Cronaca della rivoluzione di Milano
Part 13
Nella profusione di atti di sacrificio e di valore sarebbe difficile il distinguere una piuttosto che un’altra provincia. Milano è riconoscente a tutte, invia a tutte il bacio della fratellanza e della gratitudine, perchè tutte s’adoperarono a giovare Milano e con essa la causa comune, e, ciò che è più singolare, hanno quasi tutte un titolo diverso alla nostra gratitudine.
Bergamo che, fin da quattro mesi or sono, ebbe l’onorevole e pericoloso ardire di stendere e presentare alla già Congregazione Centrale una energica protesta della sua Congregazione Provinciale contro le vessazioni dell’Austria e la sua nessuna fedeltà alle date promesse, appena seppe che Milano stava combattendo, insorse tosto, ordinò la guardia civica, inviò trecento armati a Milano, ed assediò la caserma di sant’Agostino, dove erano 800 Croati. L’arciduca Sigismondo, che ivi comandava, diede la sua parola che non sarebbe partito; ma la violò e fuggì abbandonando vilmente le truppe. Intanto a Bergamo si continua ad ordinare la guardia civica nelle città e nelle vallate, e si preparano le difese ai monti, onde intercettare agli Austriaci la via del Tonale. Molti volontarj sono partiti per Crema, altri si dispongono a formar parte dell’esercito mobile: la linea che si distende fino a Chiari, Soncino ed Antignate è sorvegliata da molti che spiano i moti delle orde nemiche. Maggior previdenza, maggior sollecitudine non poteva usarsi, poichè, mentre Milano appena liberata stava in forse dei moti dell’esercito nemico, ecco Bergamo che volontario difensore vegliava già alla nostra sicurezza. Noi, tre mesi fa, avevamo fatto feste ai Bergamaschi, destinando loro il ritratto d’uno dei più grandi loro scienziati e cittadini, il Mascheroni, ed essi ora hanno voluto farci risovvenire che non sanno trattare le sole arti della pace, e e che si conservano pur sempre degni discendenti del Colleoni. Ma se nel cinquecento Bergamo fu valida difesa dello Stato a cui era unito, or si unisce a noi con ben altra eguaglianza di diritti, e perciò con ben più spontaneo accorrere d’armi e d’armati.
A Lecco, gli abitanti insorsero, disarmarono 200 Austriaci, e senza alcun indugio accorsero essi pure a Milano. Giunti a Monza, inoltratisi fino alla Piazza del Seminario, trovaronsi a fronte un battaglione del reggimento Geppert, italiano, che erasi formato in quadrato: chiesero di parlamentare, non ebber risposta, e scambiarono vivamente il fuoco per ben tre volte. Ma la truppa era scontenta di trovarsi incontro a’ suoi fratelli; ed il Maggiore che la comandava, essendosene accorto, credette miglior consiglio ritirarsi nel Seminario. Allora gli Italiani deposero le armi, ed i nostri, munitisi di esse, raccolti con loro molti Brianzoli, accorsero a Milano, e qui forzarono la Porta Comasina, dopo una lunga lotta, e si sparsero per la città a combattere l’ultima resistenza del nemico. Il Comitato eretto in Bergamo non si stancava intanto di mandare staffette a Como ed altrove, esploratori, eccitatori all’insurrezione, talchè l’attività di quel Comitato ed il valore dei combattenti di Lecco valse a noi più che una armata all’inimico. Il contado di Varese insorse pure ben presto, e potè riunire una bella colonna d’armati fra abitanti di Varese e volontari della riviera di Piemonte, i quali sono tutti occupati dalla nostra amministrazione di guerra. L’impeto, la risolutezza distinsero quei di Lecco e di Varese, come la previdenza, l’ordine e la celerità distinsero i Bergamaschi.
A Como invece fu, si può dire, un assedio regolare alle Caserme, condotto quasi colla più esperimentata scienza militare; dopo la vittoria fu un subito ordinarsi come d’antichi soldati e non d’uomini nuovi alla guerra. Il giorno 18 stesso, appena si seppe l’insurrezione di Milano, i Comaschi andarono in armi al Municipio, chiesero la Guardia civica, l’ottennero e la notificarono ai soldati. Il colonnello comandante al presidio dichiarò che non vi avrebbe posto alcun ostacolo, finchè non si fosse fatto violenza a’ suoi. La guardia si ordinò, prese la polveriera, e nella domenica durò quell’accordo, leale da parte de’ cittadini, slealissimo da parte de’ capi militari, i quali, quando le notizie di Milano fossero state loro favorevoli, si disponevano ad incrudelire con atroce vendetta, come ne facevan fede le violenti minacce. Ma, visto come Milano teneva fermo, visto che molti civici partivano a dar soccorso all’assediata capitale, incominciarono al lunedì a far fuoco dalla maggior caserma esterna detta di san Francesco, ed uscirono contemporaneamente dalla caserma interna detta Erba. Respinti dall’uno e dall’altro posto dalle fucilate de’ nostri, si ritirarono nelle caserme e furono tosto assediati. Sorsero per ogni dove le barricate; quelle che stringevano la caserma Erba erano formidabili per varj cannoncini tolti alle ville del lago da tutti i cittadini accorsi a Como al suono delle campane a stormo. Varj carabinieri Svizzeri volontarj avevano pure valicato il confine, ed erano appostati alla caserma Erba, che, visto quelli apparecchi e quelli uomini, dovette capitolare. Così si arrese questa Caserma, e dopo lunga resistenza furono pure costretti a cedere e deporre le armi e a darsi prigionieri quei della caserma san Francesco, battuti di fronte dai cannoncini e dalle fucilate delle mura, circondati dalla colonna che, prima avviatasi a Milano, era pure retrocessa, e minacciati dal fuoco appiccato ad arte in una vicina chiesa. Per tal modo si fecero 1200 prigionieri, si tolsero loro altrettante armi e ventiquattro cavalli, si ebbe una ricca preda di munizioni e di polvere. Il giovedì fu davvero consolante come con quelle armi in poco più di 6 ore si ordinasse un bel reggimento di mila e duecento volontari che, capitanati dal generale Arcioni, e provvisti di munizioni da guerra e da due cannoni, si incamminarono a Milano in ordine compatto con tutte le cautele dell’arte, coll’ardore e colla gioja, sicuri della vittoria ed anelanti a gloria maggiore. Chi asserisce che noi siamo capaci di coraggio individuale ma non di risoluzioni concertate, osservi quella colonna che s’avanza incontro al nemico, e si persuada che quell’ordine è possibile anche in esercito più numeroso; poichè l’Italiano è riluttante alla disciplina che ammorza lo spirito non a quella che lo asseconda. Intanto il Municipio, interprete del voto popolare, si unisce anch’esso al Governo di Milano, e dimanda a tutte le provincie lombarde in compenso dei suoi sacrificj non altro che libertà e vittoria.
A Brescia pure fuvvi prima l’accordo col generale Schwarzenberg che acconsentì la Guardia Civica fino dalla domenica, poi il martedì cedette egli stesso 800 fucili perchè la guardia fosse armata, e più tardi tentò la lotta; ma scoraggiato ben presto venne a patti, e il mercoledì sgombrò Brescia, la quale aderì al governo centrale spontaneamente colle parole più calde d’ammirazione e di gratitudine per la nostra vittoria.
A Cremona i patti, pur stipulati cogli ufficiali Austriaci, non furono violati. Quel presidio, composto quasi tutto d’Italiani, si affratellò ben presto coi cittadini, ed il generale Schönhals dovette ritirarsi cogli altri. Si avvicinava a quella che il generale Radetzky chiama così facetamente base delle sue operazioni militari, quando non lungi da Orsinovi, inseguito dagli insorti dovette arrendersi e darsi prigioniero, egli, i suoi ufficiali ed i suoi soldati.
A Lodi l’occupazione austriaca durò maggior tempo, perchè ivi erasi riparato il generale Radetzky. Ora però la città è sgombra, e concorre anch’essa all’unione lombarda.
Più varie, più sanguinose sono le vicende di Crema, dove al Comitato provvisorio succedette una seconda occupazione austriaca e il passaggio delle truppe fuggiasche. Anche i Cremaschi ebbero e vittime e prigionieri, e la crudele dimora degli Austriaci durò più giorni. Ora però si sono ritirati, sfiniti d’ogni forza, incapaci quasi a servire, e costretti a fermarsi ogni tratto sulla strada, piuttosto invalidi che soldati.
A Pavia gli Austriaci si ritirarono spontaneamente, e un Governo provvisorio sta pure per consolidarsi in quella città.
All’insorta e libera Valtellina si ordina in ogni paese la Guardia Civica: molti vegliano al passo dello Stelvio, dove fu tagliata la strada: molti altri montanari si avviano al piano in difesa dei luoghi più infestati dal nemico.
Il nostro trionfo è dunque generale, la rapida concentrazione di tutti i municipj ci fa sperare che lo spirito di isolamento, rattenuto finora in ogni parte con tanta saggezza, non vorrà rinnovarsi mai più, e che s’intenderanno i beneficj dell’unione, alla quale dal nostro lato noi vogliamo concorrere con ogni mezzo, coll’abnegazione di noi stessi, se vi fosse bisogno. Queste, che noi facciamo, non sono vaghe promesse, nè parole architettate ad arte: il Governo Provvisorio ha già disposto perchè tutte le provincie siano rappresentate nella cosa pubblica, anche prima che il voto comune dia un libero campo a tutte le città di far valere i propri diritti e di vegliare ai loro interessi. Oh! questo nome di fratelli non sia una parola ripetuta per abitudine, un desiderio onesto ma impotente! chi vuole ottenere una cosa ottima non deve lasciarsela sfuggire, mentre lo può. Tutto in quest’unico momento è disposto onde ottenere la sospirata fratellanza; e noi l’avremo; ce l’assicura la bella condotta di tutte le nostre provincie.
XV.
IL _TE DEUM_ PER LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI
(_Dalla Gazzetta officiale_ Il 22 Marzo.)
Sublime e commovente spettacolo presentava questa mattina la nostra cattedrale. La città intera recavasi per invito del Governo provvisorio a ringraziare Iddio della miracolosa liberazione ottenuta, e l’Inno Ambrosiano echeggiava armonioso sotto le vôlte del tempio, ripetuto con fremito di allegrezza da tutti i cuori. Era questa la prima volta, in cui il canto di grazie, non più prezzolato nè ipocrita, saliva al cielo colle più ardenti aspirazioni dell’anima, verace interprete dei voti e della fede di tutto un popolo. L’altare, addobato a festa colle insegne nazionali, annunziava il santo connubio della Religione e della patria, già iniziatore dell’italiana redenzione e promessa di futura grandezza all’Italia. Un senso profondo di venerazione, di amore e di dolcezza partiva da quello e diffondevasi nella moltitudine, commossa ancora e ammirata del recente prodigio. I cuori si gonfiavano e palpitavano; gli occhi si bagnavano di lagrime: in tutti era un tripudio, un entusiasmo, che aveva quasi del delirio. Dopo tre secoli e mezzo di servitù, Milano si sentiva finalmente libera e grande, e poteva pregar Dio colla coscienza della propria dignità. Qual potenza d’affetti doveva essere in quella preghiera!
La cerimonia ebbe luogo alle undici del mattino. I membri del Governo provvisorio e dei diversi Comitati partirono dal Palazzo del Marino, sfilando accompagnati dalle Guardie civiche. Modesti nel tripudio, come forti nella lotta, niun segno d’insolito apparato ne distingueva il corteo: una sciarpa tricolore indicava in loro colla gioja il sentimento tutto italiano. E la festa non era municipale, era italiana, come italiana fu la pugna che abbiamo combattuto. Un fascio di bandiere tricolori li precedeva, e il saluto, e gli evviva e le grida di tutta la popolazione accorsa sul cammino li accompagnarono fino all’ingresso del Duomo. Qui l’allegrezza si trasfuse in un senso universale d’adorazione; la moltitudine stipata ascoltò con religioso raccoglimento la messa solenne celebrata dall’Arcivescovo, e accompagnò col cuore i concenti, che dall’altare salivano tripudianti al Dio datore d’ogni libertà. Nuovo e maraviglioso spettacolo quel vincolo misterioso che in quel punto confondeva quasi il cielo colla terra, e rinverginava in tutti la fede coll’aspetto d’una provvidenza redentrice delle nazioni.
Terminato l’inno, e benedetto il popolo dall’Arcivescovo, il corteo sfilò di bel nuovo uscendo preceduto dalle bandiere, e, dopo aver fatto il giro della piazza, s’avviò al Palazzo Marino. Fu allora che la gioja, non più compressa dalla venerazione, scoppiò in gridi entusiastici, in applausi, in lagrime, in abbracciamenti. Era un susulto, un fremito indescrivibile. L’aspetto della Guardia civica, militarmente schierata, che sfilava sotto i balconi del palazzo, accrebbe ancor più la comune esultanza. Quella gioventù bellicosa, che marciava sotto l’armi in bell’ordinanza, a guise di truppe già esperte, quel contegno animoso e tripudiante, quelle bandiere sventolanti, quell’insolito suono di tamburi, eccitavano, esaltavano la moltitudine. Gli eroi delle barricate eransi già trasformati in esercito di soldati, forte di parecchie migliaia, e il popolo salutava in loro i prodi suoi difensori. Il grido di «viva l’Italia!» suonava su tutte le bocche; la concordia e l’amore erano in tutti i cuori. Non mai festa nazionale fu più bella e più grande di questa.
E alla festa, comechè compiuta nel giubilo, non mancò la pietà. Il cittadino Angelo Grassi–Marliani aprì sulla piazza del Duomo, appena terminata la cerimonia, una colletta pei feriti. In pochi minuti egli raccolse dagli astanti parecchie centinaia di lire, che andranno a sollievo dei martiri della nostra rivoluzione. Così Milano, anche nei suoi giorni più lieti, mostra sempre accoppiato il vanto della carità a quello dell’eroismo, alleanza di virtù, che le assicurano la futura grandezza.
Sulla maggior porta del Tempio leggevasi l’iscrizione seguente:
A DIO SIGNORE CHE NE’ GIORNI DELLE SUE GIUSTIZIE SUSCITA I DEBOLI OPPRESSI I VIOLENTI CONFONDE E DISPERDE IL POPOLO MILANESE ESCITO NEL BRACCIO DI LUI VITTORIOSO DALLA MIRACOLOSA PUGNA DE’ GIORNI XVIII XIX XX XXI XXII MARZO TERMINE ALLA SUA LUNGA SERVITU’ PRELUDIO ALL’AFFRANCAMENTO DI TUTTA ITALIA INTUONA CO’ SUOI MAGISTRATI IL CANTICO DELLE GRAZIE
Intanto che nel Duomo cantavasi il _Te Deum_ in rendimento di grazie a Dio per la cacciata degli Austriaci da Milano, gli Israeliti radunati nel loro Oratorio cantavano nell’istess’ora l’Inno di grazie, susseguito da un apposito discorso di circostanza.
XVI.
LE POMPE FUNEBRI PEI MARTIRI DELLA PATRIA.
(_Dalla stessa Gazzetta Officiale il 22 Marzo_).
L’augusta e pietosa solennità del giorno 6 aprile, in cui abbiamo chiamato la Religione a propiziare il Dio delle misericordie per le vittime della nostra redenzione politica, lascerà per molto tempo un’impressione profonda. Quel rito funebre era comandato dalla patria pei figli della patria, ed ogni cittadino vi era associato come a domestico lutto. Una voluttà amara invogliava al pianto; ma quel pianto era insieme tributo di pietà, di amore e di riconoscenza. Ciascuno ripensava seco stesso e i forti che erano caduti per romperci le catene, e i superstiti alle generose vittime quivi presenti, nei quali la gioja della patria salvata veniva così dolorosamente in contrasto colle memorie domestiche, coi cari effetti di parentela e di amicizia, e la Religione finalmente, suprema consolatrice degli uomini, che santifica il dolore deposto a’ piè de’ suoi altari.
Secondo il programma, antecedentemente pubblicato per cura del Governo[50], alle dieci antimer. movevano alla Cattedrale i molti e varj capi rappresentanti della milanese cittadinanza, preceduti ciascuno dalla bandiera tricolore velata in gramaglia. Il Governo provvisorio, seguito dai consoli e dagli inviati esteri, prese posto nel presbiterio, e quindi lungo la navata maggiore tutti gli altri ordini in ragione della loro importanza. Monsignor Arcivescovo pontificò il rito funebre, e, finita la Messa, versò le acque lustrali intorno al feretro. Il signor Merini, prevosto di San Francesco da Paola, disse dal pulpito la commemorazione pei cari defunti, a cui era consacrata l’espiatoria cerimonia. La vasta Cattedrale parata a luto con parca, ma appropriata magnificenza, sfolgoreggiava di lumi, di bandiere, di iscrizioni recanti i nomi degli estinti: numero non grave se pensiamo alla grandezza del trionfo ottenuto, gravissimo se ci ricordiamo che ci erano fratelli, ancor più caramente diletti adesso che per loro mercede riposiamo tranquilli sui nostri redenti focolari. La piazza del Duomo rispondeva all’apparato interno del tempio; tutta quanta ornata nei veroni e nelle finestre di sandali e di emblemi di lutto, recante nel suo mezzo il trofeo funebre innalzato alla memoria dei prodi estinti, stipata, gremita, al par delle vie adiacenti, da una folla innumerevole di cittadini, sui volti de’ quali potevi leggere meraviglia insieme e commozione. Reduce dalla solenne pompa, il Governo rientrò nella sua sede al Marino, e dal maggior balcone fu testimonio della concorde riverenza, onde i concittadini di lui circondano quel suo mandato penoso, ma al tempo stesso santissimo, ch’egli si è tolto di condurre a nobile meta i destini della patria. Numerosi applausi scoppiarono dalla affollata moltitudine, fatta ancor più lieta dalla voce del presidente Casati, che con poche e solenni parole si lodò del nostro contegno, affermando come da esso principalmente il Governo Provvisorio pigli sempre maggior lena in sobbarcarsi al grave incarico della cosa pubblica.
_E nella Gazzetta di Milano del signor Lambertini, che prima inviava all’estero la descrizione di questa commoventissima festa, così si legge intorno all’apparato esterno:_
Erano le ore 10 antimeridiane che già stretta di folla ogni contrada che alla Cattedrale conduce, obbligava i sopravvenienti a rallentar il passo ed a far forza per riescire alla meta. Alzando gli occhi al Cielo vedeasi a lato della Vergine che s’erge al sommo della guglia del nostro Duomo sventolare il vessillo tricolore, piantatovi fin dal 20 marzo, e vedeasi lasciar pendere un lembo di velo bruno che indicava la tristezza dell’animo cittadino pei martiri delle famose cinque giornate, e l’atto di espiazione che al Sacro Tempio tutti volgevano ad implorare da uno stesso amor nazionale desiosamente sospinti. Così per quelle principali vie tutt’addobbati i balconi e quasi ogni pertugio, di gramaglia, o di neri tappeti a frangia argentea arricchiti, e padiglioni, e appositi detti, e segnali corrispondenti alla suntuosa lugubre funzione vedeansi profusi. Tutt’intorno alla piazza del Duomo era simile e ricco l’apparato, e in mezzo, piantata sopra ampio piedestallo, sorgeva un’altissima lancia lombarda colla tricolore bandiera, pur essa di lutto insignita, sorretta quella lancia come da un rialzo, cui ai quattro angoli stavano corrispondenti statuette e sopra di esse vasi portanti arbusti di funereo cipresso. Alle quattro facciate di così tal, direbbesi, improvvisato obelisco leggevansi le seguenti inscrizioni:
PIO SOLENNE VOTO DI ETERNA RICORDANZA AI PRODI TRAPASSATI COMMILITONI CHE A LIBERAZIONE DELLA SCHERNITA ED OPPRESSA ITALIA SORRIDEVANO BOCCHEGGIANTI SOVRA SANGUINOSE MACERIE AL CARO PENSIERO DELLA RISCATTATA PATRIA.
* * * * *
QUI ALL’ALBERO GLORIOSO DELLA FRATELLANZA E DELLA PACE VERSIAMO TUTTI COLLA LACRIMA DEL LUTTO LARGHE OBLAZIONI A DEVOTO SUFFRAGIO DE’ NOSTRI CONCITTADINI CHE NEL TERRIBILE CONFLITTO ITALICO MORENDO IMPRESSERO COL PROPRIO SANGUE LO STEMMA DELLA PORTENTOSA MILANESE VITTORIA MDCCCXLVIII.
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OH IL CARO SPETTACOLO DI UNA SANTA COMMOZIONE! TREGUA AL PIANTO VEDOVATE SPOSE E DESOLATE MADRI CHE A GRAMAGLIA VESTITE ASSISTETE AL SACRO RITO FUNEBRE IDDIO VOLLE CON SÈ GLORIOSI QUE’ CARI VOSTRI CHE SPENTI PEL SOCIALE COMUNE PROSPERAMENTO DELLA RIGENERATA ITALIA VIVRANNO IMMORTALI NELLE VENTURE GENERAZIONI.
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OGNUNO SI TACCIA E DALLE TENEBROSE TOMBE DEI TRUCIDATI NOSTRI FRATELLI ODA IL CELESTE COMANDO DEL RELIGIOSO SOVVENIMENTO AD ESSI DOVUTO CHE VITTIME DI GUERRA INTESTINA VOLLERO NOI SALVI DALL’OPPRESSIONE DELLO STRANIERO ABBOMINATO DOMINIO.
Larga corona intorno a quel rialzo vi faceva la Guardia Civica in bellissimo aspetto, ed in mirabilissimo ordine, come mirabile oltre ogni dire era l’ordine mantenuto dalla calca del popolo. Volgendo lo sguardo al Duomo, tutto gremito vedeasi ad ogni marmoreo parapetto di affollata gente, spettacolo nuovo senza dubbio per noi; ed abbassando l’occhio sulla Porta del Sacro Tempio leggevasi su gran cartello sovraornato da un’urna coperta da strato tricolore e negro velo:
P X AI MARTIRI DELLA PATRIA CHE NELLE V GIORNATE DI MARZO L’ITALICO RISCATTO SUGGELLARONO COL SANGUE SEME FECONDO DI FAMIGLIE NOVELLE DEVOTE A TUTTI I GRANDI PENSIERI A TUTTE L’OPERE GENEROSE IL POPOLO MILANESE PREGA LA REQUIE ETERNA ED OFFRENDO AL SIGNORE L’IMMACOLATA LORO GLORIA IMPLORA CHE IL MAGNANIMO SACRIFICIO SALVI ITALIA TUTTA.
Entrando nel tempio, aperte le ampie cortine di nero drappo frangiato d’argento con sovrapposto velo, era di tristezza, d’amore, di riconoscenza, di voti sinceri innalzati a Dio per quelle anime benedette e generose ogni cuore commosso, perchè con affetto insolito mirava quelle imponenti colonne, a neri tappeti e argento addobbate, portar ciascuna uno stemma a guisa di scudo, chiuso da corona d’alloro e attraversato da negro velo, con impressi i nomi, parte a parte distribuiti, de’ valorosi che caddero per la gloria del paese, per la vittoria nazionale alla quale ardentemente agognavano. Le faci risplendevano perchè legger si potessero, e rimaner potessero nell’animo nostro scolpiti.
Fra gl’intercolunnii pendevano le tricolori bandiere attraversate esse pure da un velo, e l’occhio guidato lungo quell’ampio accesso al funereo monumento, che s’ergeva prossimo all’altar maggiore, restava meraviglioso e attonito di quella grandiosità che le parole nostre non saprebbero esprimere.
Quel funebre catafalco che s’alzava a piramide tutto a lutto coperto, ornato di alti fusti orditi a cipresso sui quattro angoli e con elmi, emblemi, e scudi, e allori, e bandiere intrecciate da bruno velo, portava alle quattro facce le seguenti epigrafi:
Nella faccia verso la porta della Metropolitana.