Conversazioni critiche

Part 4

Chapter 43,524 wordsPublic domain

La grandezza politica della Spagna alzava e allargava allora le anime de'suoi scrittori. Anche nello spirito del poeta spagnolo, come nell'impero di Carlo V, non tramontava mai il sole. Erano finite le feroci contese coi Mori; e come dopo un temporale i fiori odoran piú forte, cosí la poesia fiorisce sempre piú magnifica dopo una guerra civile. Lo stesso vediamo essere avvenuto al tempo della regina Elisabetta in Inghilterra, dove contemporanea a quella di Spagna vien su una scuola di poeti che invita ai piú curiosi paragoni. Là Shakspeare, qui Cervantes, sono i fiori della scuola.

A quel modo che i poeti spagnoli sotto i tre Filippi, anche gl'inglesi sotto Elisabetta hanno tutti una certa aria di famiglia; e né Shakspeare né Cervantes, a mio avviso, possono pretendere all'originalità. Essi non differenziano affatto dai loro contemporanei per una particolar guisa di sentire e pensare e di rappresentare e descrivere, ma solo per intimità, profondità, delicatezza e forza maggiori: l'arte loro è piú ravvolta e penetrata dall'etere della poesia.

Ma questi due poeti non sono soltanto i fiori del loro tempo; furono anche le radici dell'avvenire. Come lo Shakspeare, per l'influsso delle sue opere specialmente su la Germania e su la Francia odierna, è da tenere per il fondatore del dramma moderno, cosí nel Cervantes bisogna onorare il fondatore del moderno romanzo. Mi si permetta qui di passaggio alcune osservazioni.

L'antico romanzo, il romanzo di cavalleria, scaturí dalla poesia del medio evo; né altro fu da prima che una rilavorazione in prosa delle epopee i cui eroi appartenevano al ciclo leggendario di Carlo Magno e del San Graal: l'argomento consisteva sempre di avventure cavalleresche. Era il romanzo della nobiltà, e i personaggi che vi agivano erano o creature favolose della fantasia o cavalieri a speroni d'oro: del popolo mai una traccia. Cotesti romanzi cavallereschi, degenerati fino all'assurdo, il Cervantes li abbattè col _Don Chisciotte_. Ma, scrivendo la satira che demoliva il vecchio romanzo, forniva egli stesso il modello a una nuova invenzione che è il romanzo moderno. Cosí costumano sempre i grandi poeti: fondano il nuovo, mentre distruggono il vecchio: non negano mai, senza affermare qualcosa. Cervantes fondò il romanzo moderno, introducendo in quello cavalleresco la descrizione fedele delle classi inferiori della società, mescolandovi la vita popolare. Né è solo del Cervantes, ma di tutta la letteratura di quel tempo, l'inclinazione a descrivere la vita del popolo piú basso e della piú scellerata canaglia; e si riscontra, come ne' poeti, anche ne' pittori della Spagna d'allora: un Murillo, che rubava al cielo i piú santi colori per dipingere le sue belle Madonne, contraffaceva con lo stesso amore le figure piú ributtanti di questo mondo. L'entusiasmo dell'arte era forse la cagione che quei nobili spagnoli si godessero lo stesso, sí a ritrarre fedelmente un pitocchetto nell'atto di spidocchiarsi, sí a figurare la Vergine benedetta. O era l'attrattiva del contrasto che spingeva nobilissimi gentiluomini, un cortigiano azzimato come il Quevedo e un potente ministro come il Mendoza, a compor romanzi di truffatori e di straccioni: amavano forse trasportarsi con la fantasia dal loro monotono contorno a condizioni di vita tutte opposte, come press'a poco per un altro verso certi scrittori tedeschi, che riempiono i loro romanzi di descrizioni dell'alta società e fan tutti conti e baroni i loro eroi. Nel Cervantes non troviamo ancora la tendenza esclusiva a descrivere l'ignobile per sé solo: egli mesce l'ideale al comunale, in modo che l'uno adombri o rischiari l'altro; e l'elemento nobile ha nel suo romanzo lo stesso posto e lo stesso svolgimento d'azione che il popolare. Ma questo elemento nobile, cavalleresco, aristocratico, sparí tutto dai romanzi degl'inglesi, che primi imitarono il Cervantes e lo ebbero sempre fino ad oggi dinanzi agli occhi come esemplare. Nature prosaiche quei romanzieri inglesi, dall'avvenimento in poi del Richardson! Lo spirito schifiltoso del loro tempo ripugna a ogni energica pittura della vita popolare; e dall'altra parte della Manica vedemmo uscire quei romanzi nei quali si rispecchia la piccola e digiuna vita della borghesia. Cotesta povera letteratura inondò e sommerse il pubblico d'Inghilterra, finché apparve il grande scozzese a fare nel romanzo una rivoluzione o piú propriamente una restaurazione. Come difatti Michele Cervantes introdusse nel romanzo l'elemento democratico quando solo il cavalleresco vi dominava, cosí Gualtiero Scott gli restituí l'elemento aristocratico che era disparito dinanzi alla invadente prosa degli assettatuzzi cittadinuzzi. Quella bella proporzione che noi ammiriamo nel _Don Chisciotte_ del Cervantes, l'ha resa al romanzo, con opposto procedimento, lo Scott.

Sotto questo rispetto, non è stato ancora, credo, riconosciuto il gran merito del secondo poeta inglese. Le sue inclinazioni _tory_ e la sua predilezione del passato fecer di gran bene alla letteratura e a que' suoi capolavori, che sollevarono per tutto rumore e gara d'imitazioni, e respinsero ne'piú oscuri cantucci dei gabinetti di lettura i cinerei fantasmi del romanzo borghese. È un errore il non riconoscere Gualtiero Scott per inventore del romanzo storico e questo voler dedurre dal movimento tedesco. Si scorda che la caratteristica del romanzo storico sta appunto nell'armonia dell'elemento aristocratico e del democratico, che Gualtiero Scott, rendendo al primo elemento la parte sua, ha mirabilmente restaurato quell'armonia, turbata durante l'esclusivo signoreggiare del secondo; mentre invece i nostri romantici tedeschi hanno nei lor romanzi rinnegato del tutto l'elemento democratico, per rientrare farneticando nelle rotaie dei romanzi di cavalleria che erano prima del Cervantes. Il nostro La Motte Fouqué non è altro che uno spedato, sbrancato dalla trista compagnia di quei poeti che misero al mondo l'_Amadigi di Gaula_ e altre simiglianti avventure; e io ammiro non solamente l'ingegno, ma il coraggio che c'è voluto al nobile barone per mettersi a scrivere i suoi libri di cavalleria duecento anni dopo l'apparizione del _Don Chisciotte_. Furon di curiosi anni in Germania, quando cotesti libri uscirono e la gente ci trovava gusto! Che significava nella letteratura tale predilezione per la cavalleria e per le imagini del vecchio tempo feudale? Il popolo tedesco, lo credo bene, voleva prendere commiato per sempre dal medio evo; ma teneri di cuore, come noi siamo, prendevamo commiato con un bacio. Noi imprimemmo per l'ultima volta le labbra su le vecchie pietre sepolcrali. Qualcuno di noi, a dir vero, fece delle grullerie belle e buone. Ludovico Tieck, il fanciullo terribile della scuola, si mise a dissotterrare gli antenati dalle loro tombe, e dondolava ogni bara come fosse una culla, e con un vaneggiamento d'infantil balbutire ci cantava sopra, _Nanna, nonnino, nanna._

Io ho detto lo Scott, il secondo gran poeta dell'Inghilterra, e capolavori i suoi romanzi. Ma la lode va soltanto al genio di lui; i romanzi io non li posso per nessuna guisa comparare al gran romanzo del Cervantes, che molto avanza lo Scott di spirito epico. Il Cervantes fu, già lo dissi, un poeta cattolico; e a ciò dee per avventura quella grande serenità epica, che come un cielo di cristallo cuopre e circonda il mondo varicolore delle sue creature: non mai il crepaccio del dubbio. Aggiungesi la calma nazionale del carattere spagnolo. Ma Gualtiero Scott apparteneva a una Chiesa che sottomette a rigorosa discussione anche le cose divine; come avvocato e scozzese era abituato alla discussione e all'azione; e anche ne'suoi romanzi, come nel suo spirito e nella vita, prevale il dramma. Le opere di lui quindi non possono mai esser considerate come puri modelli di quella composizione artistica che noi chiamiamo romanzo. Agli Spagnoli la gloria di aver prodotto il miglior romanzo, agl'Inglesi quella di aver toccato la cima nel dramma.

E ai Tedeschi qual palma rimane? Ecco, noi siamo i meglio lirici di questo mondo. Per adesso i popoli han troppe faccende politiche; ma sbrigate che siano un bel giorno, Tedeschi, Britanni, Spagnoli, Francesi, Italiani, uscirem tutti fuori per la verde foresta a cantare, e giudice sarà l'usignolo. Son certo che il premio in questa gara del canto lo vincerà il _lied_ (canzonetta) di Volfango Goethe.

Il Cervantes, lo Shakspeare e il Goethe sono il triumvirato che toccò la cima nelle tre forme della rappresentazione poetica, la epopea, il dramma, la lirica. Chi scrive queste pagine ha per avventura una particolar competenza a lodare il nostro gran nazionale come il piú perfetto poeta di canzoni (nel senso vero della parola). Goethe sta nel mezzo tra le due scuole della degenerazione lirica, l'una che pur troppo è designata col mio nome, l'altra che è la scuola sveva. Tutt'e due hanno il lor merito, e indirettamente fecer del bene alla poesia tedesca. La prima operò in quella una salutare riazione contro l'idealismo esclusivo, ricondusse gli spiriti alla forte realità e sbarbicò quel sentimentale petrarchismo che a me parve sempre una donchisciotteria lirica. La scuola sveva qualche cosa fece anche lei per la salute della poesia tedesca. Se nella Germania settentrionale poterono uscire opere di poesia vigorosamente sane, forse che si dee alla scuola sveva, che tirò a sé tutti gli umori malati clorotici e piamente sentimentali della Musa tedesca. Stuttgart fu come il cauterio della Musa tedesca.

Ma, pur assegnando a quel gran triumvirato la supremazia nel dramma nel romanzo nel canto, io sono ben lontano dal diminuire il valore degli altri sovrani poeti. Questione da stupidi, qual poeta sia piú grande d'un altro. La fiamma è fiamma, e non si può pesare a libbra e oncia; e sol la volgar grossolana goffaggine d'un merciaiolo può scappar fuori con la sua logora bilancia da formaggio a voler pesare il genio. Non pur gli antichi ma anche parecchi moderni han fatto poemi nei quali la fiamma della poesia vampeggia splendida come nelle opere maestre di Shakspeare, Cervantes e Goethe. E pure questi nomi si tengono insieme quasi congiunti di misterioso allacciamento. Raggia dalle loro creazioni uno spirito di famiglia: vi respira dentro un'eterna dolcezza, come l'alito di Dio: vi fiorisce la compostezza della natura. Il Goethe ricorda molto spesso, come lo Shakspeare, anche il Cervantes, e al Cervantes somiglia fin nelle particolarità dello stile, in quella gioconda e comoda prosa colorita della piú dolce e innocente ironia. Il Cervantes e il Goethe si rassomigliano pur nei difetti, nella prolissità del discorso, in quei lunghi periodi paragonabili alla tratta di un corteggio reale. Non di rado un solo pensiero siede nella distesa d'uno di tali periodi, che procede con la gravità d'una gran carrozza di corte tutta a oro tirata da sei cavalli impennacchiati. Ma questo unico pensiero è sempre un'altezza, se non pure il sovrano.

Dello spirito del Cervantes e dell'influenza che ebbe il suo libro potei dar solo qualche cenno; e anche meno potrò estendermi sul vero valore artistico, perché occorrerebbero discussioni che mi trasporterebber troppo lontano nel campo dell'estetica: farò qui e solo in generale qualche osservazione su la forma del gran romanzo e su le due figure che ne tengono il centro. La forma è d'una narrazione di viaggio, come la piú naturale per questo genere d'invenzioni poetiche: basti ricordare l'_Asino d'oro_ d'Apuleio, il primo romanzo dell'antichità. Alla uniformità, che è il difetto di sí fatte narrazioni, si volle riparare piú tardi con ciò che oggi chiamiamo la favola del romanzo. Ma i piú dei romanzieri, poveri d'invenzione, presero le favole a prestito gli uni dagli altri, o almeno gli uni si giovarono delle favole degli altri con poche modificazioni; e per cotesto ritorno degli stessi caratteri intrecci e situazioni il pubblico alla fine quasi si svogliò di romanzi, e per iscampar dalla noia delle favole riabburattate si ricorse per qualche tempo all'antica e original forma della descrizione di viaggio: ancora riabbandonata, non a pena apparí un poeta originale con favole nuove e fresche. In letteratura come in politica tutto si muove secondo la legge dell'azione e della riazione.

Le due figure di Don Chisciotte e di Sancio Panza, che nella continua parodia si compiono sí mirabilmente da formare tutt'e due il vero e proprio eroe del romanzo, attestano con egual forza l'arte e la profondità del poeta. Mentre in altri romanzi, nei quali l'eroe gira il mondo solo, per far sapere i pensieri e le impressioni di lui, gli scrittori doverono ricorrere ai monologhi alle lettere a un giornale, Cervantes in quella vece potè introdurre per tutto un dialogo naturalissimo; e dalla continua parodia che l'una figura fa dei discorsi dell'altra piú evidente apparisce la intenzione del poeta. In molte guise fu di poi imitata cotesta doppia figura che dà al libro del Cervantes una cosí artistica naturalezza, e da' cui caratteri, come da germe unico, cresce e svolgesi e si spiega, come un gigantesco albero dell'India, il romanzo intiero con tutto il suo frondeggiar lussurioso, e i fiori odoranti, e gli splendidi frutti, e le scimmie e gli uccelli che saltano, svolazzano o si cullano su per i rami.

Ma sarebbe ingiustizia mettere a conto dell'imitazion servile la introduzione o ripetizione di quelle due figure. Don Chisciotte e Sancio Panza, che uno corre in cerca di avventure, l'altro, mezzo per affezione mezzo per interesse, gli trotta dietro al sole e alla pioggia, ci sono da presso, piú che non si creda, nella vita, e anche noi gli abbiamo riscontrati piú d'una volta. Per riconoscere da per tutto e sempre, sotto i diversi travestimenti, nell'arte e nella vita, l'inclito paio, bisogna, è vero, aver l'occhio all'essenziale, ai segnali interiori, e non alle accidentalità dell'apparenza. Esempi potrei recarne molti. Non riscontriamo noi Don Chisciotte e Sancio Panza cosí nelle figure di Don Giovanni e Leporello come nelle persone di lord Byron e del suo domestico Fletcher? Non riconosciamo i due tipi e le loro mutue relazioni cosí nella figura del cavaliere di Valdsee e del suo Gaspar Larifari, come nella figura di qualche scrittore e del suo editore? il quale ultimo si accorge bene delle pazzie del suo autore, ma non per tanto, per trarne un profitto reale, lo accompagna fedelmente in tutti i suoi vagabondaggi ideali. E il signore editor Sancio, se anche dall'affare guadagni sol delle bòtte, riman per altro sempre grasso, mentre il nobile cavaliere dimagra ogni giorno piú.

Ma non solo tra gli uomini, sí anche tra le donne ho ritrovato spesso i tipi di Don Chisciotte e del suo scudiere. Mi ricordo specialmente una inglese, una biondina fantastica, scappata con un'amica da un convitto di signorine, che volea correre il mondo in cerca d'un nobile cuore d'uomo, come se l'era sognato nelle dolci notti illuminate dalla luna. L'amica, una brunetta atticciaticcia, sperava di conquistare in tale occasione, se non un che d'ideale a parte, almeno un bel tòcco di marito. Mi par di vederla ancora la snella persona, con gli occhi azzurri assetati d'amore, dalla spiaggia di Brighton mandare languidi sguardi lontano lontano sul mar tempestoso verso la costa francese. L'amica intanto schiacciava nocciòle, mangiava con aria ghiotta la mandorla, e gittava i gusci nell'acqua.

Tuttavia né i capolavori degli altri artisti né essa la natura ci presentano i due tipi cosí compiuti nelle relazioni dell'uno con l'altro come ce li dà il Cervantes. Ciascun tratto nel carattere e nella figura dell'uno risponde a un tratto opposto ma affine nell'altro. Ciascuna particolarità ha un valore di parodia. Anzi, fin tra Rossinante e il grigetto asino di Sancio è lo stesso ironico parallelismo che fra lo scudiero e il cavaliere, e anche le due bestie sono in certa guisa i simbolici portatori delle stesse idee. E come nel pensare cosí nel parlare padrone e servo danno a vedere i piú mirabili contrasti. Il buon Sancio col suo parlare per proverbi rotto e rozzo fa pensare al pazzo del re Salomone, a Marcolfo, che a punto come lui esprime e rappresenta in brevi sentenze la sapienza sperimentale del popolo basso in faccia al patetico idealismo. Don Chisciotte all'incontro parla la lingua culta delle classi superiori, e anche nella grandezza del bene arrotondato periodo rappresenta l'illustre e nobile hidalgo. La costruzione di cotesto periodo è spesse volte troppo distesa, e l'eloquio del cavaliere sembra una superba dama di corte in roba di seta a sgonfi con lunga coda frusciante. Ma le Grazie, travestite da paggi, portano sorridendo il lembo; e i lunghi periodi si compiono con graziosissimi movimenti. Brevemente: Don Chisciotte par che favelli impostato su l'alto suo cavallo: Sancio Panza discorre come adagiato sul suo povero asinello.

DOPO UNA RAPPRESENTAZIONE

=della commedia "LA VIDA ES SUENO"=

DI

P. CALDERON

Nell'_Indipendente_ di Bologna del 23, 26 e 27 agosto 1869.

"LA VIDA ES SUENO"

DEL CALDERON

I.

Pietro Calderon della Barca, del quale il signor Ernesto Rossi rappresentava su le scene del Brunetti or sono due sere la commedia intitolata _La vita è un sogno_, fu soldato e prete spagnolo del secolo decimosettimo. Soldato, combatté, fra le altre, le guerre di Fiandra: prete, fu canonico di Toledo, cappellano reale in Madrid, confratello della congregazione di san Pietro apostolo: ebbe pensione a corte di trenta scudi il mese, benefizi a Toledo e in Sicilia. Ciò per larghezza di Filippo quarto, che del teatro piacevasi e pe'l teatro scriveva, nascondendosi con verbosa modestia sotto l'appellativo di _un ingenio de esta corte_. Filippo dunque consacrò il Calderon in suo poeta, come la chiesa di Spagna lo avea consacrato in suo ministro; e lo trattò un po' meglio che simili re dilettanti e guastamestieri non usin fare con quelli emuli ingegnosi ch'ei si tengono da torno per isfoggio di vanità, a uso bestie rare, e per un piú comodo sfogo, nella vicinanza degli oggetti, alle tentazioni dell'invidia. Cosí la vita di Pietro Calderon, varia e felice, empié quasi tutto il secolo decimosettimo: il poeta della monarchia e della chiesa spagnola distese l'ombra della sua gloria su l'età scadente di quelle due instituzioni, l'ombra allungata dall'occaso del sole di Castiglia, che pur doveva non conoscer tramonto. Nato co 'l secolo, piú esattamente che a' nostri giorni non dicasi di Vittore Hugo, aveva sedici anni quando morí Michele Cervantes, trentacinque quando Lope de Vega; creatore quello, accrescitore questo del teatro spagnolo, grande e vero onore, il primo, della Spagna e della letteratura europea. A tredici anni scrisse la sua prima commedia, _El carro del cielo_; a ottant'uno, _Hado y divisa_, l'ultima. Morí a' 25 maggio 1682; e lasciava, affermano i biografi, centoventi _comedias_, duecento _loas_ (prologhi), cento _saynetes_ (farse), e ben piú di cento _autos sacramentales_ (drammi religiosi allegorici): sí bene che le opere di lui a stampa non aggiungono a tanto numero.

II.

Negli _atti sacramentali_ pare che talvolta recitasse egli stesso improvvisando, come i nostri comici antichi nelle commedie d'arte. Ma il Calderon era in buona compagnia: recitava con Filippo quarto. Nella _Creazione del mondo_ il re faceva da Dio, il cappellano reale da Adamo. E Adamo cominciò a descrivere il paradiso terrestre. Naturalmente Dio si dové annoiare a sentirsi squadernar lí su'l viso quello che aveva creato egli stesso: figuratevi poi, avendo che fare con un Adamo Calderon, della cui imperturbabilità nel tirar giú cataloghi di metafore e similitudini i lettori poterono avere un piccolo saggio nella rappresentazione di venerdí sera, se v'assisterono, e ne potranno avere uno infinito aprendo a caso qualunque de' molti volumi suoi. Non vi era in somma fuscello, granello, bacherozzolo che sfuggisse all'acuto occhio del canonico di Toledo. E Iddio si scontorceva e stronfiava su'l seggiolone dorato. Ma era proprio un predicar la discrezione ai preti: Adamo cappellano badava pure a tirare avanti. Iddio alla fine cominciò a sbadigliare sí fieramente, che Adamo, punto nella vanità d'autore, tagliò a mezzo una similitudine per domandare al signore e dio suo (tanto è vero che un autore offeso è capace di riuscire anche eroe) qual fosse mai la cagione per la quale Sua Divinità si induceva a far dimostrazioni cosí poco reali d'una passione non punto divina. _Voto a Dios_, stava per dire il re di Spagna; ma ricordando la persona che sosteneva, si riprese, e con la sufficienza d'un filosofo hegeliano esclamò:--Per me stesso giuro, che mi pento d'aver creato un Adamo cosí chiacchierone.--Io per me ho mezza voglia di dar ragione a Filippo quarto, e scommetto che insieme con me l'avranno quei lettori i quali nella rappresentazione di venerdí sera gustarono il discorso di Basilio re di Polonia, che pure era stato scemato di quasi una metà dal signor Rossi.

Questi _atti sacramentali_, i quali piú d'ogni altro lavoro del drammaturgo spagnolo eccitarono l'ammirazione dei contemporanei, e da' quali ripromettevasi egli la sua maggior gloria; questi _atti sacramentali_, che a Guglielmo Augusto di Schlegel apparivano singolari e straordinarie produzioni, e del cui entusiasmo religioso il consigliere aulico parlava con entusiasmo critico; questi _atti_ ci domandano un po' d'attenzione; e forse che ci daranno in cambio qualche idea del tempo, della nazione, dell'uomo. Pigliamo il primo: _Dio per ragion di stato_.

Va innanzi un prologo, ove la Teologia avendo per padrino la Fede si offerisce a sostenere nella _università_ del mondo contro qualunque combattente un _torneo_ su queste proposizioni: la presenza di Dio nell'eucaristia, la vita nuova che l'uomo riceve nella comunione, la necessità di spesso comunicarsi. Contro la prima proposizione si presenta la Filosofia con la Natura a padrino; e le due parti combattono di tutt'arme, di sillogismi come i frati nelle scuole di Salamanca, di spada come i cavalieri nei torneamenti di Toledo e di Burgos. S'intende che la Filosofia con la Natura sono abbattute e confessano la prima proposizione; e lo stesso avviene della Medicina col Discorso che si presentano ad armeggiare contro la seconda, e della Giurisprudenza con la Giustizia che movono contro la terza. Allora, per festeggiare il triplice trionfo, la Teologia annunzia un atto, nel quale sarà provato in forza delle leggi universali la legge cattolica dovere esser sola seguíta come quella al cui favore convergono la ragione e la convenienza.