Part 16
E il Leopardi die' luogo anche a questi versi nella sua Crestomazia poetica. Ahimé! È vero per altro che nella chiacchierata poesia italiana ce n'è di peggio.
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Poi che i vóti delle vergini e del poeta hanno attirato il nume la cui presenza guarentisce la santità dell'amore, e i fanciulli con le fiaccole aspettano alla porta per l'accompagnamento a casa del marito, è pur tempo che la sposa si mostri. È chiamata: il pudore la ritiene: le sollecitazioni si rinnovano di momento in momento, solo interrotte dalle lodi della bellezza di lei e dalle promesse della felicità che l'attende sicura.
Aprite i battenti della porta. Vergine, fatti avanti. Vedi come le fiaccole agitano le luminose chiome? Un bel pudore la ritiene ... E pure ubbidendo piange che le bisogni andare.
Lascia di piangere. Non per te, Aurunculcia, c'è pericolo che sposa mai più bella abbia veduto spuntar dall'Oceano la luce della dimane.
Tale nel giardino di ricco signore si leva tra gli altri il fior di giacinto. Ma troppo tu indugi. Il giorno se ne va. Esci, o sposa novella.
Esci, o nuova sposa, se ti par ora; e ascolta le nostre parole. Vedi? le faci agitano le chiome d'oro. Esci, sposa novella.
Non sarà mai che l'uom tuo pieghi a tristi amori di adultera, e in cerca di vergognosi piaceri voglia colcarsi lontano dalle tue tenere mammelle;
chè anzi, come lenta allacciasi la vite agli alberi vicini, così egli si allaccerà nel tuo abbracciamento. Ma il giorno se ne va: esci, o sposa novella.
Alla porta i cinque fanciulli pretestati scuotono le cinque faci di spino (rimembranze della primitiva povertà agreste), accese a Giove, a Giunone, a Venere, a Diana Lucina, alla Persuasione. Ed ecco dal fondo bianco dell'atrio rosseggia il velo della sposa.
Alzate, o fanciulli, le fiaccole. Io veggo il flammeo apparire. Andate, cantate in cadenza: o Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.
I pretestati si muovono con in mezzo la sposa; innanzi, l'impubere, il Camillo, che reca in un vaso coperto gli utensili muliebri; dietro un altro fanciullo con la conocchia avvolta di stame ed il fuso: di poi, la lunga schiera dei parenti. Cosí sotto il favore di Giunone _Domiduca_ va la processione nuziale alla casa del marito. E i fanciulli e le fanciulle e i clienti invocano Talassio e Imeneo, e al suono delle doppie tibie il popolo e i servi cantano i fescennini.
I lettori sanno che fossero i fescennini: canti, la cui origine e l'uso era, dicesi, dall'etrusca Fescennia, improvvisati, senza piú rispetto al ritmo e al metro che al pudore. Imaginin dunque i motti, le allusioni, le licenze, le facezie sboccate che dovean correre in tali occasioni tra la folla degli scapati, i quali si divertivano all'impaccio della sposa. E pure il fescennino durò fino agli ultimi tempi dell'impero, nelle nozze dei Cesari cristiani e fin del barbaro patrizio Ricimero. E il poeta della _Gerusalemme_ e quel dell'_Adone_ dedussero nelle loro poesie per nozze di principi cattolici piú dai fescennini di Claudiano e di Ausonio che dai carmi di Catullo. Noi, con tutto il rispetto alla sincerità romana, che volle serbare non che nelle solennità dei trionfi ma nelle feste della famiglia i segni dell'antica rozzezza o realità della vita, passeremo oltre sui fescennini, pur se ricantati da Catullo; e aspetteremo la sposa alla casa maritale su la soglia, che ella non deve toccare co' piedi, ma oltrepassare, sollevata a braccia dai pronubi.
Eccoti la casa ricca e beata dell'uom tuo, che sarà tua sempre ...
Sino alla canuta vecchiaia che movendo il tremolo capo par che dica a tutti di sí ...
Porta con buon augurio que' piedini d'oro oltre la soglia ed entra per la nitida porta. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.
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Il poeta, trasvolando su i riti minori che la sposa entrata nella nuova dimora aveva da compiere, le mostra lo sposo seduto al convivio.
Vedi là dentro, nella sala del convito, l'uom tuo, che dal letto di porpora tende a te le braccia impaziente.
A lui non meno che a te arde nell'intimo petto la fiamma d'amore, ma a lui più profonda. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.
Il poeta e il corteggio passano in fretta dinanzi al convito, e s'avviano al talamo. Un de' pretestati va innanzi con la fiaccola di corniolo: un altro tiene la sposa pe 'l braccio o al braccio. Da lui la ricevono le pronube, matrone d'un solo marito, e l'allogano nel letto covertato di porpora. Dopo di che, i parenti e gli amici strappano e portano via la face di corniolo, che rimanendo nella camera o riposta dagli sposi sarebbe augurio di morte. A questo punto entra il marito; e la poesia, in su la sdrucciolo, si rialza nelle imagini della bellezza di quelle due giovinezze e della prossima maternità.
Lascia, o pretestato, il bel rotondo braccio della fanciulla: si appressi ella oramai al letto del marito........
E voi, oneste matrone e rispettate dai vostri vecchi, collocate la fanciulla nel letto. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.
Adesso puoi venire, o marito: la moglie ti è nel letto, brillante nel viso fiorito come bianca partenice o papavero rosso.
Ma anche tu marito (cosí mi assistan gli dèi) sei bello non meno, né Venere ti ha trascurato. Ma il giorno se ne va: affréttati, non t'indugiare.
Non tardasti troppo: éccoti. La buona Venere ti sia propizia, poi che ti pigli in palese il piacer tuo e non celi il legittimo amore.
.. . E in breve date figliuoli. Un cosí antico nome non sta bene senza figliuoli, ma bisogna che sempre si rinnovelli.
Voglio che un Torquatino, porgendo dal grembo della madre sua le tenere manine, rida dolcemente al padre col socchiuso labbruccio.
Somigli tutto a suo padre Manlio, e lo raffigurino anche quelli che non lo sanno; e gli si legga in viso la pudicizia della madre.....
Chiudete i battenti, o vergini: cantammo assai. Ma voi, nobili sposi, vivete felici, ed esercitate nell'amore la valida gioventú.
Cosí finisce questo carme, antico di quasi duemila anni. Nel quale--traduco da un vecchio erudito francese di buon gusto, il Naudet--quanto è il movimento e la vita e la energia imitativa!
E come bisogna innanzi tutto ammirare la semplicità dei mezzi onde il poeta produce tanti effetti pittoreschi! Egli direbbesi che prenda la lira come uno dei cantori omerici, le cui armonie rallegravano le feste e i banchetti degli eroi. Canta, e tutte le vicende del rito nuziale ci passano una dopo l'altra davanti gli occhi. La grazia, la forza, la maestà, la magnificenza, la gioia, la passione, il sentimento religioso variano a volta a volta le sue imagini; e tale è la illusione di quella poesia, che ancora crediamo udire le acclamazioni d'imene e vedere gli attori della festa. Piú che descrizione e pittura è uno spettacolo animato.[105]
E come, aggiungiamo noi, dinanzi a questa poesia della vita appaiono fredde, solitarie, quasi egoistiche, le gioie descritte nella sua ode dall'autore del _Giorno_ e le moralità verseggiate nella sua canzone dal poeta di _Bruto minore_! E vien fatto di pensare: Come dové esser meschina la età che ispirò le _Nozze_ del Parini! e come infelice la generazione che produsse la canzone del Leopardi!
ADOLESCENZA E GIOVENTÚ POETICA
DI UGO FOSCOLO
Nella _Domenica letteraria_ del 2 luglio 1882 recensione che non fu continuata delle _Poesie_ di UGO FOSCOLO _edizione critica per cura di_ GIUSEPPE CHIARINI.
Livorno, Vigo, 1881: 16º con ritratto e facsimile.
ADOLESCENZA E GIOVENTÚ POETICA
DEL FOSCOLO
I.
In questa edizione le poesie del Foscolo, liriche e satiriche, originali e tradotte, edite e inedite, con varianti e illustrazioni d'ogni maniera, tengono 485 pagine; e sono distribuite in quattro parti: 1) pubblicate da esso l'autore, 2) frammenti del carme alle Grazie, 3) postume e traduzioni, da quella in fuori dell'Iliade, 4) giovanili. Sta innanzi in CCXXVI pagine la prefazione del Chiarini, che dà di esse poesie la storia interna ed esterna e molte notizie e induzioni e questioni su gli amori su i lavori e in generale su la vita del Foscolo.
II.
Facciamoci dai versi giovanili, o, meglio, dell'adolescenza; dai versi, dico, che il Foscolo compose in Venezia dai quattordici ai diciannove anni, tra il 1792 e il '97, e che hanno per termini il _Tieste_ e l'oda _Bonaparte liberatore_. Non pregi veri o contrastati che abbiano, ma ci sedurrà a fermarci attorno ad essi certa curiosità degli indizi di quel tempo e delle alluvioni e fecondazioni che si successero in quel singolare spirito giovinetto.
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Monumenti e notizie dei primi saggi poetici del Foscolo sono nel manoscritto ch'ei mandò il 1794 a Costantino Naranzi e fu impresso il 1831 in Lugano coll'ambizioso titolo di _Poesie inedite_, nelle lettere a Gaetano Fornarini di Brescia dal dicembre del '94 all'agosto del '95, in un _Piano di studi_ e indice di scritti concepiti o finiti o abbozzati sino all'anno 1796 lasciato a Tommaso Olivi da Chioggia e pubblicato il 1881 in Bologna dal sig. Leo Benvenuti, nel _Mercurio d'Italia_ e nell'_Anno poetico_ di Venezia del 1796 e 97, e in pochi fascicoli stampati in quegli anni o di poi per occasioni: documenti tutti che il Chiarini con ogni diligenza raccolse, raffrontò, esaminò o anche riprodusse nel volume.[106]
Il Foscolo dunque fu verseggiatore precoce. Tradusse molto: tutto Anacreonte, due odi di Saffo, un'ode di Pindaro, e pezzi di Teocrito, e da Orazio parecchie odi, ed elegie di Catullo e di Tibullo e Properzio; di latini moderni, dal Pontano; di stranieri, il libro terzo del Paradiso perduto, e idilli di Gessner, e canzonette inglesi, francesi, tedesche, tutto dal francese; fino una canzoncina di Thesdeher (?) _anacreontico turco_, del quale piú altre poesie affermava conoscere voltate in greco volgare. Tredici anni dopo, da Pavia, professore, scriveva: «Si canta canzoni greche, in canto fermo, a modo degli Albanesi, e ieri quelle arie, tra il barbaro e il passionato, esilararono la penosa anima mia.»[107] Forse il zacintio aveva dai primi anni ritenuto nella memoria di que' distici cosí amorosamente greci cantati ancora per le isole Jonie; come, a esempio, questi tre tutti Teocrito:
Quando il gelsomino fiorisce, le sue ciocche se ne ornano; E quando la giovinetta s'abbiglia, i giovani escono di sé. Papavero folto, folto, gentile, Prestami i fior tuoi e'l tuo rossore, Ch 'i' mi vesta, m'abbigli, nel lido scenda E strugga d'amore.
Stilla il tuo tetto a correnti a correnti amarezza, E io assetato la beo per il dolce amor tuo.[108]
Altrettanta, se non larghezza, varietà o divagazione di contatti, e, se mi sia permessa l'espressione, d'attingiture e intingiture, è attestata anche dal _piano di studi_, ove si abbracciano o fanno alle braccia i nomi di Omero e d'Ossian, del Tasso e di Milton, di Sofocle e di Shakespeare, dell'Ariosto e di Rousseau, di Swift e di Cervantes, di Teocrito e di Gessner, delle Georgiche e de' Piaceri dell'immaginazione, di Saffo e delle lettere d'Eloisa imitate da Pope, d'Orazio del Guidi e di Gray, del Frugoni e di Haller, del Savioli e di Whaller, di Richardson, di Arnaud e di Goethe. E tutte queste letture e versioni e imitazioni, se non potevano per una parte conferire di molto alla pronta e retta educazione del giudizio estetico, dovevano per un'altra promuovere il rapido svolgimento di quel senso d'una vita piú larga e piú mossa in una realtà passionata, che, pur con l'espressione enfatica e asmatica e torbida, distingue subito i poeti e gli scrittori in generale della fine del secolo dagli arcadi e dagli imitatori dei cinquecentisti nel principio o nella metà prima.
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Del proprio il Foscolo giovinetto compose _molte anacreontiche_ su l'innanzi del Vittorelli e del Bertòla, tredici odi _savioliane_--cosí egli--, molte odi oraziane, cioè a mo' di Labindo, e idillii gessneriani a strofette fra rolliane e frugoniane a mo' pur del Bertòla; i quali modi tutti erano la moda poetica dell'Arcadia trasmutantesi al filosofismo sentimentale. E con ciò scriveva anche un'ode mosaica e parodie (poveretto!) delle odi pindariche. Ma piú dovea tenersi di certe odi che accennava al Fornasini fin dal 19 agosto '95 e indicava e registrava nell'indice del '96. Non oraziane o fantoniane, non savioliane, non pindariche, non mosaiche; ma del _conio dell'autore_--cosí egli.--Dovevano andar raccolte in un solo libretto col motto _Vitam impendere rero_. Dovevano esser dodici, ma tra le finite nel '95 e le composte o da comporsi nel '96 e nel 97 io ne conterei diciassette. Vero è che alcune le avea rifiutate, e di tutte sentenziava nell'indice, «_esigono la lima di molti mesi._» Di piú, per quelle già composte nel '95, «L'inquisizione--egli scriveva al Fornasini--si mostra severa; a primo leggerle sembrò sia stata presa da un accesso di febbre.» Eccone gli argomenti e i titoli: nel '95, _A Dante_, _La verità_, _Il sacrificio_ o _L'olocausto_ (allo Scevola: per nuova messa), _La campagna_ (al Bertòla), _In morte del duca G. C._, _L'ingordigia_ o _L'avarizia_, _L'incontentabilità_, _I destini_, _Ai regnanti_ (qui--notava il poeta--l'inquisitore fa foco), _L'adulazione_ (al Parini), _All'Italia_: nel '96, _I Grandi_, _A mia madre_, _La musica_ (all'Ansani), _Robespierre_ (ne fece poi in cambio una cantica), _Il mio tempo_. E a questa serie si lega l'ode _Ai novelli repubblicani_ composta e pubblicata nel 97. Il Chiarini ritrovò e ha pubblicato le intitolate _A Dante_, _La verità_, _La campagna_, _In morte del duca G. C._, _Ai novelli repubblicani_.
_La campagna_ è dei soliti pasticcetti gessnero-bertoliani. Quella su la morte del duca spira furori biblici contro gli empi. Nelle altre si sente la lettura del Parini, dell'Alfieri, del Mazza, ma senza rimembranze; e certe imagini profetali e certe forme quasi dantesche e piú le imitazioni di Young e di Ossian sono in viscida mescolanza impastate con la fraseologia filosofica sentimentale e democratica di quella età. Singolari per audacia di grottesco certi impeti e certe mosse. Al Bettinelli, cui piú tardi mandandogli i Sepolcri dovea salutare _padre e maestro_, nell'ode a Dante augura questo:
Pera!... La lingua succida (sic) Costui nutra nel sangue, E per delfici lauri Gli accerchi invece un angue, Sanie stillante infesta, L'abominevol testa.
La _Verità_ principia cosí:
Sino al trono di Dio Lanciò mio cor gli accenti Che in murmure tremendo Rispondono i torrenti, E dalla ferrea calma Delle notti profonde Palma battendo a palma Ogni morto risponde.
Nel _Mio tempo_:
Vien meco, o Elettra, a piangere Il soqquadrato mondo, Ch'ode gli eterei fulmini E corre furibondo A trar suoi giorni eterni Nei spalancati Averni.
_Ai novelli repubblicani_, con rimembranze delle tragedie scritte dall'Alfieri e delle tragedie fatte dalla rivoluzione diceva:
Questo che io serbo in sen sacro pugnale Io l'alzo, e grido all'universo intero: Fia del mio sangue un dí tepido e nero Ove allontani le santissim'ale Dal patrio cielo Libertà feroce. Già valica mia voce D'Adria le timid'onde, E la odono eccheggiando Le marsigliesi sponde.....
A l'armi! Enteo furor in voi discende, Che i spirti ingombra e l'alme erge ed avvampa; E accesa in ciel di ragïon la lampa, Vi toglie agli occhi le ingannevol bende: Che ragïon figlia di Dio v'invita A vera morte e addita I rei petti esecrandi Ove, _Piantate_, grida, _Infin a l'elsa i brandi_.
Delle _odi libere_, cioè delle canzoni a strofi sciolte sul modello del Guidi, altra forma lirica agli esercizi del giovinetto, una sola rimane, ben conosciuta, il _Bonaparte liberatore_ (1797); ove la rigidezza alfieriana si scioglie e distende sotto i tepori del Monti, e spuntano e si affacciano o si accusano le prime forme veramente foscoliane.
Anche sonetti, naturalmente, compose: non so quanti per monache, quattro per la morte del padre: un de'quali a stampa, e negli ultimi versi risuona il pianto come si faceva una volta intorno a'morti:
spirata l'alma, Cessò il silenzio; e alle strida amorose La notturna gemea terribil calma.
Il Chiarini riprodusse quello su la neutralità di Venezia, di valore storico, e anche non senza qualche efficacia di rappresentazione.
O di mille tiranni, a cui rapina Riga il soglio di sangue, imbelle terra! 'Ve mentre civil fame ulula ed erra, Siede negra politica reina;
Dimmi che mai ti val se a te vicina Compra e vil pace dorme, e se ignea guerra A te non mai le molli trecce afferra Onde crollarti in nobile ruina?
Già striscia il popol tuo scarno e fremente E strappa bestemmiando ad altri i panni, Mentre gli strappa i suoi man piú potente.
Ma verrà giorno, e gallico lo affretta Sublime esempio, ch'ei de' suoi tiranni Farà col loro scettro alta vendetta.
E io credo si debba riportare e riallogare in questo primo periodo il sonetto che incomincia _Quando la terra è d'ombre ricoverta_, dal quale, come ben parve al Chiarini, il Foscolo poeta poi da vero rifece nel 1800 il bellissimo _Cosí gl'interi giorni_ ecc.
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--_Laura, canti in terzine e in isciolti_--è nell'indice del '96 la intitolazione generale d'una serie di poesie, d'argomento, come chi dicesse intimo o soggettivo, meditazioni o elegie: in terzine _L'aurora_, _La notte_, _Le rimembranze_, _Le ore_: in isciolti, _Il tempietto_, _Amore_, _I deliri_. Non rimangono che _Le rimembranze_, alle quali si può accompagnare la elegia pure in terza rima per morte di Amaritte, pubblicata in una raccolta del '96: da questa apprendiamo che il poeta piangeva da un anno la mortagli amica, giovinetta bionda con occhi azzurri. Il piú volte citato indice fra altre prose registra _Lettere ad una fanciulla_, e anche _Laura--lettere_; nell'Ortis è la storia di Lauretta; e forse in quell'amore e in quel dolore di adolescente convien ricercare il primo elemento del romanzo, del quale, ricordiamolo, la scena per la prima parte è posta nei colli euganei. Il Chiarini ne ha indovinato, parmi, qualcosa (pag. XXX della prefazione); egli, spero, non intralascerà gli studi sul Foscolo, e vorrà procurare un'edizione critica dell'Ortis con raffronti e richiami alla edizione bolognese lasciata a mezzo e poi rifiutata: allora vedrà se in quel romanzo, come a me pare, si possa distinguere o scernere due o tre elementi diversi, due o tre diversi momenti di concezione e di elaborazione. Torniamo ai canti elegiaci. Di quelli in isciolti già enumerati nell'indice non se ne sa nulla; ma resta inedito uno composto del '95 in morte del padre, e fu stampato nel '97 un canto _al sole_.
In tutte coteste o meditazioni o elegie o poesie intime, sciolte e rimate, che sopravanzano, spasseggia assai vistosamente la gufaggine sepolcrale di Young.
Nell'elegia per Amaritte:
Triste è cosí de'morti la campagna Allor che Young fra l'ombre della notte Sul fato di Narcisa egro si lagna;
E al suon di sue querele alte interrotte Silenzio oscurità s'alzan turbati Dal ferreo sonno di lor ampie grotte.
E nelle Rimembranze:
Era l'istante che su squallid'urne Scapigliata la misera Eloisa Invocava le afflitte ombre notturne,
E sul libro del duolo n'stava incisa Eternitade e morte a lamentarsi Veniva Young sul corpo di Narcisa.
Peggio negli sciolti al sole:
Dal fondo D'una caverna i fremiti e la guerra Degli elementi udii. Morte su l'antro Mi s'affacciò gigante; ed io la vidi Ritta: crollò la testa e di natura L'esterminio additommi.
Truffaldinata che ha l'antecedente nell'_Entusiasmo malinconico_ del Monti. Nelle _Ricordanze_, fra ripetizioni e ripercussioni dantesche e versi di taglio alfieriano, c'è anche qualche tratto di quel misticismo sensuale di origini miste anglo-tedesche, che riscalducciò poi per tanti anni il romanticismo inferiore.
E mi stringea le man:--tutto fuggío Della notte l'orrore, e radïante Io vidi in cielo a contemplarci Iddio.
E petto unito a petto palpitante, E sospiro a sospir, e viso a viso, La bocca le baciai tutto tremante.
E quant'io vidi allor sembrommi un riso Dell'universo, e le candide porte Disserrarsi vid'io del paradiso.
Deh! a che non venne, e l'invocai, la morte?
Ma negli sciolti _al sole_ si annunzia qua e là il Foscolo futuro. La derivazione e anche un po' la intonazione è dall'apostrofe alla luna nella Dartula ossianesca; se non che il sentimento vero del poeta ben presto penetra l'imitazione e la trasforma.
Te, o Sol, riprega la natura, e il tuo Di pianto asciugator raggio saluta, E tu la accendi; e si rallegra e nuovi Promette frutti e fior. Tutto si cangia, Tutto père quaggiú! ma tu giammai, Eterna lampa, non ti cangi? mai? Pur verrà dí che nell'antiquo vòto Cadrai del nulla, allor che Dio suo sguardo Ritirerà da te: non piú le nubi Corteggeranno a sera i tuoi cadenti Raggi nell'Oceàno; e non piú l'Alba, Cinta di un raggio tuo, verrà sull'orto Ad annunziar che sorgi. Intanto godi Di tua carriera. Oimè! ch'io sol non godo De' miei giovani giorni; io sol rimiro Gloria e piacere, ma lugúbri e muti Sono per me, che dolorosa ho l'alma.
Quel _corteggiar delle nubi_ lo riprese poi in uno de' sonetti piú veramente belli,
O sera! E quando ti corteggian liete Le nubi estive e i zefiri sereni:
ed è delle non poche novità da lui portate nella lingua poetica.
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Prima de' diciannove anni il Foscolo faceva e volea fare pur troppo anche de' poemi e delle cantiche; uno per esempio, che descrivesse _la storia del cristianesimo_ nientedimeno che _dal principio alla fine del mondo_; e il _Genio_, in tre canti di versi sciolti (Canto primo, Il Genio universale: Canto secondo, Il Genio nelle scienze: Canto terzo, Il Genio nelle arti); e _Il Piacere_, canti tre in terza rima; e súbito dopo _Il Robespierre_, o, come scriveva egli, _Il Roberspiere_, canti tre pure in terza rima. Per fortuna, di cotesti poemi non ci resta nulla; se non l'occasione a notare come di simili trattazioni didascaliche e filosofiche l'esempio venisse dalla poesia inglese d'allora e avesse anche sedotto in età piú matura e già padrone dello stile quell'altro greco ingegno di Andrea Chénier: le cantiche poi dovevano essere d'ispirazione montiana. Lo fan supporre due poemetti che, fuori dei registrati nell'indice, furono stampati: _La Croce_, canto in terza rima pubblicato del '96 per monaca, e _La Giustizia e la Pietà_, canti due in versi sciolti con un coro rimato, pubblicati del '97 per S. E. Angelo Memmo che lasciava la reggenza di Chioggia.
_La Croce_ mostra anche montiano del tutto l'impasto dello stile e l'andare della verseggiatura: ci sono terzine ormate evidentemente su altre del _Pellegrino apostolico_, qualcheduna non però senza grazia:
Tremante allor, con luci timorose, Si strinse alla sua duce la donzella E nel suo petto il volto si nascose.
Poi l'alzava qual dopo la procella Pian pian tragge dal nido il capo, e guata, L'impaurita ingenua colombella.
Nei canti pe 'l Memmo è notevole, almeno come ricordo del luogo natale, la lode dell'aver represso il brigantaggio in Zante:
. . . . . Di trofei recinto Te Corcira adorò; d'Itaca i solchi Al tuo apparire germinàro, offrendo A te raro tributo; e Cefalene Ancor ne serba la memoria dolce. Ma Pietà tacque, e tonasti vendetta, Decretata già in ciel: quando alle ricche Zacintie spiagge tu lanciasti un guardo, Tremàro. Ahi come abbandonate e sole Stavan sui freddi talami le meste Consorti cinte dai piangenti figli! Ahi come il sangue uman sparso dall'uomo Scorreva a rivi! Ahi come in man del ladro Era la lance di giustizia, e come Tutto era notte, tempesta, spavento! Ma tu sorgesti, e il lutto sparve ancora. Al Memmio nome l'omicida infame Getta il pugnale, ed all'aratro torna, Onde sien carchi di Britannia i pini Del dolce frutto di Zacinto onore.
Ma fra altre lodi molte c'è uno sfiatatoio allo spirito democratico: