Conversazioni critiche

Part 14

Chapter 143,601 wordsPublic domain

Una sola città, racconta il Bettinelli, delle men popolate, Ravenna, ebbe una raccolta pubblicata del 1739 con rime di centotrentasei poeti suoi. E a mettere insieme tutte le raccolte stampate per quei cento anni in Imola, Faenza, Forlí, Cesena, Rimini, Ravenna (oltre che in Bologna e Ferrara), ci sarebbe da trovarsi a dosso una biblioteca altro che ordinaria. In quel secolo i romagnoli correvano a far rime come oggi a far comizi.

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La satira del Bettinelli valse non a scemare in Italia il numero delle raccolte, ma a cambiarne un poco le intitolazioni, il metodo, la contenenza, direi quasi la indole.

Così nel '53 ne uscí in Ferrara una intitolata _Gli augurii delle nove muse_ per le nozze del marchese Francesco Calcagnini colla marchesa donna Alessandra Scotti. In una lettera preliminare si riprendeva _l'indocile stemperato appetito di raccolte_; si affermava che _i poeti se ne dicono stanchi, stanchi fino allo stomaco i lettori_; con tutto ciò si trovava _ottimo il pensamento di far raccolte di autori eletti, di argomenti obbligati e di stabilita maniera di versi_. Alla lettera seguono gli augurii delle fatidiche sorelle: fra le altre, Talia, nella persona del conte Camillo Zampieri, autore d'un poema su Tobia, d'una infinità di sonetti frugoniani e di catulliani endecasillabi, augura agli sposi copia di beni e buona economia: Euterpe, per bocca dell'ab. Girolamo Ferri, latinista, quel tanto di sapere che può loro convenire, con molte raccomandazioni d'avere nella debita stima gli uomini dotti ecc. ecc.

Imitazione della raccolta ferrarese paiono _I fasti d'Imeneo nelle nozze degli dèi_ stampati in Bologna dalla tipografia del Sant'Ufficio (chi l'avrebbe detto a San Domenico?) il 28 aprile del '62. Imeneo reca nel consiglio dei numi notizie del gran fatto: degli sponsali cioè del conte Giov. Francesco Aldrovandi Mariscotti senatore bolognese con la marchesa Lucrezia Fontanelli di Reggio. Alla novella balena un degnevol sorriso su 'l terribile sopracciglio di Barba Giove. Gli dèi applaudono e attaccano discorso su le brave persone che uscirono dalle due casate: Minerva parla degli scienziati e de' letterati, Marte de' guerrieri, Febo de' poeti. Le Muse si preparano anch'esse a cogliere e mettere in mostra i piú bei frutti delle due piante amiche al cielo. Quando Giove, stendendo la destra,--Zitti là--dice--meno schiamazzo;--e fa lui una chiacchierata lunghissima, conchiudendo che, per meglio onorare le nozze Aldrovandi e Fontanelli, _alle beate e immortali nozze si paragonino degli dèi e queste in commendazione e quasi in concorrenza di quello si cantino_. E qui sette canti. Ricordo Proteo che nelle strofe di Ludovico Savioli celebra le nozze di Nettuno e Anfitrite, Erato che per bocca di Agostino Paradisi canta quelle di Apollo e di Calliope. Infine Vincenzo Corazza, per Bacco e Arianna, pensò meglio di tradurre un epitalamio dal secondo libro, _Le nozze della Filologia e di Mercurio_, dell'opera su le Arti liberali di Marziano Capella. Cotesto bolognese nella seconda metà del secolo decimottavo propugnò validamente la imitazione dei metri classici nella poesia italiana, e in questa raccolta imitava i versi di Marziano con tali senza rima:

Non cosí tosto l'aurea Nel scintillante ciel luna fia apparsa, Accoppierò le rose a un laccio e i gigli.

Per entro i sacri talami S'aggiungeranno la fanciulla e il dio: Odorate di cinnami le sponde.

Esper la vegga vergine Per poco ancora e intatta: alla prim'alba Fosfor dall'alto ciel vedralla sposa.

Splendidi per opera tipografica e pregevoli per testimonianza d'erudizione, lo stesso anno che _I fasti d'Imeneo_, uscirono in Bologna dai tipi della Volpe _I riti nuziali degli antichi romani_ a festeggiare le nozze di don Giovanni Lambertini e donna Lucrezia Savorgnan: sono dieci capitoli in terza rima--ce ne ha di Vincenzo Corazza, di Camillo Zampieri, di Agostino Paradisi--che percorrono l'argomento per tutte le sue parti, con innanzi una dotta memoria di mons. Floriano Malvezzi (Diomede Egeriaco) e con incisioni e vignette di marmi e oggetti antichi bellissime. Piú tardi (1771) e piú modesto non ostante la superbia del titolo, esce pure in Bologna e dalla oramai profanata stamperia del Sant'Uffizio, _Il coro delle Muse_ a celebrare le nozze del conte e senatore Gius. Dalla Serra Malvasia Gabrielli e della marchesa Eleonora Zambeccari. Le nove sorelle cantano in tutti i metri: Apollo esordisce con endecasillabi sciolti per bocca, meno male, di Ludovico Savioli, e chiude ahimè con un sonetto, per bocca, ahimè ahimè ahimè, del padre Bovi. Molto piú ancora modesti, almen nella forma tipografica del Riccomini, ne si presentano del '72 in Lucca, per nozze Lucchesini e Orsini, gli _Imenei festeggiati in Citera_; e Pindaro canta in sestine ed è.... è un padre Romualdo Baystrocchi Accademico Ricovrato e Dissonante, Tibullo in terzine non mica male è il Cerretti, il Petrarca è Giuliano Cassiani, l'Ariosto è niente meno Cristoforo Boccella.

Piccolina, presuntuosetta, battendo il tacco come un _petit-maître_, esce, un anno innanzi la rivoluzione in Bologna, per le nozze del sen. Giacomo Ottavio Beccadelli con la marchesa Violante Bovio, _La toilette_; e il cavalierino Clementino Vannetti canta in strofette settenarie _Il déshabillé_, e il marchesino Ippolito Pindemonte in strofette savioliane _Lo specchio_, e il poetino Giacomo Vittorelli in strofette pur settenarie _Le forcelle_, e l'abatone Lorenzi in strofette savioliane _La polvere di Cipro_, e la futura professoressa greca Clotilde Tambroni, in strofe idem, _La cuffia e i veli_: meno male!

Ultimi, tra gli splendori del classicismo napoleonico, nel 1812, i Pemeni Filopatridi coi tipi bodoniani di Parma invocavano in terzine magnificamente elaborate gli Dei Consonti a sorridere benefici su le nozze di Alceo Compitano dodecandro con Telesilla Meonia, figliuola di Acrone Meonio poeta massimo: avete capito, credo, che erano le nozze di Giulio Perticari con la Costanza figliuola di Vincenzo Monti.

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Qualche poeta trattò da sé solo argomenti nuziali in una serie di piú composizioni, per lo piú sonetti, che continuando svolgessero per ordine un concetto o una rappresentazione unica.

L'ab. Pellegrino Salandri, quel delle _Litanie della Madonna_ in sonetti, anche ne scrisse cinquanta, per le nozze di Pietro Leopoldo Granduca di Toscana con Luisa Borbone di Spagna; nei quali descrisse e narrò il viaggio della sposa per le diverse città con fermata in Mantova fino ad Innsbruck, e i divertimenti, e il ritorno degli sposi in Italia per Mantova a Firenze, e le glorie e le speranze ecc. ecc. Meglio, per nozze in Mantova della marchesa Teresa Castiglioni, espose in dodici sonetti una _Galleria di donne illustri_; nella quale a una greca o romana fa regolarmente riscontro una _barbara_, Maria d'Austria a Cornelia madre dei Gracchi, Cristina regina di Svezia (non senza meraviglia, penso, di tutt'e due) a Veturia. Meglio ancora, per le stesse nozze, verseggiò in trentacinque sonetti, prima e con piú spirito che i poeti della raccolta bolognese per il Lambertini, _Le nozze secondo i riti degli antichi_: de' quali sonetti alcuni sono, per raffigurazione plastica, belli. Ai nostri vecchi piaceva piú di tutti quello che descrive il sacrifizio:

Questo bosco e quest'ara a te consacro, Santa madre d'Amor, Venere bella: Ecco intorno al pietoso simulacro L'amaraco, la persa e la mortella:

Ecco il sal puro, ecco il lustral lavacro, La candida odorifera facella, E il coltel che, compiuto il rito sacro, La bianca sveni ed innocente agnella.

Or cinta il crine dell'idalie rose Vieni, e del nume tuo spargi l'altare. Bella unitrice de le belle cose;

Ché coppia non vedrai d'alme piú chiare, Se non riede il garzon che in duol ti pose, Se non torni tu stessa a uscir del mare.

Ma per graziosa agilità nelle mosse forse che non gli cede questo, che è la presentazione e la preghiera della sposa al tempio di Giunone:

Cinge il ceruleo manto, il capo infiora, Riveste il breve piè, vela le ciglia Licori; e il piede e il velo a lei colora La diletta a Giunon vaga giunchiglia;

E al tempio della dea, cui Giove onora, Pensosa e taciturna il cammin piglia; E ovunque move, la ridente aurora, Ch'esca dal balzo orïental, somiglia.

Al sacro limitar ferma le piante, E il pio ministro, che per man la prende, La riconforta e guida all'ara avante.

Là le supplici palme al cielo tende, E mostra agli atti e alle parole sante Che di là solo ogni soccorso attende.

E per animata verità storica può anche piacere quest'altro che rappresenta l'entrar della sposa nella casa del marito secondo la costumanza romana:

Chi sei?--Caia son io.--Vieni, e seguace Gaudio in questo ti sia nuovo soggiorno--: Dice il custode, ella risponde, e pace Spira dagli occhi e dal bel viso adorno.

Fregia l'uscio di bende, e con sagace Man l'olio versa a' cardini d'intorno: Pronto è il fanciullo per ghermir la face, Che non rapita le saría di scorno:

Entra, donna immortal, ma deh! che il saggio Virginal piede il limitar non tócchi: Sai qual alto n'avresti un giorno oltraggio.

Ma già in meno che stral d'arco si scocchi Lanciossi entro la soglia, e al suo passaggio I cardini si alzâr, benché non tocchi.[85]

Sonetti nuziali parecchi scrisse il Cesarotti, con la solita pretensione filosofica, e nel fatto declamando con molto barocchismo di lingua e di stile. E pure il Leopardi li ricettò in quella sua Crestomazia, che pare un ospitale di storpi o una sala di pezzi anatomici della poesia italiana. Che sugo c'è, si domanda, a mettere fra le cose utili ad apprendere de'versacci di questo conio?

Era un bosco la terra: ivano a squadre Gli uomini errando e si mescean quai fere: Sceso Imeneo da le celesti sfere La sua possanza ah di qual ben fu madre!

Sacri nomi s'udir di sposo e padre; Ministro di virtú fèssi il piacere; Saggio divenne amor, dolce dovere; Nacquer leggi, cittadi, arti leggiadre.

Fu di famiglia pria quel che fu poi Amor di patria; ché ad amar s'apprese Ne'suoi sé stesso e ne la patria i suoi.

S'eternàr chiari nomi, avite imprese; Virtú scambiârsi, e s'innestaro eroi. Sposa, Imene a tal fin sue faci accese.[86]

Anche l'ex-gesuita Clemente Bondi, quando la rivoluzione ebbe reso alla vita un po'piú di serietà, cantò, diciamo oramai cosí anche noi per tacita convenzione, il matrimonio in dodici sonetti, se non cristiani, come a lui prete saría stato bene, almeno morali. Ecco un saggio:

Coppia gentil, che ai pronubi misteri T'accosti a piè degli invocati altari, Dal sacro laccio a cui la man prepari Sai cosa il cielo e la tua patria speri?

Sposa, da te sensi d'onor severi E custodia ed amor dei casti lari: Da te, signor, che a sostenere impari Di padre e cittadin cure e pensieri:

E d'ambedue, di gentilezza avita E di pietà religïosi esempi, E prole poi, che di virtú nutrita

Del moribondo secolo ristori Gli acerbi danni, e de'futuri tempi I rei costumi ed il destin migliori.[87]

Ah sí, padre Clemente? Bisognava pensarci un po'prima, in scambio di scriver tanti sonetti su la cagnolina d'Amarilli, su Nice salassata, su Nice elettrizzata, su Nice che tira a'pipistrelli, e anacreontiche su la. .. giacché non siamo gesuiti, diciamo diarrea.

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Troppi ne scrisse il Frugoni, e senza mai affettazione di filosofemi o di moralità: a lui piaceva la mitologia decoramentale: ma fra i troppi ne ha di anche piacenti per impasto almeno di colori e di suoni.

Silvia, sovviemmi de la bianca Aurora, Quando fu sposa del marito annoso. Ahi sventurata! che non disse allora Ch'ei se la strinse al vecchio sen rugoso!

Pianse, e di sua crudel lunga dimora Accusò il pigro sol fra l'onde ascoso; E al par del giorno sonnacchiosa ancora Lasciò le ingrate piume e il freddo sposo.

Forse ancor tu di questo orror notturno, Silvia, i silenzi e l'ombre in odio avrai? Ti vedrà sorta il nuovo albor diurno?

Tirsi non è Titon: piú bella assai Tu sei de l'Alba, e l'aureo letto eburno Amor sa quando abbandonar potrai.[88]

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Cotesto è in una raccolta. E le raccolte, massime nella seconda metà del secolo, offrono qualche fiore, e nominatamente de'due lirici estensi, Agostino Paradisi e Luigi Cerretti, inferiori d'assai al Parini e forse anche al Savioli, ma superiori a molti altri del tempo, per certa correttezza di forme non sempre disgiunta da nobiltà e civiltà d'intendimenti.

A Giuseppe Puccianti piacquero del Cerretti per la sua Antologia di poeti moderni i _Fasti d'Imeneo_. E di fatti le prime strofe, compendiate di su l'antico di Catullo, sono graziose.

Bella in siepe frondosa È la fiorita spina Allor che rugiadosa Fuor de l'epa marina L'alba novella uscí: Ma, se gentile innesto Non cangia il tronco duro, Cadon le foglie, e presto Rozzo virgulto oscuro Torna qual era un dí.

Bella in piagge fiorite Di pampinosi colli È la nascente vite. Cura de l'aure molli, Primo de'campi onor: Ma, se a l'olmo il bifolco In accoppiarla è lento, Lei su 'l negletto solco Calca co 'l piè l'armento, L'insulta ogni pastor.

Bella è in chiuso soggiorno Vergin pudica anch'ella; Tutto le ride intorno, Tutto la fa piú bella Ne la sua fresca età: Ma, se Imeneo con presta Man non ne unisce il core, Oltre che inutil resta, Illanguidisce il fiore Di sua gentil beltà[89].

Migliori sarebbero quelle che seguono discorrendo i civili effetti del matrimonio, se troppo non sottostessero al paragone col carme catulliano dal quale derivano.

Con piú novità il Paradisi introdusse Urania a cantare Imeneo principio della società umana:

Ruotino gli astri, il sole Dispensi il giorno da l'eterna sfera. Rinovelli sua prole Ogni germe di fiori in primavera, Rompa fulmineo telo Il ciel di nubi carco, Su 'l tranquillato cielo Iri dipinga l'arco;

L'uomo ognor di natura Fia la maggior, la piú ammirabil opra, L'uom fia la miglior cura Del mio pensier che in meditar s'adopra, L'uom che ne' sensi frali Simile ai bruti ha vita, L'uom che i numi immortali Per la ragione imita.

Io lui nel mondo antico (Memoria orrenda) già selvaggio vidi. Ora il deserto aprico Or le selve assordar d'incólti gridi, Ora i destrieri al corso Vincer co i piè non pigri, Or con l'ugne e co 'l morso Sfidar lioni e tigri.

A i natii boschi tolto Necessitate entro i tuguri il chiuse, Poi crebbe in popol folto E bisogni e voleri insiem confuse. Allor le ghiande e l'erbe Fûr mensa de le fere, Allor città superbe Erser le torri altere.

Conobbe ognun suo gregge, Pose ciascun suoi limiti al terreno; Sentí de l'util legge La indomita licenza il primo freno. La nuzïal facella Piacque a l'amante ardito, E rise la donzella A l'unico marito[90].

Altrove descrisse gli abitatori della selva primitiva, la cui immagine dalla filosofia del Vico e di Gian Giacomo sorrideva spesso alle visioni dei poeti del secolo:

Vago per selve inospite L'uom primo alpestre e duro Non conoscea ricovero

Di tetto e d'abituro, Né spoglia difendevalo Dal vicin sole o da l'acuto gel.

Fra i perigli e il disordine Terribili a mirarsi I crin si rabbuffavano Sovra le ciglia sparsi; Gli occhi di furor lividi Rado trovar sapean la via del ciel.

Quando le stelle inducono Il sonno ai membri lassi, Sotto chiomata rovere Giacea tra fronde e sassi, E nel feral silenzio Ministro de' suoi sogni era il terror.

Se foglia in ramo tremula Mormorava per vento. Còlto da pavor gelido Premea nel petto il mento: Scosso raccapricciavasi, E stringea freddo sangue il tardo cor.

Per l'atra solitudine Tal di sé stesso incerto Se 'n gía con orme pavide Misurando il deserto L'uomo, a le belve símile, Sconoscente a natura, ignoto a sé.

Salve, o fanciullo idalio, Spirator di leggiadre Cure ne l'uomo indocile; Salve, de l'uomo padre. In società raccoglierlo, Se non Amor, qual altro dio poté?[91]

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Anche il Parini, per tornare pur una volta a lui, disseminò per le raccolte nuziali, oltre la canzonetta, altre rime parecchie. Un sonetto meritò di essere tradotto in leggiadro disegno da Andrea Appiani:

Fingi un'ara, o pittor. Viva e festosa Fiamma sopra di lei s'innalzi e strida: E l'un dell'altro degni e sposo e sposa Qui congiungan le palme: e il Genio arrida.

Sorga Imeneo tra loro; e giglio e rosa Cinga loro a le chiome. Amor si assida Su la faretra dove l'arco ei posa; E i bei nomi col dardo all'ara incida.

Due belle madri al fin, colme di pura Gioia, stringansi a gara il petto anelo, Benedicendo lor passata cura.

E non venal cantor sciolga suo zelo A lieti annunci per l'età ventura; E tuoni a manca in testimonio il cielo[92].

È una fantasia archeologica, vaga come un bassorilievo antico; e mostra il gusto plastico del poeta. Tutto nella vita, ma in quella vita senza cuore e senza testa, che finí con la società del Settecento, è invece quest'altro, che pare il séguito di quel del Frugoni:

O tardi alzata dal tuo novo letto Lieta sposa, a lo speglio in van ritorni, E di fiori e di gemme in vano adorni E di candida polve il crin negletto.

La diva che al tuo sposo accende in petto Fervide brame onde bear suoi giorni Vuol che piú volte oggi lo speglio torni A rinnovare il tuo cambiato aspetto.

Ecco a la bella madre Amore addita L'ombra che ad or ad or sul crin ti viene La dissipata polvere seguendo;

E pur contando su le bianche dita E fiso nelle tue luci serene Guarda vezzosamente sorridendo.[93]

Graziosissimo, del resto, salvo il sesto verso, strascinato con quell'_onde bear suoi giorni_.

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Ma nell'ode nuziale del '77 la prima novità che il Parini trovò fu del metro: fra tante migliaia d'impolverati sonetti e di canzoni strascicate e di compassate odi e di ecloghe e di capitoli e di ottave e di sciolti, venir fuori con delle strofette ottonarie andanti, sonanti, inebrianti di famigliare letizia:

È pur dolce in su i begli anni De la calda età novella Lo sposar vaga donzella Che d'amor già ne ferí.

In quel giorno i primi affanni Ci ritornano al pensiero E maggior nasce il piacere Da la pena che fuggí.

Pare il còro della _Sonnambula_.

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La strofe di quattro ottonari a rime barítone e ossítone (piane e tronche), usata prima, credo, dal Rinuccini, risponde meglio alla concitazione patetica ed entusiastica; cosí nell'elegia del Rolli, prima poesia imparata a mente da Goethe fanciullo,

Solitario bosco ombroso, A te viene afflitto cor, Per trovar qualche riposo Fra i silenzi in questo orror,[94]

come nell'epinicio del Monti, tanto caro ai nostri padri,

Bella Italia, amate sponde. Pur vi torno a riveder! Trema in petto e si confonde L'alma oppressa dal piacer.[95]

La strofe doppia o geminata, composta cioè di due strofe di quattro versi collegate fra loro per una rima barítona e una ossítona (piana e tronca) combacianti nel principio e nella fine, si presta meglio al periodo poetico e al periodo armonico, allo svolgimento lirico e al coro. Questa elesse il Parini per la sua ode nuziale, e primo l'aveva usato il Rolli.

Nel partir dal patrio suolo Con amor pur meco viene La memoria del mio bene Che m'è forza abbandonar. A Partenope me 'n volo, Indi solco il mar tirreno; E afferrando il tosco seno Rendo grazie a' dèi del mar.[96]

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E al movimento franco rapido allegro del metro risponde nelle _Nozze_ del Parini la cordiale movenza interna dell'ode e la intonazione spontanea, quasi direi popolare. Non miti né simboli, non archeologia né filosofemi, non allegorie non mitologie non pastorellerie; ma in quattro versi la sera delle nozze, e súbito appresso, con un bell'accorgimento di passaggio, lo svegliarsi degli sposi la dimane della notte nuziale.

«Quante cose e tutte belle--nota a questo punto un degli amici biografi, il Bramieri--potuto avrebbe il poeta collocare fra la terza strofe e la quarta! E al suo pennello delicato e sicuro non sarebbe mancata l'arte del velo modesto; ma la casta sua musa, schiva di quelle dipinture che sono sempre pericolose, si slancia pudicamente d'un facil salto dal cominciar della sera allo spuntar del mattino. Che se vi piaccia di riconoscere in quel salto anche un altro intendimento, quello cioè che corrisponde alla nota apposta dall'autore della Nuova Elvisa alla sua lettera LV della parte I, verrete cosí a confermare vie maggiormente che egli è poeta del cuore per eccellenza.»[97] «O amore,--annotava il Rousseau--s'io rimpiango l'età in cui l'uom ti gusta, non è per l'ora del godimento, è per l'ora che lo segue.»

Quando il sole in mar declina Palpitare il cor si sente: Gran tumulto è ne la mente: Gran desio ne gli occhi appar. Quando sorge la mattina A destar l'aura amorosa Il bel volto de la sposa Si comincia a vagheggiar.

Bel vederla in su le piume Riposarsi al nostro fianco, L'un de' bracci nudo e bianco Distendendo in sul guancial: E il bel crine oltra il costume Scorrer libero e negletto, E velarle il giovin petto Che' va e viene all'onda egual.

Bel veder de le due gote Sul vivissimo colore Splender limpido madore Onde il sonno le spruzzò; Come rose ancora ignote Sovra cui minuta cada La freschissima rugiada Che l'aurora distillò.

Bel vederla all'improvviso I bei lumi aprire al giorno; E cercar lo sposo intorno, Di trovarlo incerta ancor: E poi schiudere il sorriso E le molli parolette Fra le grazie ingenue e schiette De la brama e del pudor.

Dal Poliziano in poi la lirica media non avea prodotto in Italia altro di sí fresco e sí vivo. Incredibile, ma in cotesti versi fin la donna pupattola di Arcadia diventa alla fine sopportabile; nei quali, del resto, anche i piú rigidi settatori della purezza e proprietà del linguaggio poetico de'due grandi secoli poco avrebbero, credo, da apporre e poco da desiderare.

Desiderare forse potrebbero che il poeta avesse lasciato ai soliti cantori di Filli le _grazie ingenue e schiette_, che assomigliano tanto tanto all'_umilissimo devotissimo servitore_ del formulario epistolare. Anche _il giovin petto che va e viene all'onda egual_, potrebbe per avventura osservare alcuno di quei rigidi antiquari, non è mica bello né vero: altra cosa è _egual all'onda_ cosí in generale, e altra cosa è l'ariostesco,

Due poma acerbe e pur d'avorio fatte Vengono e van com'onda al primo margo.

Capisco, era peggio come il poeta aveva scritto da prima.

_Ch'or discende or alto sal._

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