Part 2
Un giorno, come usciva fuori la terrazza, per sciorinare certi corpetti del suo corredo, che le serve avevano lavato, udì, come in sogno, quel sibilo breve e dolce, dalla parte di casa Fiorillo. Era chiusa da due anni la casa Fiorillo, dopo che la madre di Peppino era morta, di tifo, a Napoli, una volta che era andata a vedere il figliuolo che non tornava più a Santa Maria. Ella trasalì, tremò, vedendo nel vano della finestra la faccia di Peppino Fiorillo. Si era lasciato crescere la barba, era più grasso, più scialbo, ma ella lo aveva riconosciuto subito. Scappò in camera sua, tutta la giornata non ebbe requie, sgridò le serve due o tre volte, senza ragione. Sarebbero ricominciati, ora, i tormenti, con questo stravagante che tornava così in mal punto? Come avrebbe fatto a liberarsene, di questo Peppino Fiorillo? Alla sera Giovannino Sticco la trovò inquieta e distratta.
— Che avete?
— Niente.
— Tu hai qualche cosa — mormorò Giovannino, dandole per la prima volta del tu.
— Ho mal di capo.
— Va a letto, ti farà bene.
— Vado, buonanotte — disse ella docilmente.
Non potette dormire. Aveva addosso una inquietudine come mai, una febbre che le ardeva il sangue. Mai aveva provato l'odio, ma ora lo provava, grande, fiero, per questo Peppino Fiorillo che riappariva come un fantasma, a guastarle la vita. Non lo aveva amato, non lo amava, con che ardire egli ritornava ad annoiarla? Già non ci aveva mai creduto e non ci credeva, all'amore di lui; tutte parole tutte chiacchiere, come si leggono dentro i libri e non sono vere. A che scopo ritornare, per affliggerla di nuovo? A che serviva torturarla? Invano cercò di recitare le orazioni per calmarsi. Non ci riusciva, il suo pensiero fisso la vinceva, le disordinava tutte le altre idee.
L'indomani Peppino le scrisse:
«Sono tornato per te, tu sola mi resti, perdonami questi anni di obblio, ti spiegherò tutto, ti amo più che mai».
Ella non rispose nulla. Ma la sera, quando Giovannino Sticco venne, stringendole la mano, sentì che bruciava.
— Hai la febbre, perchè non sei rimasta a letto?
— In casa vi era bisogno di me.
— Lo sai che è tornato Peppino Fiorillo? — chiese egli, senza dare nessuna importanza alla domanda.
— Lo so — e non battè palpebra.
— L'hai visto alla finestra?
— Sì.
— Si è molto mutato.
— Già.
Il giorno seguente, altro biglietto.
«Mi dicono che devi sposare quella bestia di Giovannino Sticco, il venditore di caramelle. Non è possibile. Rispondimi di no».
Rispondere, a quel pazzo? Che rispondere? Non aveva nulla da dirgli, come sempre, e temeva che qualunque risposta avrebbe peggiorato le cose. Forse si convincerà da sè, senza che io gli risponda — pensava, con la transazione abituale degli spiriti tranquilli, che rifuggono dalle grandi decisioni. Difatti, per tre o quattro giorni Peppino Fiorillo non scrisse più, non comparve alla finestra, i cristalli rimasero chiusi, ella non udì parlare di lui. Dunque si era convinto, non ci pensava più, aveva forse abbandonato la casa a Santa Maria per ritornarsene a Napoli. Sollevata da questo incubo, respirava, riprendeva la sua serenità, la sua attività. Si era nel gennaio: il matrimonio con Giovannino Sticco era fissato pel 20 aprile, giorno di Pasqua: bisognava affrettarsi pel corredo. Giusto mancavano ancora le sottane di mussolo dalla balza ricamata: ne avrebbe chiesto il modello a Clemenza La Corte che ne aveva delle bellissime. Mentre pensava questo, capitò Carmela con un biglietto di Peppino: Cristina, per solito così calma, impallidì di collera.
— Non lo voglio — disse con una voce tremante di emozione — riportalo a chi l'ha scritto, a quel pezzente vizioso, e se mi compari innanzi con un altro biglietto, ti faccio cacciar di casa, Carmela, te e la tua famiglia.
— Gli debbo dire quello che mi avete detto, signorina? — balbettò la servetta spaventata.
— Diglielo.
E le voltò le spalle, tutta vibrante ancora di sdegno, tutta commossa ancora dell'atto di volontà che aveva fatto. Per ritrovare la calma dovette passeggiare su e giù, in camera sua per un pezzetto, parlando fra sè, cercando di sfogarsi per riprendere equilibrio. Poi la cuciniera venne a cercarle la roba per il pranzo, perchè Cristina chiudeva tutto, sempre, e si metteva le chiavi in tasca. Entrò nella dispensa e con un cucchiaio di legno staccò un grosso pezzo di strutto bianco, da una vescica già sventrata: lo misurò con l'occhio, era una libbra. Tagliò da una forma di cacio di Sardegna una fetta da grattarsi per i maccheroni: da una scatola di latta, prese tre cucchiaiate di conserva secca di pomidoro.
— Che ha mandato papà, dalla piazza?
— Un chilo di alici e un chilo di carne, pel sugo dei maccheroni.
— Ci vorrà l'olio, per le alici.
Ma Cristina trasse prima da un grande armadio un cartoccio di maccheroni, prese la bilancia e pesò tutto il cartoccio. Era troppo, ne levò un fascetto, a occhio. Mentre si alzava in punta di piedi per prendere un fiasco di olio da uno scaffale alto, tutta la casa fu scossa da una detonazione, vicinissima.
— Madonna Assunta, aiutateci voi! — strillò la serva.
— Che sarà? — chiese Cristina, come perduta.
Poi tesero l'orecchio. Nelle scale pareva che qualcuno strillasse e piangesse forte, una donna, Carmela.
— Avranno ucciso qualcuno nel portone — strillò la serva.
Allora Cristina, dopo avere esitato un momento, attraversò la cucina, la stanza da pranzo, l'anticamera. Nella scala i gridi crescevano; erano due o tre voci che si lamentavano:
— Signorino bello... signorino bello...
Ella fece per aprire la porta sulla scala. Non potette. Peppino Fiorillo giaceva lungo disteso sul pianerottolo, ferito nel petto: una ferita da cui sgorgava il sangue. La rivoltella era accanto a lui: egli era bianco bianco nella faccia, con gli occhi aperti. Li rivolse su Cristina, quando ella apparve.
— Signorino bello... signorino bello... — piangevano e gridavano le femmine.
Ella traballò, si sorresse alla porta, poi stramazzò.
III.
Nella poca luce della lampada che ardeva dinanzi a una immagine dell'Assunzione, Cristina, seduta accanto al letto, stava immobile. Il moribondo giaceva, senza cuscini, con la testa appoggiata al materasso, per impedire l'affluenza del sangue al polmone. Il lenzuolo che lo copriva, macchiato qua e là di sangue, si sollevava appena, sotto un respiro debolissimo.
— Come va? — domandò il medico, piegandosi verso la fanciulla.
— Sempre lo stesso — rispose ella, con un soffio di voce.
— Ha chiesto neve da mangiare?
— Sì.
— Avete rinnovato le vesciche di neve sulla ferita?
— Sì.
— Dà molto sangue?
— Molto: tre asciugamani, da oggi.
Il medico tacque, per poco, come pensando. Poi si chinò sull'ammalato.
— Dorme — disse.
— Non dorme: ogni tanto apre gli occhi.
— La febbre non è forte, per l'infiammazione: solo trentanove gradi e mezzo — riprese lui, come parlasse a se stesso.
Ella non parlò.
— Ritornerò questa notte. Perchè non andate un po' a letto?
— No — disse Cristina.
Egli uscì in punta di piedi, ella rimase di nuovo sola accanto al morente. Da trentasei ore non era mai uscita da quella camera dove lo aveva trasportato: o stava immobile, seduta accanto al letto, o andava e veniva per la stanza, pian piano, come un'ombra, portando le bende, la neve, le compresse. Agiva macchinalmente, senza pensare, sentendosi la testa vuota e rigonfia; agiva come per istinto, indovinando quello che si dovesse fare. Ma non si ricordava più, non giudicava più, non capiva più niente. Quello che le dava uno spavento, ogni tanto, erano gli occhi del ferito che si riaprivano lentamente e la fissavano a lungo, con una intensità di vita profonda. Ella chinava i suoi occhi, ma si sentiva guardare, e le pareva che fosse già morto, che morto la guarderebbe sempre così, con quello sguardo concentrato. Era entrato due o tre volte il padre, a chiedere notizie; ella aveva risposto con qualche monosillabo: e più nulla. Sola, con quell'agonizzante! Come si avanzava di nuovo la notte, vide che agitava un poco le dita della mano sinistra, lungo il lenzuolo. Si chinò su lui: nello sguardo vi era una preghiera ardente. Intese: gli dette la mano. A poco a poco il calore di quella mano febbrile si comunicò alla sua, salì al braccio, si diffuse per la persona: ella arse della stessa febbre. Due volte cercò di ritirare la mano, ma le dita dell'infermo la trattennero, debolmente; ella non osò più muoversi. Si sentiva presa, irrimediabilmente, avvinta a quel moribondo, arrivando a respirare lieve lieve, come lui, sentendosi la bocca riarsa, come lui.
— Morirò, come lui — pensava.
Per quattro ore egli non le lasciò mai la mano; immobilizzata, senza voltare la testa, ella sentiva che il braccio le si paralizzava lentamente.
— Così si muore, forse — pensava.
Ma quella mano, che non la lasciava più, diventava sempre più calda, era rovente come un ferro infuocato, parea le corrodesse la pelle e la carne della mano, facendo una piaga profonda. La febbre del ferito cresceva; egli apriva gli occhi, ma non li fissava più su lei, li stravolgeva, guardando la lampada, guardando il soffitto. Non aveva fiato per parlare, il ferito, ma si vedeva che il delirio gli era salito al cervello. Oh era stata presa, per forza, da quel moribondo, si sentiva fatta cosa di lui, gli apparteneva, non poteva nè strillare, nè parlare, nè fuggire, nè divincolarsi: era sua, il moribondo se l'aveva presa.
* * * * *
Egli fu trentasette giorni in pericolo di vita; l'emorragia era cessata, ma la febbre d'infiammazione era gagliarda; egli delirava ora a voce alta, chiamando Cristina la sua sposa, la sua cara sposa, la sua fidanzata.
— Non lo contraddite — disse il medico.
Non lo contraddiceva: chinava il capo, Cristina, e impallidiva. Il senso della realtà ritornava in lei, facendola acutamente soffrire.
— Vuole sposarvi — le disse un giorno il medico; — che ne dite?
— Non so, non so...
— Tanto ha da morire: dategli questo conforto.
Ella tacque: non lo aveva sentito, in quella notte, che il moribondo la voleva, che il moribondo se la prendeva?
— Dottore, morirò anche io — disse poi.
— Ma che, ma che! Sarete la vedova di un suicidato, ecco tutto. È un romanzo.
Il romanzo, la stravaganza, la follia, era quello che le aveva sempre fatto paura! Ora, lanciata in questo vortice, non poteva salvarsi più.
— Sposalo, figlia mia — disse suo padre, sospirando, invecchiato di dieci anni. — Non restiamo con questo rimorso: tutta la città ti accusa di questo suicidio.
— Sposalo, Cristinella — disse don Ciccio Cannavale, il padrino; — ha voluto morire per te, poveretto.
— Sposatelo, figlia mia — disse il confessore — se no, egli muore in peccato mortale. Fate dannare un'anima.
Non era il romanzo, questo matrimonio, fatto nella stanza di un ammalato, in un momento di lucido intervallo? Era questa tragedia quella che lei aveva sognata, forse? Quello che lei aveva sognato era lontano, non tornava più, non era più possibile che ritornasse, il moribondo se l'aveva presa, era sua moglie, ora, la moglie di un suicida agonizzante, sarebbe stata la vedova di un suicida. Dove era Giovannino? Forse che aveva mai esistito Giovannino? Per fortuna quel suicida che era suo marito, se l'avrebbe portata giù, nella fossa, dove non ci sono più romanzi.
Il comico di tutto ciò fu che Peppino Fiorillo guarì.
Sacrilegio.
Egli era un vinto. Portava in sè tutte le traccie delle battaglie combattute con accanimento, ma perdute senza gloria. Come in tutti gli uomini di lotta, l'armonia della sua bellezza virile si era guastata e corrotta. Per quindici anni, dai venticinque ai quaranta, lo spasimo interno aveva corrugato quella fronte, aggrottate quelle sopracciglia, fatto fremere quelle nari mobili, curvate al sogghigno quelle labbra. Ora i capelli ricciuti s'eran fatti radi sulla fronte, come se fossero abbruciati: l'occhio era vitreo, inerte: sotto il mustacchio che si brizzolava, le labbra s'erano appassite, quello inferiore era cascante come per stanchezza. Talvolta, in alcuni momenti di profonda distrazione, di sguardo _interiore_, le palpebre plumbee si abbassavano, il viso si allungava, tutte le linee si atonizzavano e quella faccia pareva già morta, già decomposta. Ritornava in sè lentamente, quasi rinvenisse, con un'espressione di pena: così una lieve animazione ridava un senso di vita a quella faccia che aveva troppo vissuto, consumandosi in una esagerazione della vitalità. Dell'antica bellezza non gli rimaneva che il vigore di un corpo gagliardo e la seduzione morbida di una mano carezzevole, quasi femminile.
La rovina del suo spirito era anche più grande. Entrato nella vita con l'audacia che dànno tutti i desideri di un'anima ribelle e di un temperamento sanguigno, con tutta una ardente, insolente ambizione per quanto fosse potenza, il trionfo gli parve facile e s'inebbriò della propria forza. Ma nella passione umana, come nella passione divina, la Fede non basta, ci vuole la Grazia. Gli è che l'anima sua era piena d'ideali variabili e nebulosi, tutti belli, tutti splendidi, ma tutti sparenti; gli è che egli voleva troppo, voleva quanto gli altri avevano e quanto gli altri non avevan potuto avere; gli è che le sue labbra anelavano ai baci delle donne che non baciano, la sua intelligenza voleva conoscere ed abbracciare i vasti orizzonti della scienza, la sua fantasia sognava tutte le glorie folgoranti dell'arte. Se un poeta assurgeva al cielo immenso della poesia, egli invidiava intensamente quel poeta; se un uomo politico saliva alla vittoria, egli avrebbe voluto essere quel politico; se un uomo bello ed affascinante si pigliava la donna più invano desiderata, egli si rodeva di invidia per quell'uomo. Allora, morsicato al cuore dall'ambizione, dominando i suoi impeti, si piegava al lavoro, frenava il suo slancio, applicandolo al raggiungimento di uno scopo. Ma alla fervida e acuta intelligenza mancava quella nobile qualità che è la misura: alla sua prorompente volontà mancava la fissità. Eccitandosi, esaltandosi, vibrando in una febbrilità di desiderio insoddisfatto, egli cadeva nella esagerazione che raffredda e allontana il successo: poi la febbre declinava e la volontà ammollita, esaurita, si lasciava prendere dall'indolenza. Lo pigliava il disgusto di un lavoro troppo lento; la nausea dei piccoli e volgari mezzi che avviliscono; la sfiducia di sè, che è grave; la sfiducia nel proprio ideale, che è l'estrema rovina. Si ritirava in sè inoperoso, immobile, immerso in un dormiveglia spirituale pieno di amarezza, turandosi le orecchie per non udire, chiudendo gli occhi per non vedere il successo degli altri. Allora, pensava acutamente, profondamente, scavando in sè, analizzando in sè, scendendo alle ultime finezze del pensiero e del sentimento. Poi, d'un tratto, preso da un risalto di vita, si buttava disperatamente in una nuova guerra, assetato di vittoria, abbramato di vittoria, ma incapace di volerla fino all'ultimo. Così, in questi periodi di lotta furibonda e illogica, dove si sciupava il suo ingegno, e di esaurimenti mortali, egli non raggiunse mai nulla. Rimaneva alla porta del tempio, adorando e maledicendo l'idolo, ma non trovando tanta costanza d'imprecazione e di adorazione da essere trasportato al cospetto del dio. Egli fu per essere un grande statista; egli fu per essere un grande artista; egli fu per essere un grande speculatore. Vide il trionfo passargli accanto e, fatalmente immobilizzato, non lo afferrò. Infine, egli restava nel limbo dove si ravvolgono, in un ambiente incolore, tutte le intenzioni a cui mancò la volontà, tutti i pensieri a cui mancò l'azione, tutti i tentativi abortiti, tutti gli ingegni traviati e tutte le vocazioni sbagliate.
Quando s'innamorò, a trent'otto anni, giuocava l'ultima carta. Tutti i suoi amori del passato erano stati creati dall'amor proprio, piuttosto come una prova di potenza, come un esercizio di scherma per mantenersi acuto l'occhio e agile la mano. Vinceva le donne, per imparare a vincere gli uomini: le vinceva facilmente, come se scherzasse, poichè esse si lasciavano prendere egualmente dai suoi accessi di passione furiosa, come dalle dolcezze dei suoi periodi d'indolenza. Quest'anima strana, piena di forza e piena di debolezza, ispirava alle donne orgoglio e compassione. Era un innamorato bizzarro che metteva paura e destava pietà. Egli le affascinava con la soavità della voce vellutata, il cui timbro aveva quell'intimità irresistibile a cui le anime si aprono; ma le affascinava anche con quei silenzi lunghi, pieni di cose tetre e d'immaginazioni mostruose per cui le donne si attaccano invincibilmente all'uomo. Eppure lui, vinto dalle altre passioni, turbato da sempre nuovi interessi, agitato e sbattuto dalla tempesta, non aveva mai amato per amore, mai amato per amare, mai dato tutto se stesso all'amore. Forse, nel segreto del suo cuore, aveva quel tacito disprezzo della donna, quel tacito disprezzo dell'amore, che la gioventù moderna porta in sè come una malattia.
Così s'innamorò tardi, troppo tardi. Sulle prime era freddo, glacialmente stanco delle sue sconfitte, non arrivando a riscaldarsi, guardando imperterrito la donna che seduceva, scherzando col sentimento, facendo fare un pericoloso giuoco d'altalena a quella povera anima femminile che già gli apparteneva. Ma aveva trovato uno spirito eletto, unito ad una femminilità molto sviluppata; una bellezza fatta di espressione, insieme a un carattere singolare; una nervosità tutta giovanile, insieme a un sapore d'arte eccezionale. Lei lo amava piamente, umilmente, con la devozione animalesca e l'esaltazione spirituale. Quando egli conobbe tutto questo, un grande rivolgimento s'operò in lui e nelle nuvole bigie di uno scetticismo insanabile, si allargò questa luce:
— Forse la grandezza della vita è nell'amore.
D'un tratto, egli col suo temperamento eccessivo si buttò nell'amore, come si era buttato nella politica, nella speculazione, nell'arte, portandoci gli ultimi slanci, le ultime collere, gli ultimi ardori. Fu una vampata. Fu un incendio sanguigno. Fu un fuoco divorante e stringente. Fu una selvaggia espansione, l'avvinghiamento disperato di colui a cui tutto è sfuggito, il terrore bianco della solitudine. Amava, gagliardamente, tenacemente, più con rabbia che con tenerezza. Andava alla conquista dell'amore, come a una battaglia, tremando dell'ultima sconfitta. A questo urto così forte, in questo vortice, quella che lo amava si sgomentò, si arretrò spaventata, lo credette impazzito. Come lui più s'innamorava, lei amava meno. Lui saliva alla passione, lei discendeva all'affetto: mai un minuto di equilibrio. E un giorno, quando lui aveva messo in questa passione quanto aveva ancora di illusioni, di speranze, di desideri, ella lo abbandonò non si sa come, lo tradì non si sa perchè, nel modo più illogico e più volgare. Scomparve, fu travolta — dove non si sa.
E così, in Guido fu completa la devastazione e l'aridità: regnò solo, malvagio, egoistico, il cinismo.
* * *
Era una donna fulminata. Nell'unica, immensa battaglia che aveva sopportato il suo cuore femminile, aveva perduto. Nell'amore, aveva fatto naufragio. Nulla si vedeva dal volto, poichè instintivamente il volto femminile dissimula: talvolta, senza che la volontà gli imponga la dissimulazione. Solo un sottile osservatore poteva notare che la vivezza dello sguardo aveva del fittizio, che l'ombra sotto gli occhi era di un bistro carico come segno di molte notti vegliate, che le labbra avevano un sorriso più fremente che dolce. Ma lei ergeva la testa così altieramente, ma una severità così orgogliosa era diffusa nella sua fisonomia, che niuno osava chiederle se si sentisse male. Poi, la rispettavano come un essere colpito da una grande disgrazia. Era una donna fulminata, vivente in una immobilità dolorosa, che piangeva dentro, che sanguinava dentro, senza un respiro di dolore.
Invero aveva tutto perduto. Era stata una giovanetta male educata e imperiosa, cresciuta troppo presto come corpo e la cui anima si era ingrandita in precocità singolari. Lei aveva conosciuti i teatri dall'atmosfera rossiccia, profumata e velenosa, dove i fiori appassiscono e le fanciulle pensano; i balli ardenti dove aleggia tanta seduzione di amore, di luce e di musica; le stagioni balneari dove il mare, il cielo e il sole fiammeggiante sono l'infinito incanto che conduce all'amore; le conversazioni maschili, frivole, nulle, stucchevoli; le conversazioni femminili profonde, che turbano, che tentano. Così ella era stata una fanciulla senza dolcezza e senza soavità. Così ella era stata una fanciulla senz'amore. La vanità le bastava, le bastava la civetteria, le bastava il _flirt_. Era stata una fanciulla caparbia, maligna, ragionatrice, piena di teorie paradossatiche, guasta nell'anima, falsa in ogni manifestazione del sentimento, che adorava tutte le _pose_ dell'ironia e dello scetticismo, che si lasciava far la corte per curiosità e poichè l'amore dell'uno rassomigliava all'amore dell'altro, si sbrigava bruscamente del suo corteggiatore, insensibile alla maldicenza, insolente per la sua bellezza, per la sua ricchezza, per la sua indipendenza. Le avevano dato un fidanzato, un progetto di pura convenienza: lei lo aveva accettato, stringendosi nelle spalle.
Ma un giorno, in un sito qualunque, per due minuti soltanto, ella vide un uomo che non la guardava, che non era bello, che non era elegante — e se ne innamorò, così d'un tratto solo. Questa creatura cattiva e fantastica, che non aveva conosciuto serenità di gioventù, che si era burlata dell'amore, che non aveva mai capito l'amore, sentì struggersi tutta la parte malvagia di sè nell'intenerimento soave di un affetto spontaneo e vivificante. Si sentì guarire lentamente di quanto era stata la sua infermità di spirito e quanto ella aveva calpestato, adorò. Tutte le rosee incipienze e i brividii lenti e le felicità piccine e le punture acute, fini fini dell'amore che comincia, turbarono deliziosamente il suo cuore rinnovato. Non sapeva che fossero le quiete, dolcissime lacrime che rinfrescano le guancie accaldate dalla febbre; ignorava le dolcezze di una umiliazione innamorata; ignorava le voluttà del sacrificio: tutto ignorava. Questa scienza dell'amore, giunta di un colpo solo, si era poi sviluppata lentamente, togliendo di mezzo la varietà, scacciando le volgarità, divorando come un fuoco purificatore tutte le bassezze. Allora, senza pensare un minuto, senza riflettere, di sua libera elezione, di sua spontanea volontà, buttò via la sua reputazione, il suo nome, la sua posizione, il suo avvenire, come si gitta via un fardello che inceppa il viaggio. Lui non le chiedeva niente e lei gli volle dar tutto. Lui avrebbe voluto l'amore tranquillo, nascosto, a termine fisso, senza compromissioni: lei lo volle clamoroso, invadente, quasi folle. Invano gli amici le dicevano che essa si perdeva, per chi non lo meritava: invano l'amante stesso si mostrava indifferente a tanta abnegazione. Lei camminava per la sua via, fatalmente, incapace di fermarsi, incapace di transigere, incapace di amare meno. Aveva negli occhi belli la luce dell'amore e nel cervello il divino raggio della follia. Tutto il suo passato, secco, duro, aspro, fatto di meschinità maligne e di gretterie femminili, le faceva orrore: sentiva di doverselo far perdonare. Sentiva che quella passione di donna era il perdono della fanciulla crudele e arida, che aveva deriso tutte le nobili e sante cose che esistono. Lei non amava solamente l'uomo, amava anche l'amore per l'amore, perchè l'amore era la sua nuova anima, era la sua gioventù riconquistata la sua bellezza purificata, perchè l'amore era la sua salvazione.