Part 13
Perdonino i liberi e profondi ingegni queste chiacchiere su' metri, troppo lunghe e minute: ma senza conoscere la storia della metrica, poco fin ora o nulla curata in Italia, si potrà benissimo fare molta retorica inspirata e chiamarla poesia o critica, ma non s'intenderà mai Io svolgimento organico e lo spirito della lirica, non si discernerà quello che sia da innovare o modificare e quello che giovi meglio lasciar morire.
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Tornando al Parini e all'_Impostura_, comincia con un'entrata molto franca _in mezzo alle cose_ [1-6].
Venerabile Impostura, Io nel tempio almo a te sacro Vo tenton per l'aria oscura;
E al tuo santo simulacro, Cui gran folla urta di gente, Già mi prostro umilemente.
A proposito: è egli lecito supporre che l'adunanza dei Trasformati, ove il poeta lesse da prima questi versi, fosse una carnevalata, e la sala rappresentasse il Tempio dell'Impostura, e i poeti recitanti o leggenti figurassero da sacerdoti o da devoti e supplichevoli della dea? Saremmo nel costume della poesia academica d'uno o due secoli fa, e l'ode ne acquisterebbe un tanto di vivezza.
La quale ode, dopo l'entratura, si divide in due parti, ha due quasi intonazioni diverse: la prima [7-38] è dell'ipocrisia in universale, la seconda [49-84] è delle ipocrisie particolari: finisce con una chiusa [85-96] forse inutile, certo moralissima, ma un poco strascicata.
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Nella prima parte il poeta invoca e saluta la Impostura, mente e anima del mondo.
Tu degli uomini maestra Sola sei. Qualor tu dètti Ne la comoda palestra I dolcissimi precetti, Tu il discorso volgi amico Al monarca ed al mendíco.
Che disinvoltura! E, pur conservando il solenne movimento trocaico e l'ondeggiamento delle coppie a rime alterne, quanto è già lontana questa intonazione dalla morbida e vuota sonorità delle canzonette! Egli è che non son piú parole; son colpi di pensieri, come colpi di ala.
L'un per via piagato reggi, E fai sí che in gridi strani Sua miseria giganteggi; Onde poi non culti pani A lui frutti la semenza De la flebile eloquenza.
Tu dell'altro a lato al trono Con la Iperbole ti posi; E fra i turbini e fra il tuono De' gran titoli fastosi Le vergogne a lui celate De la nuda umanitate.
Cose nuove per la vecchia lirica italiana. E la elocuzione poetica insorge anch'essa, nella prima delle due strofe, fiera, vigorosa, a tócchi e sbòzzi; e nella seconda la verseggiatura, con quegli sdruccioli nelle cesure e con quelle vocali gravi nelle ultime sedi, par che sbuffi il vento e il bombo dell'ironia plebea verso le nebulose cime delle grandezze sociali. E forse che dalle pareti della sala pendeva, in asburghese solennità carnaloccia, il cesareo regio ritratto di Sua Sacra Maestà Apostolica, la imperatrice e regina di non so quanti paesi e madre di Maria Antonietta. La filosofia, come dicevasi allora, faceva capolino nei metri dell'Arcadia e nell'Accademia dei Trasformati; e i Trasformati, marchesi, canonici, consiglieri aulici e conti, battevano le mani, e non vedevano quali figure seguissero caliginose per l'aria la salutata apparizione.
L'abate intanto, preso l'abbrivio, procede di bene in meglio: dimentico che forse la mattina stessa si è consumato fra le sue dita dinanzi all'altare dell'Uomo-Dio il mistero della transustanziazione (_Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò_), procede e passa all'impostura religiosa; alla impostura, cioè, di altre religioni che non sia la cristiana:
Già con Numa in sul Tarpeo Désti al Tebro i riti santi, Onde l'augure poteo Co'suoi voli e co'suoi canti Soggiogar le altere menti Domatrici delle genti.
Del macedone a te piacque Fare un dio, dinanzi a cui Paventando l'orbe tacque.
A confronto di questi ultimi tre versi il prof. D'Ancona, nella illustrazione che opportunamente ha fatto delle odi pariniane a uso delle scuole,[76] cita quelli del Guidi nella canzone _La Fortuna_:
Allor dinanzi a lui tacque la terra; E fe' l'alto monarca Fede agli uomini allor d'esser celeste, E con eccelse ed ammirabil prove S'aggiunse ai numi e si fe' gloria a Giove:
dei quali, per due belli, tre sono superflui, inutili, vescicosi. Da tali confronti apparisce la misura del progresso e la qualità del rinnovamento mosso e operato dal Parini, quando e dove, anche nella elocuzione, anzi specialmente nella elocuzione, fece bene da vero.
La strofe séguita con tre versi brutti, proprio brutti:
E nell'Asia i doni tui Fûr che l'arabo profeta Sollevaro a sí gran meta.
Prima di tutto: Maometto è un di piú: bastavano Numa e Alessandro: la lirica non si fa mica per enumerazioni. Poi, la elocuzione casca trivialmente scorretta: _i doni tui fûr che_ è costrutto francese: a una _mèta_ si _arriva_ di per sé, si _scorge_ si _guida_ si _conduce_ altrui, non si _solleva_.
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Le due strofe, che seguitando incontriamo [37-48], sono come il passaggio dalla prima parte alla seconda, dal generale al particolare. Nei passaggi il Parini è per lo piú poco cigno e manco aquila: fa un saltetto, e stramazza: o pure per la lunga risale la corrente finché trovi il ponte.
Qui aveva cominciato bene:
Ave, dea. Tu come il sole Giri e scaldi l'universo.
Due bellissimi versi, ampi di giro e di suono, pari alla contenenza; ma che sono anche un bellissimo schiaffo alla storia della civiltà e alle credenze, delle quali il genere umano è solidale, nelle idealità o nelle idealizzazioni della società. Al che pensi un po' chi ci ha da pensare. Io dico che son brutti, brutti di core, brutti in modo da non si potere far peggio volendo, i seguenti:
Te suo nume onora e còle Oggi il popolo diverso: E fortuna a te devota Diede a volger la sua ruota.
I suoi dritti il merto cede A la tua divinitade, E virtú la sua mercede. Or, se tanta potestade Hai qua giú, col tuo favore Che non fai pur me impostore?
E non mi scalmano da vero a dimostrare come e perché sono brutti; né saprei o vorrei sottilizzar troppo a ricercare come e perché il Parini, che pure di versi belli s'intendeva, e di che guisa!, s'abbandonasse poi a farne talvolta di cosí: era per amore d'una semplicità al rovescio e per riazione contro la vuotezza sonora? Ad altro c'è da pensare. Ecco: questa scuola lombarda, che fu giustamente definita la scuola del buon senso, del buon senso sollevato all'idealità e alla lirica, incomincia con l'inno all'_Impostura_, e finisce o tócca il piú alto punto con gl'_Inni sacri_. Tanta è la logica nelle parabole dello spirito umano.
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Passiamo alla seconda parte: ipocrisie individuali.
Anche il Parini vorrebbe far l'impostore, ma non scioccamente da essere súbito scoperto e fischiato, come era pur allora avvenuto a qualcuno di sua conoscenza e di conoscenza, pare, di tutta Milano. Perocché, dopo i brutti versi piú sopra recati, nei manoscritti dell'ode seguitano tre strofe, rifiutate poi dal poeta, delle quali una è bella e curiosa:
Temerario menzognero Già su l'Istro non vogl'io Al geografo Buffiero Tôrre un verso e farlo mio, E buscar gemme e fischiate, Falso conte e falso vate.
Pare dunque che quella di fare il conte e la contessa non sia un'impostura democratica, cioè di questi ultimi tempi di democrazia titolata. Ma chi era egli cotesto falso conte? Né il Salveraglio che tante ricerche fece su i personaggi delle odi pariniane, né il D'Ancona che tante brache pur sa del secolo decimottavo, ne trovarono nulla. Questo è un bel caso per certi critici impostori di mia conoscenza. Costoro leggono un libro o un saggio o un fascicolo, che all'autore è costato tempo e fatiche, e dal quale essi imparano tutto quello che non sapevano; ma avviene per caso ch'e' ricordino o si abbattano a un nonnulla, che era sfuggito all'autore o non se ne era curato. Ecco cotesti farabutti a menar giú un articolo, come qualmente quel pover uomo è un ignorante e un disonesto, e che in Italia non si sa questo, e che in Italia non si fa quello, e che è tempo di smettere, e che è tempo di cominciare. Ed essi cominciano facendo de' libroni ove c'è tale un'allegria di chiacchiere e di spropositi da mandarli diritti diritti a una cattedra. Cerchino i su lodati farabutti, cerchino, ciò che probabilmente non troveranno. Quel falso conte dovè essere persona e ricordanza già svanita nel '91, quando la prima volta fu stampata l'ode, e il poeta ne tolse via questa e le strofe che nei manoscritti le seguono, una anche piú enigmatica, e tutt'e due insieme bruttarelle anzi che no.
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Il poeta tira avanti nella buona intenzione di far l'impostore. E disposizione ne avrebbe: invenzione e chiacchiera a sufficienza. Ma ... c'è un _ma_, che gli fa molto onore.
Mente pronta e ognor ferace D'opportune utili fole Have il tuo degno seguace, Ha pieghevoli parole; Ma tenace e quasi monte Incrollabile la fronte.
Ma bravo l'abatino! In mezzo a tanti
.........marches, Marchesazz, marcheson, marchesonon,
questa è una bella scappata. Che ne dirà ella la padrona, la duchessa Maria Vittoria Serbelloni? Prima di tutto, donna Vittoria era una signora molto per bene e spregiudicata, che stimava per quel che valeva l'orgoglio della nobiltà milanese: e poi l'abate era per la parte sua uomo da tener duro anche con donna Vittoria. L'anno dopo la recitazione di quest'ode il Parini si trovava in campagna a Gorgonzola con la duchessa e col maestro San Martino, adorato allora in Milano per _il dio della musica_. La figliuola del San Martino voleva tornarsene in città: la duchessa non voleva che tornasse, e le menò un par di schiaffi. Che fa il Parini? Il Parini pianta la duchessa, e accompagna lui la ragazza a Milano. «J'ai dû me défaire--scriveva poi la duchessa al figliuolo--de l'abbé Parini à cause qu'à Gorgonzola il m'a fait une tracasserie bien grande».[77] Il terzo stato s'annunziava non soltanto in poesia.
Segue una strofe cosí cosí, della quale il poeta non potea far di meno per congiungere imagini e ragionamenti. E un danno per altro che in tali o ricongiungimenti o passaggi il Parini, o piú generalmente i lirici moderni, abbiano a spendere strofe intere; mentre la lirica antica e la popolare n'esce con un colpo d'ala.
Sopra tutto ei non oblia Che sí fermo il tuo colosso Nel gran tempio non staría,
Se, qual base, ognor col dosso Non reggessegli il costante Verosimile le piante.
«Altri vegga--dice il D'Ancona--se è bello e perspicuo il Verosimile che, qual base, regge col dosso le piante al colosso dell'impostura.[78]» Bello no; è una rappresentazione barbara e barocca, tra di chiesa del Mille e di pagoda; e però figura benissimo, a parer mio, nel culto dell'Impostura.
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Belle, cioè vive, di vena, d'un'arguzia civettuola come il soggetto, facenti gl'inchini con le pòse del verso, seguono le strofe che presentano un tipo immortale d'impostura, il medico delle signore.
Con quest'arte Cluvïeno, Che al bel sesso ora è il piú caro Fra i seguaci di Galeno, Si fa ricco e si fa chiaro; Ed amar fa, tanto ei vale, A le belle egre il lor male.
Tal medico oggigiorno mescerebbe dell'oscenità galante a un po' di socialismo mulso, e il tutto dibattuto in molta prosa vaporosa romantica darebbe a bere come un siroppo di scienza e d'arte. Allora il leggiadro birboncello, il cattivo soggettuzzo, faceva madrigali ed ariette. Era un poetastro, e avea scorciato la pazienza al Parini: era di certo un poetastro, me lo assicura Giovenale:
_.....facit indignatio versum Qualemcumque potest, quales ego vel Cluvienus._[79]
Peccato che il poeta escludesse o lasciasse escludere dall'edizione del '91 le due strofe che seguono nei manoscritti:
Ei non come i pari suoi Pompa fa di lingua argiva, Ma vezzoso i mali tuoi Chiama un'aura convulsiva, E la febbre ch'ei nutrica Chiama _dolce_ e chiama _amica_.
Ei primiero il varco aperse A un _ristoro confidente_, Egli a' medici scoperse Come l'utero si pente: Dea, ben dritto è se n'hai scólto Nel tuo tempio il nome e il volto.
Ma forse nel '91, pur restando il tipo, il personaggio vivo era passato, e dileguato e dimenticato il suo linguaggio _prezioso_. Perché Cluvieno è un ritratto dal vivo: il Parini non rifuggiva dai ritratti personali, come non ne rifuggirono tutti gli artisti veri e forti, tutti i greci, il temperatissimo Orazio, tutto il Trecento con a capo Dante, tutto il Cinquecento con a capo l'Ariosto, fino il Boileau. Il Giusti, sempre e ferocemente falso e academico nelle teoriche, predicò anche contro la satira personale; ed egli ne faceva a tutto spiano, di sottécchi, spalmandola poi con molte manate di vernice civile. A proposito del Giusti, sarebbe da raffrontare a questa _Impostura_ il _San Giovanni_ di lui, per rilevar meglio il difetto di facoltà plastica, il contrasto tra la volgarità e la convenzionalità, l'urto tra la sciattezza e la pretensione, il prosaicismo inorganico e sconclusionato, che offende segnatamente nei primi tentativi satirici di cotesto poeta che non fu quasi mai perfetto e intero artista.
Sarà meglio tornare al Parini.
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Ma imitar Cluvieno e farsi largo tra le signore egli non può: è prete. Farà dunque il Tartufo.
Ma Cluvien dal mio destino D'imitar non m'è concesso. Dell'ipocrita Crispino Vo' seguir l'orme da presso. Tu mi guida, o dea cortese, Per lo incognito paese.
Di tua man tu il collo alquanto Sul manc'omero mi premi: Tu una stilla ognor di pianto Da mie luci aride spremi: E mi faccia casto ombrello Sopra il viso ampio cappello.
É il tipo figurato per l'eternità dal Molière, qui la prima volta ridotto alle brevi proporzioni della caricatura popolare.
Ma quest'altra strofe con quanta efficacia non rende il giólito degli sfoghi bestiali grugnante dallo stabbiolo della conscienza ipocrita! Quel fregamento di mani interiore, quella interrogazione e quella esclamazione che s'incalzano con uno sguardo di sotto in su, come é drammatico!
Ch'io non macchi e ch'io non sfrondi, Dalle forche e dall'esiglio Sempre salvo? A me fecondi Di quant'oro fien gli strilli De' clienti e de' pupilli!
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Le ultime due strofe sarebbe meglio non ci fossero. C'è l'_amabil lume_ e il _fervido pensiere_, ci sono i _rai della verità_ e le _zanne fiere del mostro orrendo_ dell'_Impostura_, c'è un _E me nudo nuda accogli_ che fa ridere, facendo pensare alla bella figura che farebbero que' due nudi lí, la Verità e l'abate. Quei nostri vecchi, con tutte le lodi del buon tempo antico, doveano aver da vero di molto poca stima o dell'intelligenza o dell'onestà dei loro lettori uditori: attaccavano sempre la moralità dove n'era meno il bisogno. Oggi affettiamo invece la immoralità. Né l'uno né l'altro è arte.
V.
_LE NOZZE._
Quest'ode fu scritta del 1777, nella prima quindicina di ottobre: l'abate Gian Carlo Passeroni la mandava con lettera del 15 a Verona al dottor Paolo Patuzzi, che era dietro a compilare una delle tante raccolte nuziali d'allora. Il Passeroni scriveva: «Per servirvi presto e bene, mi sono raccomandato ai due piú classici scrittori che io conosca in Milano; ambedue m'hanno promesso; ma un solo m'ha favorito; onde ho dovuto io subentrare al peso, che l'altro non ha voluto o potuto portare. Dunque la canzonetta scritta di mia mano è mia, fatene quell'uso che volete; l'altra è dell'abate Parini, e ve la raccomando ...» La canzonetta del Passeroni che segue alla lettera è troppo simile alle troppe sue sorelle sparse per venti o piú volumi di rime e d'apologhi del buon nizzardo: incomincia
Fu a color la sorte amica Che spirarono di vita La primiera aura gradita In città nobile antica, Per pietà per saver chiara; Quanto mai da lei s'impara!
e séguita
Quanto celebre è Verona! Cosí ognun di lei favella, Ed il titolo di bella E di dotta ognun le dona: Voi la cuna a lei dovete: Quanto mai felice siete!
_Quanto mai siete un buon uomo_, dové pensare il dottor Patuzzi; e non pubblicò la canzonetta dell'autore del _Cicerone_, sí quella del Parini, nella raccolta intitolata _Per nozze de' nobili signori marchese Carlo Malaspina e contessa Teresa Montanari_, stampata in Verona dal Moroni nel 1777.[80]
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Dunque l'ode _Le Nozze_ fu composta per una raccolta e stampata in una raccolta ventisette anni dopo che il Bettinelli aveva composto il poemetto satirico allegorico critico in quattro canti d'ottava rima su le raccolte o contro le raccolte[81]; sí che potrebbe parere che il Parini fosse rimasto addietro in franchezza di opinioni e in audacia di ribellioni dalle mode letterarie al gesuita falsificatore di Virgilio, se il Bettinelli non avesse pur egli seguitato a dar del suo alle raccolte per tutta la vita e se le raccolte in Italia non durassero tutt'oggi a divertire forse quelli che noiano gli altri per metterle insieme.
Il Bettinelli riporta, solo per capriccio poetico, alla metà del secolo XVII l'invenzione delle raccolte dei versi. Ma la prima forse fu fatta per la morte di Dante, che anche nelle sue ecloghe inventò l'Arcadia. Il Cinquecento incomincia con le _Collettanee grece latine e vulgari in morte de l'ardente Serafino Aquilano_ [1504], e ne conta poi delle celebri, parecchie: Il tempio di donna Giovanna d'Aragona [1554]: Rime in vita e in morte della signora Livia Colonna [1555]: Rime in morte del cardinal Bembo [1549], in morte d'Irene dei signori di Spilimbergo [1561], in morte e per le esequie di Michelangiolo [1564]. Le raccolte in specie per nozze abondano dal 1575 al 1625 particolarmente in Romagna, e nominatamente nelle città di Bologna, di Ferrara, di Ravenna. La piú antica a me conosciuta fu impressa in Bologna del 1575 nel fausto sposalizio di Carlo Antonio Fantuzzi e Laerzia Rossi. Altra stampata in Ravenna del 1583 per le nozze d'Alfonso d'Avalo marchese del Vasto e di donna Lavinia Feltria Della Rovere ha una canzone di Torquato Tasso.
Il Bettinelli anche attribuí l'uso di verseggiare le nozze _principalmente_ al Marini, che, egli scrive, _divulgò, senza tener conto de' sonetti, egli solo dieci e forse piú poemi_ di tali argomenti. Ma piú assai che dieci canzoni nuziali, oltre sonetti moltissimi, avea già composto Torquato Tasso, e prima di lui per nozze di Medici e di Farnesi ne compose Francesco Maria Molza. Sí veramente che in quelle rime del Tasso e del Marini è già tutta la materia e il maneggio della poesia nuziale, quale derivò nelle raccolte dell'Arcadia, con due amminicoli o luoghi comuni, la lascivia rimbiondita con frasi e figure piú o meno garbate, e l'adulazione su gli avi famosi e su i nepoti che han da nascere anche piú famosi.
Il Baretti in certo capitolo a un amico che raccoglieva rime per nozze toccò bravamente della lascivia, mirando al Frugoni:
Dite un poco a quel vostro pretacchione Che, quando vuole far versi per nozze, Non istomachi tanto le persone.
Non dico che non usi frasi sozze: Ma non vorre' neppur ch'egli adoprasse Certe rubriche imagini mal mozze.
Vorrei che con ritegno egli parlasse, Vorrei che il _molle seno_ e il _casto letto_ E i _casti baci_ da un canto lasciasse.
Cosí procaccerebbe piú rispetto Alla sua toga, e un certo soprannome Non gli saría cosí sovente detto.
Faccia pure _scherzar le bionde chiome_ _Sulle guance vermiglie e sulle bianche_ _Spalle soavemente_, io non so come;
E _batta_ pure a suo piacer _le franche_ _Ali_, e se 'n vada _a ragionar col fato_ E parlare per forza lo faccia anche...
Ma da' _pudichi talami_ si stia Alquanto lunge e da' lor _puri lini_ La sua poco pretesca poesia.[82]
E il Passeroni con la sua piacevolezza bonaria mise in burla le adulazioni cosí[83]:
Se prende moglie un ricco cavaliere, Un Orlando, un Achille, un novo Aiace Fan nascere i poeti; e aste e bandiere Vedono tolte al già tremante Trace; Additan di nepoti immense schiere, L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace, E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra Cose che star non puon né in ciel né in terra.
Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso, E fioriranno in te virtú novelle, Gridano i vati, e vendono dell'orso, Prima che preso l'abbiano, la pelle, E portano, di penne armati il dorso, I nascituri eroi fino alle stelle; E spesso accade poi, come Dio vuole, Che muoiono gli sposi senza prole.
E voi, poeti, avete ancor coraggio Di dir che penetrate entro il futuro? Di dir che in voi scende un celeste raggio Che vi rischiara ciò che agli altri è oscuro? Che parlate in profetico linguaggio E che un Dio rende il vostro dir securo? Affé, se debbo anch'io far da indovino, Credo che questo Dio sia il Dio del vino...
Dovreste essere ormai disingannati, E non dovreste dir piú tante insanie; Lasciar dovreste ormai l'_orror de' fati_, Le _vie de' venti_ e altre parole estranie, E il _pegaseo cavallo_ e i _cento alati_ _Destrier_, su cui fate cotante smanie; Ma chi d'altro caval non si provvede, Faccia pur conto d'andar sempre a piede.
Anche il Bettinelli con quel suo stile franco-gesuita e con que' suoi versettucci ripicchiati alla Boileau disse cose argute su le raccolte; ma piú che altro gli dispiaceva, pare, che le si fossero, come oggi si direbbe con francesismo democratico, _volgarizzate_:
È la raccolta un traditore ordigno, Vago in vista, piacevole, pudico; Sembra un cortese libricciuol benigno, Ma in volto onesto asconde un cor nemico. Sparge un succo sonnifero maligno, A l'oro insidia, a la menzogna è amico; Di monache fa strazio e di dottori, E le nozze avvelena e i casti amori.
Tempo già fu che d'onorato sprone, Servir poteva a l'anime gentili, Or destando a cantar dotte persone, Or lodando atti onesti e signorili: Ma le antiche Gonzaghe e le Aragone Cangiò col tempo in giovinette vili, Trovò nel vulgo l'Elene e i Pompei, E fu veduto a nozze con gli ebrei.[84]
Già, anche con gli ebrei. In Ferrara, nel 1744, fu pubblicata per Bernardo Pomatelli stampatore arcivescovile, con licenza de' superiori, una raccolta di rime _Per li felici sponsali del signor Moisè Vitta Coen ferrarese colla signora Consola Coen mantovana_; ebrei, come sentite, e della tribù sacerdotale, mi pare. Sono sette sonetti e una canzonetta, sottosegnati di denominazioni academiche, _D'un pastor arcade, D'un accademico infecondo, D'un accademico intrepido_. Entrano in uno de' sonetti Rachele e Giacobbe:
Onor di Carra e la piú illustre e bella Delle sirie fanciulle era Rachele; Ma tre lustri servir, soffrir per quella Del suocero gl'inganni e le querele,
Ma unirsi a forza alla maggior sorella E l'assenzio gustar prima del mèle, Tal la nemica fu sorte rubella Dell'amoroso suo sposo fedele.
Tu che senza sí gravi affanni e rei Questa accogli gentil vergine al seno, Ben di Giacobbe or piú felice sei;
Che se al placido volto ed al sereno Volger degli occhi lusinghieri e bei Non è Rachel, la rassomiglia almeno.
In un de' rari esemplari di cotesta raccolta presso di me è manoscritta una nota che dice: _31 marzo_. _Per mano del Boia_ [lettera maiuscola] _avanti le prigioni fu abbruciata d'ordine di Roma. Uscirono molte satire manoscritte contro questi sonetti_. D'alcuna delle quali satire, e proprio di una intitolata con accesa pietà cristiana _Pentapoli arrostita_, era autore il Baruffaldi seniore, autore anche del _Canapaio_; che per essere arciprete di Cento nel ferrarese e per avere scritto non bene qualcosetta intorno all'_Orlando_ si credea avere un ramo dell'Ariosto, e dovea tenersi certamente piú poeta del Redi per avere scritto molti ditirambi, ch'egli denominava _Baccanali_, a ogni proposito, per esempio, su 'l Museo volpiano e su San Filippo Neri, su 'l libro d'oro della repubblica di Venezia e sul tabacco, e anche su le _nozze saccheggiate_.