Cronaca della rivoluzione di Milano

Part 19

Chapter 193,152 wordsPublic domain

_Sebbene poi io abbia fatto di tutto per raccogliere quanto avvenne d’interessante nelle Cinque Giornate, posso nondimeno aver dimenticato qualche cosa, come i nomi dei più valorosi, alcune atrocità de’ Tedeschi e simili; onde mi saranno carissime e riceverò per un sommo favore quelle indicazioni che mi venissero comunicate in appresso dai consapevoli, che io farò di pubblica ragione colle stampe. Intanto chi è vago di saperne più di quanto ho scritto, può rivolgersi agli stessi libri dei quali mi sono servito, oltre alle notizie inedite da me raccolte_[57].

_Devo in ultimo avvertirvi, come l’arcivescovo Romilli, arrivasse al Palazzo di Governo prima del Podestà, e non dopo come fu da me scritto, e che il cammino tenuto da quest’ultimo uscendo dal Broletto in compagnia degli assessori Greppi e Beretta, fu quello della contrada degli Orefici anzichè della Piazza Mercanti, donde attraversata la Piazza del Duomo, presero, sempre uniti, la via dietro il Coperto de’ Figini, e seguendo il Corso giunsero al palazzo di Governo. Arrivata la comitiva sull’angolo de’ Fustagnari si divise in due colonne, una seguì il Podestà, e l’altra attraversò dalla Piazza Mercanti, ove alla gran Guardia trovavansi tutti i soldati col fucile abbassato, pronti a scaricare le loro armi, ma non fecero fuoco, incerti forse e confusi alla vista de’ fazzoletti bianchi, che in segno di esultanza e di pace la folla veniva agitando._

INDICE

Dedica _Pag._ 3

Prima rivoluzione di Milano ” 7

Giuramento di Pontida ” 11

Battaglia di Legnano ” 16

Girolamo Olgiati ” 26

Spagnuoli, Francesi e Tedeschi, o il giro di tre secoli ” 31

Gli ultimi 34 anni della dominazione Austriaca ” 46

_Nota_ intorno alla censura del cessato dominio Austriaco ” 49

” dei fatti successi in Settembre 1847 ” 52

” dei fatti successi in gennaio, ed altri che precedono la rivoluzione ” 55

Le Cinque gloriose giornate, coi fatti successi durante i medesimi, la corrispondenza tra il maresciallo Radetzky e i Consoli esteri, Lettere segrete dell’ex Polizia, ecc. ecc. ” 66

La vittoria ” 158

_Nota_ intorno alcuni distinti individui ” 176

Altre atrocità commesse dagli Austriaci ” 190

Rivoluzione delle Provincie ” 202

Il _Te Deum_ per la scacciata degli Austriaci ” 208

Le pompe funebri pei martiri della patria ” 211

Cenni necrologici di alcuni martiri della patria ” 222

Inni diversi ” 231

Documenti citati nell’opera ” 237

Ai Lettori ” 277

NOTE:

[1] Bianchini, Cose rimarchevoli della città di Novara, p. 36.

[2] Quest’avvenimento non fu veramente nè di gloria all’Imperatore, nè di biasimo a Milano. Con un’armata immensa, atta a conquistare un regno, doveva certamente prendersi una città abbandonata e sola in mezzo a tanti e sì potenti aggressori. Nè l’Imperatore scortato da tanti e sì poderosi mezzi, allora mostrò quel vigore militare che caratterizza un gran generale.

Verri, Cap. VII.

[3] GOVEAN, _Il Giuramento di Pontida_.

[4] Verri, Muratori, Govean ed altri.

[5] Verri, Cap. VIII.

[6] Felice Govean, _L’Assedio di Alessandria_.

[7] Costò ben caro a Federico II l’aver ritentato contro di noi la sorte del Barbarossa, suo avolo, non avendo guadagnato alla fine che di rendere celebre e rinomata anche la _Coorte degli Incoronati_ condotta da Enrico da Monza, e la compagnia di eletta gioventù dei dintorni di Trezzo diretta da Ottobello Mairano o Mariano, dal quale si riportò strepitosa vittoria nelle vicinanze di Cassino Scanasio.

[8] Govean, la _Battaglia di Legnano_, pag. 8 e seg. Torino, tipografia Baricco ed Arnaldi, 1848.

[9] Stando però alla storia troviamo che Federico non rimase fra gli estinti sul campo di Legnano, ma che cinque giorni dopo mentre si facevano accurate ricerche della sua salma e l’imperatrice sua moglie vestiva a lutto, comparve quasi per incanto nella città di Pavia vivo e sano tutto baldanzoso ed involto nel suo manto imperiale. Da questa terribile sconfitta conobbe però Federico il bisogno di riconciliarsi col Capo della Chiesa, e più tardi colla pace di Costanza lasciò alle città della Confederazione Lombarda il possesso della libertà e dei diritti che da gran tempo avevano, riservando a sè l’alto dominio con alcune appellazioni.

_L’autore._

[10] Ai 14 agosto del 1339 fu riconosciuto Signore di Milano, dopo che erasi distinto in molte guerresche imprese viventi i fratelli ed i nepoti. Dapprima ebbe compagno nel potere Giovanni suo fratello, che vi rinunziò spontaneamente per essersi dato allo stato ecclesiastico. La durezza del governo di Luchino forma un mirabile contrasto con quello di Azzone, e fu perciò causa nel 1340 di una congiura ordita da due Aliprandi e da Francesco Pusterla, con intenzione di porre in luogo di lui i suoi nipoti, figli del suo fratello Stefano. La trama fu scoperta: i due Aliprandi vennero lasciati morire di fame, ed il Pusterla perì sul patibolo colla moglie e due figli adolescenti. Da indi in poi Luchino divenne vie più crudele, e da quel momento la camera ove dormiva fu sempre custodita da due enormi cani. Egli morì di veleno procuratogli dalla moglie Isabella dal Fiesco, donna sfrenata ne’ suoi amori.

[11] Barnabò, al dire degli scrittori contemporanei, fu crudele perchè avaro, superstizioso perchè immerso nei delitti.

[12] _Milano osservato in tutte le sue vicende dall’epoca della sua fondazione, fino all’istallamento del nuovo governo della repubblica Italiana_, di G. D.

[13] Morto nell’anno 1447 il duca Filippo Maria Visconti, la famiglia sovrana di questo nome si spense, e la città di Milano si trovò divisa in vari partiti. Vi era chi voleva darsi al Re di Napoli, che Filippo Maria aveva dichiarato nel suo testamento successore al ducato; chi allo Sforza, perchè era marito di Bianca Maria (figlia naturale del duca), e perchè questo guerriero poteva liberare la città dal nemico con lo strano suo indomabile valore; ed altri partiti tendevano invece a proclamare loro signore il Duca di Savoja, fratello della vedova Duchessa, amata e venerata da tutti per le sue virtù. Ma i partigiani del re Alfonso in sulle prime emersero sugli allri, a cagione che alcune squadre di Aragonesi state spedite in ajuto del Duca sotto il comando di Raimondo Boysì, entrarono nel castello e nella rocchetta, ed i capitani ducali Guido Antonio Manfredi da Faenza, Carlo Gonzaga, Lodovico dal Verme, Guido Torelli ed i fratelli Sanseverino, giurarono concordemente ad Alfonso devozione e fedeltà. Compiutisi frattanto i tumultuosi funerali del duca Filippo Maria, gli affari politici presero un ben diverso aspetto. Antonio Trivulzio, Teodoro Bosso, Giorgio Lampugnano e Francesco Cotta, personaggi tutti che avevano molta autorità nella patria, conosciuto il vero stato delle cose rivolsero ogni cura al debito provvedimento e convocati tosto i cittadini delle sei porte e dei quartieri della città, li persuasero a non sottomettersi ad alcuno, poichè uomo non v’era che arrogar si potesse su di loro validi diritti. Elessero quindi per ciascheduna porta quattro deputati, col cui voto formarono un supremo consiglio ed un governo repubblicano. I deputati che ascendevano al numero di ventiquattro, dovevano esser rinnovati ogni due mesi, ad esempio della repubblica di Firenze, e denominarsi _capitani e difensori della libertà_. In appresso i Milanesi sentirono il bisogno dell’elezione di un capitano generale, che con valore positivo in prima, e poi colla fama di fatti celebri incutesse spavento ai vicini nemici, e precipuamente ai Veneziani, che più degli altri li tormentavano. La scelta non poteva cadere che sopra il conte Francesco Sforza, uomo nel quale concorrevano tutte le qualità e prerogative personali per richiamare sovra di sè lo sguardo di una potenza qual’era lo Stato di Milano. Oltre che Francesco era in grido del miglior capitano del suo secolo, era capo di un esercito, le cui bandiere venivano ognor salutate dalla vittoria.

[14] Vedi in fine documento I.

[15] Vedi documento n. II.

[16] A proposito di libertà di stampa è necessario, sebbene fuori del mio assunto, il far conoscere quanto piccola ed insofferente fosse divenuta la nostra Censura sotto la direzione del signor Ragazzi Questo zelante interprete delle disposizioni del cessato dominio Austriaco, già commesso di Polizia a Pavia, ove dovette battere una vergognosa ritirata per salvare la vita minacciatagli dagli studenti, ebbe pochi giorni prima della Rivoluzione la conferma di capo della Censura ed il titolo di consigliere imperiale, con l’aumento di qualche centinaja di fiorini, premio delle sue ribalderie. Egli si vantava che avrebbe messo l’ordine alle stamperie di Milano, che il numero era esorbitante, e che dovevasi ridurle ad un terzo; che le opere erano perniciose; e n’aveva ben ragione parlando di quelle che si stampavano a Milano, perchè ad eccezione di pochi articoli di giornali, il resto non era che qualche traduzione ed altro di nessuna importanza. Ma non voglio narrare che un fatto mio, mentre pel corso di nove anni ebbi sgraziatamente a dipendere da quest’ufficio, e se dovessi pubblicare tutti i commenti, annotazioni, osservazioni, ec., avrei da far ridere per qualche ora gli amici. Nel novembre 1846 presentai un mio articolo a quest’ufficio per essere licenziato: ma dopo lungo esame mi fu rimandato coll’_a tergo: L’Imperiale Regia Censura non è autorizzata a permettere la pubblicazione del presente articolo_. Non sapeva a chi rivolgermi. M’informai da un impiegato della stessa Censura, il quale mi disse: _può rivolgersi all’Eccelso I. R. Governo, o meglio all’Ufficio Generale di Vienna_. Accettai questo secondo partito, ed approfittandomi d’un amico che si portava a quella capitale gli consegnai lo scritto e glielo raccomandai caldamente. Egli l’affidò ad uno di quegli agenti aulici, il quale mi promise, dietro un pattuito premio, che mi avrebbe servito _statim_. Passarono alcuni mesi e nessuna risposta. Finalmente venne spedito colla massima segretezza al Governo di Milano, il quale lo mandò alla Polizia, e quindi alla Censura per le informazioni. La Censura di Vienna domandava la _ragione perchè non si dovesse permettere quell’articolo_: la Censura di Milano intese la domanda? il lettore lo giudichi dalla risposta. _Il signor Tettoni è persona comperata dal sig. N., parla pubblicamente in teatro ed in caffè che si è fissato di farla dire a quest’I. R. Censura. Questo è quanto si ha l’onore di partecipare, ec_. Quant’analogia alla domanda! Questa risposta fatta colla massima cautela venne letta, copiata e trasmessami dal mio incaricato di Vienna. La suprema Censura credette bene di non restituirmi più l’originale, nè di parteciparmi le disposizioni in proposito.

In altra occasione però anteriore a questa, essendo stato favorito dalla stessa suprema Censura, feci le mie meraviglie coll’ex marchese Ragazzi, e questi mi rispose _esser avvenuto perchè i Viennesi non intendevano l’italiano_.

Era giunto a tale il rigore della Censura, che oltre alle ristrettezze per quanto si stampava nel paese, restava assolutamente proibita l’introduzione dei fogli politici stampati all’estero, e segnatamente quei di Piemonte, di Toscana e dello Stato Pontificio, dopo l’esaltazione del Sommo Pio al Soglio di Pietro; le grandi opere di Gioberti, le tragedie di Nicolini, gli scritti di Balbo, Azeglio, Mazzini e Petiti; le poesie del Giusti e di Berchet, e di tant’altri che per ogni dove sorgevano a predicare l’indipendenza e l’unione Italiana, portava a chi li possedeva una condanna criminale se cittadino, lo sfratto di tutti gli Stati se forestiero.

[17] Il giorno 8 di settembre è consacrato dai Milanesi alla festa della Natività di M. V. titolare della loro cattedrale. A solennizzarla con maggior lustro ed anche in onore del nuovo Arcivescovo, si volle rinnovar quell’istessa illuminazione della piazza del Duomo e della piazza Fontana colla quale aveva tre giorni prima condecorato il di lui solenne ingresso in questa Metropolitana. Quando verso le ore dieci e mezzo parecchi cittadini venendo dalla porta Ticinese accompagnati da gran folla di popolo procederono fino alla piazza del Duomo, cantando l’inno di Pio Nono. Fermatisi avanti il _Caffè Reale_, ora _caffè Pio IX_, rinnovarono quel cantico.—Quivi le guardie di Polizia, istigate dal conte Bolza, si fecero avanti per impedire che si proseguisse di cantare. Si venne alle mani, ed a’ nostri riescì di far fuggire i poliziotti. Di poi tranquilli s’avviarono alla piazza Fontana, e dopo di aver gridato viva Pio Nono, viva l’arcivescovo Romilli, ricominciò nuovamente il lieto canto. Allora si mosse la truppa a cavallo e collo squadrone sfoderato tentò dissipare il popolo che affollatissimo si traeva sotto le finestre dell’Arcivescovo per applaudire.—Non trovando possibile il farsi strada nella calca i soldati diedero di sperone al cavallo, e minacciando e ferendo giunsero a farsi largo fra le disperate grida delle donne, dei fanciulli, degli uomini tutti inabili alla difesa, mentre non erano provvisti nè anche di un bastone. A tanto spettacolo atterrito Monsignor Arcivescovo dovette discendere sulla piazza accompagnato da altro sacerdote, e procurò con acconce parole di manifestare il suo contento all’amato gregge per quelle dimostrazioni, pregandolo a volersi contenere e ritornare alla propria abitazione. Da un lato parole consolanti, dall’altra minacce e sfogo di rabbia; fino a tanto che Monsignor Arcivescovo fu costretto di far entrare la truppa nel cortile del suo palazzo. Più di trenta rimasero feriti e tutta gente che fuggiva, siccome fece provato l’esser feriti o nelle spalle o nella schiena. Altrettanti furono malconci dall’urto della folla, il negoziante Ezechiele Abate restò morto non d’asfissia, come asserì la Gazzetta di Milano, ma da una percossa datagli nel petto da un agente di Polizia, ed a una donna fu tagliato un’orecchia.

Un articolo pubblicato nella _Gazzetta di Milano_ del giorno 9 di questo mese, invertendo la cosa a suo modo, fece di questa scena il più scellerato quadro in nostro svantaggio. Speriamo ora che l’Italia è fatta libera, sarà pur libera la Gazzetta del signor Lambertini, e non costretta a pubblicare articoli infamanti la sua nazione ed i suoi concittadini, siccome usò in questi ultimi mesi.

Per alcune sere la Polizia di Milano raddoppiò le sue pattuglie. Armati a cavallo, armati a piedi, tutti dovevano minacciare, ferire, ed i vili non ardivano di attaccare la gioventù attruppata sugli angoli della città ad aspettarli. Inveivano contro i fuggitivi e contro quelli che soli e tranquilli si portavano alle loro case. Valga questo fatto per mille ch’io potrei narrare. Certo signor Olgiati, persona proba e benevisa da tutti i suoi conoscenti, la sera del giorno 11 ritornando dal Teatro alla Scala alla sua abitazione in contrada di S. Romano, attraversando il corso s’incontrò in una pattuglia che correva dietro ad una famiglia fuggente. Soffermatasi all’arrivo dell’Olgiati, lo minaccia: egli tenta fuggire, ma essi con un colpo di moschetto lo atterrano e quindi gli danno tre puntate di bajonetta che fortunatamente poco più gli faceano che scalfirgli la pelle, difeso da un fascio di carta che aveva nella tasca dell’abito dinanzi al petto. Riavutosi dallo spavento si portò a casa, ed il giorno dopo avendo dirette le sue querele ed alla Polizia ed al Governatore, non gli fu dato ascolto, e poco mancò che non lo trattassero da mascalzone e da malvivente.

[18] Il malcontento per la tracotante superchieria del governo e della Polizia austriaca andava di giorno in giorno serpendo negli animi degli abitanti del regno Lombardo–Veneto. I Giornali italiani ed esteri procuravano di farci comprendere il bisogno di stringerci, di unirci insieme, di distruggere quelle gare municipali che pur troppo furono causa di tanti danni, per poi scacciare il comune nemico. I primi a darne l’esempio furono i Piemontesi. Il Re Carlo Alberto, il solo principe italiano, vide il suo Stato in via di progresso stabile e costante, e seguendo i moti del suo cuore, uniformi ai principi politici dell’immortale Pio IX, volle con le più ampie concessioni riformarlo e metterlo a livello delle più incivilite nazioni d’Europa. Ed allora le città, i borghi ed i villaggi della monarchia Sabauda, dimenticandosi i torti sofferti a’ tempi delle fazioni, che le mantennero in continuo odio fra esse fino a questi giorni, si scambiarono le bandiere, si perdonarono le offese, tra le più esultanti feste di gioja giurarono stretta unione e vera fratellanza, avendo compreso la gran massima che nell’unione sta la forza.

Allora gli amici della buona causa italiana vollero vedere se anche nelle provincie Lombardo–Venete si sarebbe compreso il bisogno d’unirsi. Era necessaria una dimostrazione manifesta, e si deliberò l’abbandono dell’uso di fumare. Un gran sacrificio doveva costare agli abitanti, poichè troppo invalsa era fra loro questa sconcia consuetudine che fruttava cinque milioni annui all’austriaco erario. Pur nondimeno tosto che questa deliberazione venne detta fra amici, essi la propagarono e dalla capitale passò nelle provincie, e quindi nei piccoli paesi e villaggi sino nel Tirolo Italiano, per modo che tutta la popolazione giurò in secreto che l’ultimo giorno di dicembre 1847 sarebbe stato l’ultimo per l’uso della pipa. Per facilitare la diffusione del gran patto si fece litografare l’avvertimento popolare che riporto tra i documenti il n.º III.

La Polizia di Milano che consumava parecchie centinaja di migliaja fiorini in ispionaggi, resa consapevole di questo accordo, stette in aspettativa che si avverasse il fatto e come giunse il 1.º gennajo fu convinta della realtà. La politica di quest’officio inquisitorio inappellabile fu sempre quella di voler ridurre la popolazione con mezzi turpi e violenti a schiavitù. Ora ecco l’argine ch’essa credette opporre al torrente: il giorno due, a mezzodì fece aprire le prigioni ad una turba di malviventi e di gente perduta, ingiungendo loro di andare in frotte fumando e provocando con ogni pretesto tumulti e collisioni fra la tranquilla popolazione, ed a meglio ottenere l’intento li fece regalare quattro zigari e tre lire austriache per ciascheduno. A questi ribaldi si aggiunsero le pattuglie, destinate a proteggere l’ordine e la vita del cittadino, cui si dava novello incarico di commettere turbolenze e prepotenti arresti. Pattuglie a piedi, a cavallo di tutte le nazioni soggette all’Austria e poliziotti, percorrono le vie più popolose, insultando, minacciando, percuotendo ed arrestando persone d’ogni qualità e d’ogni sesso. Fra gli arrestati vi fu pure il nostro podestà Gabrio Casati, mentre arringava al popolo consigliandolo a quiete e prudenza. La nuova di questo arresto fece ricapricciare i cittadini che giurarono in un momento di vendicarne l’affronto.

Questo illustre cittadino sostenendo la primaria carica municipale con varie prove di virtù seppe acquistarsi l’affetto di tutti i Milanesi, che in lui salutano un padre, un amico, ed un degno rappresentante e sostenitore dei diritti municipali, ed ultimamente il primo motore della liberazione della patria. Sia bastante prova del suo zelo, del suo amor patriottico la protesta con cui il 9 febbrajo reclamò dal Governatore della Lombardia contro l’iniquo abuso di potere verso alcuni cittadini. Vedi documento n.º IV.

Il podestà Casati, cui s’erano aggiunti gli assessori Crivelli, Beretta e Bellotti, personaggi franchi ed energici, trovatisi davanti al Direttore di Polizia, esposero con parole di calda verità e di libero sfogo la misera condizione del paese, gli insulti, le vezzazioni e le persecuzioni di che i cittadini erano fatti scopo; e l’assessor Beretta aggiunse francamente esser opinione generale che la provocazione di tal trambusto partisse dalla Polizia; proposizione questa che mise il Direttore su tutte le furie; ma non si ebbe altra soddisfazione. In tutta la notte si continuavano le provocazioni e gli arresti, per modo che al mattino le prigioni erano talmente stipate di gente d’ogni età e d’ogni condizione, che gli stessi commissari esaminatori ne facevano le più alte meraviglie (_Ultimi fatti di Milano ne’ giorni 2, 3 e 4 gennajo_. Losanna, 1848), e così terminò quell’infausto giorno. Il mattino seguente si pubblicò sugli angoli più frequentati della città l’avviso della Polizia che riporto tra i documenti al n.º V, il quale destò ne’ cittadini la più alta indignazione.