Cronaca della rivoluzione di Milano

Part 11

Chapter 113,722 wordsPublic domain

DUNANT, profumiere. «Il 18 marzo di eterna memoria, al comparire della prima sommossa, che dal palazzo del Municipio recavasi a quello dell’ex–Governo, il Dunant spiegava una bandiera tricolore di seta. Questa era la seconda che compariva in mezzo al popolo, e fu tale l’entusiasmo destato a quella vista che tumultuosamente la turba se ne rese padrona; nello stesso tempo fece gettare dalle finestre della sua abitazione che danno sul Corso gran quantità di coccarde nazionali, già ivi preparate, le quali vennero pure con gran giubilo raccolte, poste nei cappelli e portate con pompa alla testa dell’attruppamento.»

«Siccome poi la Galleria poteva e doveva essere sotto ogni rapporto un punto di mira pel nemico, il Dunant mise in opera tutto il suo sapere per fortificarla, e renderne mortali al Tedesco gli accessi, e in un col concorso degli altri inquilini questo edifizio si vide trasformato in una quasi inaccessibil fortezza.»

«Oltre il numeroso personale addetto al proprio stabilimento, lo stesso radunò molti altri individui, che ben forniti d’armi da fuoco e di munizioni appostò ai balconi di sua abitazione nel piano inferiore della Galleria verso la facciata. Tali disposizioni si accordavano con quelle prese da altri inquilini, e già presentavano al nemico una difesa validissima. Intanto il Dunant collocava ad un piano superiore una batteria infernale di nuovo genere, consistente in ben cinquecento libbre d’acido solforico distribuito in varj recipienti da versare e scagliarsi sul nemico e sui loro cavalli da una numerosa vicinanza. Questo liquido micidiale avrebbe fatto strage dei combattenti Tedeschi. I cavalli colpiti sarebbonsi impennati e volti in fuga, precipitando cavalieri e cannoni sulla truppa medesima che doveano proteggere.»

«Preservata in tal modo la Galleria da ogni nemica invasione, gli uomini raccolti dal Dunant si sparsero per la città, volando a combattere dove più urgeva, e al dir loro, fecero gran strage di Austriaci. Anzi quattro di essi, seguendo le loro orde fuggitive, sono partiti per andarli a combattere in aperta campagna.»

«Nelle cinque giornate di blocco lo stesso Dunant dirigeva un’organizzata corrispondenza areostatica nella Galleria medesima per mezzo di palloni, e fra questi uno di forma colossale adorno di quattro bandiere a tre colori, rinchiudente gli Avvisi che giornalmente faceva pubblicare il Governo Provvisorio intorno agli avvenimenti della città. Ne fece anche stampare degli altri separati in caratteri grandi ed intelligibili ad ogni villico, e tutti convenientemente collocava nei palloni, e poscia li spediva traverso le linee degli assedianti portatori della nostra corrispondenza ai campagnuoli, facendo sventolare nel libero aere sulla testa dei primi l’italiana bandiera.»

«In mezzo ad un vivo fuoco d’artiglieria, ed affrontando ogni specie di difficoltà e pericolo, pervenne Dunant a trasportare sul Duomo un grandioso stendardo tricolore fisso alla rispettiva asta, il quale precedentemente era stato dal popolo portato in trionfo intorno alla piazza, e benedetto dal sacerdote Luigi Malvezzi. Questo stendardo fu dal Dunant inalberato in faccia all’inimico sulla sommità della guglia maggiore di fianco alla statua della Madonna. Questo fu il primo vessillo nazionale che siasi veduto sventolare anche da lontani paesi, in quelle cinque giornate, sulla Cattedrale; avendo rispettabili persone ivi addette dimostrato l’insignificanza di altre due banderuole bicolori, cioè bianche e rosse, che con la maggiore facilità furon trasportate per la scaletta interna e collocate ad un ripiano inferiore alla posizione dello stendardo innalzato esternamente a vista e sotto le cannonate dei torrioni del Castello[46].

«_Riassumendo_ quanto sopra oprato in piena luce, e dettagliato nei relativi documenti in mano del Governo, che confermiamo veridici in tutte le loro particolarità, risulta:

«Che Dunant coraggiosamente prese parte attiva e significante alla rivoluzione fin dal suo scoppiare, sebbene incertissimo e pericoloso fosse l’esito della prima sommossa, e dopo dato uno dei più significanti segnali della rivolta efficacemente la sostenne;

«Che personalmente, con mezzi pecuniarj e cogli individui al suo servizio contribuì ad una valida difesa, indi all’attacco, alla sconfitta ed all’inseguimento delle orde austriache».

«Suoi scritti, i palloni e la gran bandiera tricolore sul Duomo, non poco dovettero eccitare ed incoraggiare i circonvicini paesi a muovere in ajuto della città».

«Finalmente fu quello, che al cospetto dei barbari, dava ben alto nel cielo il segnale della vittoria del popolo milanese, proclamava il trionfo della libertà sulla tirannia ed il risorgimento della civiltà; che in mezzo alle palle ed alle bombe piantò il primo stendardo della nazionalità e della gloriosa indipendenza d’Italia tutta».

LEONCINI ANTONIO, pregato che si tenesse dall’assalire il Castello assiepato di Tedeschi, rispose: Lasciate fare, le palle non ci toccano: portiamo in fronte il nome di Pio IX.

Il capitano MANARA LUCIANO prese ed incendiò la Porta Tosa, difesa da sei pezzi di cannone.

MESCHIA GIOVANNI, lattivendolo di Porta Ticinese, va distinto tra i più valorosi combattenti delle barricate durante i cinque giorni. Egli tormentò il nemico ora in Viarenna, ora al bastione, uccidendo alcuni cannonieri sull’atto che stavano per dare il fuoco al loro micidiale istrumento. Apportatosi dietro un camino sul tetto, davanti al campanile di S. Eustorgio, uccise con dieci colpi altrettanti soldati che s’erano impadroniti di quella torre, e da dove moschettavano sopra i cittadini. Il suo ritratto viene egregiamente descritto nella seguente sestina tolta da una poesia fatta in suo onore:

Si chiama questo tal _Meschia Giovanni_, E vende il latte a Porta Ticinese, È grande di persona ed ha trent’anni, Se non sbaglio però di qualche mese, È snello, pronto, ardito molto e destro, E nel tirar a segno un ver maestro.

MONTANARA N., capo della forza di Finanza, è da commendare per esser venuto il primo tra il popolo, e recato la sera di martedì al ponte Beatrice per impedire a’ Croati di congiungersi alle truppe stanziate al Comando Militare. La qual cosa egregiamente riescitagli, sollecitamente accorse a Porta Vercellina a fine di tentare un assalto alla caserma di S. Francesco; indi alla chiesa di S. Vittore, per disperdere un corpo di Cacciatori e Croati disseminati per quelle ortaglie. Negatogli l’accesso alla chiesa da quei preti custodi, salì per violenza sul campanile, ove facendo suonare a martello, dall’alto della torre e dalli spiragli sostenne una lunga fucilata, nella quale il nemico lasciò molti morti. Poi di là, sempre guidando i suoi, inseguì la truppa e l’artiglieria, che costretta a ritirarsi, si mosse verso Porta Ticinese; passando internamente di casa in casa, le tenne dietro sino al Borgo di Viarenna, ove s’appostò nell’edifizio della Dogana, dalle cui finestre maltrattò siffattamente la fanteria e cavalleria che combattevano dai bastioni, che le costrinse a fuggire più presso all’Arco Ticinese. Le inseguì colà tuttavia, perchè pareva mirassero impossessarsi del Mulino delle Armi, ove erano magazzini di vettovaglia, e quivi da un cittadino generoso avuto un cannone, lo appuntò sulla barricata della via della Vettabia, onde tenere lontane e snidar quelle che già s’erano sparse pei campi. In questo fatto si distinse pure la guardia Borroni che fu de’ primi a salire il bastione affrontando le palle tedesche. Chiesto ajuto, la sera del mercoledì, da quelli di Porta Comasina, il Montanara s’affrettò al luogo detto la Foppa, ove per due ore sostenne un doppio fuoco contro i soldati stanziati sul bastione e quelli ch’erano a guardia del magazzino di S. Teresa. Fu il Montanara che gridando ad alta voce: Vittoria! giunse a tempo di troncare il fuoco impegnato per equivoco tra i nostri e quelli accorsi dal di fuori in nostro soccorso. Non credo di dover finire senza un ricordo di gratitudine all’infelice e valorosa guardia Capra, la quale, alla presa della caserma de’ Croati a Sant’Apollinare entrata in battello per darle l’assalto, si espose sì coraggiosamente ai colpi degli assaliti, che vi perde la vita, ferita da due palle nel capo.—Una nota posta a queste notizie ci fa sapere come il signor capo Montanara non trovò ostacolo alcuno da parte dei preti della Basilica prepositurale di San Vittore al Corpo, giacchè, fin dal fatale mattino, appena sentito il suono a martello della vicina Basilica Ambrosiana (già evasa dai nemici la Caserma attigua di s. Vittore), i sottoscritti due fratelli in persona salirono immediatamente sul campanile di quest’ultima chiesa, e con non poca fatica e grave pericolo della vita, ivi suonando più forte e sollecitamente più che poterono per maggior dispetto all’accanito nemico, e più coraggio ai nostri valorosi, pel continuo suono furono fatti bersaglio dei cannoni postati sul bastione della prossima Porta Vercellina, ed una palla fra le altre fu sì ben diretta a noi soli, che dessa ci passò framezzo, fatti consapevoli di tal graziosa e gentil visita dal polverìo in cui ci trovammo avvolti pei mattoni percossi, dal traversotto spostato, e dalla palla istessa di cannone che rinvenimmo a’ nostri piedi. Da quel momento in poi non si cessò un istante e dagli inservienti della chiesa istessa, e da altri ancora accorsi, dal suonare con energia e di giorno e di notte.

_Il cittadino prete_ Belli Vincenzo, _coadiutore in detta Basilica di San Vittore._ _Il cittadino_ Belli Angelo, _promotore de’ LL. PP. Elemosinieri ed Uniti di Milano._

NOVA GIUSEPPE. Il primo che entrò nelle sale del palazzo di Governo, il primo che espose ai membri della radunata congregazione Centrale i troppo giusti lagni dei Milanesi, il primo a dichiarare che un ulteriore indugio a riconoscere i loro diritti sarebbe stato il segnale della rivolta, lo abbiamo nel signor Nova. Egli diede l’esempio del massimo eroismo e della massima moderazione quando coll’ardire della persona, e colla forza della parola arrivò a far piantar il vessillo tricolore in quel medesimo palazzo dove la tirannide straniera si celava e raccoglieva a Consiglio, ed accorse a salvare il sig. Kolbs, in allora segretario della presidenza, da un colpo di pistola che gli veniva diretto. Lo stesso Nova va distinto tra i più coraggiosi nell’assalto di S. Apollinare, ed al suo valore ed al suo senno si deve principalmente la buona riuscita di quest’impresa. La presa di questo magazzino militare, presidiato da una quarantina di uomini fu difficilissima per la sua costruzione quasi forte castello, ed il combattimento durò tre giorni, nel quale noi ebbimo a piangere un solo morto e tre feriti. A provare quanto fossero barbari i Croati, e crudeli con loro stessi vi basti questo fatto: Il martedì sera quando i nostri s’erano già in parte impossessati del locale, uno di essi conoscendo la lingua slava stava interrogando un Croato ferito (che veniva portato in corte implorando la vita) per sapere quanti di loro vi fossero a presidio, e per farlo parlare gli prometteva che lo avrebbe fatto trasportare allo spedale e medicare. Egli stava appunto confessando il tutto, quando due o tre moschettate gli furono scaricate da’ suoi compagni, che lo stesero morto.

OMOBONI TITO. Questo personaggio godeva già fama fra noi per i suoi viaggi in Affrica e nelle Indie, e per aver combattuto nelle guerre della Spagna e del Portogallo. Allo scoppio della Rivoluzione intraprese a costruire delle barricate a difesa della contrada del Durino, e quindi diresse il piano d’attacco di Porta Tosa, nella quale impresa fu mirabilmente secondato dal conte Luigi Belgiojoso e dai suoi figli Cesare ed Alberto. L’Omboni passò poi tra le prime file dei Volontarii, ai quali potrà giovare colla spada e col consiglio.

PIROVANO PAOLO, d’anni 17, di professione falegname, fu il primo a superare la barriera di Porta Tosa. Egli consegnò una quantità di munizioni da guerra, e specialmente palle di mitraglia da lui raccolte sotto il fuoco dei cannoni. Domandatogli qual ricompensa si sarebbe potuto proporre al Governo in premio del suo coraggio, rispose non ambire altro che l’onore d’esser ammesso alla Guardia Civica. Egli fu inoltre il primo a portar fuori di Milano la bandiera italiana tricolore.

SIMONETTA ANTONIO, ora capitano della Milizia nazionale del rione di S. Eufemia, che seppe aggiungere al nostro partito il Corpo dei Finanzieri, i quali dalla domenica a tutti gli altri giorni della Rivoluzione si distinsero per zelo e per coraggio dispersi per la città. Avrei avuto a narrare qualch’altro fatto che onora il distinto cittadino Simonetta, se la somma modestia dello stesso non me ne avesse imposto silenzio intorno ai medesimi.

SOTTOCORNO PASQUALE, che pel primo incendiò le porte del palazzo del Genio, e diede altre prove di valore, ottenne dal Governo Provvisorio il seguente attestato che fu affisso su tutti gli angoli della città.

CITTADINI!

_Onore al popolano Pasquale Sottocorno, che nel palazzo del Genio appiccò primo il fuoco alla porta e irruppe a disarmare e far prigionieri 160 soldati. Quest’oggi ei rinnovò la prova di valore straordinario, assaltando la pia casa di ricovero e disarmando i soldati che vi stavano a guardia. Il nome del Sottocorno suoni glorioso sulle bocche di tutti i prodi, e resti esempio ed eccitamento alle generazioni venture._

Milano, 22 marzo 1848.

(_Seguono le firme del Governo._)

SUZZARA GAETANO. «È debito di riconoscenza l’annoverare fra i prodi Milanesi questo nostro concittadino, che sprezzando ogni pericolo, con tanta solerzia difese la cara nostra patria. Fu il terzo che prese d’assalto il locale del Genio, portando in trionfo fra le acclamazioni del popolo le spoglie di un iniquo croato. Da questa impresa rapidamente passò ad altra nel giorno susseguente, presentandosi all’attacco della Caserma di S. Eustorgio. L’approssimarsi a questo locale fu assai malagevole: i dintorni erano troppo scoperti, e quindi assai pericolosi. La casa Bolognini allora gli aprì il varco, e due muratori perforando le pareti delle abitazioni gliene procurarono l’accesso di casa in casa passando per giardini, per case maestose e per umili tuguri, finchè giunse ad appostarsi di contro a quel formidabile baluardo.»

«Ma l’ingegnere Suzzara, non meno prode nei fasti militari quanto solerte ed instancabile per guarentire la cosa pubblica, entrò fra i primi nel Castello, in quel nido di sevizie e di nefandità, e vi scoperse in luogo appartato, 24 casse di polvere, una cassa di palle da obizzi, una cassa di racchette (razzi alla Congrève). Per tale importante scoperta e per la consegna da lui fatta di questo geloso materiale, venne incaricato dal Comitato Borromeo di praticare ovunque ricerche per rinvenire arme e munizioni. Adempiuta con ogni diligenza possibile una tale missione, il Comitato di guerra lo autorizzò a ritirare e custodire tutti gli arredi d’abbigliamento che si trovavano in Castello. È inutile il dirlo, conviene aver veduto quel luogo siccome noi che ne fummo testimonj poco dopo la fuga di quelle orde di barbari, perchè si possa immaginarne o descriverne l’orrido aspetto. Tutto era disperso per le corti, spezzati i bauli, infrante le casse ed il contenuto in balía del popolo, che, ancor furente, in grandi masse rovistava, per disprezzo e scherno, quei miseri avanzi, il cui succidume infettava l’aere, e respingeva perfino i più caldi investigatori dal penetrare in quelle stanze, ove tutto era confusione e disordine. Ma il Suzzara fece tosto espurgare da ogni immondizia più di 400 locali; fece praticare suffumigi in ognuno di essi, e poscia incominciò a separare gli oggetti varj: or tu vedi magazzini di monture, di ferramenta, di giberne, di coperte di lana, di piumaccini, di pelli, ecc., tutti disposti in bell’ordine, e quindi questo locale, mercè la sua indefessa attività e diligenza si può visitare, come lo visitammo jeri con gentili signore, senza alcun ribrezzo, tanto egli seppe renderlo accessibile anche alle persone più schive.»

«La patria per così magnanime azioni gli sarà riconoscente.» Destrani.—(Dai _Racconti di 200 e più testimoni oculari_).

TERZI GIOVANNI FEDERICO, studente di legge d’anni 19, si distinse combattendo al Genio, ai portoni di Porta Nuova, dove uccise un austriaco, ed in ispecie a Porta Tosa, dove trovata una famiglia in mano de’ Croati, trasse loro di mano un ragazzo di circa sei anni, che sugli omeri portò al Comitato di pubblica Sicurezza non senza pericolo della vita, giacchè una palla nemica portavagli via il cappello.

VILLA MARIA. Circa alle ore 11 antimeridiane del giorno 22 una banda di soldati composta di Croati entrarono, dopo d’averne spaccata la porta con scuri, nella casa numero 2203, ma se ne partirono dopo d’avere spogliate alcune stanze, intanto che tutti gl’inquilini si erano nascosti chi nei tombini, e chi frammezzo gli ordigni delle mollazze che ivi si trovano. Il padrone di casa, sig. Franzini, fu quegli che avvisò la propria famiglia e gli inquilini che gl’invasori erano partiti, onde potevano uscir sicuri dai loro nascondigli. Dopo un’ora circa ecco una nuova banda di Croati che corre verso quella porta; al rumore tutti cercano guadagnare i primieri posti di scampo, calandosi nei tombini, e tra i 15 o 16 circa ch’erano ivi discesi, trovavasi certa Villa Maria, moglie di Garolini Agostino, con un figlio unico lattante, di 12 mesi, il quale per l’oscurità del luogo si mise a piangere, e nulla valsero della madre e del padre le cure onde farlo tacere. Allora la generosa donna deliberò d’uscire dal luogo di sicurezza onde non mettere a repentaglio la vita di tutti. Esce dal buco del tombino, il marito gli porge il figlio, ed abbandonandosi alla Provvidenza attraversa la corte e si reca in una stanza dove si trovavano altre otto o dieci desolate madri, che tutte seco avevano innocenti e teneri pargoletti. Non appena ivi giunta ecco arrivarvi la masnada dei suddetti barbari soldati, che minacciano la vita a tutti questi, e specialmente ad un povero vecchio malaticcio che ivi trovavasi. Tutto misero in opera quelle infelici onde impetrare la vita, non risparmiando persino le carezze, ma i crudeli non volevano arrendersi, e continuavano colle minacce di morte, dicendo: venga ora Pio IX a liberarvi; dov’è Pio IX, e volendo ad ogni costo estirpare il figlio dal seno della Villa, già s’erano apparecchiati a infilzarlo sulle bajonette per rappresentare con esso il ritratto di Pio IX. Figurisi ognuno le angoscie ed i timori della madre, la quale tenendoselo stretto al seno, tanto resistette e tanto pregò, in un colle compagne, che finalmente s’arresero. Ciò fatto chiesero la sicurezza della vita, ed essi risposero che solo in Castello potevano essere sicure; ed intanto che gli altri mettevano a soqquadro la casa, dove erano anche due Ungaresi in un filatojo di seta, alcuni scortavano, circa alle ore 2 pomeridiane, le misere a quella volta, i quali incontratisi per la via con alcuni loro compagni, sogghignavano tra loro alla vista della fatta preda. Giunti alla porta del Castello verso il Sempione, venne lor proibito d’entrare da un poliziotto che eravi di guardia, così che per ben due ore dovettero rimanersi colà spaventate dai tanti orrori che allo sguardo loro dovunque lo rivolgessero si presentavano; quand’ecco alle ore 4 circa esce una carrozza; era Radetzky preceduto da un grosso corpo di Raisingher, e soffermatosi un momento il legno, la Villa fattosi coraggio si presentò alla portiera chiedendo carità. Ed egli non sapendo cosa volesse, distrattamente trasse il borsellino per offrirle una moneta, e la Villa disse, non carità di denaro chiedo, ma sibbene carità per questo mio innocente bambino: a queste parole rivoltò altrove lo sguardo, si mossero i cavalli, ed egli rimise la borsa nella scarsella e partì senza proferire parola.

Ciò avvenuto le misere si recano nel Castello, ed ecco nella prima corte ritrovano un nipote di una delle donne che componevano la piccola carovana, il quale era militare; figuratevi la sua sorpresa nel vedere la zia e le sue compagne. Narrano a quel fratello in breve l’accaduto, e cercano salvezza. L’Italiano disse loro di colà rimanere sino al suo ritorno. Portasi costui dal suo Comandante ad implorare per quelle sventurate, ed infatti ottenne di condurle tutte in una stanza al secondo piano, dove eranvi 6 o 7 pagliaricci, quindi le provvede di una secchia d’acqua, e raccomandando a loro un rigoroso silenzio, e specialmente alla Villa per riguardo al bambino lattante. Le persuase a non aver timore se sentissero lo sparo del cannone nella notte, mentre questo era il segno della loro andata, disse loro di serrarsi nella stanza e se ne partì. Donne che già avevano patito i disagi di 5 terribili giornate, pure nella loro stanza rinchiuse recitando il SS. Rosario a poco a poco andavano acquistando coraggio, e benchè in quel giorno non avessero potuto mangiare, pure la Villa continuò tutta la notte ad allattare ora ad una mammella ora all’altra il bambino, che non mise più un gemito, anzi la Provvidenza fu a lei e alle sue compagne tanto propizia che alla mattina quando i nostri fratelli Milanesi entrarono nel Castello e che fecero echeggiare quelle squallide mura di italiche grida, uscir poterono dalla stanza, e si portarono tosto a casa loro, dove la maggior parte, e specialmente la Villa non trovarono se non i loro mariti, senza avere onde adagiarsi e provvedersi del necessario alimento, non essendo loro restato che que’ pochi panni che avevano indosso.

VIMERCATI OTTAVIANO. «Fra i rifuggiti Lombardi che erano in Piemonte quando scoppiò la rivoluzione di Milano, si trovava il signor Ottavio Vimercati da Crema, quel valoroso giovane che s’era distinto nei moti anteriori di Milano, e che aveva inutilmente sfidato alcuni codardi ufficiali tedeschi instigatori delle stragi del gennajo. Egli a Torino s’era aggregato all’animoso ed intelligente drappello dei Lombardi che spingevano il Sovrano Piemontese al soccorso dei fratelli di Lombardia, ed appena udita la nuova dei moti di Milano volò sotto le di lei mura. Egli militò quattro anni ufficiale negli Spachi nell’esercito francese dell’Algeria; quindi per trarre miglior partito delle sue cognizioni militari pensò diriger le bande d’armati accorsi dai paesi e dalle città vicine sotto le mura di Milano per molestare i nemici esternamente, e, ponendoli fra due fuochi, tentare di aprire una via di corrispondenza fra i cittadini e i fratelli esterni. Nel 21 marzo raccolse una colonna di circa quattrocento dei meglio armati, fra cui erano molti Bergamaschi eccitati da un frate, tenente da una mano un crocifisso, dall’altra una spada, e disposti rapidamente in ordine di guerra tentò di abbruciare la porta Vigentina o di dare la scalata. Fece recar legne e scale sotto le mura colla massima precauzione, e parendogli più spedita la scalata, giacchè le mura erano esplorate e sguernite di truppa, la tentò ed egli salì il primo; ma il nemico avea spiato le mosse della sua colonna e l’attendeva in agguato con oltre un migliaio di soldati. Vimercati, scopertili ritirossi co’ suoi dopo alcune scariche, e s’appostò di dietro i muri delle case vicine ai bastioni, costretto a ritirarvisi dalla sortita di truppe dalle due Porte Romana e Vigentina che volevano toglierlo in mezzo. Ivi si impegnò un combattimento, in cui restarono feriti tre cittadini e morto uno, ma dei nemici furono uccisi undici, nè egli si ritirò più lontano sino a che venne fulminato dal cannone.»