Cronaca della rivoluzione di Milano
Part 10
_Spietato nella pugna, più spietato dopo la pugna; perocchè, volgendo in fuga dalla città nostra, si gettò sulle terre vicine e fe’ di tutte le campagne dei nostri contorni all’Adda ed all’Oglio un desolato deserto. Violate le Chiese, i Sacerdoti dispersi e martoriati, in fiamme i casali, gli abitatori taglieggiati, assassinati: carnificina e saccheggio per tutto. Ed anche a noi spietato, pur dopo averci lasciati tanti segni della cieca ira sua: perocchè trascinò con sè molti nostri concittadini che aveva già nei dì della lotta soggettati ad ogni obbrobrio, ad ogni martirio di servitù, Magistrati riguardevoli, giovani nel fior della vita e delle speranze, padri, mariti, figli. Sulla sorte loro noi viviamo in ansietà dolorosissima, sapendoli alla balía d’una sfrenata soldatesca e di sgherri ancor più sfrenati. Ah! queste son tali angoscie che ci avvelenano anche la gioja della vittoria. Ma coll’averla deposta nel cuor paterno della Santità Vostra, ci sembra sentircela già disacerbata, massime che il pensier nostro corre già a vagheggiar la speranza che in pro’ di questi nostri disfortunati s’interporrà, Beatissimo Padre, la Vostra sacrosanta autorità, la Vostra parola propiziatrice._
_Intanto, forti del nostro diritto suggellato dal sangue de’ nostri combattenti, forti dell’ajuto che ci presta, da noi domandato, il magnanimo Re di Sardegna, forti del Vostro Nome, noi ci prepariamo a proseguir quella guerra a cui non può metter fine che la completa conquista dell’indipendenza italiana. Sinchè ferve la guerra contro il comun nemico, solleciti di mantener l’ordine, più necessario dentro, quando si combatte fuori, noi provvederemo insieme ai governi provvisorj di altre città di Lombardia sgombre dall’austriaco e con noi affratellate, che dissidj non sorgano sulla forma politica a cui debba comporsi questa nobil parte della gran Patria italiana. A causa vinta, la Nazione deciderà; e certo avrà per noi gran peso l’esempio degli altri nostri fratelli, dacchè siamo fermamente risoluti di rivolgere tutti gli sforzi nostri a rendere più saldi i legami dell’unica unità, senza cui l’Italica indipendenza non sarà mai._
_Ma ora si tratta di combattere, si tratta di ricacciare oltre le Alpi il comun nemico d’Italia, quel nemico che contristò anche il paterno Vostro cuore, o Beatissimo Padre, e osò fare del Vostro Nome un segno di contraddizione e di scandalo. Or dunque a Voi ricorriamo come al primo Cittadino d’Italia, come all’iniziatore di questo gran moto che i volonterosi condusse e trascinò i repugnanti, come al nostro padre, come in Cristo che_ francò tutte le nazioni della terra. _Aggiungete alla forza delle nostre armi la forza delle Vostre benedizioni: benediteci nell’effusione della Vostra grand’anima, come avete già benedetto a tutt’Italia: benediteci nella pugna per benedirci nella vittoria: vittoria finale che farà sorgere una voce sola a gridare dall’Alpi ai due mari:_
VIVA L’ITALIA LIBERA ED UNA. VIVA PIO IX.
_Milano, il 25 Marzo 1848._
CASATI, _Presidente_.
BORROMEO—DURINI—LITTA—STRIGELLI—GIULINI BERETTA—GUERRIERI—GREPPI—PORRO.
Il Sommo Pontefice in seguito ai felici successi della Lombardia indirizzava ai popoli Italiani le seguenti parole:
PIVS PP. IX. AI POPOLI D’ITALIA SALUTE ED APOSTOLICA BENEDIZIONE.
_Gli avvenimenti che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi e incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri, non ode la voce del Signore. Guai all’umano orgoglio se a colpa o a merito d’uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani disegni della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia o nelle vie della misericordia: di quella Provvidenza, nelle mani della quale sono tutti i confini della terra. E Noi, a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desiderj, ai timori, alle speranze che agitano gli animi dei Figliuoli Nostri._
_E prima dobbiamo manifestarvi, che se il Nostro cuore fu commosso nell’udire come in una parte d’Italia si prevennero coi conforti della Religione i pericoli dei cimenti, e con gli atti della carità si fece palese la nobiltà degli animi, non potemmo per altro, nè possiamo non essere altamente dolenti per le offese in altri luoghi recate a’ Ministri di questa Religione medesima. Le quali, quando pure Noi contro il dovere Nostro ne tacessimo, non però potrebbe fare il Nostro silenzio che non diminuissero l’efficacia delle Nostre benedizioni._
_Non possiamo ancora non dirvi che il ben usare la vittoria è più grande e più difficile cosa che il vincere. Se il tempo presente ne ricorda un altro della storia vostra, giovino ai nipoti gli errori degli avi. Ricordatevi che ogni stabilità e ogni prosperità ha per prima ragion civile la concordia: che Dio solo è Quegli che rende unanimi gli abitatori di una casa medesima: che Dio concede questo premio solamente agli umili, ai mansueti, a coloro che rispettano le sue leggi nella libertà della sua Chiesa, nell’ordine della società, nella carità verso tutti gli uomini. Ricordatevi che la giustizia sola edifica; che le passioni distruggono: e Quegli che prende il nome di Re dei Re, s’intitola ancora il Dominatore de’ popoli._
_Possano le Nostre preghiere ascendere nel cospetto del Signore e far discendere sopra di voi quello spirito di consiglio, di forza e di sapienza, di cui è principio il temere Iddio: affinchè gli occhi Nostri veggano la pace sopra tutta questa terra d’Italia, che se nella Nostra carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la più diletta, Dio volle però che fosse a noi la più vicina._
_Datum Romæ apud S. Mariam Majorem die XXX Martii MDCCCXLVIII, Pontificatus Nostri Anno secundo._
PIVS PP. IX.
Tosto avuta in Torino la nuova del fortunato esito della nostra rivoluzione si ordinò per il giorno 24 dello stesso mese di marzo la celebrazione di un solenne _Te Deum_ nella cattedrale di quella città, cui intervennero S. M. il Re colla R. Famiglia e la Corte, li Supremi Magistrati, il Corpo di città e le regie Università. La Deputazione Lombarda ebbe un posto distinto. Durante la funzione si sentiva un continuo e forte cannoneggiare, e le truppe schierate sulla piazza fecero i fuochi di parata; quindi S. M. con lo Stato Maggiore passò la prima rivista alle 24 compagnie della Guardia Comunale. Alla sera vi fu splendidissima illuminazione per tutta la città, che venne rinnovata la sera vegnente.
A un’ora dopo mezzo giorno della domenica, giorno 26, arrivò fra noi la milizia Sabauda fra le acclamazioni di un popolo esultante che affollatissimo si era portato alla Piazza d’Armi e fuori del Sempione per incontrarla, sebbene il cielo mandasse dirottissima pioggia. V’era pure la nostra Milizia Civica, divisa già in varj drappelli ed in buon numero schierata nei due lati della strada a fare il presentat’arm’. Alcune gentili signore non poteronsi tenere dall’allungare le loro graziose manine e porgere delle coccarde tricolori a que’ garbati ufficialetti, che con molta eleganza se le mettevano sul cuore unite a quella dell’amato loro Sovrano. Le grida di _Viva i fratelli Piemontesi_, _Vivano i Prodi Lombardi_, _Viva l’Italia libera_, venivano contraccambiate tra gli spettatori e gli arrivati.
Lo stesso Carlo Alberto, alla testa di altro poderoso esercito partiva nel medesimo giorno coi Figli, dopo d’aver raccomandati la Regina, la Duchessa ed i Principini alla Guardia Nazionale. Il nobile disinteresse di questo magnanimo Principe, che abbandonò così spontaneo la deliziosa sua reggia per combattere il comun nemico alla testa delle sue truppe, e divider con esse gli stenti della guerra, gli acquistò tanta simpatia nei cuori di tutti gli Italiani e particolarmenle dei Lombardi, che tanto valorosi quanto generosi gli stanno preparando un premio condegno al suo merito. Egli non degenera da quella dinastia veramente italiana, che pel corso di nove secoli vegliò sempre a difesa dell’Italia.
Viva il magnanimo e potente Carlo Alberto, la prima e più valorosa spada nella guerra per la libertà d’Italia!
Venezia, Modena, Reggio, Parma ed altre città inviarono successivamente al Governo Provvisorio, e le più per mezzo di Deputati, indirizzi o di adesione, o di congratulazione, o di fratellanza italiana. Il Governo com’era suo debito rispose loro, e nelle risposte espresse la sua riconoscenza e dichiarò i suoi principj, le norme della sua condotta e le sue speranze sull’avvenire. Tanto gl’indirizzi quanto le risposte furono fatti pubblici per mezzo della Gazzetta officiale.
Pubblichiamo, come documento istorico comprovante un titolo alla stima dei Milanesi, il seguente indirizzo dell’Autore delle _Melodie Italiche_, reputandolo opportuno a tramandare la memoria di un fatto degno di vivere nella memoria di quanti hanno cara la virtù della gratitudine, il quale spetta al giorno 23 del marzo.
AI VOLONTARJ GENOVESI. CAPITANATI DA G. DE CAMILLI E PRECURSORI DEI MILITI ITALICI IN MILANO
_Fratelli!_
_I Lombardi superstiti agli stenti e ai lutti dell’esiglio, quando nella durata di una generazione fecero le due prove per ricuperare un bene, che la forza e la frode dei successori dell’Enobarbo resero infauste, il bene perduto, ma pur sempre caro e sacro retaggio di memorie e di speranze inalienabili, que’ nostri diletti ritornando al supplice desiderio dei rimasti leali alla patria nel posto loro fisso, come a Geremia, tra le desolazioni cittadine, narrarono colla gioia del pianto, che l’astro dei naviganti scorgevali a scampo dalle carceri e dai patiboli del nemico sulla spiaggia di quel mare dove Cristoforo Colombo imparò a governare la vela e il timone per iscoprire le stelle e le isole divinate dall’Alighieri e dal Petrarca nel cielo e nell’oceano dell’Atlantide. E parlavano di voi, magnanimi Liguri, colla esultazione della gratitudine, raccomandandoci la malleveria dì un debito, che non avremo pur sciolto, se compartecipi non siate di ogni nostro titolo alla stima delle nazioni, voi primi venuti all’impresa della fede e dell’amore col generoso fuoruscito, che salutammo l’araldo di giuliva novella, mentre apparve guidandovi ad esaltare il Signore degli eserciti sulle mille trincee, portentosi altari di testimonianza degli oppressi, fatti lioni di Giuda, contro i violenti._
_Di quanto sangue grondassero per molte età le tolde di quelle galere, che si contendevano il commercio del Mediterraneo per istipendiare coi tesori dell’Oriente le bande depredanti e struggenti i figli di una stessa madre, quando le tracotanze degli stranieri si avvantaggiavano delle nefande discordie, noi più non rammenteremo: giacchè la fonte delle lagrime fu esaurita da tanta espiazione; e scese il perdono coll’angelo sterminatore dei barbari nel campo di Legnano, annunciandoci le giornate della giustizia riparatrice; e disse al primogenito popolo dell’ultima alleanza, pari all’eletto dell’antica:—cingi ai fianchi sul lucco la daga degli avi, e col bordone de’ Romei ti appresta a seguire la fase dell’Onnipotente per celebrare nella valle di Pontita la pasqua della liberazione, sedendoti nel cenacolo, in cui si confermi dal re de’ nostri sacrificii la religione di un patto statuente l’emblema di propizio avvenire._
_E voi sapete, ospiti cordialissimi dei profughi, che il lituo di Pio era operatore di miracoli come la verga di Mosè per ricondurli alle liete imbandigioni di quel convito, disserrando i termini fìssi dal Faraone teutonico alla cattività dell’abbominio. Inesorabile l’odio de’ suoi ministri alla vocazione del nostro destino, ebbe la pena delle tenebre misteriose, mentre le tribù dei militi votivi al martirio consumatore della tirannide ivano nello splendore sfolgorante dal labaro del riscatto; e simili ai Cherubini veglianti l’arca primitiva le immagini di Ambrogio e di Galdino, domatori delle esorbitanze imperiali di Teodosio e di Federigo, precedevano i passi della nostra vittoria. E ai pargoletti chiedenti nel dì delle grazie, perchè le rombe a stormo delle squille innanzi chiamanti al pericolo espandessero allora i placidi suoni del giubilo, i vecchi rispondevano:—ecco il dì della perenne ricordanza, nè opere servili lo profaneranno più mai nel paese dei grappoli e delle spiche, il paese archetipo della redenzione di ogni popolo._
_Dolce la lode degli antenati al cuore dei posteri meritevoli di serbarla negli inni della tradizione, se come voi, o nepoti dei prodi propulsatori delle ostili masnade dopo un secolo ricacciate da noi, abbiano una fama loro propria, che stia nel firmamento qual luminare senza tramonto: ma gli asterismi sono storici monumenti, in cui si effigiarono i fatti ordinatori del mondo morale, simboli eterei dei volghi d’Italia, che staranno, come quelli dello zodiaco, permanenti nella individualità di un nome e di un’orbita con armonia di evoluzioni successive e simultanee intorno al sole, occhio sol egli della Provvidenza per noi._
_Benedetta la luce di raggi moltiplici ed una vita della materia e dello spirito, elemento originario dell’universo, che il Verbo creatore mise nell’abisso delle cose, e salvatore in quello delle idee! La prima fiaccola figurativa di questa luce per l’orizzonte civile fu locata da voi, abitatori di Genova, sul culmino dell’Apennino, nella notte della veglia dell’armi trionfatrici degli oppressori:—all’erta, gridarono le vedette, accendendone di giogo in giogo sino alle vampe del Vesuvio e dell’Etna: all’erta, ripetevano le scolte delle Alpi, udito il tuono balenante di meteora boreale, fausto presagio delle battaglie degli umili debellatori dei superbi; e si compiranno da quel Giosuè, che le arpe dei leviti e le danze delle vergini accompagneranno col cantico del passaggio dove gli eroi dell’antico carroccio santificavano la terra della seconda promissione per giurarvi la legge perpetua della evangelica fratellanza, su quel campo di maggio, nel giorno XXIX, che ricordi l’anniversario del 1176. E là vi stringeremo la destra, che impugnava per noi il brando del sacrificio, acclamandovi concittadini per iscolpire i vostri nomi nei fasti della Insubrica regione._
_Il 12 aprile, 1848._
NOTA
INTORNO ALCUNI DISTINTI INDIVIDUI
Vado riepilogando in quest’ultima nota i nomi di alcuni cittadini che si distinsero con prove di valore, e d’inaudito coraggio sfidando intrepidi le palle nemiche e dirigendo col senno la gran causa nazionale. Cari ci suoneranno mai sempre i nomi dei sacerdoti Volonteri Giuseppe, cappellano di S. Celso, che liberò dai Croati la caserma di S. Apollinare; di Besesti Giovanni, coadiutore nella parrocchia di S. Calimero, uno dei valorosi che sprezzarono ogni pericolo per accorrere incuorando gli animi ove più vivo ferveva il combattimento, per disporre l’occorrente alla difesa delle barricate, per prestare asilo alle famiglie che fuggivano dalle case devastate dal cannone, per contenere la sfrenata licenza dei Croati.—D. Pietro Mauri, di cui abbiamo già fatto cenno alla pag. 124, ed ora aggiungeremo che fu veduto sul tetto della chiesa di S. Tommaso colla croce e colle tegole, gridando ed eccitando i cittadini alla difesa ed all’offesa; precedere impavido il trasporto de’ morti; e per ultimo andare di guardia ambulante col marchese Pallavicini e l’avvocato Turati dal castello all’Arco del Sempione la sera del 23.—Il Prevosto di Missaglia, signor de Gaspari, che fino dal primo giorno dell’insurrezione milanese arringò la popolazione incitandola ad armarsi e ad accorrere in nostro ajuto.—L’abate Malvezzi (conosciuto pe’ suoi lavori letterarj ed artistici) che molto si adoperò nel suo ministero, somministrando gli estremi conforti ai feriti, accompagnando i feriti ed i morti all’ospedale e sorvegliando alla formazione ed alla custodia delle barricate. (V. quanto di lui si scrive ne’ _Racconti di 200 e più testimonj oculari_).
La Gazzetta di Milano ci ricorda degni di memoria e di cittadina riconoscenza gli ingegneri Silvestri, Zambelli e Villa; gli aggiunti Locatelli e Pensa; il capo–macchinista Giovanni Miani, ed i macchinisti Kling, Thyss, Callin, Vergottini, Tohnson, Faenza e Giuseppe Miani; tutti i conduttori della strada ferrata Lombardo–Veneta, i quali, scoppiata appena la Rivoluzione Milanese, inalberarono fin dal primo giorno ad esito incertissimo il colorito vessillo della libertà, animando in tal modo i campagnuoli ad armarsi per Milano, indi percorrendo giorno e notte la linea della strada ferrata da Treviglio sino alla cascina _Ortiglia_ e viceversa, condussero gratuitamente nei cinque giorni successivi più di 30,000 foresi in sussidio della Lombarda Capitale. Questi generosi spendevano giornalmente più di duemila lire italiane in fare procaccio di pane, di polvere, di piombo, e convertirono in appuntate aste i picconi e gli altri stromenti che avevano nei magazzini. Essi raccoglievano, copiavano e diffondevano i diversi avvisi mandati fuori, per mezzo dei palloni volanti, dal Governo Provvisorio, e raccozzavano i numerosi campagnuoli, condotti con le strade ferrate, a Calvairate, li fornivano di vettovaglie, danaro e munizioni, e li guidavano verso i bastioni rispondenti al borgo di Monforte, e verso i bastioni tra Porta Romana e Porta Tosa, acciocchè il nemico (trovandosi tra i due fuochi dei Milanesi e dei Campagnuoli) avesse a sgombrare.
BASSI EUGENIO e FAMBOLI ANTONIO, ambidue studenti, alle ore 10 del giorno 21, armati salirono la mura tra Porta Ticinese e Porta Vercellina, entrando in città dal borgo di S. Calocero, per dar notizie dell’armamento della campagna.
BATTISTOTTI–SASSI LUIGIA. Quest’eroina, d’anni 24, nativa della Stradella in Piemonte, ed abitante al Cavo della Vettabia, dal giorno 18 marzo fino al 22 combattè in abito virile come fuciliere nella compagnia de’ Volontari sotto gli ordini del comandante Bolognini. Fu essa la prima a costruire barricate nel suo quartiere abbattendo alberi. Strappata di mano ad un soldato una pistola obbligò altri cinque d’arrendersi, e li fece accompagnare nella Caserma de’ Finanzieri a S. Michele alla Chiusa. Quindi stretti al seno i figli e dato un addio ai congiunti, volò il giorno 19 col marito a dare ajuto ai combattenti, ed un esempio nuovo alle sue pari. A colpi di carabina uccise di piè fermo Croati e cacciatori tedeschi, ed insieme a tutta la compagnia avventossi sul nemico arrestandolo ed inseguendolo sino al bastione di Porta Ticinese sotto una pioggia di palle che dal campanile di S. Eustorgio cadevano sul bastione tra Porta Ticinese e Porta S. Celso. Al borgo di S. Croce arrestò tre guardie della cessata Polizia e le condusse in casa Trivulzio a S. Alessandro. Recatasi al borgo della Fontana, sostenne unita a varii Pompieri, una lunga fucilata contro i Croati colà stanziati. Questa valorosa donna non depose mai le armi se non per portare farina in città dal vicin mulino di Porta Ticinese con grandissimo rischio della sua vita. Per tutti questi suoi meriti verso la Patria, fu dal Governo Provvisorio, in un col prode Sottocorno, rimunerata con una pensione.
L’eroico coraggio della Sassi merita un posto distinto negli annali di Milano come fatto straordinario e prodigioso.
BELLONI. Fra i valorosi delle cinque giornate sono meritevoli di speciale ricordo i quattro fratelli Belloni e i loro compagni. Il 18 marzo furono tra i primi a costruire barricate, gittandovi in copia i materiali dei propri magazzini, e facendo lavorare i propri dipendenti. Il 19, avvertiti dal Birigozzi che ferveva la lotta in vicinanza di S. Celso, accorsero colà, e la sostennero animosamente. Poscia ingaggiarono accanito combattimento contro le guardie di Polizia, della cui caserma s’impossessarono il giorno 21. Il 22 ebbero parte nell’occupazione della caserma di S. Francesco, e poi recatisi nella contrada di S. Giovanni sul Muro, di là fecero fuoco sui cacciatori Tirolesi e li obbligarono ad abbandonare il Foro, ed essendosi Luigi Belloni spinto, dopo il mezzo dì dello stesso giorno 22, sul bastione tra Porta Ticinese e S. Calocero, in compagnia solamente di Bellovesi, Fumagalli, e di Antonio Muzziani (il quale era pieno di coraggio, ma privo di arme), si trovò in breve ora soccorso dai fratelli, che avevano con sè alcuni tiratori muniti d’archibugio, e parecchi individui senz’armi diretti dal commerciante Ruffatti. In un baleno tagliarono una dozzina di alberi, e sotto il fuoco dei Tedeschi, in faccia a loro sul bastione, e di pieno giorno eressero due barricate, le tennero per più di tre ore, e così ebbero mezzo di calare dalle mura della città alcuni portatori di importanti dispacci del Governo Provvisorio. In quella posizione fecero prigionieri dodici soldati dell’ex reggimento dell’arciduca Alberto, dai quali seppero che il nemico si apparecchiava a partire dal Castello, e per conseguenza da Milano in quella medesima notte. In quasi tulle queste fazioni ebbero a compagni, oltre ai già nominati, anche Antonio Tamburini, Carlo Chiodoni e Francesco Menghini. Facevano poi l’ufficio di esploratori il Muzziani sopra detto, un Ambrogio Leccardi, un Natale Fabbrica, ed un Carlo Gianbellini, che per grave ferita si dovette ritirare.—Onore ai Valorosi.—Dal _22 Marzo, n.º 51_.
CALATI CARLO, oste di Corsico, superò due volte le mura in mezzo al moschettar dei nemici per portare notizie al Governo Provvisorio.
_Cazzamini Andrea_, ingegnere, di Oleggio provincia di Novara, giovine di ottima ed agiata famiglia. Questi dopo di essere stato in varj punti della città con altri de’ nostri prodi nei primi quattro giorni della rivoluzione, nell’ultimo si unì a quelli che entrarono nello Stabilimento dell’Orfanotrofio maschile, ed attraversati alcuni giardini si portarono in vicinanza al bastione di Porta Tosa. Ivi il Cazzamini fece prodigi di valore, avendo, al dire di un suo compagno, uccisi più di trenta de’ nostri nemici, e sempre noncurante della propria vita, perchè tutto intento alla sant’opera della liberazione, fu colpito da una palla di fucile. Ferito mortalmente, venne trasportato nel detto Stabilimento, ove, nonostante le cure prodigategli, dopo ore ventiquattro dovette morire, benedicendo con l’ultime parole, prima di chiudere gli occhi per sempre, Iddio che gli aveva lasciato vedere la città liberata dalla presenza de’ suoi iniqui oppressori.
CURTI AMBROGIO. Fra gli episodi della nostra rivoluzione, quello va ricordato specialmente in cui figura l’avvocato Pier Ambrogio Curti, membro del Comitato di pubblica sicurezza. La mattina che il palazzo del Tribunale Criminale fu evacuato dal presidio austriaco, e che i detenuti politici furono posti in libertà, nel parapiglio erano state forzate le porte degli stanzoni carcerarj. Trovavasi l’avvocato Curti nella corte del palazzo Criminale quando ad un tratto vide una turba di detenuti, ancora coperti dalle carcerarie schiavine, lanciarsi fuori dalla terrena _Guardina_, e muniti di grossi bastoni e sassi tentar l’evasione. Coraggiosamente vi si oppose il Curti armato di pistola e squadrone, se non che que’ detenuti alla di lui voce non fecero resistenza, ma d’un tratto si buttarono ginocchioni e colle mani giunte baciando la terra imploravano la libertà, promettendo si adoprerebbero alla difesa della patria. Fu risposto dal Curti che sarebbe provisto perchè fossero più presto spicciate le procedure, e che intanto si ritirassero ne’ loro camerotti. Quegli sgraziati si lasciarono per allora ammansare, forse anche intimiditi pei sorvenuti borghesi armati, onde di bel nuovo vennero rinchiusi nelle carceri. Fu tosto provveduto con organizzarvi una guardia stabile. (Dal _Lombardo_.)