Part 8
In tale contrasto fra il presentire Enrico Heine nella chiaroveggenza del suo pensiero il trionfo di quelle idee di trasformazione politica e sociale per le quali egli stesso aveva combattuto, e il suo disgusto di artista per le forme con le quali elleno erano almeno per allora bandite, e le voluttuose aspirazioni della sua sensualità di poeta a uno stato di segregato riposo ove la fantasia potesse abbandonarsi a tutti i voli di scoperta e l'arte a tutti i capricci di lavoro; in tale contrasto è la novità originale dell'_Atta Troll_. In mezzo al regno attuale degli orsi e prima dell'avvenimento delli gnomi l'autore del _Canzoniere_ vuole abbandonarsi a un saturnale di fantasia, vuol prendere (perdonatemi, per amore della verità, la metafora) una romantica ubriacatura di poesia pretta, a onta e dispetto della scuola delle _tendenze_; se non che non può uscire dalla corrente, e con quel suo continuo ribattere a cotesta sciagurata poesia delle _tendenze_ cade nella _tendenza_ egli stesso.
V.
E in tali contrasti, e negl'intendimenti, in generale, che finora mi son provato a raccogliere e rappresentare, sta anche la ragione della diversità che intercede grandissima fra l'_Atta Troll_ e le altre zoepiche (_epopee bestiali_ sonerebbe improprio e sgarbato), che risorte dopo il risorgere dell'apologo nella smania del secolo decimottavo per il naturale affèttato, furono diversamente ammirate nel correre del nostro secolo. Il _Reineke Fuchs_, che Volfango Goethe lavorò nel 1793 sul rifacimento, in basso tedesco del Quattrocento, dell'antico poema francese della volpe, tiene e dalla origine sua medievale, del tempo delle _canzoni di gesta_, e dall'arte classica onde il poeta di Weimar allargò i rozzi ottonari in esametri solenni, tiene, dico, l'anima e le forme di una vera epopea, di una epopea oggettiva, nel cui sereno sorriso non v'è riflessione o inflessione di motivo personale. Gli _Animali parlanti_ del Casti, composti dopo la tempesta della rivoluzione, nella oscillazione dei tempi e degli animi fra il Direttorio e il Consolato, rimangono a punto una cosa incerta in politica e in poesia: sono, non ostante l'opportunità delle allusioni e delle dottrine politiche, non ostante certa vivacità pittorica nei particolari, un troppo lungo apologo in stile troppo spesso di gazzetta: quelle bestie seguitano ad affannarsi per ventisei canti in sestine a dimostrare che non son bestie, il che appariva a bastanza dal primo canto.
Qualcuno potrebbe darsi a credere che l'_Atta Troll_ sia in comparazione al _Reineke Fuchs_ quello che di fronte agli _Animali parlanti_ sono i _Paralipomeni alla Batracomiomachia_ del Leopardi. Nei due poemi, di fatto, in quello dei topi e delle ranocchie e in questo dell'orso, c'è il motivo e l'intenzione personale: ambidue i poeti mettono in ridicolo avvenimenti ed uomini dei giorni loro e fanno, un gran giuoco, con diversa opportunità, di episodi. Ma la rassomiglianza, tutta esteriore, finisce qui. Già il prof. Zumbini notò la mediocrità satirica del Leopardi, e, poiché il poeta della ginestra dai particolari (gli avvenimenti italiani del '21 e del '31) trascende presto al generale, anche notò, con molta verità, pare a me, la impossibilità del render comica l'irrisione di tutta la vita umana quale è, quale fu, quale sarà.[15] Ma, oltre a questo, il Leopardi, lirico grande e de' piú profondi e umani poeti che sieno stati, nei _Paralipomeni_ è inferiore a sé stesso, anche come artista. Lasciamo la favola ricalcata un po' su l'antica Batracomiomachia e un po' sugli _Animali parlanti_; ma, salvo certi episodi di valor lirico, salvo certe brevi descrizioni naturali che sono delle piú vere della poesia italiana, come giudicar belle, in una letteratura che vanta i Pulci e l'Ariosto, quelle ottave cosí fredde, cosí slogate, tanto affannosamente stentate, che di alcune si contrasta ancora sul senso e se la costruzione sia retta? Scusiamo l'infelice poeta, che malato a morte non scriveva, dettava; ma non vantiamo, oltre quello si convenga a un'opera postuma, il poema.
L'_Atta Troll_ si differenzia dai _Paralipomeni_ e dagli _Animali parlanti_ specialmente per una sua proprietà, che fu ben rilevata da un critico tedesco:--ha un sentimento poetico piú profondo che non l'allegoria: questa in altri poemi di favola simile diventa astrazione: Heine invece sa darle tale forma, che i personaggi ne acquistano una vita loro, per la quale e con la quale dànno un piacere vero estetico oltre a ciò che devono significare.[16]--È vero: l'orso del Heine raffigura il filisteo tedesco, ma è non per tanto un orso, e orso rimane; a quel modo che nel poema medievale della volpe rifatto dal Goethe la volpe, il lupo, il montone, con nomignoli nuovi tratti da certe loro qualità speciali, raffigurano indoli, caratteri e istinti diversi di personaggi dell'ordine feudale e clericale, ma rimangono volpi lupi e montoni veri. È la favola della vita umana, raffigurata ne'bruti e fatta recitare a'bruti, secondo certe rassomiglianze tipiche che l'uom vede o crede vedere fra certi individui della sua specie e certi bruti. Anche: Heine capí che una zoepica pura non poteva ai dí nostri reggere, e mescolò nella sua l'elemento umano. Come nella Divina Commedia (_si parva licet componere magnis_) il protagonista del poema è Dante stesso, l'uom vivo, antitesi della morte, nella cui personalità è (se cosí posso esprimermi) la guarentigia della verità e dell'arte di fronte alla visione e all'allegoria; per egual modo l'antitesi e l'antagonista di Atta Troll è il Heine stesso, a salvaguardia della verità e dell'arte contro l'allegoria e l'astrazione. E il Heine che viaggia i Pirenei in compagnia di Lascaro a caccia dell'orso è Enrico Heine vero, l'Heine dei _Reisebilder_, con tutto insieme la sua disposizione fantastica alla leggenda e il caustico riso, con la potente e profonda osservazione e la ingenua e infantile ammirazione amorosa della natura.
Quanto allo stile, a conseguire quell'agilità e quella sveltezza di passaggi e varietà di toni che è mirabile nell'_Atta Troll_, Heine fu anche aiutato e giovato dal metro che elesse. È in fondo l'ottonario delle romanze spagnole, che Herder avea già introdotto col suo _Cid_ nella versificazione tedesca spoglio di rime e di assonanze ma fissato nel trocaico di quattro battute: se non che Heine per piú regolarità e per una tal civetteria lirica partí i suoi trocaici in istrofe di quattro. Su la qual maniera di strofe lo Strodtmann fa un'osservazione giusta: «come la _sloka_ indiana, secondo notava A. G. Schlegel, imita l'andar barcollante e dondoloni dell'elefante, cosí il suono de'trocaici a quattro piedi fa tornare alla mente il passo dell'orso: v'è in fondo a quelle strofe un'avvertita e intenzionale monotonia, una gravità pretensiosa, che procede pettoruta con la _grandezza_ spagnola.»[17] È vero, ma non è tutto il vero. La satira del romanticismo, che è insieme l'ultimo libero canto della poesia romantica, non poteva esser condotta meglio che col metro nel quale fece le migliori prove quella che agli Schlegel pareva la piú romantica delle letterature romanze, la spagnola; con quel metro lirico e insieme epico, e anche drammatico, che serví all'intonazione montanara e marinara dei _romanceri_ e al dialogo constellato di diamanti della commedia del Calderon. Per la virtù specialmente di cotesto metro, che giovenilmente rimaneggiò, potè Heine alzarsi con tanta facilità e felicità dal racconto e dal discorso comico satirico alle volate liriche e fantastiche.
Il traduttore italiano (al fine parliamo un po' anche di lui) capí bene, che, non ostanti le apparenti somiglianze dell'_Atta Troll_ con le due zoepiche italiane ricordate, non era il caso di tradurre le strofe di Heine in sestine e in ottave, o, peggio, in endecasillabi sciolti, come il buon Pietro Monti fece già del romanziero del Cid e non so chi, or son dieci anni, dell'_Intermezzo_ del nostro poeta. Novantanove volte su cento il carattere di un'opera poetica sta nel metro; e già il Cesarotti scrisse: «I traduttori, volendo mettere in vista la difficoltà delle traduzioni, calcano unicamente sopra la diversità del linguaggio, ma non mostrano di sentire un'altra difficoltà, con cui è lor necessario di lottare, e che, per mio credere, è ancora più grande: voglio dire quella che nasce dalla diversità della versificazione. Egli è certo che i sentimenti, i pensieri e le espressioni prendono da sé stesse un tornio e una configurazione corrispondente alla versificazione rispettiva dei varii poeti. La brevità o la lunghezza del verso, la varietà delle flessioni, delle pose, delle cadenze, l'armonia che risulta naturalmente dal numero e quella che nasce dall'aggiustatezza delle consonanze, il diverso intralciamento e la distribuzione delle rime, ciascheduna di queste cose modifica i sentimenti, e comunica loro una bellezza propria e distinta da tutte le altre. Si trasferiscano gli stessi sentimenti in un altro metro, si cangi la disposizione, si alterino le misure; tutto è guasto. Le idee, aggiustate sopra un altro metro, stanno, per cosí dire, a disagio in questo nuovo, e prendono attitudini violente e scomposte: si forma una discordanza disgustosa tra i sentimenti ed i suoni: gli oggetti non si presentano piú sotto il punto di vista conveniente: l'orecchio, ed in conseguenza lo spirito, si riposa in luoghi poco opportuni, e sdrucciola su quelli ne'quali dovrebbe arrestarsi; e la composizione piú perfetta diventa simile ad un bel corpo con tutte le membra slogate. Perciò egli è assolutamente impossibile il far una traduzione di buon gusto, la quale sia precisamente letterale in una soverchia sproporzione di metro.[18]» Non si poteva né veder piú vero né dire meglio; ma le conseguenze che il Cesarotti ne traeva per il suo modo di tradurre sono false. Nessuno richiede, credo io, una versione precisamente letterale in poesia; e anche, perché farla tale è assolutamente impossibile, non è permesso a nessuno di rendere, per esempio, frugoniana e arcadica l'Iliade. Meglio, un altro poeta italiano, e dei novatori piú felici di modi lirici, il Berchet, proponevasi, traducendo le vecchie romanze spagnole, di _rendere in italiano poesia straniera per poesia straniera, intonazione per intonazione, armonia per armonia, mirando a una fedeltà piú reale che apparente e piú esatta che non un'ordinaria fedeltà materiale_.[19] Non so se il Chiarini pigliando a tradurre l'_Atta Troll_ conoscesse il metodo e il libro del Berchet, ma pare a me siasi proposto proprio lo stesso; e, come il Berchet fece con le lunghe serie ad assonanza spagnole, egli ancora, per rispetto all'orecchio italiano troppo avvezzo alla rima specialmente nei versi brevi, ha creduto dovere introdurre due rime nelle quartine sciolte del Heine.
Ora non temano i lettori che io voglia far loro il maestro spiegando i pregi di questa versione dell'_Atta Troll_. Il mio debito era di aiutarli, quelli almeno che del mio aiuto possano credere di aver bisogno, a legger bene, cioè con conoscenza di causa, il poema tedesco; e mostrar loro il metodo, che a me pare il vero, tenuto dal Chiarini nel tradurlo. Del resto, leggano, e giudichino da sé. Se prima di giudicare volessero buttar da parte cosí i pregiudizi della vecchia scuola accademica come le superbiucce ignoranti della gente della letteratura facile, farebbero, credo, bene; e meglio farebbero se, leggendo, pensassero che per raggiungere l'espressione vera nell'arte manca a noi italiani moderni ancora di molto e molta fatica ci occorre, e fossero però un po' cortesi a chi questa fatica l'ha fatta onestamente e valentemente.
VI.
Sí, valentemente. Credo poterlo ripetere oggi, dopo cinque anni che le pagine qui a dietro furono stampate in prefazione al volumetto dell'edizione Zanichelli.
Certi parrucchieri della poesia, certi commessi viaggiatori della critica, quando scappa loro parlare di verseggiatura e di stile poetico, dovrebbero starsene contenti ai libretti d'opera. Essi non sanno, per esempio, che sia, o che ci sia al mondo, la strofe trocaica tedesca; essi non sanno che sia, o che ci sia al mondo, il semplice e monotono ottonario dei _romanzi_ spagnoli (romanzi, badino, che non sono come quelli del Zola), che sia, o che ci sia al mondo, l'ottonario spezzato delle commedie di Calderon; due maniere metriche queste, che Heine imitò nella strofe trocaica del suo poema comico romantico, d'argomento e di scena spagnolo: ora, non sapendo tutto cotesto, non possono intendere che il Chiarini non poteva e non doveva tradurre l'_Atta Troll_ in istrofette, come,
Mira, Norma, a'tuoi ginocchi Questi cari pargoletti ecc.
Essi signori parrucchieri e commessi viaggiatori non sanno che c'è una poesia italiana del secolo decimoquarto e decimoquinto, e che fu molto piú naturale e piú vera e piú varia della poesia degli arcadi classici, non che dei romantici lombardo-veneti, i quali spinsero il furore della originalità sino a rifare o contraffare in versetti metastasiani o in versoni cesarotto-foscolo-montiani i romantici francesi e tedeschi: non sanno che in quella vecchia poesia abondano le ballate vere a strofe ottonarie d'un andamento rotto franco e famigliare, che poi non si rivede piú se non forse in qualche parte obliata della poesia drammatica e popolare del secolo decimosettimo. Se dunque il Chiarini nel tradurre l'_Atta Troll_, e prima di lui il Berchet nel tradurre le vecchie romanze spagnole, risalirono a cotesti esempi; chi cotesti esempi conosce e conosce un pochetto della poesia straniera onde il Berchet e il Chiarini tradussero, sa, o crede, che facessero bene; perché con le strofe ottonarie del Metastasio o del Romani che stanno benissimo nei melodrammi, e con quelle del Parini o del Monti o del Prati che sono ai lor luoghi bellissime, il _Romancero_ e l'_Atta Troll_ non si traducono da vero, e tradotti in altro metro non sono piú il _Romancero_ e l'_Atta Troll_.
Che se, dove in questo poema prevale l'elemento discorsivo e satirico la traduzione del Chiarini è alle volte ineguale né senza durezze o contorsioni, bisogna anche avere un po' di riguardo alla incredibile difficoltà del rendere in rime italiane quella poesia indiavolata; bisogna un po' vedere se l'originale in certi luoghi sia facile andante eguale, o non si contorca e sperda in giravolte d'allusioni e d'arguzie troppo misteriose e lontane e faticosamente cacciate. Ma dove l'epos romantico si devolve con abondanza di cuore e di vena, la traduzione del Chiarini, fedelissima, ha pienezza d'intonazione, semplicità di mezzi, rispondenza di movimenti e di suoni tale, che non lascia desiderar, credo, molto.
Leggiamo, o rileggiamo, a prova, la _Caccia selvaggia_, che per l'invenzione e la rappresentazione larvale fantastica appassionata, ove il languor dei delirii a un latteo lume di luna pare ardenza di entusiasmi sotto il rosso splendore del sole, è, per me, il punto culminante, il punto che mi vince, dello strano poema (cap. XVIII-XX). Nella Caccia selvaggia, si sa, il poeta, rimaneggiando all'uopo suo un'antichissima tradizione odinica incristianita nel medio evo, figura il corteo degli spiriti nemici al cristianesimo o che non ebbero inspirazione o sentimento di cristiani, i quali la notte di San Giovanni vanno a caccia per i greppi de'Pirenei.
Era appunto il plenilunio E la notte e l'ora quando Pe 'l burrone degli spiriti Vanno i morti cavalcando...
Risa, gridi e suon di corni, E di fruste scoppiettare, E nitriti lietamente Fean la valle risonare.
Venían primi insiem correndo E cinghiali e cervi strani, E altre fiere, che inseguite Dalla muta eran dei cani.
Differenti i cacciatori E di tempo e di paese: Cavalcava con Nembrotte Carlo decimo, francese.
Sovra bianchi palafreni S'avanzavano: i bracchieri, Dietro, a piede, coi guinzagli, E con faci gli staffieri.
Io piú d'uno riconobbi Nella gran turba. Non fu Quel coperto tutto d'oro Forse un giorno il re Artú?
Dopo i re e i guerrieri, i poeti:
Vidi ancor piú d'un eroe Del pensier fra quella gente; Riconobbi il nostro Goethe Al sereno occhio lucente...
Della bocca al dolce riso Shakspeare anche ravvisai, Che gl'inglesi Puritani Condannaro....
Con Shakspeare il suo pietista commentatore tedesco sur un asino:
Va cogli altri a caccia, e monta Un caval di nero pelo. Al suo lato, sopra un asino, Trotta un uomo.... O Dio del cielo!
Quella faccia di devoto, Quella orribile paura, Quel berretto di cotone.... Quella d'Horn è la figura.
Quando van tutti al galoppo, Il gran vate sorridendo Guarda il suo commentatore, Che a fatica il vien seguendo,
E spossato in su la sella Del somier s'aggrappa forte, Fedel sempre al suo poeta Come in vita così in morte.
Seguitano le baccanti dell'antichità:
Anche vidi molte dame Ne la folle processione, Belle ninfe da le snelle Leggiadrissime persone.
Inforcavano i polledri Tutte nude, ma i capelli Giú per gli omeri scendevano Come d'oro ampi mantelli.
Coronate eran di fiori E agitavano i virenti Tirsi bacchici, riverse In procaci atteggiamenti.
le schive del medio evo,
Vidi appresso in veste lunga Molte caste damigelle, Con in pugno il falco e assise Di traverso su le selle.
le fatturate del tempo nostro,
Dietro, quasi parodía, Sopra magri rossinanti Venían donne che al vestire Somigliavan commedianti.
Grazïose eran nel volto, Ma sfrontate anche un pochetto; E gridavan come pazze, Tutte rosse di belletto.
Come ciò gioiosamente Fea la valle risonare! Risa, gridi e suon di corni, E di fruste scoppiettare.
E tra le donne, tre figure, tre simboli, tre età, tre poesie.
Diana, la poesia classica:
Da la mezza luna in capo L'una si riconoscea: Fiera e bella come statua S'avanzava la gran dea.
Da la tunica succinta L'anche e il petto uscivan fuore: Le baciava della luna Delle fiaccole il chiarore.
Bianco e gelido qual marmo Era il viso. La severa Rigidezza di quei tratti E il pallor terribil era.
Ma ne' vividi occhi neri Fieramente divampava Un maligno e dolce fuoco, Che accecava, divorava.
Abonda, la poesia romantica del medio evo
Vienle al fianco un'altra bella, Che ben poco a lei somiglia; Ma il candore ha pinto in volto Della celtica famiglia.
Al dolcissimo sorriso Ed al suon de la gioconda Pazza voce io riconobbi Di leggier la fata Abonda.
Avea faccia un po' pienotta, Di rossor sempre soffusa; E la bocca a cuor, che i bianchi Denti mostra ognor socchiusa.
La leggera azzurra veste Che portava apríasi al vento: Spalle uguali neanche in sogno D'aver visto mi rammento.
Erodiade, la poesia orientale:
Il suo bianco ardente viso Rammentava le contrade D'Orïente, le sue vesti La sultana Scheherezade.
Era il naso un bianco giglio, E le labbra melagrane; Come palme in mezzo a un'oasi, Le sue membra svelte e sane.
Sedea sopra una chinèa Bianca, e a'lati uno ed un moro Le trottava a piè, reggendo Con la man la briglia d'oro.
Essa, Erodiade, volle la testa di San Giovanni Battista, perché ne era innamorata; e ora
Porta sempre nelle mani Il vassoio con la testa Di Giovanni; e di guardarla, Di baciarla mai non resta.
Ne la notte s'alza, ed esce Alla caccia, e porta in mano, Com'è detto, il capo tronco: Che talor (capriccio strano
Femminil!) con grandi risa Fanciullesche in aria getta, Come palla, e su 'l vassoio Ricader quindi l'aspetta.
La regina degli ebrei sente e distingue nel poeta un suo nazionale:
Quando a me passò dinanzi, Riguardommi, e m'accennò Cosí languida col capo, Che 'l mio cor forte tremò.
Ben tre volte andò la turba, Galoppando, innanzi e indietro; E tre volte, nel passare, Salutommi il caro spetro.
Già sparía la processione, Il tumulto già cessava; E l'amabile saluto Pe'l mio capo ancor trottava.
Tutto il giorno di poi il poeta fantastica della processione e specialmente delle tre donne:
E mi prese un fier desío Di sognar, di delirare, Un desío di quelle Amazzoni Che aveo visto cavalcare.
O notturne visïoni, Dall'aurora spaventate, Dite, dite, ove fuggiste? Ove al dí ricoverate?
Ricovero a Diana sono le rovine del paese che fu romano, onde ella in forma tra di dea e di strega conturba ancora gli spiriti:
Sotto i ruderi d'un tempio Di Romagna, per timore De' cristiani, ritirata Sta Dïana il giorno. L'ore
De la nera mezzanotte Per uscir fuori ella aspetta; Ed allor con le compagne A la caccia si diletta.
Piú lontano, piú fantastico, piú misterioso il refugio della romantica Abonda:
Essa pur la bella Abonda De' cristiani ha gran paura, Ed il giorno sta nascosta D'Avalun ne la sicura
Isoletta. Ne l'oceano De' romantici, assai lunge, È quest'isola: l'alato Pegaseo solo vi giunge.
Mai la Cura non v'approda, Né vapor su quelle ripe Mai depone i curïosi Filistei da le gran pipe.
Non si sente là de'doppi Il suon tristo, fastidioso, Quel _din don din do_ continuo Alle fate tanto odioso.
Là, fiorente di perpetua Gioventú, sempre gioconda, Vive in mezzo a la letizia La gentile e bella Abonda.
Fra l'odor di strani fiori, Là ridendo ella passeggia. Fra una turba di ciarlieri Paladin che la corteggia.
Ma Erodiade, la povera esecrata ebrea, sta sotterra nei vecchi sepolcreti di Gerusalemme:
Nel sepolcro fredda salma Stai dormendo tutto il giorno, Fin che poi a mezzanotte Ti risveglia il suon del corno,
E tu segui con Dïana, Con Abonda, la feroce Cavalcata, e con gli allegri Cacciator ch'odian la croce.
L'attrazione della _caccia selvaggia_ e la fatal simpatia d'Erodiade rapisce il poeta:
Qual gioconda compagnia! Potess'io cacciar con voi Per i boschi ne la notte! Starei sempre a' fianchi tuoi:
Poi ch'io t'amo sopra tutte! Né la greca altera dea, Né la fata amo del norde, Quanto te, morta giudea...
Ogni notte nella caccia Al tuo lato cavalcando Verrò teco; rideremo, Anderemo insiem ciarlando.
....e il dí piangendo Sul tuo tumul sederò.
Sí, nel giorno, su gli avanzi De' regali mausolei, Su la tomba dell'amata Mi vedranno i vecchi ebrei
Star piangente, e crederanno Ch'io lamenti sconsolato La città santa distrutta E 'l gran tempio ruinato.
È uno strano pezzo di romanticismo classico ed ebreo; tradotto poi, che non si poteva meglio. A cui la traduzione non garba, si conforti coi Salmi _adattati al gusto della poesia italiana_ dall'abate e avvocato Saverio Mattei, che del resto avea ne'suoi tempi sufficienza di dottrina; mentre i commessi viaggiatori d'oggigiorno per giudicare della musicalità in poesia hanno soltanto la capacità delle orecchie.
PARINIANA
Pubblicate a parti sparse in--_Fanfulla della domenica_, 25 dec. 1881--_Domenica letteraria_, 24 e 31 dec. 1882, 7 genn. 1883--_Nuova Antologia_, 1º genn. 1883--raccolte ora, emendate, ordinate con aggiunta di parti inedite.
I.
PRELIMINARE.