Part 3
Questa donna amò invano. Essa sprecò tre anni di vita dietro un uomo indifferente, che non capiva, che non sapeva, che certo non meritava. Essa adoperò tutto quanto può fare una povera donna per farsi amare, dalla gelosia vera alla finta freddezza, dalla umiltà profonda alla serietà dell'orgoglio, dall'affetto malinconico che non si lagna, al sorriso divino che tutto perdona. Lei provò ad essere umanamente cattiva e celestialmente buona. Ebbe quei singhiozzi profondi che lacerano il petto e quelle indulgenze materne che solo l'amore insegna. Quanto vi può essere di delicato e di passionato, in una strana fusione di sentimenti, lei provò con quell'uomo. Tutto fu inutile, tutto. Dopo tre anni di lotta contro un uomo, quando fu priva di forza, esausta, demoralizzata, avendo smarrito la via della vita, non sentendo più nulla che un dolore infinito, lui l'abbandonò togliendole ogni speranza di ritorno, per sempre.
Così il naufragio di Teresa fu completo.
* * *
Guido e Teresa, queste miserie infinite, questi esseri devastati e rovinati, si conobbero. L'uno sapeva dell'altro, per fama di esistenze perdute. Ma fra loro non si stabilì alcuna simpatia. Invero vivevano ognuno nella salvatichezza diffidente che segue le grandi sventure, in quell'egoismo sospettoso di chi ha troppo sofferto. Ognuno si teneva caro il proprio dolore, noncurante dell'altro. Non li pungeva neppure la curiosità. Ognuno apprezzava il proprio dolore superiore a quanti umanamente possano esistere nel mondo. L'anima di Teresa era più dignitosa e severa, chiusa nell'asprezza dell'orgoglio, meditante nella solitudine: l'anima di Guido si immergeva in un cinismo tacito, ripensando tutti i rifiuti che gli uomini e le cose gli avevano inflitti. Nè simpatia, nè curiosità, nè pietà; la tempesta, che aveva squassato quelle fragili imbarcazioni, aveva inghiottito tutto.
Solo un duplice egoismo, egualmente acuto, egualmente profondo, creò fra loro una relazione di visite. Egli veniva da lei in certe ore, la salutava senza interesse, le faceva qualche domanda vaga, poi sedeva e fumava. Nella casa di Teresa vi era un silenzio intenso e una penombra triste che conveniva a Guido: non vi erano uccellini che cantassero, mancavano i fiori nelle giardiniere, il pianoforte era chiuso a chiave. Visite non ne venivano mai. Lei vestiva di nero, come una monaca. Non portava nè profumi nè gioielli. Parlava poco e piano. Per lo più, dopo averlo salutato, si rimetteva a leggere con una attenzione concentrata, senza levare la testa, se non quando lui se ne andava, per salutarlo di nuovo. Oppure rimanevano ambedue in silenzio, senza guardarsi mai, pensando. L'uno non s'accorgeva più dell'altro, indifferenti, sottratti alla nozione del tempo e dello spazio: talvolta Guido se ne andava in punta di piedi, senza salutare e Teresa non si accorgeva che più tardi di quella partenza. Un giorno Guido si abbandonò in uno di quei suoi abbattimenti profondi, la sigaretta spenta, le braccia prosciolte, la faccia cadaverica: lei non lo comprese o non pensò neppure a chiedergli che cosa avesse. Un giorno lei, d'un colpo, fu presa da una crisi di singhiozzi, torcendosi le braccia, bagnando di lagrime il cuscino del divano: lui la lasciò fare, infastidito dal rumore, non trovando una parola da dirle.
Una sera, lei leggeva ancora.
— Che leggete? — chiese lui, lasciando cadere la domanda, non curante della risposta.
— Leopardi — rispose lei, senza alzare la testa.
— Un uomo che dice di aver sofferto.
— E non è vero — mormorò Teresa.
— E non è vero — gridò lui, rabbiosamente. — Non permetto a nessuno di dire che ha sofferto, quando non ha vissuto la mia vita!
Lei lo guardò sdegnosa, fremente per lo stesso sentimento di egoismo vanitoso.
— Sentite — disse lui, pacatamente, dopo un poco.
E senza guardarla, fissando il muro dirimpetto o un punto indefinito, senza fare un gesto, con la sua voce bassa dove non scorreva più calore, dove non vibrava più vita, fermandosi ogni tanto per respirare, le narrò minutamente la storia del suo amore, come era nato, in quale ambiente desolato era cresciuto, come egli n'era stato invaso e travolto: poi come questo amore era stato violentemente spezzato. Egli narrava lentamente, senza fare alcuna osservazione, impersonalmente, quasi che dicesse la storia di un altro: precisava nettamente i fatti, metteva le date, accennava a tutte le più piccole circostanze. Il racconto sgorgava freddo e tranquillo, con un movimento d'impulsione quasi matematico, andando diritto alla sua via, quasi rigido, quasi inflessibile. Sembrava il resoconto imparziale, nè severo, nè indulgente, di un giudice che ha dimenticato di essere uomo. Non portava opinione di narratore, sembrava che in lui tutto tacesse dalla coscienza alla fantasia, e che solo operasse lucidamente, algebricamente, la memoria. Teresa ascoltava, senza guardare Guido, distesa nella sua poltroncina, con gli occhi socchiusi, immobile, senza interromperlo mai, attenta forse, disattenta forse, ma simile alla sfinge che tutto pensa dietro la sua fronte di liscio granito. Lui narrò a lungo, a lungo: suonavano le ore all'orologio, trascorreva la notte e lui narrava sempre e lei ascoltava sempre. Quando finì, l'alba bigia spuntava: lui si levò e prese il cappello, senza aggiungere altro: lei si levò senza parlargli. Guardandosi in faccia, si videro lividi in quella scialba luce. Così, tacitamente, si lasciarono.
Il giorno seguente, quando lui giunse, Teresa trovò la parola:
— E voi? — gli chiese.
— Io? io ho finito. Ho chiuso. Sono morto.
— O felice, felice! — gridò lei. — Io sono viva ancora, io non posso morire.
E trasalendo, impallidendo, piangendo a riprese, coi singhiozzi che rompevano le parole, col rossore dello sdegno che asciugava le lagrime, coi fremiti della gelosia che ancora le facevano morire la voce, ora abbandonandosi nella desolazione, ora rialzandosi nella collera, ella disse come si era perduta. Era un racconto informe, affogato, tutto ripetizioni, tutto intralciato di osservazioni, di esclamazioni, ricominciato cinque o sei volte, affannoso, balzante dall'ironia alla passione, dalla tenerezza al furore. Lei raccontava, esaltandosi, inebriandosi della propria voce, ascoltandosi, come se Guido non fosse più là, come se dialogasse con se stessa. Da tanto tempo quella storia le ruggiva dentro ed essa la comprimeva e si sentiva soffocare. Era presa dalla febbre dell'espansione, dal delirio di dire tutto, di gettare via il suo segreto per poter respirare. Avesse avuto cento persone là innanzi, crudeli o indifferenti, avrebbe sempre detto tutto. Si sentiva morire, se non parlava. Quando tacque, non aveva finito. Solo la voce mancava, gorgogliante nella strozza: solo il corpo si lasciava vincere da una lassezza. Ma nella figura ella rimaneva tragica e disperata, simile a una greca eroina di Eschilo che la fatalità ha pietrificata nel dolore.
* * *
Da quel giorno, l'uno fu necessario all'altro. A vicenda si imponevano il proprio egoismo e senza impietosirsi l'un per l'altro, si prestavano attenzione. Non chiedevano che di poter parlare, che di sfogare l'amarezza inesauribile della loro vita e la pazienza dell'ascoltatore era calcolo di colui che aspetta il suo turno. Forse Guido diceva di più e meglio: lui era più glaciale, più _morto_. Sceglieva le parole, lentamente, trovando quelle più efficaci, rendendo la sua idea con una lucidità meravigliosa. La frase s'insinuava, tutta flessuosa; la frase si allargava, tutta piena di una armonia infinita; la frase si faceva smagliante, tutta ricca di colore. Egli era stato quasi un artista. Raccontando, l'anima sua si sdoppiava, il dualismo della coscienza diventava evidente e nell'atonia del suo spirito, ancora pareva che narrasse il romanzo di un altro. Di questo, egli forse era inconscio. Se Teresa trasaliva, egli non se ne avvedeva. Se una parola rude, selvaggia, brutale, la faceva impallidire, egli non s'accorgeva di questo effetto. Guido sembrava si dirigesse a un pubblico invisibile, cercando di trascinarlo. Sembrava che parlasse di quel passato d'amore innanzi alla pubblica opinione, per accusare la donna che era stata l'ultima sua sciagura. Così giunse il tempo in cui Teresa lo udì volentieri, come presa da un libro attraente: anche esteriormente, anche senza comprendere spesso quello che egli diceva, ella sentiva ondeggiare nel suo cervello quella voce carezzevole e penetrante, che parea conoscesse tutte le sottigliezze dell'intonazione. Quella voce le faceva l'effetto di un delicato piacere fisico, le produceva un senso di benessere fresco, un cullamento quasi inavvertito, tanto era lento.
Ma in certe sere in lei l'angoscia diventava impaziente e come lui taceva, quasi aspettando, lei trabalzava, nervosa, a dire, a dire, a dire. Prima cercava di moderarsi, di temperare la voce e di dominare l'impeto nervoso. Ma il suo carattere orgoglioso e la sua gioventù ribelle si spezzavano in quei ricordi così caldi, così vivaci. S'interrompeva, talvolta:
— Sentite, ho la febbre, come allora.
E metteva la sua mano su quella di Guido. Lui la tratteneva nella sua, mollemente, con una strisciatura lieve delle dita, una carezza di pietà, che parea dicesse:
— Poveretta, poveretta.
Quella compassione segreta, di un essere infelice verso una creatura infelice, faceva sgorgare le lagrime di Teresa. A lei, immobile, di sotto le palpebre abbassate, piovevano le lagrime sulle guancie, disfacendosi sul collo e sul petto, senza che lei le asciugasse. Allora sentiva un tocco leggiero di mano sfiorante i capelli, come un soffio, come una carezza che parea dicesse:
— Poveretta, poveretta.
Ma niente altro. In breve l'uno sapeva la storia dell'altro a mente, poteva dirla coi minimi particolari. Le lettere erano state lette: tutti i pezzetti di cose che segnavano una data nell'amore, se li erano mostrati. Era rimasto l'estremo pudore dei ritratti. Ma anche quello fu distrutto: Teresa aprì il medaglione che portava al collo e chinandosi verso Guido, gli fece vedere il ritrattino di _lui_.
— Era bello, ma doveva essere malvagio — disse Guido, dopo una lunga pausa.
Poi cavò fuori il portafoglio e mostrò quel viso di _lei_, pallido come quello di una morta, poichè sembra che i ritratti abbiano senso e vita. Teresa e Guido lo guardarono per molto tempo, senza dire nulla. Infine Guido, covrendole delicatamente la bocca con la mano, le disse, con la sua voce insinuante e quasi parlante in sogno:
— È strano. Nella fronte e negli occhi, voi le rassomigliate tal quale.
E nient'altro. Ma una sera burrascosa di autunno, nella disperazione di un doppio naufragio, nel brancolare cieco di due anime ottenebrate, in un esaltamento bizzarro, vinti da una forza ignota, senza volontà, senza memoria, ammalati di passato, inferociti di passato, lo insultarono in un bacio, lo calpestarono in un bacio.
* * *
Passarono tre giorni senza vedersi e senza scriversi. Teresa visse quei tre giorni immersa in uno stupore doloroso, rabbrividendo ogni tanto come le ritornava la coscienza di quello che avevano fatto. Le pareva di dormire e di sognare sempre, un sogno pieno di paure, pieno di cose orribili. Ogni tanto apriva gli occhi, ma li richiudeva, spaventata dalla luce e spaventata dalla realtà, immergendosi di nuovo in quel dormiveglia dove almeno l'acuzie si attutiva, il senso del presente si smarriva in un orizzonte vago e senza contorni. Lui visse quei tre giorni, rabbioso, agitatissimo, bestemmiando se stesso, l'amore e tutto, incapace di prendere una decisione forte, inquieto di questo risveglio, incapace di volere qualche cosa. Quando si rividero, provarono un acutissimo sentimento di pena, un imbarazzo, un senso di vergogna. Insieme, si tesero le mani, supplicandosi:
— Perdono.
E piansero insieme. Quelle lagrime furono benefiche e calmarono quella pena. Una tenerezza grave li prese come se fossero due grandi colpevoli pentiti, che il rimorso ha domati. L'uno si struggeva di pietà per l'altro e cercava lenire dolcemente quell'anima ferita. Guido ritrovò la sua parola seduttrice e la mano molle, femminile che aveva blandizie materne e sfioramenti infantili. Diceva a Teresa delle cose gravi o serie, molto lontane dall'amore, una efflorescenza sentimentale, un discorso tutto musicale che le cantava una ninna-nanna soave. Lei si lasciava riprendere da quel fascino e spalancava gli occhi di sonnambula in faccia a Guido, sorridendogli, crollando la testa, come se quel discorso, di cui spesso il senso le sfuggiva, la convincesse e la consolasse. Lui stesso si abbandonava in quello stato di dolore indolente, in cui manca la volontà per soffrire.
Così il rimedio fu cattivo quanto il male. Potevano scordare per un momento, ma appena soli, la loro coscienza si rialzava e li ingiuriava. Allora, per senso di vanità, mentendo a se stessi l'uno mentendo all'altro, sentendo la necessità, il peso e lo scorno della menzogna, dissero di volersi bene, di amarsi molto, di amarsi sempre. Ognuno diceva tra sè: ho il dovere d'amare, poichè ho tradito. Ogni giorno recitavano una commedia ignobile, pallidi, inetti, disgustati della rappresentazione, nauseati delle parole e dei baci. A volte, presi dalla stanchezza invincibile, di questa commedia dove tutto era falso, dove gli attori avevano dimenticata la parte e il rossetto male celava i volti sbiancati, si fuggivano. Ma, involontariamente, dopo tre o quattro giorni di tortura, per l'abitudine di vedersi, pel desiderio di ritentare la prova, si ritrovavano e la comica storia, piena di lagrime represse e di grida soffocate, ricominciava.
Erano tormentati anche nell'egoismo. Per delicatezza non si parlava più del passato, non vi era più rinnovamento di confidenze, mancavano tutte le espansioni — e poichè solo il passato poteva loro ispirare qualche cosa di vero, poichè solo il passato volevano nominare e non potevano nominare, così tacevano spesso. Più che mai erano lontani, in quel silenzio.
— A che pensi? — domandava Guido.
— A nulla — diceva lei glacialmente.
Assente ogni intimità. Almeno prima erano semplicemente estranei, riuniti dal caso, destinati a rimanere estranei. Ma ora, rimanere estranei dopo quel che era accaduto, rimanere estranei, mentre dicevano e giuravano d'amarsi, era uno squilibrio, una contraddizione, un'altalena pazza. Istintivamente, i nomi degli _altri_ ritornavano in campo: si guardavano in volto, spaventati, come se vedessero apparire un fantasma. Dapprima finsero anche la gelosia per convincersi che si amavano; e indifferenti si tormentavano, facendosi delle scene furibonde dove l'esaltazione era tutta di cervello, dove spasimavano per un altro dolore, dandogli la forma della gelosia. S'ingiuriavano brutalmente. Ma in fondo ghignava la coscienza, mormorando: non me ne importa niente, non me ne importa niente.
Poi la gelosia nacque veramente, una gelosia tutta di amor proprio, una gelosia senz'amore, una gelosia volgare, a capricci, a dispetti, a piccole ferocie.
— Tu ami ancora _lui_ — diceva talvolta Guido, insistendo, incrudelendo, offeso nel suo orgoglio di uomo.
Teresa non osava dire di no, la parola le moriva sulle labbra, voltava la testa in là.
— Lo vedi, lo vedi? Tu l'ami ancora, sei una sciagurata! — inferociva lui.
Gli è che si ricordavano ognuno la storia dell'altro, precisamente. Serviva per la loro tortura.
— A _lei_ tu scrivevi ogni giorno ed a me, mai — diceva Teresa.
— A _lui_ tu hai dato le due treccie dei tuoi capelli e a me nulla — diceva Guido.
— Tu hai passato sei mesi, passeggiando la notte sotto le _sue_ finestre e con me niente — diceva Teresa.
— Tu hai passato tre anni in casa _sua_ e da me non un minuto — diceva Guido.
Rinascevano i ricordi, assidui, angosciosi, mescolandosi stranamente al presente.
— Io voglio che mi chiami Ninì, come chiamavi l'altra — diceva Teresa, ostinandosi, diventando malvagia.
— Non posso, non posso — faceva lui disperato.
Riapparivano, riapparivano le memorie, turbando il presente, guastandosi nel presente.
— Se mi vuoi bene, non devi portare il medaglione col ritratto dell'altro — diceva Guido.
— Non posso, non posso — gridava lei, singhiozzando.
Ma tutto precipitava in un delirio di collera senza nome. Avidi di crudeltà, inebbriati di cruccio, decisi di andare sino in fondo al loro peccato, portarono il loro amore dove erano vissuti gli altri due amori, nei giardini, nelle ville, nelle campagne, sulle spiaggie, nelle strade, nei teatri: dove ci era un ricordo, vollero deturparlo. Rifecero la via della passione, senza passione: rifecero la via dell'amore, cambiandola in _via crucis_. Erano ebbri del loro peccato, ammalati, agonizzanti: stracciarono le lettere, dispersero i ricordi, spezzarono i ritratti: presi dalla follia della distruzione. Fino a che, una sera, egli le disse:
— Voglio che mi baci come l'altro.
— Vattene, vattene — strillò lei. — Io non t'amo, vattene; io non posso amarti, vattene; io ti odio, vattene.
Lui la odiava, nell'intensità dello sguardo.
* * *
In verità, essi sono più infelici che mai; infelici quanto umanamente si può essere. E se si rivedono talvolta, si fanno orrore. Poichè hanno commesso, insieme, un sacrilegio.
Piccola collezione «Margherita»
Casa Editrice E. Voghera, Roma
=Piccola Collezione «Margherita»=
Ogni volume illustr. Una lira
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