loro ed il fuggente v’ha un cancello di ferro: entrano nell’uscio a manca e vogliono inoltrarsi: la portinaja s’oppone all’invasione, ed ha chiuso il secondo uscio che mette al cortile: _Aprite Italiana_! gridano quei feroci dando color d’insulto a sì nobile parola: ma quella si tien salda. Di repente essi si arrestano a guardarla con disonesto sogghigno. Duro caso fu ch’ella fosse una bella giovinetta di circa 18 anni. I malandrini vollero bruttarle la faccia con baci puzzanti di fumo ed acquavite, ma perciocchè ella opponeva loro viva difesa, la arrestarono e via trascinarono incatenata come ribellata alla legge. Sappiamo per certo che non se n’è più potuto aver novella: la disperata madre è corsa dal padrone di casa, il padrone dal parroco, il parroco alla Polizia; tentennamenti di spalle, ed un che vuole? sono tutte le soddisfazioni che una madre ha potuto avere».

«Nell’osteria detta della _Foppa_ si contaminò, e poscia si ferì una donna: la stessa padrona ricevette colpi di fendente; un fanciullo che strillava troppo forte ebbe tagliato un braccio; un’infelice ch’erasi ricoverato nella cantina fu ucciso con più di dodici colpi: e per giunta il poco denaro che si trovava nel piccolo forziere del tavolo della cucina fu involato; diciamo in fra parentesi che questo sintomo di ladroneccio si manifestò quasi generalmente. L’ortolano de’ _Fate–bene–fratelli_ ebbe rotta una gamba da un colpo di fucile per aver dimostrato orrore di simile strage.»

«La strada Sant’Angelo fu teatro di tremenda tragedia. Gli operai del fabbricator di carrozze Sala, compiuto il lavoro se ne ritornavano tranquilli alle rispettive loro abitazioni; forse essi non sapevano pure la strage che correva le vie di Milano. Giunti presso la caserma di fanteria, già pria chiostro di Sant’Angelo, si vedono repentinamente impigliati fra due schiere di soldati armati di fucile con bajonette, ed odono parola che ordina d’investirli senza misericordia. Spaventati si sbandano disordinatamente, ed ogni fuggente s’ode alle terga un feroce branco d’inseguenti. Uno de’ miseri venne confitto contro un albero, e già esanime, la bajonetta andò passando e ripassando il corpo suo; un altro venne massacrato sotto una panca di bottega nella quale aveva cercato rifugio: nove altri furono feriti alle spalle; di diciotto che erano, sette soli riescirono a scamparsela».

«Se l’orrore non fosse già abbastanza efficace noi potremmo venir qui narrando altri molti fatti, di donne vilipese, di mercanti svaligiati, e poi appesi col capo all’ingiù nella loro stessa bottega, di mutilazioni nefande, d’atti insomma soprannaturali di ferocia: ma noi non registriamo che fatti di cui abbiamo fondata certezza: e davvero sono fatti che ammettano più incredulità che se fossero inventati».

«Singolare destino è che fra i morti la maggior parte fosse di tal qualità, qual certo non l’avrebbe voluto la Polizia: il vecchio Manganini a lei devoto; il cuoco di Ficquelmont; un operaio del Sala, padre di sei figli; un fanciullo, una donna, e va dicendo. Ricordiamo pure qui con orrore due circostanze: l’ordine preventivo (!!!) mandato allo spedale di tener pronti tutti i dottori pei feriti che colà si porterebbero..... e l’avviso dato alla Somailoff di non lasciar sortire di casa le persone di servizio dopo le tre».

Tanti nefandi assassinj destarono negli animi dei Milanesi i sentimenti della più alta vendetta. Si giurò in secreto l’esterminio degli Austriaci; non vi dovevano essere più accordi fra noi e loro. Non vi ebbe che un voto: _gli Austriaci dovranno abbandonare non solo la Lombardia ma tutta intera l’Italia_. I nostri fratelli, di questa bella nazione prediletta dal sole, si commossero alle nostre sciagure, e ci promisero ajuto. Al Piemonte, fatto segno della accanita politica austriaca, si attribuiva l’origine delle tante dimostrazioni che ad ogni giorno ad ogni ora si andavano facendo. Il teatro alla Scala, unico sito di convegno della più alta Società di Milano, fu abbandonato, non vi fu un divertimento straordinario, non una festa da ballo, non una soirée, non un segno di carnevale.

Ed intanto che si fa, che si spera? petulanti avvisi della Polizia si leggono affissi ed accomunati coi sinceri proclami del Municipio, e colle menzognere parole dell’ex Vicerè. Vedi il citato documento n. V, ed i numeri VI, VII e VIII. Si voleva una soddisfazione: invano la dimandano il nostro Podestà e gli Assessori municipali. L’insulto alla popolazione fu pubblico, pubblica ne doveva essere l’ammenda: ma no, le ricompense tutte furono per gli assassini, per noi le carceri, gli esili e tutti gli avvilimenti. L’ex Vicerè, Torresani e Radetzky si scambiarono vicendevolmente le loro congratulazioni, gli agenti della Polizia ebbero larghe rimunerazioni, ed il Feld–Maresciallo esponeva a’ suoi soldati, coll’Ordine del giorno del 18 gennajo, la persuasione del suo Principe di conservarsi il regno Lombardo–Veneto fidando nella sua spada e nel valore delle truppe, di cui avevano già date belle prove in settembre e nei primi di gennajo. V. documento n.º IX.

Il Corso Francesco sì perchè ricordava i tristi avvenimenti del gennajo e sì per il nome che portava divenne odioso a tutti i buoni cittadini, i quali si rivolsero a Porta Romana, e quivi incominciarono un nuovo corso che denominarono _Corso Pio IX_. L’universale scontentezza obbligò la Congregazione Municipale di Milano, sulla proposta fatta dal signor Nazari, Deputato alla Centrale, a stendere una supplica a Ferdinando I, nella quale si mostravano i difetti della pubblica amministrazione ed il modo di correggerli. Fu spedita al trono coll’organo vicereale, ed in pendenza delle risoluzioni sovrane il fermento nel popolo andava crescendo. Un giorno si stabiliva un’adunanza per assistere secretamente a’ divini uffici che si facevano celebrare per le vittime della rabbia tedesca. Un altro giorno un gran concorso alla Scala per festeggiare la Costituzione che gli altri principi italiani davano a’ loro sudditi, e via discorrendo.—Il Vicerè con un secondo proclama invita alla quiete assicurando che egli teneva le redini del governo, e che avendo inoltrato nelle vie legali una dimostranza all’imperatore si lusingava di veder esauditi i voti dei Milanesi. Vedi documento n.º X. Ma questo secondo proclama acquistò minor credenza del primo, e non andò molto che ci persuademmo del vero. Dopo alcuni giorni un proclama di Ferdinando I, spedito da Vienna, ci avvertiva che l’imperatore aveva sempre trattato il regno Lombardo–Veneto come tutti gli altri Stati della Monarchia, e conchiudeva che in ogni caso egli confidava nel valore e nella fedeltà delle sue truppe, saldo baluardo del trono, e nella maggioranza della nazione. Vedi documento XI, al quale tien dietro il n.º XII dell’ex imperiale regio governo.

Frattanto la notizia giunta in Milano della vittoria riportata dai Palermitani sulle truppe del re recò grande consolazione a noi. Erano Italiani depressi e conculcati quanto noi, che si erano levato il giogo dal collo. A dimostrare la nostra gioja si cominciò col recarsi alla cattedrale per ivi recitare in nostro cuore il _Te Deum_. Più di 16 mila furono, a detta dei più, gli accorrenti, e ben più di 150 carrozze furono da me contate, che colle spalle voltate verso il palazzo di Corte erano fatte segno di un commesso di Polizia, il quale colla matita ed un pezzo di carta andava enumerandoli; ed io facendo mostra di arricciarmi i mustacchi potei girargli intorno e leggere su quella carta i marchesi B.... e V.... il primo con tre carrozze, ed il secondo con due. E sull’interno della cattedrale, che assiepata di gente non lascia luogo a far un passo, che si fa? La Polizia che ne era stata avvertita, fece vestire da _Lions_ duecento sgherri ed armatigli di stili ingiunse loro di cacciarsi nella folla, di eccitar tumulto con grida sediziose, e nello scompiglio di ferire a destra ed a sinistra. Il colpo tuttavia andò fallito; ma per questa mascherata spese la Polizia la somma di 7000 lire austriache.—In appresso per maggiormente manifestare la nostra contentezza si adottò un cappello alla foggia de’ Calabresi, e la Polizia sempre più insospettita contro di noi, sollecitamente pubblica un avviso con cui si proibisce assolutamente l’uso di tal sorta di cappelli, come qualunque altro distintivo (V. documento n.º XIII), e fatti domandare tutti i cappellaj li volle obbligare a ritirarli sotto severe pene. Ai cappelli colla piuma si sostituì l’antica forma, mettendovi però una piccola fibbia d’acciajo sul davanti, e da alcuni si faceva inoltre una piuma collo stesso pelo del cappello. Non andò guari che due proclami ci pervengono da Vienna. L’uno guarentisce la Polizia contro qualunque diceria del popolo, e le affida un assoluto potere, l’altro istituisce il giudizio statario pei delitti politici, la cui procedura sommaria non doveva oltrepassare quattordici giorni a contare da quello in cui l’imputato si presentava all’esame, e portava la pena di morte da eseguirsi colla forca. (V. documenti n.º XIV e XV.)

Non la sola Lombardia si scosse ad una sì vandalica legge, ma l’intera penisola, la Francia, l’Inghilterra. Quest’ultima nazione col mezzo del suo ministro Lord Palmerston dirigeva verso la fine di febbrajo ai primi di marzo una nota all’ambasciatore inglese a Vienna, con cui gl’imponeva di far valere tutta la sua eloquenza e buon giudizio, onde indurre il Gabinetto di Vienna a cambiar sistema nell’Austria, onde conciliarsi tutti li diversi Stati della Monarchia e non aspettare che una rivoluzione sorgesse in danno della Monarchia stessa. L’Austria tuttavia fece la sorda, sempre confidente nelle sue truppe, nei mezzi che la provvidenza gli somministrava aspettava di piè fermo che la nostra pazienza si stancasse. Non erano però di questo parere l’ex Vicerè ed il Feld–Maresciallo. Il ministro Ficquelmont li aveva avvertiti che noi si armavamo, che la nostra pazienza aveva toccata la meta. E come non accorgersene? La nobiltà aveva abbandonata la Corte. Il teatro alla Scala, come abbiamo veduto, abbandonato dai nostri cittadini e frequentato solo dagli uffiziali del presidio austriaco si chiamava _Caserma alla Scala_; l’allontanamento da qualunque dimostrazione che desse il più piccolo indizio di contento o di attaccamento alla Corte era generale. Il Carnevale (per essere state proibite le feste, maschere, ecc., come dal documento n.º XVI) si terminò col martedì in luogo della domenica a significare così l’osservanza del rito romano, nonchè dall’ambrosiano, e una maggiore osservanza a Pio IX, e via via dicendo che non la si finirebbe più.

Il Vicerè intanto apparecchiasi ad una partenza colla sicurezza che non avrà più ritorno. Egli fa incassare tutto quello che può e suo e non suo, sopra diverse carra che lo precedono verso Verona. Radetzky pensa di chiudersi in castello, e ad onta delle proteste del Municipio (V. documento n.º XVII) fa erigere alcuni fortini intorno ad esso. Graziosa fu la satira o piuttosto profezia che riporto, esposta dai Milanesi sopra alcuni angoli della città e del castello in occasione di questa fabbrica:

Porchi de Todisch! El savì che si mal vist: Vorri fabbricaa Che si minga vi alter i padron de caa: Cosa serva che tribulee, Che prima de Pasqua avii de fa S. Michee.

Molti altri accidenti, che precedono la rivoluzione avrei a raccontare, i quali a danno della verità vennero svisati dalla nostra Gazzetta privilegiata: ma se dovessi entrare a fatti particolari sarei infinito; mentre ben pochi sono quelli di un ceto distinto che non ebbero a soffrire perquisizioni della cessata Polizia austriaca. Tra questi sarebbero i due fatti successi il 12 e il 14 febbrajo, narrati falsamente dalla suddetta Gazzetta, l’esclusione degli Studenti all’intervento dei funerali del professore di filosofia dottor Carlo Ravizza, come pure molto vi sarebbe a dire delle stragi commesse a Pavia ed a Padova, ma sarebbe un correre oltre il segno, avendo io promesso di parlare solamente degli avvenimenti di Milano.

[19] Vedi documento n.º XVIII.

[20] Fra i primi che accorrevano al ex palazzo Governativo alla testa di una distinta squadriglia, fuvvi il doltor fisico Paolo Rossignoli. Egli colle armi che gli somministrava l’amico Ercole Durini toglieva la vita e le armi ai soldati ivi di guardia. Quindi impossessatosi della carrozza dell’Arcivescovo, faceva la prima barricata dal lato di S. Maria della Passione. Si portò poscia alla bottega dell’armajuolo Colombo, ove potè armare la sua squadriglia. Indi, facendo barricate, si avanzò sul piazzale delle Galline, ed ivi trinceratosi con quattro barricate fatte colle vetture del Marzari ed innalzato il vessillo tricolore nel mezzo della piazzetta, obbligò di poi il prete della chiesa di S. Protaso a far suonare campana a martello.

Alla presa del palazzo di Polizia gli venne ferito al fianco il pittore Tenconi, che medicò in casa Mangili e fece quindi trasportare all’Ospedale. Proseguendo a far eseguire le barricate sino a S. Marcellino, fu ferito, sull’angolo del Lauro, da una palla che gli sfiorò l’ultima costola al fianco destro, da molti Croati appostati sul ponte Vetro nella sera della prima gloriosa e più difficile giornata.

La scelta compagnia del dottor Paolo Rossignoli era composta oltre a’ suoi due cugini Franceseo e Giuseppe Rossignoli, dei conti Guido ed Emmanuele Borromeo, di Oreste Zaffanelli, di Carati Enrico, Valentino Rossi, Ermenegildo Fumagalli, Quiroli Bartolomeo, Luigi Zanner, Pellegata Giuseppe, Santino Sando, Angelo Corsi e Fiando fratelli.

Il primo che dal Broletto portasse al Palazzo di Governo la bandiera tricolore fu il signor Gio. Battista Grondona, impiegato alla Giunta del Censo. Egli schivò fortunatamente un colpo di fucile direttogli da una delle guardie, stesa, poi morta a terra da un nobile cittadino.

Merita speciale ricordanza anche l’avvocato Antonio Negri, che munito di semplice bastone, fu tra i primi a disarmare il corpo di guardia del Palazzo di Governo, e tra quelli che fecero prigioniero O’Donell. In appresso munito di arme da fuoco, a Porta Romana respinse quasi solo una forte mano di Croati; all’Arco di Porta Nuova tra un nembo di palle coraggiosamente avanzando incuorò gli altri; finalmente, benchè ferito in una gamba, salito con alcuni altri sul terrazzino di detto Arco, col molestare continuamente l’inimico contribuì non poco a farlo sloggiare di quel punto importantissimo.

Parimente non v’ha dimenticato il coraggioso cittadino Carlo Peroli, che pure con un colpo di pistola al Governo uccise uno dei soldati di guardia; e di là in compagnia del conte Durini, passando alla contrada di S. Paolo fece eseguire la prima barricata in capo a quella contrada, incoraggiando ed obbligando una turba di cittadini a quel lavoro. Trovatosi quindi con alcuni suoi compagni al negozio dell’armajolo Colombo e vedendo che costui cercava di temporeggiare, egli con una leva di ferro sforzò la bottega, ed armatosi potè in compagnia del suo amico Cavalieri perseguitare la truppa che passava per la contrada del Rebecchino. Incaricato del signor Barbò ad andare ai Monforti per liberare uno zio del medesimo, unitosi ad una squadra de’ nostri, volò a levare dall’assedio un vecchio rispettabile. Indi scavalcando colle scale a mano la casa Cicogna, entrò nelle ortaglie, ov’era accampato un corpo di Croati, contro cui combattè. In questo scontro restò ferito il cittadino Mariani. _Racconti di 200 e più testimonj oculari_.

[21] Il signor Giuseppe Nova fece prigioniero il vicepresidente O’Donell, che consegnò al conte Alessandro Greppi. Più avanti avrò occasione di parlare del coraggioso giovine signor Nova.

[22] _Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano, relazioni e reminiscenze_. Milano, tipogr. Borroni e Scotti, pag. 13. Come uno dei primi pubblicati, questo libro manca di qualche fatto, ma non va senza lode per le notizie esatte ed importanti che racchiude.

[23] Narra l’autore dei _Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate di Milano_, «che uscendo tre carrozze, due a due cavalli, ed una ad un cavallo solo, ed attraversando la piazza dalla parte della contrada Cusani per recarsi al dazio di Porta Tenaglia, staccasi un drappello di cavalleria ussera e si presenta alla portiera scaricandovi diversi colpi di carabina. Nè contento di questo, adopera lo squadrone per finire di sacrificare le vittime che in esse si contenevano. Una delle carrozze a due cavalli prese la fuga dirigendosi verso la casa Dal Verme, e da’ militari stessi venne condotta in castello, attraversando la linea delle piantaggioni; l’altra con un solo cavallo, portatasi a carriera verso la strada che percorreva, tutto ad un tratto soffermossi, e per quanto facesse il vetturale o qualche cittadino accorso in ajuto, non fu possibile di rimuovere dal suo posto il cavallo; la terza soffermossi dirimpetto alla porta del castello, e vi stette per un’ora e mezzo circa, sotto ad una dirotta pioggia, custodita da due usseri, uno per parte della portiera, venne poi tradotta in castello, e verso sera si vide a ritornare il medesimo legno. Asseriscono poi che alla mattina susseguente si trovarono due cavalli morti da colpi di squadrone sulla piazza del castello, e furono riconosciuti i medesimi attaccati al legno fuggitivo. Un cocchiere si vide cadere nel momento che fu assalito; nulla seppesi di coloro che erano nei legni, sendo che i colpi di cannone e della fanteria e cavalleria che trovavasi sulla piazza fecero ritirare tutti gli astanti.

Il _Lombardo_ in proposito ai fatti della prima giornata ci reca la seguente importante notizia: «Veniamo assicurati che al primo sorgere della nostra rivoluzione, la mattina del sabbato 18 corr., que’ _buoni galantuomini_ di Radetzky, Torresani e De Betta avevano formato il seguente piano: ottomila uomini divisi in cento sessanta compagnie di cinquanta uomini ciascuna, dovevano invadere la città e portarsi a saccheggiare duecento case dei più distinti signori di Milano, che sarebbero state indicate dal Torresani, nel mentre stesso che altri sei o sette mila uomini avrebbero tenuto a freno il popolo, impadronendosi delle principali contrade e mitragliando, e fucilando senza misericordia tutti coloro che avessero opposta qualche resistenza.—Se questo piano iniquo ed orribile non fu condotto ad esecuzione, lo dobbiamo all’opposizione energica fattagli dal generale Wallmoden, che protestò non avrebbe mai preso parte a tal azione che infamasse per sempre il suo nome e l’armi ch’ei comandava.—Anche il generale Woyna protestò nel senso medesimo.—Il 20 si trattava di sottoporre il generale Wallmoden ad un giudizio di guerra.»