Part 9
È egli permesso, in Italia, ai giorni che corrono, scrivere di critica e letteratura senza nascondere tra il verde e i fiori la trappola d'una tesi? e non per isfoggio d'abilità ne'salti mortali dei paradossi? e né meno col sottinteso di rifare noi il mondo da capo e con la esplicita dichiarazione che i nostri predecessori in materia furono un branco di brave persone sí, ma tutt'altro che critici, tutt'altro che dotti, giudiziosi ed onesti? E, data la permissione, si potrà egli scrivere critica italiana leggibile, senza prima, per cattivarsi il pubblico, proclamare che in fondo in fondo noi siamo tanti bei pezzi d'asini, che discorriamo secondo ci frulla, e che ci ingegneremo di tenerci bassini bassini e lisci lisci, e ci proveremo anche a fare, secondo le nostre forze, i buffoni, per divertire le signore e i signorini, maestri e giudici inappellabili del torneo in ogni arte e in ogni critica? O non si potrà in quella vece annunziare che noi intendiamo parlare d'arte di proposito e a minuto, e discutere, interpretare, raffrontare, tradurre, senza per altro volere impolverare i lettori? E a farci leggere, scrivendo cosí, riusciremo? O, per meglio dire, e parlando per mio conto, riuscirò io? Non lo spero, e pur mi provo a discorrere, nei modi che dissi, di quattro odi del Parini.
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Nel giudizio comunemente recato intorno alle odi di Giuseppe Parini poco c'è da aggiungere o da togliere e non molto da correggere. Anche nella lirica l'abate milanese fu, per una parte, il maestro e duca di quella scuola neoclassica la quale fece un po' piú che comporre versi antichi su pensieri moderni; e, per un'altra parte, in certi tócchi che qua e là osò, netti, precisi e nervosi, accennò anche, oltre ai limiti di quella scuola, a una rappresentazione del vero piú immediata che non soglia trovarsi nella poesia italiana, specialmente lirica, dopo il secolo decimoquinto.
Ma nulla dal nulla. Dall'elemento fantastico e affettivo d'un popolo, vivaio comune della poesia o spontanea o riflessa, è un continuo procedere di forme che si vanno organando secondo le attitudini della nazione negli ambienti delle età diverse; e, al mutar dell'ambiente, le deboli o troppo usate cadono a mano a mano formando il detrito storico, dal quale altre si svolgono e crescono, e le forti superstiti se ne giovano, fin che esse pure non perdano nel lungo attrito l'energia. Può quindi essere non inutile ricercare nelle odi del Parini ciò che resta del vecchio e ciò che è su'l cambiar colore, e ciò che spunta timido o già vigoreggia ardito: può esser utile seguire le tracce e i segni della trasformazione che il Parini, quando ebbe da vero il possesso e la conscienza della sua forza, fece nella poesia del tempo suo, e avvertire anche ai punti dove egli fu debole e incerto.
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Nelle poesie di Giuseppe Parini, segnatamente liriche, primi i coetanei accusarono un po' di stento e certa fra ruvidezza ed asprezza. Saverio Bettinelli, che nella dedicatoria delle _Lodi del Petrarca_ (1787) avea concesso a Milano il vanto di possedere _un vero Orazio_, introdusse poi in certi _Dialoghi d'Amore_[20] esso il nume, nume allora comune dei filosofi e degli abati, a giudicare, parlando col Petrarca, il poeta milanese cosí: «Un gran poeta talor mi invoca ed onora: ma latino dietro Orazio vuol dirsi per l'asperità e lo sforzo nella lingua e piú pe'l fiero animo catoniano, e poco a te (Petrarca) somiglia.» A cotesto giudizio dell'Amore gesuita uno de' due amici che nel 1801 pubblicarono dieci lettere _Della vita e degli scritti di Giuseppe Parini_, e propriamente Luigi Bramieri piacentino, primo anche a dare nel 1805 una edizione critica del _Giorno_ secondo l'ultime intenzioni del poeta, opponeva: «L'autor delle odi intitolate _Il brindisi_, _Il piacere e la virtú_, _Le nozze_, non era egli padrone, se ben gli piacea, di portare in tutti i suoi scritti la mollezza e la facile soavità di quei componimenti? Ma egli aspirava ad una gloria maggiore ...»[21]
Il Bramieri ha ragione. Lasciando _Il piacere e la virtú_ all'efimero onore di essere stata una delle tante strimpellate per il matrimonio dell'arciduca Ferdinando con l'ultima Estense; le due piú veramente canzonette, _Le nozze_ e _Il brindisi_, e le due altre piú tecnicamente odi ma di natura musicali, _La vita rustica_ e _L'impostura_, meritano di essere un po' studiate in loro stesse e nelle attinenze con l'arte del tempo, per vedere fino a qual punto l'autore si avvicini a'suoi contemporanei o se ne discosti e gli avanzi, o se altri per avventura non avanzi lui, o se egli regga intiero al confronto degli antichi.
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Anche il Parini, come tutti, salvo l'Alfieri, i nostri poeti del secolo decimottavo, move dall'Arcadia: anzi, si potrebbe fin dire, senza fargliene colpa, che in Arcadia almeno il tacco del piè sinistro ce l'ebbe sempre. Cominciò Ripano Eupilino a ventitre anni (1752) con sonetti e componimenti pastorali, «in tempo--scriveva egli stesso nella prefazione--che era ogni maniera di letteratura al suo colmo venuta.[22]» Circa trent'anni dopo (1780), mandava, sotto il nome di Darisbo Elidonio, al volume decimo terzo delle _Rime degli arcadi_, ordinate a raccolta dall'abate Gioachino Pizzi custode generale, quattordici sonetti quasi tutti pastorali, e con questi un'ode _Su la libertà campestre_, che poi egli od altri rititolò _La vita rustica_.[23] Cosí nessuna meraviglia che le sue odi per quattro gruppi almeno si ricongiungano a quattro forme liriche che l'Arcadia aveva a preferenza rinnovate, coltivate e lavorate.
Il primo gruppo è a punto delle odi, _La vita rustica_, _La impostura_, _Le nozze_, _Il Brindisi_. Queste per il motivo idillico e famigliare, per gli argomenti accademici, vezzosi e scherzosi, quasi da conversazione, per le strofe di settenari e ottonari, che nella nostra poesia sono i versi piú antichi e piú popolari a uso del canto, alternate di sdruccioli e di piani e di tronchi, appartengono alla forma lirica piú caratteristica dell'Arcadia, alla lirica mezzana musicale. Non è l'anacreontica, come si ostinarono a chiamarla i trattatisti, se bene qualche volta imiti le imagini delle piccole poesie degli _eroti_ attribuite ad Anacreonte; non è la _chanson_ francese, cantata a coro con l'allegro o entusiastico ritornello, se bene qualche volta possa prenderne gli andamenti. È la canzonetta; la canzonetta che i provenzali non ignorarono; che in Italia prevalse fra i generi popolari dalla fine del secolo decimoterzo alla fine del decimoquinto, coi vari nomi di ballata, di ballatina e ballatella, di frottola; che tacque per tutto quasi il Cinquecento, ristrettosi a cantare, almeno nelle società eleganti, il madrigale e l'idillio; che risorse alla fine del Cinquecento, prendendo col Rinuccini e col Chiabrera nuovi congegni di strofe e di rime per servire alla musica rinnovata e trasformantesi; che furoreggiò in tutti gli immani divertimenti teatrali e musicali del Seicento; che l'Arcadia raccolse, e la ravviò e la pettinò e le insegnò a fare il minuetto e la riverenza in contegno; che il Rolli e il Metastasio recarono al sommo della perfezione, come poesia classica per musica da sala; e il Frugoni tentò di restituirle piú lirica andatura, e il Parini riuscí a farla piú seria e morale. Per ciò a punto le canzonette del Parini non furono mai cantate, e sono odi.
II.
_LA VITA RUSTICA._
La _Vita Rustica_, scrive il De Sanctis, «sembra posta in fronte alle poesie del Parini quasi come prefazione; è lo spirito che aleggia in tutte le sue composizioni»[24]. Certo l'illustre critico ebbe il pensiero alla strofe meritamente famosa, _Me non nato a percotere_; per la quale, io credo, e per l'attrattiva del metro, rapido piú che non sogliano averlo le liriche pariniane e che simula una certa concitazione, l'ode piacque e piace ed è ritenuta anche a memoria. La strofe settenaria doppia della _Vita rustica_ è come la prenunzia dei metri manzoniani, e la novità dell'aver fatto seguire a un primo membro alternato di sdruccioli e piani, già trovato a Bologna nel 1747[25] ma non divenuto ancora popolare negli _Amori_ del Savioli, un secondo membro alternato di piani e di tronchi, fu feconda di effetti armonici, che sono tanta parte della impressione lirica. Se non che forse il riscontro vicino troppo de'due ossitoni finali, massime quando sono non di vocali ma di consonanti tronche se specialmente nasali, offende un po' l'orecchio. Rileggiamo, a prova, le due piú belle strofe; la prima,
Per che turbarmi l'anima, O d'oro e d'onor brame, Se del mio viver Atropo Presso è a troncar lo stame? E già per me si piega Sul remo il nocchier brun Colà donde si niega Che piú ritorni alcun?
e la piú celebre,
Me non nato a percotere Le dure illustri porte Nudo accorrà ma libero Il regno de la morte. No, ricchezza né onore Con frode o con viltà Il secol venditore Mercar non mi vedrà!
Questa va d'incanto. Quell'accento largo di vocale come rialza l'armonia e come afferma il sentimento! Men bene la prima: non avete che dire, ma sentite che, se quegli ossitoni nasali seguiteranno nella strofe appresso e poi in altre, finiranno con farvi l'effetto di quei dannati di Dante, che _d'una parte e d'altra con grand'urli, Voltando pesi per forza di poppa, Percotevansi incontro e poscia pur lì si rivolgea ciascun_. Il Manzoni infatti, a cui piaceva il Metastasio, non accolse quella combinazione nelle strofe sue settenarie: ma essa a ogni modo fu il primo passo verso l'armonia che dirò manzoniana. Il primo passo, ho detto, verso l'armonia: ché gli schemi tecnici delle future strofe manzoniane erano stati già trovati dal Frugoni. La strofe del _Cinque maggio_ fu da prima introdotta nella lirica moderna dal buon Comante eginetico _per il primo incruento sacrifizio celebrato nella cattedrale di Parma l'anno 1741 dal signor conte canonico Girolamo Baiardi_.
Ecco fuor d'uso Fosforo Apre lucente il giorno: Tutto di fior cospargasi Questo sentiero intorno, Questo sentier che scorgerti Al maggior tempio dé.
Vieni, immortal Girolamo Che di pietà tutt'ardi, Gentil sangue degl'incliti Magnanimi Baiardi, Vieni e volgi al gran tempio Il consacrato piè[26].
Per certa novità melodica dunque, prenunzia di armonie piú moderne, la _Vita rustica_ piacque, o meglio, piace a giudici recenti anche severi. E mentre i coetanei del Parini e quelli che lo seguirono da presso, uomini di fino giudizio, non la annoverarono mai fra le odi migliori o fra le buone, il Cantú l'allogò, in compagnia della _Caduta_, fra gli _Esempi della letteratura italiana_[27] d'ogni secolo, e il prof. Giuseppe Puccianti la elevò ai primi onori nell'_Antologia della poesia moderna_[28]. O, forse meglio, il Cantù e il mio egregio amico furono persuasi a quella scelta da ragioni morali e storiche. Per la concezione ed esecuzione artistica, quell'ode a me non pare che vada tra le belle del Parini.
E s'intende. O composta su la fine del '58, come affermava il primo raccoglitore delle odi pariniane Agostino Gambarelli,[29] o a mezzo il '57, come piú tosto vorrebbe Filippo Salveraglio nelle note ricche di notizie ond'egli illustrò la nuova edizione data dal Zanichelli[30], cotesta è la prima ode che il Parini scrivesse; e come nel metro cosí nei pensieri presenta a pena i primi segni d'una lenta e variegata trasformazione del materiale idillico dell'Arcadia. L'antico e immortale idillio, l'ideale della pace e del lavoro alla campagna, cantato fra le guerre civili da Virgilio da Orazio e da Tibullo, riecheggiato fra le guerre e le corti del Cinquecento dal Sannazzaro dall'Alamanni da Bernardo Tasso dal Tansillo, finí a essere strapazzato su le zampogne dei pastori del Settecento. Il Parini avrebbe voluto rialzarlo, ma non riuscí. Né pur l'ombra qui del rapimento estatico e della malinconia potente del gran poeta Virgilio, né della finitezza e determinatezza ne'particolari del paesaggio del grande artista Orazio, né il sentimento religioso della campagna del grande elegiaco Tibullo. Ci sono invece la filosofia, la filantropia, la georgofilia: tutte astrazioni rispettabili, qualcosa di meglio, se volete, delle vanità d'Arcadia; ma non ancora la poesia.
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La contenenza dell'ode è questa.--(str. 1ª) Il poeta non vuol sapere d'avarizia o d'ambizione, tanto si vive cosí poco!--(str. 2ª) Meglio godersi la libertà in campagna.--(str. 3ª) Non invidia i ricchi, condannati a viver sempre in sospetto.--(str. 4ª) Si contenta di morir povero, ma libero e onesto.--(str. 5ª) Dunque se ne torna ai colli che circondano il suo lago di Pusiano.--(str. 6ª) Ivi troverà la quiete, la quiete che i monarchi non hanno e che (str. 7ª) devono invidiare a lui, tranquillo poeta tra i contadini di Brianza.--(str. 8ª) Ivi egli pregherà Dio che tenga lontana la guerra; (str. 9ª-10ª) immortalerà in versi l'agricoltore che sappia uscire dalla carreggiata del _cosí faceva mio padre_; e (str. 11ª) morirà quieto e compianto come quell'agricoltore.
Contenenza onesta ma povera, e tutt'altro che nuova.
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L'entrata è viva: della troppo nota figura di Caronte è ritoccato con qualche virtú plastica l'atteggiamento,
E già per me si piega Sul remo il nocchier brun:
è rinnovato bene, perché applicato meglio che nel caso del passero di Lesbia, il catulliano _per iter tenebricosum Illuc unde negant redire quemquam_,
Colà donde si niega Che piú ritorni alcun.
Ma la seconda strofe con le sue _ore fugaci e meste_ che _belle ne rende e amabili la libertade agreste_, con Bacco che _manda il vin_ e con la _bella Innocenza che s'inghirlanda il crin_, non esce punto dai cerchiolini dell'Arcadia. Della terza strofe qualche arcade allora vivo avrebbe per avventura rigirato un po' meglio i versi, segnatamente gli ultimi, dove quella _man del gelato timor_ è fredda da vero, e quel _sovente_ subito dopo la mano (_sotto la man sovente_) ci si trova a disagio per amore, o per isdegno, della rima. La quarta (_Me non nato a percotere_, ecc.) è bella in tutto e per tutto, per la verità del sentimento e per la rispondenza dell'espressione: dopo i poeti del Trecento e dopo l'Ariosto nelle satire, nulla di altrettanto nobile era uscito dal petto di poeta italiano. Per vero il buon Passeroni aveva già scritto:
Cerchin cantando d'acquistar denari E facciano de' versi mercanzia Poeti adulatori e mercenari, E facciansi pagare ogni bugía. Io pensieri non ho sí vili e avari, E non contratto l'alma poesia: Me stesso e gli altri divertire io cerco, Canto a Milano, e non vi cambio o merco[31].
Due anni, si può dire, prima del Parini: ma quel suo poema è tanto lungo che a pena lascia ricordare ciò che v'è di buono.
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Seguitando:
Colli beati e placidi Che il vago Èupili mio Cingete con dolcissimo Insensibil pendío,
sono versi che i nostri padri dicevano a mente con tanta dolcezza di enfasi; e non ho voglia di sofisticare su que' due aggiunti di _pendío_, uno dei quali, probabilmente _insensibile_, a Orazio sarebbe parso di piú. Ma credo che il Parini dopo scritto il _Giorno_ dovè sentire egli stesso tutta la vacuità, la improprietà, la indeterminatezza, la nullaggine melodrammatica de' due versi seguenti,
Dal bel rapirmi sento Che natura vi diè.
E dire che il piú della lingua poetica degli ultimi centosettant'anni, della lingua, dico, di quelle poesie che il volgo dilettante capisce súbito e ammira di schianto, appunto perché non sono poesia, è cosí!
Ed esule contento A voi rivolgo il piè:
ecco un altro fiorellino di quel pattume, volevo dire di quella lingua poetica. _Volgere i passi_ dissero Dante, il Boccaccio e l'Ariosto; anche _volgere il piede_ disse Dante, ma da man destra a sinistra. _Volgere il piede_, senz'altro, lo fa dire il Fagiuoli in una commedia a uno di que' suoi personaggi civili che parlano tanto male a punto perché egli vuole che parlino bene: _Non so da questa contrada volgere il piede_.[32] Ma _rivolgere il piede_ come l'usa il Parini per _avviarsi_, oltre che ampolloso, è anche_sí_ improprio.--È piú nobile di quel prosaico _avviar_--Oh nobiltà dell'imaginarsi le punte delle scarpe del Parini sollevate e in moto verso la Brianza! E se andava, come si può tenere per certo, in calesse o in carrozza?
Nella quinta strofe la quiete è cantata piú che sentita. E i versi
..........in seno De le vostr'ombre apprestami Caro albergo sereno
avran dato a qualche arcade il mal di mare con quel loro fiotteggiare di suoni cupi, rotti, rugginosi: ma niun arcade certo avrebbe saputo verseggiare con tanta varia gravità di accenti e di spezzature armoniche e concettose la rimembranza oraziana degli ultimi quattro:
E le cure e gli affanni Quindi lunge volar Scorgo, e gire i tiranni Superbi ad agitar.
Del resto, il tomo delle _Rime degli Arcadi_ che séguita a quello ove fu pubblicata l'ode del Parini porta d'un altro _Decilio License_, cioè Girolamo Pompei, traduttore di Plutarco e di Teocrito, una canzone, anch'essa su _La vita rustica_: eccone qui una stanza e mezzo, forse il meglio: raffronti chi vuole e come vuole.
Con un garrir gentile I poggi intorno mólce Lo spirar de le fresche aure soavi; E, come è loro stile, Ronzan le pecchie, e il dolce Tolgono a i fior per arricchirne i favi. Dal sen de gli antri cavi Alterna eco gli accenti, E a l'usignol risponde. Che su romite sponde Tempra in musiche note i suoi lamenti Per dar qualche conforto Al grave antico torto.
Sotto le verdi foglie La tortora coperta Geme ferita d'amoroso strale: La lodoletta scioglie Suoi trilli, e a l'aria aperta Tremolando si libra alto su l'ale.[33]
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La sesta strofe respira la più beata ingenuità arcadica, ingenuità di gente che sapeva bene di dire cose impossibili, inverisimili e un tantino anche, buttiamo la parola, ridicole, e pur se le spacciava come nulla fosse. Che i re abbiano piú d'una volta ragione d'invidiare le condizioni di tanti loro soggetti oscuri e pacifici, fu detto e ridetto e si dice e ridice. Ma che il Parini specifichi il caso in persona sua, che egli venga proprio a contarci che Federico II, Maria Teresa, Caterina di Russia, Luigi XV o il sultano avevano da invidiar lui, proprio in quella posizione nella quale si è messo da sé, questo passa la parte.
Qual porteranno invidia A me, che di fior cinto Tra la famiglia rustica A nessun giogo avvinto, Come solea in Anfriso Febo pastor, vivrò, E sempre con un viso La cetra sonerò!
_Cantabitis, Arcades, inquit, montibus haec vestris._ E non voglion finire di ronzarmi nel pensiero due versi del Porta:
Gh'aveven tucc on liri e on ghitarrin, Né se sentiva olter che frin frin.[34]
Fortuna che l'abate, mobile e impaziente come era, non durò molto a sonar la cetra con quel viso lí, e scrisse poco di poi _La salubrità dell'aria_.
La strofe seguente, dopo i quattro primi cosí cosí, ha quattro versi notevoli, se non per novità d'imagini, pe 'l numero variato e sostenuto:
E da noi lunge avvampi L'aspro sdegno guerrier, Né ci calpesti i campi L'inimico destrier.
Nulla, del resto, fuor dell'ordinario.
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Ma brutte fuor dell'ordinario sono le strofe interposte in certe edizioni a questa parte dell'ode. Prima le portò la raccolta delle _Odi del Parini_ data in Milano nel 1791 da Agostino Gambarelli, al quale, già suo discepolo, il Parini _aveva accordato la facoltà di pubblicare quelle odi, e non piú_; e le odi, avverte l'editore, _passavano da una mano all'altra e da questa a quella città tanto infedeli e scorrette e mutile e svisate da non potersi talvolta piú riconoscere per fattura dello ingegno che le aveva prodotte_[35].
Per la _Vita rustica_, il Gambarelli dovè essersi abbattuto in taluna di cosí fatte copie, o almeno conobbe soltanto la lezione corrente prima che il poeta avesse, stralciando, ridotta l'ode a piú unità e mandatala cosí corretta a stampare fra le _Rime degli Arcadi_. In fatti il Reina, discepolo e radunatore della sparsa eredità del poeta, che pe 'l testo delle odi, nel volume secondo delle _Opere_ da lui pubblicate, si valse di _un volume_ ove l'autore aveva _raccolte quelle che disegnava egli di stampare_, il Reina, dico, sotto la _Vita rustica_ annota: «Il testo si dà quale fu pubblicato dall'autore nel volume XIII dell'Arcadia di Roma, se tolgansi alcune correzioni che vi fece dappoi. Le strofe che trovansi nelle posteriori edizioni [_quella del Gambarelli, e, derivate da essa, una piacentina e una bodoniana_] erano state da lui precedentemente rifiutate[36].» Avviso a cui volesse dare all'edizione del Gambarelli troppa piú autorità che ella non meriti. E troppa glie ne diede Giuseppe Giusti, quando gli fu messo in testa di curare l'edizione del Parini per il Le Monnier: se non la dottrina e l'ingegno di critico, l'orecchio e il gusto di poeta avrebbero dovuto avvertirlo a non raccattare ciò che il Parini aveva buttato[37]. Come potè il Giusti tenere non indegna del Parini una tale strofe?
In van con cerchio orribile, Quasi campo di biade, I lor palagi attorniano Temute lance e spade; Però ch'entro al lor petto Penetra non di men Il trepido sospetto Armato di velen.
Non vide egli la incoerenza della comparazione e la prosaicità e la scolasticità degli ultimi versi? In paragone de' quali paiono belli questi nell'altra _Vita rustica_ del Pompei:
Cosí mai sempre liete Ei va passando l'ore In mezzo a solitudini remote. Spegne nel rio la séte, E l'acqua è a lui migliore De le bevande a i nostri climi ignote. I sonni a lui non scuote Il timido sospetto, Che s'ange e s'addolora Di mal non giunto ancora; Ma sicuro è dormir sott'umil tetto Di povera capanna Fatta di felce e canna.
Quella strofe nelle edizioni del Gambarelli e del Giusti precede l'altra, che è in tutte le stampe, dove il poeta sona la cetra sempre con un viso. E l'avrebbe sonata male da vero, anche peggio di quello che ci parve già, se avesse seguitato con questa strofe qui, che séguita veramente nelle due edizioni:
Non fila d'oro nobili D'illustre fabbro cura Io scoterò, ma semplici E care a la natura. Quelle abbia il vate esperto Nell'adulazïon: Che la virtude e il merto Daran legge al mio suon.
E il Giusti non si fece caso del gergaccio accademico dei primi quattro versi? Quelle _fila d'oro_, che sono anche _nobili_; e non basta, sono anche _cura d'illustre fabbro_ (un fabbro per le corde del chitarrino! ma le son d'oro!); e quelle altre che sono _semplici_; e non basta, sono anche _care a la natura_ (dove si va a cacciar la natura!); quelle fila che il poeta scuote, non lo scossero lui? Egli raccattò la strofe; e i due versi _Quelle abbia il vate esperto Nell'adulazïon_ con quel tronco nasale non gli calarono come un pugno negli orecchi a fargliela cascar di mano?
Dopo la preghiera agli dèi, anzi ai cieli, acciò l'_inimico destriero non calpesti i campi di Brianza_, viene nelle due ricordate edizioni questa altra strofe che il Parini aveva rigettato:
E, perché a i numi il fulmine Di man piú facil cada, Pingerò lor la misera Sassonica contrada, Che vide arse sue spiche In un momento sol; E gir mille fatiche Col tetro fumo a vol.