Part 2
Io per me amo il romanzo di costume e d'argomento moderno a preferenza del racconto storico. Oggi gli spiriti sono piú quieti, e certe cose si possono dire. S'intende bene che il romanzo storico avesse una ragione d'esistere in Scozia, la terra delle ballate, la terra ove le tradizioni passano modificandosi di generazione in generazione per le leggende dei clan. Ma in Italia, ove in cambio delle leggende abbiamo le inesorabili cronache, le quali segnano il giorno e l'ora non che l'anno d'un avvenimento; in Italia, dove la poesia popolare contenta a cantare cosette d'amore o di devozione non s'è brigata mai delle vicende patrie, dove la epopea storica propriamente detta non ha potuto allignare; in Italia il romanzo storico poté e potrà essere uno sforzo d'ingegni piú o meno felice, non mai un genere di letteratura propriamente nazionale e vivace. E, per tornare al Guerrazzi, tenendo io il romanzo di costume contemporaneo per piú artistico, per piú necessario e utile, per piú accessibile alle moltitudini, che di fatto nei romanzi storici gustano meglio le parti d'invenzione e di affetto, mi rallegro di vederlo preso a trattare da uno scrittore illustre, e spero ch'ei ce ne darà esempi originali e che durino all'ammirazione e allo studio dei lettori. Ma F. D. Guerrazzi, il quale sbozza piú che non finisca, e riesce ne'tócchi arditi meglio che nei contorni, nelle tinte vigorose meglio che nelle sfumature; il Guerrazzi, il quale si trova a suo agio fra le nature scabre e forti della storia antica e tra quelle de'Còrsi; potrà egli accomodarsi a delineare, a miniare le figurette lievi e sfuggenti della bella e buona società contemporanea? Questa è la domanda che si movono molti fra gli ammiratori dell'autor dell'_Assedio_, del dipintore terribile della cena e del laboratorio di Francesco de'Medici. Rileggiamo _Il Buco nel muro_.
Nulla d'orribile, nulla d'ostentato o di sforzato negli avvenimenti e nei caratteri: niuna dose, per quanto minima, di quegli _eccitanti_, che la imitazione francese suole intromettere in siffatti romanzi. Semplice e piana è la storia, una breve storia di famiglia. Vediamo e udiamo ne'due primi capitoli uno zio, buona pasta d'uomo strano, tutto cura e amore per la casa e per un nipote che s'è rilevato e tirato su orfanello. Non però dovete credere che il signor Orazio sia uno di quei soliti zii da commedia, il cui tipo primitivo è il Micione terenziano; di quegli zii buontemponi, ben pasciuti, tutti ciarla volgarmente assennata, che lasciano correr l'acqua alla china. Il signor Orazio è un uomo ora arruffato come un istrice, ora soave come una colomba; che pensa come non pensano gli altri, e dalle cose chiarissime curiosamente osservate deduce le piú nuove conseguenze; che per le follie e le tristizie del mondo ha un cotale suo riso, velato talor da una lacrima, terminante piú spesso in un fremito: sopra tutto grande amatore del parlar figurato e delle digressioni. E Marcello, il suo degno nipote, specialmente nel considerar le cose dal lato piú lontano, e specialissimamente nell'amore delle digressioni, tien tutto dallo zio, se pure, per la maggior caldezza della gioventú, non lo vince. Sta fra i due la Betta, vecchia donna di casa, una di quelle che in una famiglia priva di capo femminile pigliano il sopravvento sul padrone, e dimostrano la loro potenza con la famigliarità rispettosa verso di lui, con l'affettuosa protezione verso i minori. La Betta, figura gioviale e arguta, dall'aria serena e sicura, fra zio e nipote pensanti e parlanti a ghirigori, rappresenta il buon senso popolano, che vede le cose dall'aspetto piú ovvio e piú vero, e pensa dirittamente, e parla alla buona, benché talvolta si lasci prendere a certe lustre per fin di bene; è una specie di Sancio Panza in gonnella, senza la goffaggine del bravo scudiere della Mancia. Ma il signor Marcello, conoscendo per prova l'arrendevolezza dello zio non ostante le dure apparenze, gli avea levato la mano; e di scapataggine in scapataggine era venuto tant'oltre da rasentare la via della colpa. Fatto un animo risoluto, lo zio lo fornisce del necessario viatico, e lo conforta a correre il mondo e non tornarsene a casa se non mutato in altr'uomo e dopo cinque anni. Ne corrono intanto due; il cui spazio è occupato nel racconto da un capitolo ove si dimostra piú apertamente al lettore l'animo e la vita del signor Orazio, e da un altro, ove, perché il lettore non prenda scandalo del terribile salto di due anni, gli si fa la storia delle origini e delle vicende del romanzo. Ma il zio Orazio, per quanto non voglia farne trasparir nulla, è tormentato dal pensiero di Marcello, e ne discorre una sera con Betta: quando a un tratto si spalanca l'uscio ed eccoti niente meno che Marcello in persona. Il quale fa in tre capitoli la narrazione, un po' piú lunga di quella d'Enea che dura due libri, de'suoi viaggi, de'suoi travagli, della sua conversione; come, reputasse bene non recarsi oltre Milano; come dato fondo al denaro, tornasse a pigione in una soffitta; come volendo appendere una immagine alla parete facesse un buco nel muro, buco in grazia del quale egli torna _Rinnovellato di novelle fronde_, _Puro e disposto a_ ... a far che, vedremo piú sotto. Imperocché vide per quel buco una donna, una bellissima e pietosa e misera donna che sosteneva col lavoro delle sue mani e con amorosissime cure confortava un ammalato. Era la signora Isabella, figliuola di un ricco banchiere, e contro al volere del padre moglie a un pittore, che, sfogato l'ardor primo, si chiarí indegno di lei, ed è l'ammalato. Come ne fosse Marcello súbito preso, per quali casi giungesse a parlarle, a sovvenirla d'efficace aiuto, a patir le sue pene, leggetelo nel racconto del giovine. Uditolo, il signor Orazio senz'altro chiude il nipote in camera, trotta a Milano a vedere con gli occhi suoi qual sorta di amore fosse quello della signora Isabella; e trovato che è del buono, e provatosi in vano a riconciliarle il padre, il banchiere Omobono, se la porta a Torino e la dà in moglie a Marcello. E tutto finisce con un bel figliuolo maschio; al quale, perché nulla si abbia in fine a desiderare, fa da padrino il pentito Omobono.
La storia è dunque per sé semplicissima; lo svolgimento naturale, aspettato. Ma tutto acquista aria di novità e varietà singolare dal modo del racconto. Il quale definire è difficile: mi proverò per via di paragoni. Mi pare che l'illustre autore anzi tutto abbia saputo ringiovanire la novella antica italiana, con gli allegri suoi motti, con la sua eloquenza argutamente ed elegantemente ciarliera; ed abbia saputo accortamente accoppiarla a quel burlone finissimo, incisivo, accigliato, che è il romanzo di costumi inglese. Per quanto la sembianza della storia pubblicata dal Guerrazzi sia italiana, pur tuttavia, chi cerchi sottilmente, piú d'un lineamento gli parrà di scorgere, che rammenta una parentela col zio Tobia e con Tristano Shandy. Potrebbe anche assomigliarsi a una pittura domestica fiamminga, in cui le oneste scene borghesi fossero a quando a quando interrotte da qualche gruppo del Callotta, mentre sorridono e scherzano in disparte alcuni putti del graziosissimo Albano. Forse delle digressioni tanto care allo Sterne ne ha troppe il Guerrazzi. Ma chi vorrebbe dirgliene parola in contrario, quando egli stesso mostra di tenersene, come d'argomento a rivolgersi, di mezzo al racconto, da qualunque tempo, da qualunque luogo, al lettore, e intrattenersi con lui di ciò che piú gli preme? E, o digressioni o episodi che si vogliano dire, ve ne ha in questa storia di bellissimi. Chi lettala una volta non ricorderà poi spesso la rassegna dei marenghi, la maledizione al libraio Tapputi, la questione e il contratto di Marcello col prete per conto del funerale, il banco dell'usuraio, e vai discorrendo? Aggiungi che il racconto acquista due tanti di vivezza dall'abbondanza cordiale della lingua parlata toscana, e dal maneggio de'suoi scorci, de'suoi tropi, de'suoi proverbi; il tutto saputo destramente contemperare alla bella lingua dei novellieri e dei comici antichi, contemperamento che a nessuno fino a qui era avvenuto di fare in modo che piacesse, a nessuno, se non, pare a me, al Guerrazzi.
Il quale nel _Buco nel Muro_ ha forse scelto quella forma sotto cui il romanzo contemporaneo può meglio arridere all'autore dei _Nuovi Tartufi_. Ma noi desidereremmo, e il desiderio non paia importuno, che egli volgesse il pensiero e la fantasia anche a un altro punto. Perché non dipinge egli in qualche racconto le virtú occulte e illaudate, la vita operosa e paziente, la fede e i sacrifici della plebe? Perché non ravviva della sua potente parola la memoria di tanti eroi popolani che han prodotto negli ultimi anni le nostre città? Perché il _Pasquale Sottocorno_ rimane senza fratelli?
LA DORA
MEMORIE DI GIUSEPPE REGALDI
Nella _Rivista bolognese_, fascicoli dell'agosto e del settembre 1867.
LA DORA
MEMORIE DI GIUSEPPE REGALDI
I.
Francamente, io preferisco la prosa del Diderot, per un esempio, a quella dello Chateaubriand, e di gran lunga poi il Voltaire al Lamartine. Ma a dirne la ragione mi troverei un po' sgomento; tanto ella è semplice, che ai gran tiratori di formole risica di non parere né meno una ragione: in somma, è che io amo la poesia in poesia e in prosa la prosa. Cosí che, quando veggo di questi libri divisi, non a capitoli, ma a cifre romane _in quella specie di stanze epiche tanto oggigiorno alla moda_, come diceva il Sainte-Beuve a punto di certe storie del Lamartine, quando veggo della prosa divisa per istrofe, novantanove per cento io quel libro non lo leggo. Gli è che i razzi a lung'andare mi stufano. E coteste strofe di periodetti con la loro imaginetta ciascuno, montano, montano, fin che vadano a incappellarsi di una grande imagine finale, il _coronamento dell'edifizio_; proprio come il razzo che fila via per l'aria serpeggiando con quella sua striscia scurastra e fischiante, poi ricasca in una momentanea pioggetta di piú colori, poi tutto finisce in un fumacchio. Ora, a veder tirare un quattrocento razzi un dopo l'altro, resistereste voi, o lettori? E né pur io a leggere quattrocento pagine di prosa a strofe; tanto piú essendovi il pericolo ognora imminente d'un agguato. Dico di voi, traditrice imagine, brigante epifonema, assassina iperbole, che, mentre sono in vena, puta il caso, di sillogizzare su quel che leggo, mi cogliete al canto, e levatomi a mezza vita nell'aria mi urlate: Pover uomo, tu non ci aspettavi qui! o un po' di _emozione_, o sei un imbecille.
II.
Capitandomi da prima alle mani la _Dora_ del prof. Regaldi, io mi mossi, non ostante la partizione per cifre romane, a svolgere il libro, dietro questo ragionamento--Il Regaldi, quando vuole scrivere in poesia, sa scrivere versi ben numerosi e di vena (ricordavo specialmente l'_Armeria reale_ e la _Umanità_): onde il bisogno di apparire poeta a ogni piè sospinto anche in prosa per lui non è urgente. Ancora: il Regaldi, quando vuole scrivere in prosa, ha mostrato di saperlo fare con larghezza e con determinazione di stile ad un tempo (e ricordavo i saggi su Parga, su 'l Capodistria, ed altre belle pagine staccate d'un viaggio per l'Ionio): onde questa _Dora_ sarà di certo imaginosa, che non è male; ma sarà anche ragionevole e ragionata, che è bene anzi tutto. Di piú, aggiungevo, se la prosa poetica è un genere letterario (che ne dubito), in quel che è descrizione di viaggi dee fare men trista prova anche a cui non le sia favorevole molto. Nel viaggio in fatti, massime per paesi di montagna, lo spirito della natura mescolandosi a quello dell'uomo lo rinfresca quasi ed assottiglia; onde la maggior prontezza a comporsi o ricomporsi, di su i diversi aspetti che gli si presentano, altrettante reminiscenze e fantasmi; e la varietà degli oggetti succedentisi sempre nuovi e diversi porta seco la molteplicità delle imagini, e la varietà dei toni e dei colori rende, quasi direi, probabile anche la partizione della prosa per istrofe. In fine mormoravo fra me e me questi versi del poeta:
Vidi fiumi tra campi ubertosi, Vidi laghi tra chine fiorite, Città prische, famose bastite, Monumenti dell'italo onor.
Ma il pensier piú soave, piú santo, Che i disir di mia vita nudría, Fu il pensier della valle natía, Dei primi anni castissimo amor.
A questo amore per il paese ove uno è nato risponde sempre l'animo di chi non si avvezzò ad ammirare _fumum et opes strepitumque_. Mi crebbe quindi il desiderio di sentire come il Regaldi, reduce di Grecia e di Soria, ritrovasse e dipingesse una valle del suo Piemonte: e prima lessi la _Dora_ di séguito, poi la rilessi in piú punti; e tuttavia con piacere.
Non si aspetti però il lettore che io gli riferisca qui per filo e per segno ciò che la _Dora_ contiene. Prima di tutto, la critica a modo d'indice a me non garba: e poi questa è della _Dora_ la seconda edizione dopo quella del Sessantacinque, il che in tanta scarsezza di chi legga libri è non mediocre lode all'autore: finalmente di sì fatti libri non si può dare un epilogo. Se io dovessi dire che cosa è propriamente la _Dora_, la definirei una guida dal Monginevra a Torino composta da un poeta e insieme un itinerario poetico composto da uno studioso delle patrie antichità. Il Regaldi, benché poeta e in sua gioventú improvvisatore, studia i suoi soggetti con amore, anzi con ostinazione. Per comporre l'ode sul _telegrafo elettrico_, si dice ch'ei stésse chiuso qualche diecina di giorni in un gabinetto di fisica, tormentatore assiduo del professore e dell'assistente. Dell'_Armeria reale_ v'è chi preferisce alle ottave le note illustrative: per me è uomo di poco gusto, ma egli afferma di amar l'erudizione. Anche per questo libro su la _Dora_ v'è ragion di credere che il Regaldi abbia rifrustato molte cronache e memorie paesane, e il nome del Cibrario che spesso gli ricorre sotto la penna ci è arra di sicurezza.
Di che ne viene una varietà notevole di materie e di stile. V'è l'idillio a canto all'ironia, la descrizione olezzante di fiori con la dissertazione polverosa dalle biblioteche, e dialoghi, e apostrofi, e anche visioni. Qui, un paesaggio e una pittura di costumi; lí, una leggenda feudale e religiosa; appresso, la storia d'un convento e la narrazione di una battaglia; qua un ospizio di frati, là un monumento romano; e poi un miracolo, e poi un colloquio di politica. Re, monaci, santi, guerrieri, montanari, industriali, artisti, poeti, si succedono dal Monginevra al Moncenisio, per le Chiuse e alla Novalesa, sul Pirchiriano, a Torino, a Superga, a Sántena.
Anche di miracoli parla il Regaldi; e fa bene. La composizione di coteste tradizioni giova agli studiosi per sorprendervi e raffrontare fra loro le costumanze e le facoltà d'una famiglia di popoli. Vero è che egli appartiene a quella scuola poetica che adoperava assai il soprannaturale, a quel modo che certa scuola pittorica fece grande sciupío di azzurro di Prussia a fine di ristorare il cristianesimo. Non però il Regaldi metterebbe pegno per acquistar fede ai miracoli ch'egli racconta. È ben capace di stare a udire con faccia tosta un da ben parroco che gl'infinocchi il racconto di non so che pisside portata via da certi soldati, e che poi fece un buco nei sacchi delle salmerie militari, e se ne rivolò tutta raggiante al suo posto: ma dopo ciò fa una crollatina di capo, conchiudendo «Lascio il miracolo sotto le arcate della chiesa parrocchiale» ecc. ecc., e passa a sbizzarrirsi con l'Inquisizione e suoi nefandi processi alle streghe o _masche_. Ancora: il Regaldi s'intrattiene volentieri a chiacchiera con preti e frati, e spesso ha da lodarsi in buona fede, e io lo credo, del fatto loro; non sí però che un sorrisetto fine insieme e bonario non gli scappi talvolta. «Che v'è di nuovo a S. Antonino? (un paese qualunque della montagna). Di _veramente nuovo_, mi fu risposto, abbiamo il prevosto Agostino Belmondo, accolto ora con feste popolari. Annessa alla prepositura v'ha la _pingue rendita di cinque mila franchi_, che il neo-prevosto saprà usare piamente, perché evangelico pastore lo annunziano la fama e i _versi_ del bravo sacerdote Don Picco.» È veramente di buon gusto, e contenta tutti, il preposto, Don Picco poeta e gli spiriti forti del villaggio. La religione in somma del Regaldi, come di molti scrittori della sua generazione, è un idealismo, se non vogliasi piuttosto un ottimismo poetico, il quale si allarga a tale una tolleranza che confina da piú lati con lo scetticismo.
Del resto il Regaldi considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda: per lui non vi sono né scuole né partiti né sètte: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. Noi in vece, cresciuti dopo il 1849, maturati dopo il '60, siamo una gelida e arcigna generazione. Poco e di rado amammo; meno credemmo; e dubitammo troppo spesso di avere, ove ammirassimo oggi, a ricrederci domani. Abbiamo dell'acredine nel sangue; e molti di noi si vantano di essere d'un partito, credendo in verità che il non aver partito, quando la non sia una figura di parole, debba essere una immoralità. Per ciò quella gran bontà e larghezza del Regaldi non la possiamo accettar per intero: non dico che volessimo in lui un po' di fiele, che anzi in fondo desidereremmo per avventura di esser come lui; ma a noi iconoclasti quel suo voler di frequente rizzar degli altari fa specie. Tutto ciò avvertiamo, a dir vero, non per lui, che avrà benissimo le sue ragioni di far cosí, ma per i giovani e per noi stessi. Per noi stessi, dico; perché anche noi alla fin fine, a sentirci sempre brontolar d'intorno questo fiotto di lodi, abbiamo come pubblico il diritto di gridare: Alto là, rendeteci un po' di ragione.
Il Regaldi, per esempio, afferma di vedere nel discorso di Alessandro Manzoni intorno a' Longobardi _connaturate, direbbe quasi, le anime del Muratori e del Vico_. Tutto cotesto in un discorso solo non vi par troppo? Aggiungete un zinzin di Dante (e già ci son di quelli i quali per conto loro mandano di pari passo il Manzoni e Dante), ed eccovi, si passi un po' d'iperbole anche a me, eccovi rifatta una specie di padre eterno. Io intanto, dalla parte mia, per quanto possa ammirare l'autore dell'Urania, dei cori dell'Adelchi e dei Promessi Sposi, Vico e Muratori insieme non lo crederò ancora. Mi permette tanto la vostra tolleranza, signori lettori?
Qualche altra volta l'enfasi fa dimenticare al Regaldi il buon gusto. Egli, poeta delle reminiscenze bibliche, si ostina a chiamar Debora del Piemonte la signora Giulia Colombini. Ora la signora Giulia sa troppo bene chi la Debora fosse, e non avrebbe fatto mai quel che ella fece: cioè, se un generale austriaco fosse stato ospitato in casa d'un piemontese amico suo, e se la costui moglie, ospitatolo e datogli mangiare, gli avesse poi, mentre dormiva, piantato tanto di chiodo nella tempia, la signora Giulia non avrebbe cantato per ciò alleluia. Le son cose coteste da farle e lodarle le donne della santa nazione: noi poveri giapetici non siamo tanto perfetti, e dobbiam contentarci delle egoistiche e selvagge virtù di Atene e di Roma. Del resto, nel canto della pretessa ebrea certa energia, come quella dell'indiano che scalpella il teschio del nemico vivo, non manca. Per il nome adunque di Debora son troppo poca cosa dei versi come questi della signora Colombini:
Ma, nuovo Curzio, nel fatal momento Diede il suo capo il gran Biellese, e volle Sé stesso per la patria in sacramento: Scoppiò l'eccelsa polve, e glorïoso Micca su mille eroi tomba si aderse.
Importa egli provarlo?
Per certi giudizi, del resto, qualcosa è pur da concedere alla maniera di stile adoperata dal Regaldi in questa prosa. E chi mi domandasse che stile è cotesto, mi attenterei di accennare le due figure litografiche che adornano le copertine del libro. In quella d'avanti c'è la Naiade della Dora: tale almeno la dimostrano la classica urna su cui appoggia l'un braccio e il remo che sorregge dell'altro e la ghirlanda di canne: differente dalle antiche ninfe in questo, che ha un po' di camicia per mezzo il seno e una gran gonnella pe 'l rimanente del corpo. È classicismo rammodernato. Nella copertina di dietro si vede un vecchio seduto fra le ruine d'un castello del medio evo, e legge in un gran codice. Probabilmente doveva simboleggiare l'archeologia o l'erudizione storica: ma per me è un bardo, un trovatore, un poeta in somma di ballate e di leggende bell' e buono: chi altro, salvo un poeta sí fatto, si piglierebbe la scesa di testa di leggere al lume della luna e, per dirla col Davanzati, _in zucca_, come fa l'uomo della copertina? Se non che, ficcategli ben bene gli occhi in viso a cotest'uomo; e vi riconoscerete in fondo il buon compagno, e pratico a sufficienza della vita di questo mondo: come pure, riprendendo a vagheggiare la Naiade d'avanti, non c'è caso che quel viso furbetto mi voglia ricordare nulla delle alpi, ma sí bene le belle fanciulle in cui si avviene chi torna le sere di festa per le stupende colline da Moncalieri a Torino.
Non so se mi son fatto intendere: ma queste imagini a me pare che possan rendere un'idea della prosa della _Dora_, con le sue aspirazioni all'idillio alla lirica all'_epos_ romanzesco, temperate e tal volta turbate o mortificate da un sentimento troppo vivo della realtà convenzionale. In questi contrasti l'arte ci perde un cotal poco: dico che il poeta perde la serenità della inspirazione, il pittore la sicurezza della mano; e la intonazione lirica diventa confusa e strepitante, e nella pittura idilliaca si ricorre spesso alla biacca. Vorreste un qualche esempio? Prendiamolo súbito dalle prime pagine. Si tratta, a pagina 13, del corso diverso della Duranza e della Dora, che la prima scaturisce dalla costa orientale del Monginevra, la seconda dall'occidentale: _due sorelle, geni del bene e del male usciti da un medesimo principio_, dice il Regaldi; e séguita: «Direbbesi quasi che nella Duranza si agiti una furia, la quale dalle Alpi scendendo minacciosa porti colle gonfie acque la desolazione nei seminati campi della Francia. Non cosí della Dora, fecondatrice benefica delle nostre campagne subalpine. Nelle sue sorgenti ella sospira con innocente grazia pastorale, e discesa al piano diviene regina, diletta ed onorata da tutte le genti italiane. Gli spiriti di Caino e d'Abele s'incontrano su le piú alte cime del Monginevra. Quello di Caino mira all'occaso, e seguitando nella loro corrente le acque della Duranza rinnova la sua antica disperazione; e lo spirito di Abele guardando ad oriente benedice le acque della Dora, e le accompagna coi canti dell'amore e dei santi olocausti.» A pagina 17 si descrive una pastorella di Bousson: «In quell'ora procellosa Lucia era veramente l'angelo, la stella della consolazione. Vestiva un giubboncello di panno bigio, una corta gonnella, egualmente di panno di tinta oscura, con un grembiale di tela turchina. La parte superiore del giubboncello terminava a fior di spalle in una listina di mussola, che in gran parte copriva _gli avori_ del seno. Il volto di Lucia sarebbe stato _all'Urbinate un prezioso modello per le sue madonne_. Gli occhi azzurri ed _i coralli del breve labbro_ sfavillavano _fra i gigli e le rose del verginale sembiante_; ed il cuffiottino di trapunto bianco con due fettucce raccomandato al mento faceva viemmeglio spiccare quell'angelico viso, sul quale scorrevano _a guisa di fila d'oro_ le ciocche de'biondi capegli.» Ecco rappresentate in due esempi le virtú e i vizi di questo stile: vuolsi tuttavia notare che i vizi, o quelli che a me paiono tali, non sono tanto del Regaldi quanto di cotesto genere letterario: ricordiamoci certe pitture dello Chateaubriand, certe altre del Gessner.