Cronaca della rivoluzione di Milano
Part 16
18. Sua Maestà l’Imperatore, re d’Ungheria e di Boemia s’obbliga di cedere al Duca di Modena, per indennità de’ Paesi, che questo Principe e i suoi Eredi aveano in Italia, la Brisgovia, ch’egli possiederà alle medesime condizioni di quelle in virtù delle quali egli possedeva il Modenese.
_Nell’articolo_ 8.
4. Tutti i debiti ipotecati prima della guerra nel suolo de’ Paesi enunciati negli articoli precedenti, e i contratti de’ quali saranno rivestiti delle formalità usitate, saranno a carico della Repubblica Francese. I Plenipotenziarj di S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, ne rimetteranno la nota il più presto possibile al Plenipotenziario della Repubblica Francese, e prima del cambio delle ratifiche, affinchè al tempo del cambio, i Plenipotenziarj delle due Potenze possano convenire di tutti gli articoli spiegativi, o addizionali al presente articolo, e firmarli.
10. I Paesi ceduti, acquistati, o permutati nel presente Trattato, porteranno a quelli cui resteranno, i debiti ipotecati sul loro suolo.
_Nell’articolo_ 12.
8. Sua Maestà l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, riconosce la REPUBBLICA CISALPINA COME POTENZA INDIPENDENTE.
Questa Repubblica comprende l’ex–Lombardia Austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la Città e Fortezza di Mantova, il Mantovano, Peschiera, la parte degli Stati ex–Veneti all’Ovest e al Sud della linea indicata nell’articolo 6 per la frontiera degli Stati di S. M. l’Imperatore in Italia: il Modenese, il Principato di Massa e Carrara, e le tre Legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna.
_Nell’articolo_ 14.
11. La navigazione della parte de’ fiumi e canali, che servono di confine tra i possessi di S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, e quelli della Repubblica Cisalpina, sarà libera, senza che nè l’una nè l’altra Potenza possa stabilirvi alcun pedaggio, nè tenervi alcun bastimento armato in guerra; ciò che non esclude le cautele necessarie alla sicurezza della Fortezza di Porto Legnago.
_Nell’articolo_ 17.
12. Tutte le vendite o alienazioni fatte, tutti gli impegni contratti sia dalle Città o dal Governo, o dalle Autorità Civili, ed Amministrative de’ Paesi ex Veneti pel mantenimento delle Armate Tedesche e Francesi, sino alla data della segnatura del presente Trattato, saranno confermati, o riguardati per validi.
13. I titoli demaniali ed archivj de’ diversi paesi ceduti, o permutati col presente Trattato, saranno rimessi nello spazio di tre mesi dalla data del cambio delle ratifiche alle Potenze che ne avranno acquistata la proprietà. I piani e carte delle Fortezze, Città e Paesi, che le Potenze contraenti acquistano col presente Trattato, saranno loro rimesse fedelmente.
15. Sarà conchiuso senza ritardo un Trattato di Commercio stabilito su basi eque, e tali che assicurino a S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, e alla Repubblica Francese, vantaggi uguali a quelli, di cui godono negli Stati rispettivi le Nazioni più favorite.
Intanto, tutte le comunicazioni e relazioni commerciali saranno ristabilite nello stato in cui erano prima della guerra.
16. Nessun abitante di tutti i Paesi occupati dalle Armate Austriache e Francesi, non potrà essere perseguitato, nè ricercato, sia nella sua Persona, sia nelle sue Proprietà, a motivo delle sue opinioni politiche, o azioni civili, militari e commerciali, durante la guerra, che ha avuto luogo tra le due Potenze.
17. S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia non potrà, secondo i principj di neutralità, ricevere in ciascun de’ suoi Porti, durante il corso della guerra presente, più di sei Bastimenti armati in guerra appartenenti a ciascuna delle Potenze belligeranti.
23. S. M. l’Imperatore, Re d’Ungheria e di Boemia, e la Repubblica Francese conserveranno tra loro lo stesso cerimoniale, quanto al rango e alle altre etichette, quale è stato costantemente osservato prima della guerra.
La detta Maestà Sua e la Repubblica Cisalpina avranno fra loro lo stesso cerimoniale d’etichetta che era in uso fra la detta Maestà Sua e la Repubblica di Venezia.
N.º II
PROCLAMA.
NOI ENRICO CONTE DI BELLEGARDE,
_Ciambellano e Consigliere intimo di Stato di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostolica, Commendatore dell’Ordine Militare di Maria Teresa, Gran Croce di Leopoldo, Colonnello proprietario di un Reggimento di Cavalleggieri, Maresciallo, Presidente del Consiglio Aulico di Guerra e Comandante in Capo dell’Armata d’Italia._
La Pace segnata a Parigi il 30 maggio p. p. ha fissato su basi solide e sicure la tranquillità ed il destino d’Europa.
La sorte di questi paesi fu del pari determinata.
Popoli della Lombardia, del Mantovano, Bresciano, Bergamasco e Cremasco, un felice destino vi attende; le vostre Provincie sono definitivamente aggregate all’Impero dell’Austria.
Voi resterete tutti uniti ed egualmente protetti sotto lo scettro dell’Augustissimo Imperatore e Re FRANCESCO I, Padre adorato de’ suoi sudditi, Sovrano desideratissimo di quegli Stati che hanno la bella sorte di essergli soggetti.
Dopo di avere colle sue armi gloriose compiuta la più grande impresa, Egli si restituisce fra le benedizioni de’ Popoli alla sua Capitale, dove le prime e particolari sue cure e sollecitudini saranno dirette a dare alle vostre Provincie una forma soddisfacente e costante, ed una organizzazione che verrà ad assicurare la vostra futura felicità.
Ci affrettiamo di rendere noti ai popoli delle dette provincie questi graziosi sentimenti della Maestà Sua, e restiamo persuasi che il vostro spirito esulterà per un’epoca sì fausta e memorabile, e la vostra gratitudine trasmetterà ai più tardi nepoti una indelebile riprova di devozione e di fedeltà.
Milano, il 12 giugno 1814.
BELLEGARDE
N.º III.
AL POPOLO
Molti domandano perchè dobbiamo astenerci dal fumar tabacco e dal giuocare al lotto? È spiegato in due parole. I Tedeschi oltre i tanti milioni che portano via agli aggravj messi per forza sulle campagne, sulle case e sulle mercanzie, ci portano via di più quasi 8 milioni ogni anno, che noi non paghiamo per forza ma volontariamente. Questi 8 milioni sono l’imposta sui nostri vizj e sulla nostra ignoranza. Difatto chi ci obbliga a comperare a sì caro prezzo un po’ di fumo, a pagare il tabacco il quadruplo di quello che vale? Chi ci obbliga a giuocare al lotto? E non capite voi che questo è un giuoco in cui l’impresa è sicura di vincere, una vera ladreria, che se qualcuno volesse metterla su per suo conto anderebbe in prigione come truffatore? E poi sapete quel che possono dire di noi? Possono dire che siamo un popolo di oziosi, che consumiamo ogni anno 7 od 8 milioni in tabacco e dopo ci lamentiamo che manca il pane ed il lavoro; possono dire che siamo un popolo di minchioni, che ogni anno gettiamo in un giuoco d’azzardo 8 o 9 milioni, e che per la gola di guadagnare senza fatica togliamo tutte le settimane il pane di bocca ai nostri figliuoli e torniamo sempre alla stessa trappola. E sono 30 anni che la trappola lavora, e avrà ingojato a quest’ora forse più di 150 milioni. Guarda, o popolo, che bel patrimonio hai gettato via senz’accorgerti per un po’ di fumo, un po’ di puzza ed un po’ di speranza che somiglia all’amo con cui si prendono i pesciolini!
Non è dunque nè per capriccio nè per una prepotenza che chi ha occhi in testa consiglia di non fumare e di non giuocare al lotto, ma è pel nostro meglio. Così si vedrebbe che non siamo minchioni, e che sappiamo calcolare il nostro interesse e andar d’accordo tra di noi alla barba delle spie e dei poliziotti che predicano la discordia e l’ignoranza, e vorrebbero vedere che noi stessi ajutassimo colle nostre mani a cavarci la pelle.
N.º IV.
Eccellenza!
Ogni qualvolta lamentevoli circostanze percuotono la popolazione, crede il Collegio Municipale debito suo farne soggetto di rimostranza all’autorità che ci regge, onde vengavi posto riparo. Nè crederebbe servire al proprio mandato che tiene e dalla cittadinanza e dal sovrano, se mancasse in ciò di quella solerte vigilanza, di quell’affetto al buon ordine, di quel desiderio ridotto in atto, che tutto collima alla tranquillità, alla pace. Egli è perciò che la rispettosa Congregazione Municipale non dubita far presente all’E. V. quale funesto effetto generi negli animi dei cittadini tutti il nessun rispetto che vien adoperato verso la personale sicurezza col sistema ormai adottato delle improvvise deportazioni. Poichè qual legge mette in diffida il suddito di tal genere di pena? a qual delitto vien essa applicata? Nessun atto della Sovrana Maestà è o fu giammai promulgato che determini gli estremi di tale procedura, sicchè possa il cittadino imputare a sè medesimo se di tale penalità venga afflitto. Se nei cittadini havvi delitto o mancamento alcuno, perchè non si consegnano ai tribunali per il regolare processo? È forse pietà l’attribuire una pena che si direbbe minore a quella dal Codice comminata per le loro colpe? Chi ne sarà persuaso senza procedimenti? Si proceda dunque, si sentenzii se delitto esiste, e se dappoi la Clemenza Sovrana in luogo di un carcere rigoroso infliggerà una deportazione, sarà tale atto benedetto qual grazia, mentre attualmente è imprecato come arbitrario abuso di autorità. L’E. V. è testimonio quale favorevole effetto avesse prodotto il proclama vicereale del 9 gennajo: come se si fosse in quelle vie progredito, a poco a poco poteva sperarsi un rallentamento nello spirito pubblico, una remissione dal sentimento di alienazione d’animo. Ma tutto si distrusse col proclama imperiale del giorno 17, col pubblicare articoli offensivi al carattere e situazione del paese, col sistema delle deportazioni E perchè esacerbare una piaga che doveva essere medicata? Eccellenza, la congregazione comunale si rivolge alla conosciuta probità che la distingue, perchè voglia farsi organo dei giusti lamenti di una cittadinanza che fu sempre obbediente, sottomessa all’autorità, nè si eresse giammai a contrapporre la minima resistenza.
Qualunque dimostrazione possa essere stata messa in campo, lo fu ad esprimere voti di migliorata situazione, della quale veniva data al pubblico solenne fondata speranza. Sia tutelata adunque la pubblica e privata sicurezza, nè gli individui abbiano a temere di vedersi rapiti alle loro famiglie per essere deportati in lontane ed estranee regioni senza conoscerne il perchè. I padri, le madri, le mogli, i figli non abbiano ad ogni romore che rompe il silenzio della notte, ad immaginarsi gli agenti di polizia invadere il santo asilo di famiglia onesta, sturbata la domestica pace, vedersi rapire gli oggetti più cari al loro cuore, ad onta che nessuna taccia di colpa venga loro rinfacciata. L’Eccellenza Vostra può ben comprendere che non sono tali atti che ponno rannodar fra loro in iscambievole amicizia i popoli che obbediscono ad un medesimo scettro, nè questi con coloro che esercitano in nome di principe clementissimo un’autorità che ci limiteremo a chiamare rigorosa.
Confida novellamente la Congregazione della R. Città di Milano che non abbia ad esser vana questa rispettosa rimostranza, e che l’E. V. saprà appoggiarla con tutta l’energia di un degno magistrato che fu sempre difensore della giustizia, protettore dell’innocenza, propugnatore dell’equità.
Sott. _il Podestà e tutti gli Assessori_.
N.º V.
I. R. DIREZIONE GENERALE DELLA POLIZIA
AVVISO
Gente inquieta e facinorosa, sparsa in numero considerevole nei punti principali e più frequentati di questa Città, osava jeri d’ingiuriare in pubblico tranquilli abitanti per impedir loro l’uso innocente di fumar tabacco, ed ardiva farlo anche attruppandosi e violentando i passaggeri colti a fumare.
A reprimere un tanto eccesso e per dissipare gli attruppamenti, furono attivate pattuglie di forza armata; e perchè non si rinnovino questi colpevoli tentativi, si avverte il Pubblico, che saranno tosto arrestati coloro che vi si abbandonassero; che la Forza pubblica di Polizia procederà, completamente armata, per rintuzzare con vigore ogni criminosa resistenza, e che, a tenore dell’Avviso pubblicato il giorno 10 Settembre pross.º sc.º si userà di tutto il rigore per dissipare ogni attruppamento.
Dovranno quindi imputare a sè stessi la qualunque dannosa conseguenza che derivasse da queste necessarie disposizioni anche coloro che si confondessero, sebbene inoperosi, coi turbolenti; e ne dovranno egualmente accagionare sè stessi quei genitori, quei tutori, quei padroni di botteghe che non sapessero vegliare sui loro figli, tutelati e garzoni per impedirli dal prender parte anche di sola curiosità nei ripetuti attruppamenti, non potendosi in simili casi distinguere gli innocenti dai colpevoli.
Essendo pure da qualche tempo invalso ed esteso l’abuso riprovevole d’imbrattare all’esterno le muraglie delle Chiese, dei Pubblici edificj e delle Case private con maligne iscrizioni, con cartelli ingiuriosi, e con segni figurativi indecenti, s’ingiunge a tutti il divieto di praticarlo, sotto comminatoria dell’immediato arresto, salvo quant’altro fosse di legge.
Eguale misura del personale arresto, e colla stessa riserva di quant’altro fosse di legge, sarà adoperata a far cessare i canti, le grida e gli schiamazzi smodati che si frequentano di notte, e che sono per sè stessi contrarii alla quiete generale degli abitanti. E perchè nelle predette iscrizioni e canti si ardisce di far abuso talvolta del nome Venerabile e Sacro del Sommo Pontefice, si ricorda come Esso nell’allocuzione detta nel Concistoro tenuto il giorno 4 Ottobre p. p. siasi in proposito espresso come segue:
«Gravissimamente ci duole non per tanto che in varii luoghi vi abbino alcuni i quali temerariamente del Nostro Nome abusino con gravissimo oltraggio alla Nostra Persona ed alla Suprema Nostra Dignità. La qual cosa (conchiude l’altefatta Santità Sua) certamente _Noi_ grandemente abborriamo qual contraria alle nostre intenzioni, come appare dalle nostre Encicliche a tutti i nostri Venerabili Fratelli, i Vescovi, indirizzate il 9 di Novembre scorso.»
Si ricorda da ultimo ai sudditi il divieto di portare coccarde od altri emblemi stranieri, ed a tutti poi qualsiasi altro distintivo politico, simbolo o segno di ricognizione, sotto comminatoria dell’arresto, salvo quant’altro fosse di legge.
Milano, dall’I. R. Direzione Generale della Polizia, nelle Provincie Lombarde, il 3 Gennajo 1848.
_L’I. R. Consigl. Aulico Attuale Dirett. Gener. della Polizia_
Barone DE TORRESANI–LANZENFELD.
_L’I. R. Segretario_ WAGNER
N.º VI.
I. R. DIREZIONE GENERALE DELLA POLIZIA
AVVISO.
Colla mira di evitare disgrazie, si trova di avvertire nuovamente il Pubblico a tenersi lontano da qualunque attruppamento od unione di popolo, giacchè la Forza pubblica, chiamata all’esercizio de’ proprii doveri, trovandosi nell’impossibilità di distinguere i colpevoli dai semplici spettatori curiosi, questi incauti si espongono al pericolo di essere confusi coi perturbatori.
_Milano, dall’I. R. Direzione Generale di Polizia_, il 4 Gennajo 1848.
L’I. R. Consigl. Aulico Attuale Dirett. Gener. della Polizia
Barone DE TORRESANI–LANZENFELD.
_L’I. R. Segretario_ WAGNER.
N.º VII.
LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE DELLA REGIA CITTA’ DI MILANO
CITTADINI!
Non ha guari la vostra Magistratura dirigeva a voi parole di esultanza; ora è coll’accento dell’afflizione che fa sentire la propria voce. Dolorose scene funestarono le nostre contrade; lo spavento invadeva la cittadinanza inerme; parecchie famiglie sono nel lutto.
I vostri rappresentanti non si ristettero dall’accorrere, per quanto era in loro potere, ad arrestare il braccio del rigore. Ma gli sforzi della loro buona volontà non avrebbero il bramato effetto senza la vostra cooperazione al santo scopo della pace e della tranquillità. Taluni imaginarono erigersi in censori perchè venisse eseguita una legge ora caduta per consuetudine in disuso che vieta fumare per le strade. Questo fatto dovette richiamare l’attenzione di chi è costituito a tutelare le leggi, nè potea imporre a coloro che non vi si credeano astretti.
Cittadini! Il rispetto alle leggi, ed al libero esercizio degli individuali diritti dalle leggi non limitati costituiscono la guarentigia della civile società. Questi santi principj siano da voi rispettati, e nessuno si permetta disconoscere l’autorità, nè impedire a ciascuno l’esercizio de’ proprj diritti.
Se la vostra Magistratura ha sull’animo vostro, come si lusinga, quell’impero che solo dà la fiducia che avete posto in lei, mostratelo coll’accogliere quest’invito. Quelli che vi parlano sono cittadini tolti di mezzo a voi, che con voi dividono ogni interesse. Ascoltateli e date con ciò la migliore caparra della vostra benevolenza verso di loro; locchè servirà a sempre più mantenere viva quella fiamma d’amore del bene che li guida e li conduce a tutto adoperarsi per tutti.
Li 4 gennajo 1848.
CASATI, _Podestà.
Assessori_
BELLOTTI, V. CRIVELLI, MAURI, BERETTA, GREPPI, BELGIOJOSO,
SILVA, _Segretario_.
N.º VIII.
IL VICERÈ
DEL REGNO LOMBARDO–VENETO
AGLI ABITANTI
_della Regia Città di Milano._
I troppo deplorabili avvenimenti verificatisi in questi ultimi giorni in Milano hanno recato all’animo Mio un grave dispiacere, hanno portato una profonda ferita al mio Cuore.
Dopo tante prove indubbie di attaccamento alla persona di Sua Maestà ed al Suo Governo per parte degli abitanti di queste Provincie, anche in epoche difficili, fu per Me ben inaspettato il vedere come una parte di questa popolazione, tanto pacifica e rispettosa verso le Autorità, abbia in questi giorni potuto lasciarsi strascinare fuori del consueto suo contegno per l’impulso di pochi malevoli che, avversi per indole ad ogni sorte d’Autorità e di ordine, si compiacciono di spargere il malcontento e di promuoverne le malaugurate conseguenze.
L’andamento regolare di qualunque Amministrazione può sempre abbisognare di progressivi miglioramenti. Manifestazioni turbolente non potrebbero che rallentarne la decisione Suprema e renderebbero deluse _le Mie più fondate speranze_, non potendo in allora innalzare al trono di Sua Maestà i voti, che non avrebbero in loro favore l’appoggio della tanto desiderata moderazione.
Mentre frattanto è Mia sollecita cura di sopravvegliare alla sicurezza personale di tutti gli abitanti di questa Città, è d’altronde del Mio stretto dovere di non permettere che l’unione di volontà private presuma di ledere la libertà individuale assicurata come è dalle Nostre savie leggi.
_Diletti Milanesi_! Io ebbi già delle prove del Vostro attaccamento anche alla Mia persona, ed ora confido nella conosciuta Vostra prudenza e moderazione. Siate dunque tranquilli, fidate in Chi è preposto alla direzione ed al savio ordinamento de’ Vostri bisogni, e non tarderete a conoscere come la Sovrana benignità sappia provvedere al pubblico bene.
Milano, il 5 gennajo 1848.
RANIERI.
N.º IX.
Ecco il famoso proclama di Radetzky:
Sua Maestà l’imperatore, determinato a difendere il regno Lombardo–Veneto, come ciascun’altra parte de’ suoi Stati contro qualsiasi attacco del nemico, venga dal di fuori o dal di dentro, secondo i suoi diritti ed il suo dovere, mi ha permesso, per mezzo del maresciallo di Corte a ciò incaricato, di render noto a tutte le truppe dell’armata che stanno in Italia, questa sua determinazione, persuaso che questa sua volontà troverà validissimo appoggio nel valore e nella fedeltà dell’armata:—Soldati! voi avete udito le parole dell’Imperatore: io sono altero di farvele note: contro la vostra fedeltà e valore si romperanno gli sforzi del fanatismo e dello spirito infedele d’innovazione, come _fragile vetro contro una roccia_.
Salda freme ancora la spada che ho impugnato con onore per sessantacinque anni in tante battaglie, saprò adoperarla per difendere la tranquillità d’un paese _poco tempo fa felicissimo_, e che ora una fazione frenetica minaccia di precipitare nella miseria.—Soldati! il vostro Imperatore conta sopra di voi; il vostro vecchio capitano si affida in voi, e tanto basti! Che non ci sforzino a spiegare la bandiera dell’aquila a due teste! La forza de’ suoi artigli non è ancora fiaccata. Sia nostra divisa difesa e tranquillità ai cittadini amici e fedeli, e distruzione al nemico _che osa con mano traditrice_ attentare alla pace, al ben essere de’ popoli.
Milano, 18 gennajo 1848.
N.º X.
IL VICERÈ
DEL REGNO LOMBARDO–VENETO
AGLI ABITANTI
_della Regia Città di Milano_.
Le ultime Mie parole a Voi dirette hanno trovato, ne sono certo, la via della Vostra mente, non che quella del Vostro cuore, giacchè dal Mio uscivano.
Vuolsi però essere ancora i Vostri pensieri conturbati, le Vostre famiglie angustiate. Ritorno dunque come padre a Voi tutti, e come Capo Supremo del governo dal Sovrano alle Mie cure fidato a ripetervi l’assicuranza che, se per un momento di conflitto, suscitato da circostanze tanto strane che non poterono essere riparate, perchè non da prevedersi, fu la Vostra Città messa in allarme, tengo però più strettamente unite nelle Mie mani tutte le redini del potere che Vi deve tutelare. Siccome nessuno di Voi può dubitare che è la mia volontà di farne l’uso conveniente affinchè sia l’ordine pubblico ristabilito, ed ognuno mantenuto nella sfera delle sue attribuzioni, come nei limiti del suo dovere, deponete ogni inquietudine, _diletti Milanesi_, e venite col Vostro contegno in ajuto delle Autorità che hanno carico di sopravvegliare alla sicurezza personale di tutti.
Vi rinnovo in quest’occasione l’espressione delle Mie fondate speranze di vedere ponderati dalla Sovrana saviezza ed accolti dalla grazia di Sua Maestà i voti espressimi in via legale, che di già sono o stanno per essere innalzati al Trono.
Frattanto diffidatevi delle moltiplici menzognere novità insidiosamente sparse per mantenere l’inquietudine ed il fermento degli spiriti. I rapporti delle Provincie del Regno intiero concorrono in dare la prova come l’ordine pubblico non vi sia stato in nessuna parte turbato.
Una confidenza reciproca sarà sempre mai la sorgente la più feconda d’ogni bene: confidate dunque in Me come confido in Voi.
Milano, il 9 gennajo 1848.
RANIERI
Stava correggendo queste pagine quando la Gazzetta di Milano del giorno 3 maggio pubblicò la seguente lettera scritta dall’ex Vicerè all’ex Governatore della Lombardia, la quale ci dà alcuni schiarimenti sul suo modo di pensare e di agire intorno ai fatti del 3 gennaio. Credo di fare cosa non ingrata a’ miei lettori riportandola in questo luogo. Siano tutti gli Italiani istrutti dell’ipocrisia con cui si servì per così lunga serie d’anni quest’austriaco principe onde corrispondere alla sincera affezione dei Lombardi e Veneti.
N.º 19–Seg.
_Ho udito che il club_ des Lions _si chiude bensì, secondo le regole, ad un’ora, che pure la maggior parte dei membri sì ritirano a mezzanotte, ma però che alcuni di essi rimangono in una camera secondaria fino alle sei del mattino col loro segretario Chiodi, probabilmente onde trattare dei loro piani rivoluzionari e stabilirli._
_Mi si disse pure che i clubisti mandano in giro la loro servitù, e che aizzano altra gente a disordini e schiamazzi notturni. Così pure che essi ebbero influenza sulla circolare sparsa da pochi dì nel pubblico, con cui si animava a non fumare. La prego quindi di incaricare immantinente la Polizia che cerchi, con ogni qualsiasi mezzo che ha a sua disposizione, di accertarsi della verità delle accuse suddette, e specialmente della prima, ponendo confidenti in vicinanza del locale del club, e nel caso che fosse vera, di notare il nome di quelli che rimangono di notte, al loro escire dal locale del club, onde scoprire forse per tal modo i capi dei disordini._
_Nel caso che il rapporto fosse verace che da alcuni membri del club vi rimangono fino al mattino, allora deve la Polizia circondare immediatamente il club medesimo, e procedere secondo le circostanze._