Cronaca della rivoluzione di Milano
Part 18
«SUA MAESTÀ I. R. L’IMPERATORE ha determinato di abolire la Censura e di far pubblicare sollecitamente una legge sulla stampa, non che di convocare gli Stati dei Regni Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni Centrali del Regno Lombardo–Veneto. L’adunanza avrà luogo al più tardi il 3 del prossimo venturo mese di luglio.»
M. HARTL, _I. R. Ispettore al Telegrafo._
Milano, il 18 marzo 1848.
_Il Vicepresidente,_ CONTE O’DONELL.
N.º XIX.
CARO ERNESTO!
_Verona, 19 marzo 1848._
Ho ricevuto il danaro. A Leopoldo ho appunto scritto, quindi egli sa già ciò che in questi luoghi accadde. Qui siamo in un grande ospedale di pazzi. Le notizie di Vienna, che sanno assai dell’imperatrice madre e Sofia, le quali non vogliono che si arrechi ai loro Viennesi il minimo danno, ebbero anche in questi luoghi le loro naturali conseguenze. Cosa sia accaduto in Bergamo io non lo so bene, ma tu sei più vicino alla sorgente di me. Un’ora fa arrivò Colletti della Cancelleria, che disse aver trovate in Brescia barricate, e che si deve aver fatto fuoco. Certo è che nella notte in cui dormimmo in quella città, nel Collegio de’ Gesuiti si sparò un petardo per atterrire i rispettivi abitanti. Se non cadesse nel tempo presente questo sarebbe veramente un pensiero classico. I Gesuiti devono già essere fuggiti a Chiari. Qui accaddero e accadono ancora delle pazzie; jersera, dopo che al nostro arrivo si era raunata tutta la popolazione, e che tutti, tanto quelli colla barba che senza, ci aveano salutati assai cortesemente, doveva essere illuminato quel quartiere della città dove abitiamo. In quella circostanza si dovevano fare degli evviva alla Costituzione e simili, ma per fortuna piovve. Verso le 8 ore però si raunò una immensa moltitudine innanzi al nostro albergo gridando: Viva il Vicerè, viva l’Italia, la Costituzione; fuori il Vicerè, abbasso i Gesuiti! ecc., ecc.; e siccome non fruttarono nulla le parole del Podestà e del Delegato, e quella gente dichiarava di voler andarsene tranquilla a casa appena avesse veduto il Vicerè, comparve questi al balcone, e fu ricevuto con immenso applauso. Le grida continuarono quando egli si era già ritirato, e i capi della sommossa si portarono dal Delegato, e dichiararono che papà dovesse pubblicare anche qui le concessioni arrivate da Vienna e già pubblicate da Pallfy a Venezia. Ma siccome non era arrivato nulla, si mandarono in pace, ed essi gridarono partendo: _Domani alle dieci_, ed alcuni aggiunsero: armati. Allora ognuno perdette la testa: tutti si credevano già messi allo spiedo, arrostiti, ecc., ecc.; si decise di andare a Mantova, ed anzi di partire alle 2 ore della notte. Era già dato l’ordine di fare i bagagli, quando la signora madre che per evitare ogni conflitto col militare, e per le altre cagioni che tu conosci, pendeva assai per questo espediente, mi chiamò e mi domandò cosa io ne pensassi. Certo non mi aspettava una tale domanda, pure dissi liberamente la mia opinione: essere questo un errore molto grossolano, mostrando con ciò al popolo d’aver timore, e di fuggire in una fortezza, ove la conseguenza sarebbe stata una simile, e forse peggiore dimostrazione, ed ove v’è una guarnigione di appena tre battaglioni, mentre qui ve ne sono di più con varj generali per condurli. Mi guardò con maraviglia, e mi domandò se vedessi volontieri che la truppa avesse ad agire, e che si spargesse sangue. Non potei a ciò rispondere che sì, ma soggiunsi che, seguendo il mio consiglio, non si sarebbe sparso sangue, ma fui deriso. Fummo mandati a casa che erano già le 9–1/2, e si doveva partire alle 2 del mattino. Non erano cinque minuti che era arrivato a casa, che papa mi mandò a chiamare per dirmi che non si partiva, ciò essendogli stato dichiarato per imprudente da tutti i generali; ciò che fece ammutolire la signora madre. Pella città circolarono quindi numerose pattuglie militari; ma tutto era tranquillo. Questo stato durò sino ad oggi alle 10, quando tutto il mondo affluì alla Piazza dei Signori. Presso di noi vi è una mezza compagnia del tuo reggimento a guardia; ed un’altra mezza compagnia di Brodiani con otto cavalleggieri come riserva. Innanzi alla casa sfilarono un’altra compagnia di Brodiani, e due altre alla Piazza de’ Signori. Frattanto era stato comunicato nell’avviso qui incluso un estratto della Gazzetta di Vienna, di modo che quei signori non sapevano bene cosa fare. Finalmente si scelse una deputazione di cinque individui che doveva pregar nostro padre che ritirasse la truppa, e concedesse una Guardia Civica, che avrebbe certamente mantenuto l’ordine.
Le truppe dovettero ritornare nelle caserme, eccettuati quelle che sono qui nella casa, e una mezza compagnia avanti alla Delegazione; e siccome in Vienna erasi accordato l’armamento degli studenti, papà permise la _formazione di 400 uomini_, che scelti fra facoltosi cittadini, dovessero seguire non armati le pattuglie militari, curare l’ordine, ed evitare i conflitti tra i militari e borghesi. Tutto ciò non è che provvisorio, perchè deve essere approvato dall’Imperatore, ma pure ora s’incominciò e dove finiremo? Sino a quanto si aumenterà il numero quando otterranno anche l’armamento? Cosa ne dirà il militare? Vorrei sentire S. M. Appena era stata fatta questa concessione, si radunò una immensa moltitudine innanzi alla abitazione di nostro padre, e lo chiamò fuori. Da questo momento furono tutti pazzi. I ricchi distribuivano danaro e coccarde tre colori; i più poveri le prendono e si ubbriacano, e così tutti girano tumultuando colle coccarde tre colori pella città gridando: Viva l’Italia!
Oggi alle 3 tutti quelli che vogliono prender parte alla Guardia Civica devono farsi inscrivere nell’Arena; naturalmente se ne presenteranno assai più di 400, e pretenderanno l’accettazione, e allora incomincerà il guazzabuglio. Peccato che s’abbia dato principio a Vienna, e s’abbia esteso a tutte le provincie, cosicchè non si può qui negare ciò che fu concesso a tutti, dal che nascerà vero malcontento ed insurrezione; noi ne abbiamo bastanti esempi. Me ne duole per l’armata; ora abbiamo la Guardia Civica in Verona, e naturalmente sarà introdotta in tutto il regno, e per Venezia sono già stati accordati 200 uomini alle medesime condizioni. Dicesi si sia fatto fuoco sulla piazza di San Marco, e perciò morti cinque uomini (nessun danno). In Vicenza si voleva prendere la Delegazione d’assalto, e piantarvi la bandiera tre colori, ma non riuscì. Da Padova non si sa ancora nulla. La posta da Milano che solitamente arriva alle 8 ore del mattino, non è ancora giunta alle 4. Se là fosse accaduto qualche cosa, auguro ai Milanesi che ne sieno restati per lo meno 500 sul luogo. Ecco la conseguenza degli avvenimenti di Vienna. La truppa deve esser stata mal condotta, o, ciò che è il più verosimile, e che ho detto sino da principio, deve esser stato proibito dall’alto (donne) di far fuoco; altrimenti i Viennesi avrebbero ottenuto altre concessioni. Si sollevano i capelli sulla fronte in pensando cosa si pretenderà già in Ungheria, a Vienna, in Boemia, in Gallizia. Se non succede un miracolo possiamo tutti quanti fare il nostro bagaglio. La casa di Metternich alla Landstrasse, dicesi distrutta interamente. E questi sono i fedeli Viennesi!
I capi sono completamente impazziti.
La maggior parte di loro sono ubbriachi, e girano per la città gridando: Viva l’Italia! Essi abbracciano i soldati del confine come fratelli, e lo stesso fanno cogli ufficiali del caffè al Prà, che sono assai titubanti. Essi presero un uffiziale degli Usseri sulle spalle, e lo portarono intorno gridando: _Vivano i fratelli Ungaresi_! Per questa sera m’aspetto qualche altro gran guazzabuglio; e se accade qualche cosa domani scriverò.
Il tuo reggimento e il battaglione di Brodiani hanno una bellissima presenza; anche Windischgrätz è bello, e gli uomini che io vidi hanno buonissime cavalcature. Sento in questo punto che fra un’ora incomincia l’inscrizione della Guardia Civica, dove vi saranno certamente delle liti per la preminenza; alcuni dicono che in questa circostanza si benediranno le bandiere, naturalmente tricolori, al che assisterà anche il Vicerè! E ciò accade in una città di provincia austriaca!
RANIERI.
CARO ERNESTO!
_Verona, 20 marzo 1848._
Ti sovviene degli scritti che ti spedii già a Lodi e delle descrizioni che contenevano dell’esercitarsi che facevano le persone, della introduzione delle armi, ecc.; ora finalmente crederà la Polizia che queste deposizioni lasciate completamente inconsiderate erano vere, ma troppo tardi. Ora tutto è finito, e noi dobbiamo la conservazione della città di Milano per la monarchia solo all’avvedutezza del F. M.[53] ed al valore delle truppe. Il capitano Huyn passò da questa città andando come corriere a Vienna. Era stato in Castello, aveva uditi i rapporti, ed alla sua partenza (alle undici della sera del 18) aveva veduto tutto il disordine fatto nella città. Al Broletto i cannoni da 12 avranno fatto dei magnifici buchi. Egli però non conosceva l’esito dell’affare, perchè F. M. lo spedì mentre, certo della vittoria, faceva bivaccare i soldati sulle piazze. Huyn, disse essere morti circa 40 soldati e molti feriti, anche un ufficiale superiore. Si dovevano fucilare tutti i prigionieri, non esclusi _Casati_ e duca _Litta_, che si dicano pure del numero. La _Legge marziale_ è già stata spedita jeri a Milano per mezzo di un uffiziale con due bersaglieri Brodiani; ed oggi alle due può già essere pubblicata e messa in attività. Questo è l’unico mezzo. Bisogna dire che i Milanesi debbono attribuire tutto ciò a sè medesimi, giacchè F. M. ha avuto bastantemente pazienza. Ne fosse almeno rimasto morto un bel numero, che ciò infonderà loro un poco di rispetto per la truppa. I soldati avranno mostrato poca moderazione nell’assalto: va benissimo. Casati è pure un vero _baron fottuto_[54]. La posta non arrivò nè jeri nè oggi da Milano, nè si vide alcun corriere. In Venezia tutto tornò tranquillo; qui si grida assai, e Gerhardi temeva qualche cosa in causa degli avvenimenti di Milano, essendosi qui sparsa la nuova essere F. M. con tutta la guarnigione prigioniero nel castello, ed i Milanesi vincitori; ma sono già le due ore, e sembra che non voglia accadere nulla. F. M. ha scritto perchè si spedisca a Milano sotto buona scorta la munizione consumata[55] in cannoni ed obizzi per il rispettivo completamento. Almeno conoscono i Milanesi a quest’ora la musica dei cannoni da 12. Il general Woyna e Prelot erano ancora nel palazzo di Corte; avranno sofferto un bel spavento. Il battaglione di granatieri italiani deve aver commesso degli eccessi in Brescia; non deve avere nessuna disciplina. Quelli del reggimento Haugwitz dicesi vadano sempre abbracciati cogli abitanti, e fraternizzano con essi, cosicchè non si possa aspettar nulla da quel reggimento. Qui si dice che abbiano rifiutato di far fuoco, ma sino ad ora non si venne a questo passo; può però succedere. Ora vorrei assumermi di pettinare ben bene la città di Milano. Anche in Parma devono esservi disordini. I Piemontesi dovevano nel medesimo giorno occupare Pavia, ma non lo fecero. Secondo tutte le notizie che sino a questo punto ci arrivarono, non devono esser penetrati contadini nella città; del resto F. M. avrebbe spacciati anche questi. A Vienna non deve esservi ancora quiete, perchè sembra che la Corte voglia partire ed abbandonare la città al militare. Certo ciò sarebbe l’unico mezzo per acquietarla, ma credo che si voglia piuttosto far concessioni che usar rigore.
Ora abbiamo una Costituzione, per cui non possiamo più servire nel civile, ed il militare perde il suo rango. Io domando cosa dobbiamo fare? Solo oggi papà mi disse in segreto, e non lo disse nè a mamma, nè ad Enrico, che appena vi sarà un po’ di quiete, egli deporrà la sua carica, e si ritirerà alla campagna, pretestando la sua avanzata età, per non restare sotto la Costituzione. Ma io che debbo fare? Nulla, non voglio, e se non è più possibile nel civile, andrò anch’io nel militare, per farmi uccidere alla prima occasione, perchè allora non avrò più a pensare al resto. Ciò noi lo dobbiamo al nostro governo donnesco; un idiota per imperatore, una tignuola per successore presuntivo, e un ragazzo prepotente per suo principe ereditario; e in coda a questi...... l’imperatrice madre, Sofia, Tabarro e tutti....[56] appartenente ad ognuna di esse.
In questo modo, e per questa gente precipiterà la Monarchia che era tanto forte. Metternich è fuggito; Kollovrat e zio Luigi, e probabilmente anche gli altri ministri si ritireranno; nè se ne troveranno altri senza ulteriori concessioni, e così cadremo nel precipizio che tutti ci ingojerà. Pensando a un tale andamento delle cose si rizzano, come dico, i capelli sulla fronte. Non manca altro fuorchè la Russia ci nieghi il denaro promesso e ci dichiari la guerra, che allora possiamo dire: _adieux_ all’imperatore, e farci inscrivere come _citoyens_ nella Guardia Civica. Domani arriva il reggimento Fürstenwäter, e il tuo marcerà verso Brescia; arriverà qui un battaglione del Banato, e i Brodiani alla loro volta marceranno verso il Po. La Civica fa già pattuglie co’ suoi schizzetti tutti rossi dalla ruggine. Due signori, fra i quali Giusti, che avevano abbandonato il servizio riservandosi la qualifica, lo abbandonarono ora interamente per poter entrare in essa. Essi fanno diligentemente la ronda di giorno, quando non piovve. Tutto il giorno non s’ode altro che gridar: Viva l’Italia e Libertà, e cantar canzoni liberali. In casa noi abbiamo sempre due guardie di loro. Oggi pretendevano già di mettere un posto di guardia ad ogni Porta e ad ogni Castello, e dicesi che invece di 400 ne siano già armati 1500, i quali alla prima occasione agiranno contro la truppa. Dovresti vedere come il tenente maresciallo Gerhardi è indispettito da tutto questo. F. M. avrà una bella compiacenza nella Guardia Civica. In questo momento arrivano notizie di nuovi subbugli a Venezia, Trento e Roveredo, ma non si sa cosa sia accaduto. Addio. Finisco, perchè devo andare a passeggio; manda le mie lettere, questa e quella di jeri a Sigismondo, perchè non ho il tempo di scrivergli in particolare.
RANIERI.
N.º XX.
AVVISO
DEL GOVERNO PROVVISORIO.
Allorchè ne’ primi giorni della nostra liberazione dalla tirannide dello straniero i nostri cuori si sollevarono a Dio che benedisse la causa della giustizia, sentimmo desiderio amarissimo de’ perduti fratelli; e la memoria presente de’ prodi che per i primi fecero getto della vita per la Patria, o furono immolati dalla barbarie dell’oppressore, scemava la pienezza della letizia cittadina.
Molte e molte famiglie piangevano; a non poche era tuttora ignota la sorte dei loro cari: la Città non sapeva ancora tutta l’opera crudele del nemico.
Alcune delle nostre nobili e belle contrade sono tuttavia pronte al sagrificio, per la santa causa che noi vincemmo.
Paghiamo frattanto il tributo della riconoscenza e del dolore a quelli che morirono per la Patria: finita la santa guerra, conosceremo tutto quello che ci costava il riacquisto de’ nostri diritti.
Giusta l’invito già fatto a’ Cittadini con altro Avviso del Governo Provvisorio, giovedì 6 corrente aprile saranno celebrate nella Metropolitana le solenni esequie dei morti ne’ cinque giorni della battaglia.
Affinchè cotesta pietosa e patria funzione proceda con quell’ordine severo che la solenne circostanza richiede, le diverse Magistrature e Rappresentanze si raccoglieranno in tre diversi luoghi, cioè nel Palazzo _Marino_, nel Palazzo Municipale al _Broletto_ e nella Residenza della Società d’incoraggiamento delle arti e mestieri alla _Piazza de’ Mercanti_, alle ore 10 della mattina precise, per recarsi in ordinate schiere alla Metropolitana, ove si disporranno ne’ posti a ciascuna di esse prefissi. Dal Palazzo Marino, ove siede il Governo Provvisorio, partiranno alla detta ora:
Il Ministero della Guerra e i quattro Comitati di Finanza, Sicurezza, Sanità e Sussistenza;
I Consoli delle Potenze estere sedenti in Milano;
Il comandante e lo Stato Maggiore della Guardia Civica;
Il Presidente e il Vicepresidente del Consiglio di Stato, e l’Intendente generale delle Finanze;
Il Dirigente della Giunta del Censimento;
I Presidenti dei Tribunali d’Appello di III.ª e II.ª Istanza ed i Presidenti di I.ª Istanza Civile, Criminale e di Commercio;
Il Presidente e i Membri effettivi dell’Istituto, i due Bibliotecarj di Brera e dell’Ambrosiana e il Direttore del Gabinetto Numismatico;
Il Presidente e i Consiglieri dell’Accademia di belle Arti;
Il Prefetto del Monte;
Il Direttore delle Poste nazionali;
La Congregazione Provinciale;
L’Intendente Provinciale delle Finanze;
I due Capi delle sezioni della Contabilità;
Il Direttore del Censo;
I Direttori dei due Licei;
La Direzione dei Ginnasj:
Il Direttore della Scuola Tecnica;
Il Direttore e il Censore del Conservatorio di musica;
L’Ispettorato delle Scuole Elementari;
L’Amministrazione e il Direttore dello Spedale;
L’Amministrazione e la Direzione de’ Luoghi pii elemosinieri;
Il Direttore delle Pie Case d’industria;
La Commissione straordinaria di beneficenza;
Una Deputazione de’ Patrioti degli altri Stati Italiani;
L’Ispettore della Stamperia Nazionale.
Dal Palazzo Municipale al _Broletto_, procederanno i diversi Uffici e le Rappresentanze che seguono:
Il Corpo Municipale;
Una Rappresentanza delle Cittadine che si prestarono alla visita dei feriti nella difesa della patria, e di quelle che lavorano per l’armamento;
Una Deputazione de’ volontarj Liguri, Piemontesi e Svizzeri; Una Rappresentanza dei Parrochi, de’ Sacerdoti dell’Ospedale e delle Ambulanze, de’ Padri Fatebenefratelli e delle Suore di Carità dette Fatebenesorelle;
La Presidenza degli Asili di Carità per l’infanzia e quella del Patronato de’ liberati dal carcere;
Una Rappresentanza della Società Patriotica, del Teatro Patriotico, degli Artisti, dell’Unione, del Commercio, de’ Nobili e del Giardino.
Una Deputazione de’ Notaj, degli Avvocati e degl’Ingegneri;
La Presidenza del Pio Istituto de’ Medici e Chirurghi, e quella dell’Accademia fisio–medico–statistica;
Una Deputazione de’ Giornalisti;
Una Rappresentanza degli orfani maschi e femmine, ed un’altra de’ ricoverati nel Pio Luogo Trivulzio;
Una Deputazione de’ Farmacisti;
Dalla residenza della Società d’incoraggiamento alla _Piazza de’ Mercanti_ dovranno partire:
La Rappresentanza della Società stessa;
Una Deputazione de’ Commercianti;
Una Rappresentanza delle Arti e Mestieri del popolo.
L’ordine col quale si succederanno le Rappresentanze e Deputazioni verrà determinato per estrazione a sorte.
In questa funzione patriotica e popolare le diverse Deputazioni della cittadinanza saranno precedute da una bandiera con un segnale di lutto. Nel Tempio poi, all’ingiro del feretro, formerà una guardia d’onore una schiera della milizia civica, alla quale si associerà, per onorevole distinzione, uno scelto drappello della _Compagnia della morte_, comandata da F. Anfossi, fratello dell’Augusto Anfossi che divenne uno degli eroi della Patria nostra.
La funerea solennità sarà altresì resa più augusta dalla presenza delle famiglie cittadine di coloro che fecero sacrificio di sè stessi per la liberazione del nostro paese: esse già n’ebbero pubblico invito, e non mancheranno di rendere anche questa testimonianza alla Patria, della quale formano oggimai la parte più cara.
CITTADINI! L’educazione del dolor forte e sincero, e la parola della Religione che suscita l’eroismo patrio vi daranno conforto e rassegnazione in questo giorno del comune cordoglio. È un sacro dovere quello che noi adempiamo, un dovere che legheremo ai nostri figli, come sacra e preziosa eredità.
Il canto funebre che prega la requie de’ valorosi insegna ed impone le virtù cittadine, ed è più sublime e più santo dell’Inno della Vittoria.
Milano, il 5 aprile 1848.
_Ai Lettori._
_Scorrendo il mio lavoro vi sarete fatti persuasi della scarsità de’ miei talenti alla quale ho voluto supplire con altrettanta buona voglia di accontentarvi tutti con un libro che racchiudesse quanto giovi ad illustrare i vostri gloriosi fasti, decantati non solo dalle storie Lombarde, ma da tutto il mondo, e ultimamente per la falsa e tenebrosa via dal tirannico Governo Austriaco prescritta per gli studi storici nelle scuole della Lombardia oramai dimenticati. Oh! gloriose gesta de’ nostri avi, come mai abbiamo potuto per sì lungo tempo mettervi in oblìo? Come mai non abbiamo saputo mantenerci quella santa libertà da essi conquistata sui campi di Legnano, ove a migliaja caddero sotto il ferro dello straniero, anzichè sopportarne il giogo? Ma ora vi siamo tornati a quella bell’epoca, ed i fatti dei Cinque Giorni di marzo ne rendono eterna testimonianza. Ma leggendo il mio libro avrete trovato ancora come le civili discordie furono mai sempre la nostra ruina, e come poco dopo alla stessa battaglia di Legnano ci siamo da noi stessi dati nelle braccia di nuovi padroni, e da questi ora ceduti, ora venduti ad altri; e dopo simili esempi vi sarà ancora chi ardisca d’innalzare altro grido fuori di quello che c’invita alla guerra?_ UNIONE e GUERRA! _La prima per l’Italia, la seconda al Tedesco che ancora preme le nostre belle contrade, e che tuttora è riscaldato dai coccenti raggi del nostro sole._ Guerra e sterminio _al sacrilego assassino di Castelnuovo. Oh se le ombre di tante vittime di quella barbara ferocia sorgessero dai loro sepolcri, allora sentireste qual grido_: VENDETTA, VENDETTA. _Non basta scacciare il Tedesco dall’Italia, fuggarlo fino a Vienna, fare trattati, accettar mediatori: bisogna disfarne la razza, disperderla. Ed anche questo l’avrete trovato nel mio libro leggendo della pace di Campoformio firmata da Francesco I, la quale non doveva servire se non a mettere l’Imperatore in istato di ritornare le sue truppe centuplicate sul campo._
_Ho procurato in secondo luogo di unire in diverse note alcuni fatti del settembre 1847 ed altri del gennaio sino al giorno della Rivoluzione, non per ricordarvi tristi avvenimenti, de’ quali foste pur troppo testimonii oculari, ma perchè abbiano a conoscere tutti gli altri Italiani e stranieri fino a qual punto si abusarono della nostra sofferenza ed il Gabinetto di Vienna e l’infame Polizia de’ suoi fieri ordini più fiera interprete ed esecutrice._
_Ma già mi par di sentirmi dire: E le biografie di Metternich, Radetzky e Bolza, che non si leggono nel libro, dove sono? Si ricordi, signor Autore, che_ promissio boni viri est obligatio. _Anche in questo avete ragione, ma dopo quanto di spregevole fu pubblicato ad infamare questi tre personaggi, io non saprei che aggiungere. Del resto tutti li conoscete meglio di me; Metternich è un uomo che figura nel Gabinetto di Vienna fino dai primi trattati con Napoleone, dunque vecchio, vecchia anche la sua politica, e non più adatta ai nostri tempi. Egli ora si trova a Londra insieme con Luigi Filippo e Guizot, altre buone lane, che hanno dovuto abbandonar la Francia. Di Radetzky ci è grato affermare che non appartiene alla generosa nazione Polacca. Bolza poi era un povero uomo, privo di mezzi di fortuna, privo di talenti e di un’educazione che lo elevasse a sostenere decorosamente la carica affidatagli, quindi era divenuto una macchina, nelle mani del dispotismo, che si moveva a forza d’oro o a forza di minacce. Costretto a trovarsi troppo sovente al cospetto di persone, alle quali era grave delitto giustificare la propria coscienza, era diventato il terribile Bolza, che se una sua visita era annunciata a qualche signore, gli produceva l’effetto dell’etere._