Conversazioni critiche

Part 15

Chapter 153,708 wordsPublic domain

Il Parini aveva dato questa canzonetta al Passeroni una sera: la mattina di poi gli scrisse: «Stracciate di grazia la copia della canzone che vi diedi iersera, e sostituite la presente.» Il Passeroni--nota il Salveraglio, al quale dobbiamo anche questa notizia--accolse la nuova lezione, ma non distrusse l'altra; che fu publicata da esso Salveraglio[98]. È pur sempre curioso per gli uomini di gusto, se anche in questa ignobile trascuranza dell'arte della parola non serva piú a nulla, il notare con quanta insistenza, e in quante guise e con quanti assalti diversi, poeti e artisti quali il Petrarca, l'Ariosto, il Tasso, e, dopo loro, l'Alfieri, il Parini, il Foscolo, tornassero e ritornassero su i loro versi, e come da monchi informi brutti pesanti li rendessero un po' per volta intieri agili raggianti volanti. Tant'è vero che nella poesia--s'intende, d'arte individuale--, dopo la barbarie scolastica del medio evo, la percezione del vero e la concezione del fantastico non fu né spontanea né facile né sincera. A noi moderni poi, dopo l'oscurazione dell'ingegno italiano nell'abiettamento degli ultimi tre secoli, bisogna con la profonda meditazione e con la perseverante osservazione levar via le scaglie agli occhi dell'anima contemplante, e gli sbozzi dei fantasmi ci bisogna con la paziente industria dell'arte rassettarli dalle storture e rinettarli dalla scoria che han dovuto pigliare passando per i canali del nostro sentimento, nei quali permeò con l'atavismo la falsità di tante generazioni. Non ci aduliamo, cari compatrioti e coetanei; noi siamo nati brutti, bugiardi e infelici. E l'_ispirazione_ è una delle tante ciarlatanerie che siamo costretti ad ammettere o subire per abitudine.

La prima strofe dunque nella prima redazione diceva cosí:

È pur dolce in su i prim'anni De la calda giovinezza Lo sposare una bellezza, Onde Amor già ne ferí. In quel dí gli antichi affanni Ci ritornano al pensiere: Ed accrescesi il godere Da la doglia che finí.

Inutile avvertire quanto non pur d'agilità e d'eleganza ma di verità nell'espressione abbiano acquistato dall'emendamento gli ultimi due versi: _doglia_ in quella posizione e con quell'accompagnamento era senz'altro un'improprietà: vano e contraddittorio in termini _accrescesi il godere da la doglia_: increscioso per lo meno l'aggiunto di _antichi_ agli affanni d'un amore oramai beato. Nei versi secondo e terzo quella _giovinezza_ e quella _bellezza_ erano coi loro doppi zeta due veri macigni; ed era proprio una smanceria d'astratto spropositato, da arcade di terzo o quarto grado, lo _sposare una bellezza onde amor già ne ferí_.

Della seconda strofe i primi quattro versi non ebbero mutamenti: s'intende: contengono non una rappresentazione ma una osservazione còlta e resa con sentimento istantaneo. I quattro versi di poi sonavano da prima cosí:

Quando riede a la mattina Con la luce avventurosa; Il bel volto de la sposa Si comincia a contemplar.

Tiriamo via su la convenzionale ridondanza del _sole che riede a la mattina con la luce avventurosa_, ma quel _contemplar_!

Anche della terza il primo periodo restò immutato: il secondo diceva,

E, contrario al suo costume, Il bel crine andar negletto A velarle il giovin petto Ch'or discende or alto sal.

Inutile notare la pesantezza, la sgarbatezza, forse la scorrettezza di quel _contrario al suo costume_: inutile notare quanto di verità e determinatezza abbia acquistato la rappresentazione dallo _scorrer libero e negletto_: ma forse che _a velarle_ per la unità dell'impressione era meglio che _e velarle_.

Nella quarta _un limpido madore_ era _sparso_, assai men bene dello _splender_. Ma il verso quinto e il sesto dicevano,

Come rose al guardo ignote, Ove appar minuta e rada La freschissima rugiada, ecc.

dove io, passando sopra quell'_al guardo ignote_, mi fermerei volentieri a vagheggiare _Ore appar minuta e rada_: mi sembra piú vera la raffigurazione, piú logica la correlazione di tempo, che fu guasta dalla correzione; nella quale il _cada_ e il _distillò_ si urtano fra loro, o, meglio, si allontanano troppo l'uno dall'altro.

La prima lezione della quinta offre un _Riaprire i rai lucenti_ e un _restar pochi momenti_, dei quali non mette conto né anche dir male.

* * * * *

A ogni modo, questa prima parte dell'ode è delle migliori rappresentazioni plastiche dal vero che sia dato ammirare nella lirica pariniana e in generale nella lirica del secolo passato. Ma vien pur fatto di domandarci: una cosí viva e commossa descrizione delle gioie matrimoniali sta ella bene in bocca di un prete, che pur dicea messa, almeno quando n'avea bisogno?

Il Frugoni certa volta, dopo descritti con tante mitologie e sudicerie metaforiche tanti talami, scappò a fare l'ipocrita:

Perché di nozze pingermi Lieta pompa festevole? Non sai che vita celibe Trarre promisi al ciel?

Tu schifosetta e rigida Ma desiosa vergine Mi fai veder, che vassene Sposa a garzon fedel.

Sguardi furtivi e cupidi E sospir caldi narrimi, Ch'esser potrebbon mantice Al sopito desir.

Abbiansi moglie e talamo Que' ch'altra vita seguono; Io di cose a me indebite Non vo' novella udir.[99]

Il Parini almeno, in quel vagheggiamento del matrimonio dal suo stato di celibatario obbligato, è piú sincero e meno impuro. Peggio, per la morale, da vecchio e a letto, misurava e palpeggiava col classico verso le rotondità e le morbidezze delle carni della procuratessa Tron e della contessina di Castelbarco. Ma il Giusti ebbe scrupolo ad accogliere nella sua scelta pariniana _Le nozze_; e certa gente a ogni passo rinfaccia a questo e quello la purità e la severità dell'arte pariniana. O inchiostranti italiani, se non vi scusasse l'ignoranza, sareste pure di gran begli impostori!

* * * * *

Dissi l'altra volta due essere gli amminicoli o gli ingredienti della poesia nuziale arcadica: la lascivia e l'adulazione. Il Parini riuscí a trasmutare i luoghi comuni della lascivia nella viva rappresentazione di legittime gioie; non riuscí a trasmutare, come pur volle, l'adulazione in civile moralità.

All'ode _Le Nozze_ dopo le prime cinque strofe cascano le ale; o, meglio, ella trascina i frasconi per anche tre; una sola bella, questa:

Ma oimè come fugace Se ne va l'età piú fresca, E con lei quel che ne adesca Fior sí tenero e gentil! Come presto a quel che piace L'uso toglie il pregio e il vanto, E dileguasi l'incanto De la voglia giovanil!

Se bene non a tutti gli orecchi arriverà proprissimo quell'_incanto della voglia giovanil_; che anche peggio sonava nella prima lezione, _E dilegua con l'incanto De la voglia giovanil!_ Cotesto ammonimento, del resto, cotesto _alto là_ alla gioventú, a me pare un contrasto non pur morale, ma poetico, di assai effetto. Altro ne pareva a un de' due autori delle _Lettere su la vita e gli scritti_ del Parini, all'avv. Bramieri; delle cui parole mi piace riferire, per una mostra di quanto sia antica abitudine ai critici italiani, o che lodino uno di scriver bene, o che biasimino un'altro di scriver male, lo scrivere sempre pessimamente loro. «Era egli codesto il momento di turbare le delizie dello sposo, di ammorzare il sí dolce entusiasmo e il senso della somma sua felicità, con una riflessione crudele sulla caducità della bellezza, sulla brevità della gioventú e sui tristi effetti della abitudine? Sia pur vero che il poeta non debba giammai perdere di vista l'utile morale, e certo il rimprovero di averlo obbliato non si potrà mai fare al nostro: ma assai di morale istruzione e piú propria all'istante poteva egli dal suo soggetto ricavare, parlando della sobrietà necessaria e vantaggiosa ne' piaceri, del bisogno, che questi hanno, del magico velo del pudore ecc., senza avvelenare le gioie d'un giovine innamorato, che sta per fruirne legittimamente, coll'intonargli all'orecchio e in aria di lamento quelle dure verità. Che s'egli ha poi cercato di consolarnelo coll'idea della virtú, onde, come della bellezza, era fregiata senza pari la sposa, ognuno ben vede che sterile consolazione sia codesta, massime per quel tempo in cui l'uomo è tutto dei sensi ed ascolta una sentenza lor sí funesta. O i sensi parlano allora in lui un linguaggio imperiosamente esclusivo, ed è perduta presso di lui la fatica di moralizzare; o non parlan sí forte, e dalla importuna morale gli è avvelenata la fonte dei piaceri che gli amanti illusi credono inesauribile, immanchevole. Oltre di che madonna la virtú, di sembianze sempre poco grate alla giovinezza, arriva cosí inaspettata, che il venir suo non lascia neppur sentire da lei quella consolazione che meglio preparata poteva arrecare.. .. .»[100]

Quanto a questo il Bramieri ha ragione: la Virtú arriva proprio inaspettata: pare che il poeta se la cacci innanzi spingendola per le spalle: Oh va un po' là e prèdica tu, per finirla; ché io dopo la contemplazione di quel _che va e viene_ non so come cavarmela.--Nella prima lezione la prèdica era anche piú predicozzo: diceva,

Giovinetto fortunato, Che vedrai fra i lieti bari Ne la bella Montanari Un tesoro di virtú! La virtú non cangia stato, Ma risplende ognor piú chiara; Senza lei saría discara La piú bella gioventú.

Oh _Piccolo Lemmi_, indimenticabile lettura morale de' miei teneri anni! Il poeta corresse,

Te beato in fra gli amanti Che vedrai fra i lieti lari Un tesor che non ha pari Di bellezza e di virtú! La virtú guida costanti A la tomba i casti amori. Poi che il tempo invola i fiori De la cara gioventú.

E i versi sono di certo e senza paragone migliori: ma, mutati i sonatori o i suoni, l'antifona è la stessa. _E quando non ce n'è, Quare conturbas me?_ E quando non c'è la poesia, cioè l'invenzione il fantasma la passione e il volo il colore e il canto, quando non c'è tutto insieme l'impasto di tutte queste attività e qualità, metteteci quanta morale volete, e la religione per giunta, metteteci la monarchia la democrazia l'anarchia, Dio o il diavolo, l'arcangelo San Michele o Satanasso, quando la poesia non c'è, non c'è materia o contenenza, non ci sono intenzioni o tendenze che la sostituiscano o la scusino o la compensino. Ciò che in questa occasione e in questo argomento il poeta aveva sentito, e col desiderio o il rimpianto d'un celibe cinquantenne aveva idealizzato, erano i godimenti della luna di miele: di cotesto fece vivo e vero ritratto; tutto il resto non è sentito, è accattato, è impiallacciato per mettere una cornice al quadro.

* * * * *

Cinquant'anni, poco piú poco meno, dopo l'ode pariniana, Giacomo Leopardi compose la canzone per le aspettate nozze della sorella Paolina. Che mutamento! La diversità dei tempi e degli uomini, delle ispirazioni e delle aspirazioni, risulta dalla diversità non pur del contenuto ma dell'intonazione e del metro. Non piú metastasiani ottonari, ma endecasillabi alfieriani; non piú strofette danzanti, ma la stanza della canzone togata con lo strascico; non piú musica, ma eloquenza. Piú che poesia, cotesta del Leopardi è una concione col suo bravo esordio in un periodo a tre membri e piú incisi, e col suo bravo episodio storico in fine; episodio che anche è confermazione; confermazione che anche è perorazione o commozione degli affetti, perché è da vero poesia: ritoccato a pena il seno della madre terra classica, storia o poesia greca e romana, il povero Anteo di Recanati rimbalza.

Virginia, a te la molle . . . . . .

ecc. ecc.; perché spero che tutti i lettori italiani abbiano a memoria quelle due stanze.

Ma, tornando alla canzone intiera, che gravità, che contegno! Par di ritrovarsi con un gruppo di _carbonari_ come va. Che grandi bianche cravatte! che baveri! che cappelli! che ciuffi, e che moschettoni! Ed ecco, tra le classiche reminiscenze di Orazio (Virtú viva sprezziam ecc.) e di Anacreonte (_al dolce raggio Delle pupille vostre il ferro e il foco Domar fu dato_), tra i fremiti convulsi del dialogismo alfieriano (_o miseri o codardi Figliuoli avrai. Miseri eleggi ecc._), tra le severe armonie della piú peregrina della piú diamantina della piú finamente martellata elocuzione poetica che da gran pezzo avesse udito l'Italia, ecco svolazzare al vento sul dirupo una punta della fusciacca nera di Manfredo e di lord Byron:

...D'amor digiuna Siede l'alma di quello a cui nel petto Non si rallegra il cor quando a tenzone Scendono i venti, e quando nembi aduna L'olimpo, e fiede le montagne il rombo Della procella.

Nel 1827 o 28 non si può fare a meno d'un po' di romanticismo, anche essendo Giacomo Leopardi. E, pur sedendo al banchetto nuziale, bisogna far giuramento di salvare la patria, e,--pst, pst, chiudete bene le porte--di ammazzare il tiranno. Va bene, e ci sto anch'io, nobili padri! Vogliamo cominciare la rivoluzione col coro di _Donna Caritea_? Oh meglio, meglio da vero che vendere l'orvietano di frasi sgrammaticate dai palchi scenici di qualunque specie a un popolo che non vuol piú saper nulla di grandezza e di patria!

Ma, tornando anche una volta alla canzone del Leopardi, tutto cotesto era vero?--È storico.--È bello?--Era utile, opportuno, civile.

* * * * *

La lirica nuziale, ripetizione oggimai vieta di luoghi comuni piú o meno affettuosi od occasionali, è non per tanto delle piú antiche tradizioni del canto popolare della nostra razza; e in Grecia e in Roma, quando la poesia accompagnavasi veramente, ideale emanazione, a tutti quasi gli atti della vita sociale, fu altamente civile e religiosa, senza per questo rimanere obbligata a forme fisse liturgiche o rituali.

I greci ebbero di piú maniere poesie nuziali: _epitalamii_, cantati da cori di fanciulli e fanciulle davanti la camera degli sposi, o la sera al colcarsi o la mattina al levare: _scolii_, canzonette intonate in mezzo al convito da alcuno dei commensali: _imenei_, canti morali di ammonimenti e documenti intorno al matrimonio; e altri, descrittivi della pompa delle nozze; e inni a onore degli sposi.

Di _scolii_ uno ce ne avanza, male attribuito ad Anacreonte, tutto ancor fresco e brioso:

O regina de le dive, Cipride; o Amore, forza de gli uomini; o Imene, custode della vita; voi chiamo con la parola, voi ne' canti onoro, Amore, Imeneo, Cipride. Guarda, o giovine, guarda la novizza: sta' su, ché non ti sfugga la caccia della pernice.

Stratocle diletto di Citerea, Stratocle marito di Mirilla, mira la cara moglie, adorna, fiorente, splendida. La rosa è regina dei fiori, rosa tra le fanciulle Mirilla. Il sole t'illumini il talamo: ti cresca nel giardino un cipresso.[101]

Degli epitalamii propriamente cantati non ne avanza. Teocrito, o chi altri nell'età alessandrina, rifece l'epitalamio di Elena; e, o che parte lo deducesse dalle antiche epopee o che parte vi raccogliesse degli spiriti dalla vita ancor poetica del popolo, fe' cosa, pur negli atteggiamenti studiati dall'arte, graziosamente ingenua. Sono dodici fanciulle di Sparta, che, col giacinto alle chiome, in casa il biondo Menelao, intrecciano carole cantando Imeneo dinanzi al talamo di fresco dipinto della Tindaride e del piú giovine Atride. Le fanciulle cominciano giovanilmente scherzose. (Riferisco dalla versione del Salvini, che, dove non falla per difetto del testo seguíto, è delle men peggio).--Dovevi--dicono allo sposo--

. . . . . dovevi tu per tempo. Tu che mestier n'avevi, andare a letto, E lasciar poi che colle sue compagne Presso alla cara madre in festa e in giuoco Si stésse la figliuola infino a giorno; Poi che ce n'era ancor por la dimane Della tua sposa, e ancor per anni ed anni.

Noi siamo--seguitano, cambiando tono, le figlie di Sparta--noi siamo, tutte compagne di età, duecentoquaranta fanciulle, femminil gioventú usa a correre, unte la persona a mo' de' maschi, lungo i lavacri del nostro Eurota; ma niuna di noi è, comparata ad Elena, senza taccia. Quale la veneranda aurora spuntando, mostra la bella faccia, o quale la serena primavera allo sparire del verno, tale anche Elena mostrasi aurea fra noi, ben vegnente come biada che sorge ornamento del solco o cipresso nel giardino o cavallo tessalo al cocchio.--E poi ancora, con desioso e casto intrecciamento delle memorie virginee alle condizioni e agli offici di sposa:

Vaga fanciulla, omai tu donna sei, Ed a guardar la casa omai ti tócca. Noi la mattina al corso ed ai giardini Andremo a coglier fiori e a far ghirlande, Molto, o Elena, te membrando; quali Pecorelle di latte, che son prive Della materna desiata poppa.... Godi, sposa, e tu godi, o nobil sposo.... Doni Latona a voi leggiadra prole, Latona di bei figli alma nutrice; Venere a voi, Venere dea conceda Un eguale d'entrambi amor perfetto.... Dormite, l'un nell'altro, o cari sposi, Amore ed amistà spirando in seno. Destatevi al mattin, non ve 'l scordate. Torneremo ancor noi qui domattina, Tosto che sorto il buon cantor del giorno Strepitando alzerà il piumoso collo.[102]

Ma questa riproduzione artistica dell'età epica non può compensare la perdita degli epitalamii di Stesicoro o dei piú molti composti da Saffo, quando nella lirica eolia batteva giovine il cuore ed esultava la fantasia del popolo greco.

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Può essere che da alcuno o da piú degli epitalamii di Saffo ritragga il carme di Catullo per le nozze di Tito Manlio Torquato con Vinia Aurunculeia di nobilissime famiglie romane negli ultimi tempi della repubblica. Imitazioni dal greco certe, almeno di luoghi conosciuti, non pare vi sieno; se bene è vero che abonda di imagini e memorie e forme greche, massime nella prima parte, e greca è la invocazione a Imeneo, dove i romani chiamavan Talassio; ma tutto il carme è anche una perfetta rappresentazione di tutti quasi i riti delle nozze romane. A ogni modo le forme della religione greca sono cosí amicamente conciliate alle romane costumanze, e la vita del momento è còlta cosí in accordo alle relazioni eterne della famiglia e della patria, che quel carme resta ammirabile non solo tra le fantasie pittrici piú graziose e pure che la poesia latina lasciasse, ma fra i piú bei monumenti della classica antichità.

Il rito delle nozze romane, né anche ai dí nostri sparito affatto dagli usi delle popolazioni italiche particolarmente montigiane e isolane, era una poesia per sé stesso, rinnovando in una quasi drammatica raffigurazione le origini e tradizioni epiche della famiglia e del giure gentilizio. Tale rappresentazione Catullo descrive tra da poeta e da sacerdote, ancora _vate_; la descrive in un carme a strofe brevi e animate, di semplice e abile disegno, che è pur esso un piccolo dramma svolgentesi insieme col maggiore in un monologo variato d'inni e di cori.

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La sposa, pettinata fin dal mattino alla foggia delle Vestali con la punta dell'_asta celibare_, ferro già tinto nel sangue, che segnò il solco alla raccolta capigliatura; coronata di maggiorana o di verbene o di altre erbe raccolte di sua mano; velata il capo, la chioma, tutto il viso, nel roseo flammeo; fatta la _confarreazione_, nella quale, alla presenza del pontefice del flamine e di dieci testimoni, dopo il sacrificio, partí con lo sposo il pane del farro sacro; aspetta la sera. Imbrunisce. È l'ora che la sposa deve esser rapita a forza, come già furono le Sabine, dal grembo della madre o della congiunta piú prossima. Le fanciulle consanguinee, compagne, clienti, aspettano nell'atrio, con quella affettuosa e quasi religiosa trepidanza che è delle donne in quei casi.

Il poeta, dinanzi alla casa, circondato dalle persone e dalle decorazioni della festa, invoca il giovine dio greco delle nozze; e chiama il drappello delle fanciulle a ripetere in coro l'inno dell'imeneo, ché il dio del piacere legittimo si renda piú facile alle preghiere di voci pure e di bocche innocenti. Ecco l'invocazione, illuminata dalla imagine della verginale bellezza di Vinia, uscente nel carme come Vespero che sale dai colli romani ad affrettare il momento della partita di lei dalla casa paterna.[103]

O abitatore del colle d'Elicona, figlio di Urania, che trai di forza la tenera vergine al marito, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

cingi le tempie dei fiori della maggiorana dal soave odore, prendi il velo flammeo, vienne lieto, vienne fra noi, calzato il niveo piede nell'aureo socco;

e tratto alla gioia di questo giorno, cantando con argentina voce il canto delle nozze, batti dei pié la terra, scuoti nella mano la teda di pino.

Però che, quale Venere mosse dall'Idalio al giudice frigio, Vinia a Manlio, vergine buona con auspicio buono, si sposa,

ridente come su l'Asio mortella da'ramicelli fioriti, che le Amadriadi nutrono loro delizia con l'umore della rugiada.

Sí che, or via, affréttati a noi, lasciando gli spechi aonii della tespia montagna, cui dall'alto rinfrescando irriga la sorgente Aganippe:

vieni e chiama la novella padrona alla casa c'ha da essere sua, allacciandole l'appassionata anima di amore, come edera che tenace si aggrappa all'albero con erranti viluppi.

E voi insieme, o vergini pure per le quali simil giorno avvicinasi, cantate, or via, in coro: O Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

acciò, sentendosi invitare al suo ministero, piú volentieri egli venga, conducitore della buona Venere, congiugnitore dell'amor buono.

* * * * *

L'inno cominciato con movimento d'entusiasmo va ora seguitando solenne nelle lodi d'Imeneo, in quanto il matrimonio è instituzione non pur domestica ma civile; e canta come le nozze ferme siano principio e fondamento di felicità e di forza agli individui alle famiglie alla patria: canta con quella sobrietà che s'accompagna sí bene al vigore e alla virtù.

Qual dio è piú da invocare agli amanti ansiosi? quale de' celesti gli uomini han piú da venerare? O Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

Te invoca per i suoi il tremulo genitore: per te le vergini sciolgono i seni dalla pura zona: te veniente aspetta inquieto con cupido orecchio lo sposo novello.

Tu nelle mani al fiero garzone consegni la fiorente fanciulla dal grembo della madre, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

Senza te non può Venere pigliarsi piaceri che l'onestà approvi; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Senza te niuna famiglia può avere figliuoli né il padre cingersi di stirpe novella; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Terra senza il tuo culto non potrà dare difensori alle frontiere; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Giovanni Fantoni, fra tanto altre imitazioni che fece, riprodusse anche ammodernato, in un epitalamio per patrizi veneti, questo carme di Catullo, e specialmente l'invocazione ad Imeneo, cosí:

Voi donzellette amabili, A cui trilustre palpita Nel colmo petto il core, E spesso il volto mostra Un mal celato amore;

Perché discenda facile Il dio, sciogliete un cantico; --Dal sacro orror pimpleo, Dalle materne selve Scendi, Imene-Imeneo.

Te d'ogni stirpe chiamano Speme le madri e i tremuli Vecchi con voce fioca, Te il garzoncello imberbe, Te ogni donzella invoca.

O di costumi agli uomini Dolce maestro ed arbitro, Dal sacro orror pimpleo Dalle materne selve Scendi, Imene-Imeneo.

Tu a re sdegnati e ai popoli Pace ridoni e candida Fe' di pensier concordi, Tu in amistade unisci Le famiglie discordi.

E tu soave imperio Stendi dall'austro a borea Dal sacro orror pimpleo, Dalle materne selve Scendi, Imene-Imeneo.

Per te la zona timide L'intatte spose sciolgono A lusinghiero invito, E cedon lagrimando Al cupido marito

Per te fama non temono Casti Cupido e Venere. Dal sacro orror pimpleo, Dalle materne selve Scendi, Imene-Imeneo.

Scendi, dator benefico Di gioia e di dovizia, Protettore fecondo Delle città, dei campi, Animator del mondo.[104]