Part 12
La signora di Staël nell'_Allemagna_ volle contrapporre per certo modo alle stanze del Voltaire _Gl'Ideali_ di Federico Schiller, non tanto insistendo su 'l paragone, quanto rilevando i modi di sentire e fare del poeta tedesco e le proprietà di quel, per cosí dire, romanticismo classico e filosofico, che s'intendeva dedurre dagli esempi di lui e d'altri grandi coetanei. «Nel poeta francese--scrive la Staël--è la espressione d'un amabile rammarico del venir meno i piaceri dell'amore e le gioie della vita: il poeta tedesco piange la perdita dell'entusiasmo e dell'innocente purezza dei pensieri della gioventú, e pur si lusinga di ancora abbellire con la poesia e col pensiero il declinare degli anni. Le stanze dello Schiller non hanno la facile e brillante chiarezza d'un ingegno agile e aperto a tutti; ma vi si può attingere di quelle consolazioni che operano intimamente su l'anima. I più profondi pensieri Federico Schiller presenta vestiti sempre di nobili imagini: egli parla all'uomo come proprio la natura, perché la natura è insieme pensiero e poesia. Per dipingerci la idea del tempo ella ci fa scorrere dinanzi gli occhi le onde d'un fiume che pure non resta mai; e perché la eterna sua giovinezza faccia a noi pensare la nostra esistenza passeggera, ella si veste di fiori che han da perire, ella fa nell'autunno cadere dagli alberi le foglie che primavera vide in tutto il loro splendore. La poesia deve essere lo specchio terrestre della divinità e riflettere con i colori con i suoni e i ritmi tutte le bellezze dell'universo.»[58]
Che che sia da pensare di questo misticismo filosofico o di questo panteismo poetico, e lasciando stare la questione s'ei possa divenir mai fondamento saldo della critica e della estetica o condizione unica dell'arte, certo è che esso esulta potente nella poesia in generale dello Schiller e che _Gli Ideali_ particolarmente, composti nell'estate del 1796, sono una poesia, anche nella significazione individuale, molto nobile. Fu da più d'uno fatta italiana, e con armoniosa larghezza da Andrea Maffei; ma, se ai lettori non spiaccia, io terrei a rappresentare in nuda prosa la potenza, non forse senza difetti, della composizione tedesca.
Tu vuoi dunque partirti, infedele, da me con le tue leggiadre fantasie? tu vuoi con le tue pene, con le gioie, con tutto, inesorabile, fuggire? Nulla dunque può indugiarti fuggente, o età dell'oro della mia vita? In vano! le tue onde si affrettano giú al mare dell'eternità.
Sono spenti gli allegri soli che rischiararono il sentiero della mia gioventú; svaniti gli ideali che un tempo mi facevano sobbalzare il cuore inebriato; è sparita la dolce fede in esseri che i miei sogni aveano partoriti: preda alla rozza realità ciò che un tempo fu cosí bello, cosí divino.
Come un giorno Pigmalione abbracciò con súpplici desidèri la pietra fin che il sentimento traboccò nelle fredde guance del marmo infiammando; cosí io con giovanile talento avvolsi le braccia dell'amor mio intorno alla natura fin che ella cominciò a respirare, a riscaldarsi sul mio petto di poeta,
e fin che partecipando il mio ardore ella già muta trovò pur la favella e inteso il bàttito del cuor mio mi rese il bacio d'amore: allora visse a me l'albero, visse la rosa; a me cantò l'argentea cascata del fonte; sin la cosa inanimata senti l'eco della mia vita.
Un movente universo premeva con impulso onnipossente l'angusto mio petto, per prorompere nella vita, in parola e opera, in imagine e suono. Come grande era in formazione cotesto mondo fin che il bocciuolo lo avvolse! come poco fu allo sbocciare, come picciolo e scarso!
Come slanciavasi alato d'audacia, beato nella illusione del suo sogno, da niuna cura ancora imbrigliato, lo spirito giovanile spinto nella via della vita! Sino alle più pallide stelle del lontano etere lo inalzava il volo dei propositi: nulla era sí alto e nulla sí lontano che l'ale no 'l vi portassero.
E come di leggeri portato! Che v'era di troppo difficile per lui felice? Come danzava avanti al carro della vita l'aerea compagnia! l'Amore con la sua dolce mercede, la fortuna con la sua corona d'oro, con la sua corona di stelle la Gloria, la Verità nello splendore del sole!
Ma ahimè! io non sono anche a mezzo del cammino, e le scorte già si perderono; rivolsero indietro i passi, e l'un dopo l'altra sparirono. Leggera su' piedi volò via la Fortuna, la sete del sapere restò insaziata, il fosco nuvolato del dubbio si distese su la imagine solare della Verità.
Io vidi le sante corone della Gloria sconsacrate su fronti volgari. Troppo presto, ahimè!, dopo breve primavera s'involò il bel tempo d'amore. E sempre piú silenzioso e sempre più deserto tutto facevasi intorno per l'aspro sentiero: a pena che la speranza gittasse ancora un pallido raggio su la tenebra del cammino.
Di tutta la numerosa compagnia chi mi sta ancora amorevole appresso? Chi mi sta ancora consolatore al fianco, e mi seguirà fino alla cupa dimora? Tu, che sani tutte ferite, leggera tenera mano dell'amicizia, che amorosa partecipi i pesi della vita, tu che io di buon ora cercai e trovai.
E tu, o studio, che volentieri a lei ti mariti, e scongiuri, come essa, le tempeste del cuore: tu che non ti stanchi mai, che lento costruisci, ma non mai distruggi, che per l'edifizio della eternità rechi un grano di sabbia dopo l'altro, ma cancelli dal gran conto del tempo minuti, ore, anni.[59]
Un letterato lombardo, oggi dimenticato, che nel 1832 pubblicò un saggio di poesie alemanne tradotte, e fra queste _Gli Ideali_ in ottava rima, fece delle stanze del Voltaire, dell'ode del Parini e dell'elegia dello Schiller un raffronto che si può non senza piacere rileggere anche oggi: «Le stanze di Voltaire tengono come il dimezzo fra quelle di Schiller e di Parini. Tempera Voltaire la libera popolarità di Parini e la severa filosofia di Schiller con la eleganza e con la grazia dei modi francesi e con lo spirito amabile di quella nazione; corregge la gioia quasi clamorosa del primo e la malinconia un po' cupa del secondo con una tinta di malinconia piú delicata e col tócco magico del sentimento. La poesia di Parini è un vero brindisi, sgombra dall'animo ogni cura e ci ispira tripudio. Quella di Voltaire ci scende dolcemente fino al cuore, c'invita all'abbandono, ad andare vagando dietro ai nostri pensieri, e ci lascia come in una cara estasi di malinconia soave. Effetto è questo veramente strano, se si pensa che parte da quell'arguto cinico di Voltaire. Le strofe di Schiller ci concentrano in noi stessi, ci fanno fissare la mente in pensamenti profondi, dai quali scaturisce una consolazione severa sí ma solida, senza illusione, appoggiata alla realtà. E degno è poi di osservazione che Voltaire e Parini sembrano avere dettate le poesie loro in una età piú tosto avanzata, Schiller dettava la sua tanto severa nella ancor fresca età di 36 anni, e sembrava presagire che altri soli dieci glie ne rimanevano di vita»[60].
Conchiudendo per conto mio: le due poesie del Voltaire e del Parini non hanno, specie la seconda, oltre l'artistico, un valore umano: quella dello Schiller sí. Lette le due prime, voi potete, riportandovi in voi, dire--Io non farò mai di cosí bei versi:--letta la terza, voi potete pensare--Questo è un alto documento della dignità e serietà della vita, che posso anche io seguire.
* * * * *
Se non che sarebbe questo un troppo pretendere da versi come quelli del Parini, che sono bensí un addio alla gioventú e all'amore, ma anche un brindisi. E come tale l'ode del Parini vuole anche esser considerata da parte e per un altro lato nella produzione lirica italiana.
L'Italia, _Oenotria_, la terra del vino, non ha la poesia del vino; come fervida voluttuosa serena l'ebbe la Grecia, come giocondamente borghese la Francia, come fantasticamente cordiale la Germania. Il popolo italiano, oltre che di natura è piú generalmente sobrio che non paia (ne chiedo perdono ai bolognesi e ai milanesi che oggi trionfano del Santo Natale), ama anche di star su le sue, su le grazie, su le gale; non ama abbandonarsi neanche in poesia, perché _in vino veritas_. Il popolo italiano oggigiorno fa e ode, quanti niun altro popolo mai, brindisi-discorsi, politici, scientifici, artistici, economici, industriali; e com'è naturalmente ed utilmente scettico, cosí egli sa bene che tutta quella chiacchiera, novantanove su cento, è per darsi la polvere negli occhi gli uni agli altri, per adularsi in faccia gli uni gli altri e farsi poi lo sgambetto, per imbrogliarsi gli uni gli altri; ed egli, artista consumato in machiavellismo, si gode alle sottigliezze con le quali e fra le quali svolgesi o avvolgesi l'imbroglio, e giudica da maestro i colpi dei _toreadores_ della menzogna; gode, e giudica, superiormente, come Nicolò Machiavelli descriveva i modi tenuti dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo Vitelli e compagni. Ma il popolo italiano, né anche fra i tanti sonetti e capitoli e ballate e frottole su' beoni, dei secoli piú originali, non ha un vero canto popolare convivale o bacchico, vero, espansivo, cordiale.
Nel secolo del Parini chi ne diè qualche saggio, imitando non male la galante spigliatezza delle _chansons à boire_ francesi, fu il Rolli, nato, per vero, di padre borgognone. Anche nelle sue canzonette, come nelle francesi, e piú che negli _scolii_ greci, il vino s'accorda all'amore e la nota epicurea prevale.
Beviam, o Dori, godiam, ché il giorno Presto è al ritorno, presto al partir: Di giovinezza godiamo il fiore, Sian l'ultim'ore tarde a venir...
Versa, Fiammetta, vezzosa figlia, Quella bottiglia di vin clarè: Duchi e regnanti or non vogl'io, Ma sol, ben mio, brindisi a te....
Oh come, o bella, l'ardor dei vini Piú corallini tuoi labbri fa! Bacco vi stilla soave umore Di un tal sapore che Amor non ha...
Altri versi del Rolli mostrano qual canzonier popolare sarebbe egli riuscito in tempi migliori: di rado, salvo forse in qualche aria del Metastasio, la facilità scorrente e sonora dei settenari ebbe una intonazione corale piena e colorita come in queste strofe qui:
Compagni, Amor lasciate: Sofferto io l'ho abbastanza: È pien di stravaganza E di difficoltà.
Troppo il suo ben si stenta; E quando poi s'ottiene, In un momento viene E in un momento va.
In buona compagnia Un fiasco di sciampagna, Che i labbri e il cor vi bagna Col vivo suo liquor,
Smorzata pria la fiamma D'ogni penoso affetto, Pone la gioia in petto E l'allegria nel cor.
Individuale in vece, ma di movimento lirico piú intimo, e spumanti come il buon vino, queste altre:
Un vaso cristallin Ripieno di buon vin, Numi immortali!,
È don celeste in ver, Se apporta col piacer L'oblio dei mali.
Nel compiacermi in te Son come il tuo gran re, Vin di Borgogna.
Ripien del tuo vigor D'aver quant'ama il cor La notte sogna.
Oh come è bel mirar La spuma che in versar Gorgoglia fuora,
E in un istante ancor Lo spirto del liquor Che la divora![61]
Ma chi volesse vedere un saggio o un cenno o un esempio del come sarebbe riuscita la canzone convivale nel vero sentimento popolare italiano, gli bisognerà ricorrere a un marchese erudito, a un marchese tragico, a un marchese che sapeva di latino, di greco, di ebraico, di tedesco, e volea sapere, credo, anche di etrusco, al marchese Scipione Maffei. Il quale del resto da giovane fu anche soldato, e nel 1704 prese parte alla battaglia di Donawerth sotto un suo fratello generale al servizio della Baviera e autore di Memorie che nessuno più legge e che sono tutt'altro che spregevoli. Nella sua vita militare l'autore della _Merope_ e della _Verona illustrata_ scrisse _canzonette da tavola adattate a certe arie_. Eccone una:
Amici, amici, è in tavola; Lasciate tante chiacchiere; Tutti i pensier se 'n vadano, Se 'n vadan via di qua. Che il cielo sia sereno, Che sia di nubi pieno. Buon tempo qui sarà.
Quand'io mi trovo a tavola, Non cedo al re del Messico, Né mai pensier di debiti Allor mi viene in cor. Segghiamo allegramente, Godiam tranquillamente, Ci pensi il creditor.
Ch'arrabbin questi economi C'han sempre il viso torbido! Per gli anni c'hanno a nascere Tesoro io non farò. Ch'io serbi per dimani? Follia! che san gl'insani Diman s'io vi sarò!
Ma se a noi fan rimprovero Che siamo a mangiar dediti. Non mangiam senza bevere, Ché non è sanità. Qua coppe, qua bicchieri, Vin bianchi, vini neri: Quest'è felicità.
Un tempo era il mio genio Languir per un bel ciglio: Error degli anni teneri, Pazzia di gioventú! Quant'è miglior diletto! Versar dentro il suo petto Due fiaschi e forse più.
L'amore ci fa piangere E 'l vino ci fa ridere: Cui piace Amor lo séguiti. Ché il vino io seguirò. La dama, con sua pace, Allora sol mi piace. Che brindisi le fo[62].
Non in tutto eguale. Ma Plauto l'avrebbe scritta cosí, e cosí l'avrebbero scritta i ballatisti del Quattrocento, del secolo in cui l'arte, come espressione del popolo italiano, fu piú sincera, piú rilevata, piú, direi anche, originale, sí nella scultura e nella pittura, sí nella poesia.
* * * * *
Per trovare in questo genere qualche cosa di piú fine che non la canzone da tavola del Maffei, di piú vario che non le canzonette del Rolli, di piú nuovo che non il _Brindisi_ del Parini, bisogna pur troppo tornare indietro, molto indietro; ricorrere a quell'artefice superiore che seppe albergare sí buon sangue greco nella polpa romana, ad Orazio.
Era fra il 725 e il 730 di Roma; quando, chiuso Giano, dedicato il tempio di Apolline Palatino ed il Pantheon, la terra pacata lasciava al felice Ottaviano, quasi cacce a divertirsi dalle cure della repubblica, le sole guerre con i Cantabri ed i Salassi, e permetteva alla poesia imperiale _et iuvenum curas et libera vina referre_. Orazio, poeta di moda, frequentava ancora e celebrava i lieti banchetti. In alcuno dei quali una volta, avendo i commensali alzato un po' il gomito e troppo dimesticamente essendosi affrontati con certo vecchio e burbero falerno, dalle grida e dagli schiamazzi eran venuti alle mani fra loro su per i lettucci del triclinio; e gli scifi (chiamateli, se volete, còppe) cominciavano a volare fra le teste in vano ghirlandate di mite apio. In tale frangente, Orazio, il solo forse della compagnia rimasto padrone di sé, come piú anziano, si rizza su la sponda del suo letto, e, arbitro del bere, col braccio teso, ammonisce i baccanti.
--Farsi arma degli scifi nati al servigio dell'allegria, è da Traci: via il barbaro costume, e lungi dalle sanguinose risse Bacco che n'è rosso di vergogna. Oh immane contrasto la nuda scimitarra fra il vino e le lucerne! Quetate l'empio schiamazzo, o compagni, e rimanetevi col gomito appoggiato ai cuscini.
I rissanti invece di calmarsi si accordano contro il pacificatore.--Ah sí? Ma tu non hai bevuto. Un'anfora di falerno per il predicatore. --L'affare si parava male. Ma Orazio aveva lí accanto un greco, famoso delle glorie della sorella, un biondino sentimentale, un Cupieno perseguitatore delle bianche stole ma che poi si contentava anche delle serve (Xanthia foceese?), e pensò a divergere su lui l'attenzione e l'assalto e ad estinguere cosí nelle risa gli elementi della rissa. Séguito traducendo:
--Volete che anch'io prenda la mia parte di questo brusco falerno? Bene! Il fratello di Megilla d'Opunte dica onde partí lo strale la cui ferita lo fa morire di felicità. Esita? Non beverò ad altra condizione. Qualunque sia la bellezza a cui Venere ti sottomise, la tua non è certo fiamma da vergognare: tu pecchi sempre di nobili amori. Or via, che che tu abbia, deponi il secreto in questo orecchio fedele.
Difficile trasportar in altra lingua, sia pur l'italiana, la suprema squisita eleganza d'ogni parola, e della collocazione e della disposizione e dell'atteggiamento delle formole, onde nel latino risalta a ogni tratto la finissima corbellatura della allungata lusingheria. È impossibile, parmi, supporre in questi versi un'imitazione al solito dal greco. La subitaneità e la vivace verità dell'apparente disordine mostrano, parmi, che è il caso di un allegro episodio, d'una scena animata, còlta lí per lí e tradotta in una breve odicina, ammirabile per movimento drammatico. C'è,--per vero,--un frammento d'Anacreonte, ove si riscontra l'accenno agli Sciti, ma (vediamolo in una recente e accurata traduzione)
Via, non piú di questa guisa con fracasso ed ululato a la scitica maniera non si bea, ma centellando fra soavi inni d'amore[63]
è tutt'altro. Anacreonte placa i suoi bevitori col canto; Orazio li richiama dal tumulto con lo scherzo.
Ricevuto nell'orecchio il segreto del giovane vagheggino, il poeta si mette le mani ne' capelli, e raccogliendo con un tono d'enfasi comica l'attenzione alla sua pietà su quella vittima d'amore, prorompe:
--Oh sciagurato, in quale Caribdi ti travagli, ben degno di fiamma migliore! Quale strega, qual mago ti potrà con tutti i tessali incanti liberare? qual dio? Bellerofonte a pena sul Pègaso varrebbe a strapparti dai lacci di questa triforme chimera.[64]
Il poeta ha ottenuto l'effetto che voleva. I compagni rasserenano l'ebrietà sfogandola in un turbine di risa e di motti che avvolge il biondino, la famosa Megilla e la non meno famosa fiamma novella. E Orazio può riadagiarsi sul lettuccio meditando lentamente una strofe alcaica ad amici piú degni, a Postumo o a Dellio.
E poi si vuol asserir tutto ai moderni il vanto di aver drammatizzato la lirica!
IV.
_L'IMPOSTURA._
Questa, secondo la notizia lasciatane dal Gambarelli nell'edizione che diè delle Odi nel 91, fu «recitata in una pubblica adunanza dei Trasformati circa un trent'anni fa[65]»: dunque nel 1761, tre anni dopo la _Vita rustica_ e due avanti la pubblicazione del _Mattino_. Il poeta a trentadue anni era in succhio. Si sente al vigore onde tócca certi tasti che non aveano ancor risonato o non risonavano piú da un pezzo nella lirica italiana, all'arditezza onde cerca la nota stridente, al coraggio onde presenta l'antagonismo della sua personalità, all'ardenza saputa trasfondere nel metro, che solo si raffredda per poco qua e là nei passaggi.
* * * * *
L'ottonario è de' versi piú antichi e piú veramente popolari della poesia romanza. Nella lingua provenzale, nella francese, nella spagnola, con maggior varietà e libertà di accenti e di cesure, serví meglio al racconto eroico, e diè, ammirabili frammenti di epopea cantata, i romanzi di Bernardo del Carpio, dei Sette infanti di Lara, di don Beltrano, del Cid: in Spagna serví anche al dialogo drammatico. In Italia da principio fu adoperato a qualche sbozzo di canzone epica; ma piú si allargò per tutti i primi tre secoli, nelle ballate, nelle laude, nei canti carnescialeschi, poesia lirica e narrativa, famigliare e comica. Meno pregiato nel classico Cinquecento, rifiorí, col fiorire della nuova musica, nei cori e nelle liriche del Rinuccini e del Chiabrera, nelle melodie del Caccini. Circa il 1740, quando il Vinci il Pergolese il Jomella musicavano i melodrammi del Metastasio, il Quadrio scriveva: «L'ottonario è divenuto a' nostri giorni celebratissimo; e fra i versi di sillabe pari, per la sua sonorità e numero, si può dire che sia il piú degno e però il piú frequente presso gli autori.»[66]
Oltre che rimato a coppie, nella qual forma serví specialmente alla narrazione e alle epistole o in generale agli scherzi famigliari e galanti (il Parini l'adoperò cosí nell'_Indifferenza_[67], il Frugoni poi ne abusò in cento o duecento argomenti), fu intrecciato in strofe di varia struttura. Col Seicento, direi, incomincia la strofe di quattro versi baritoni (piani) a rima alternata; e fu molto felicemente, per l'effetto musicale, introdotta nei cori dell'_Euridice_ dal Rinuccini:
Cruda morte, ahi pur potesti Oscurar sí dolci lampi. Sospirate, aure celesti; Lagrimate, o selve, o campi...
Fiammeggiar di negre ciglia Ch'ogni stella oscuri in prova, Chioma d'òr, guancia vermiglia, Contr'a morte ohimè che giova?
L'Appennin nevoso il tergo Spira gel che l'onde affrena, Lieto foco in chiuso albergo Dolce april per noi rimena.
Quand'a' rai del sol cocente Par che il ciel s'infiammi e'l mondo, Fresco rio d'onde lucenti Torna il dí lieto e giocondo.
Ben nocchier costante e forte Sa schermir marino sdegno... Ahi fuggir colpo di morte Già non val mortal ingegno.[68]
E fu popolare nelle canzoni di quel secolo: graziosissima, e caratteristica, anche per il costume, questa:
Monicella mi farei, S'io pensassi esser accetta: Et il nome ch'io vorrei Saria Suor Bell'Angioletta.
Vorre' aver le tonicelle Di saietta milanese E le bende bianche e belle Co i soggòli alla franzese,
Il bavaglio largo e fine, La cintura lunga e stretta, Con le belle forbicine Il coltello e la forchetta.
Quando poi fossi chiamata Da parenti o da stranieri, Verrei presto a quella grata Dove io stéssi volentieri;
E con dolci paroline, Col tener la bocca stretta, Direi mille coselline Da fermar chi avessi fretta.[69]
Continuò nel Settecento, adattandosi alla descrizione e alla narrazione nelle poesie degli Arcadi.
Ecco una descrizione assai garbata del Frugoni:
Ve' che spiaggia, ve' che sponda, Dove pace signoreggia! Che bell'aer la circonda! Che bel mare al piè le ondeggia!
Là son antri ove tra i vivi Sassi l'edere tenaci Van serpendo, e qui son rivi D'acque gelide fugaci.
Là di cento alberi folte Son lietissime selvette, Qui son piani, e là son cólte Rilevate collinette.[70]
Del Parini ecco una narrazione, che ha già qualche atteggiamento da ballata romantica:
Ne le fasce ancor lattante Le sdentate donnicciuole L'alma debole incostante Mi nudrîr d'assurde fole.
Io da lor narrar m'udía Come spesso a par del vento Van le streghe in compagnia De' demòni a Benevento,
Come i lepidi folletti Di noi fanno e gioco e scherno E gli spirti maledetti A noi tornan dall'inferno.
Con la bocca aperta e gli occhi E gli orecchi intento io stava, Mi tremavano i ginocchi, Dentro il cor mi palpitava.
Al venir de le tenébre M'ascondea fra le lenzuola; Quindi un sogno atro e funébre Mi troncava la parola.
Non di meno al novo giorno Obliavo i pomi e il pane, A le vecchie io fea ritorno E chiedea nuove panzane.[71]
Non è se non uno svolgimento di cotesta prima la strofe di sei versi, che aggiunge, cioè, ai primi quattro una coppia a rime baciate. Piú larga, ricorda un po' l'antica ballata.
Maggio, onor di primavera, Oggi nasce in grembo a'fiori: Spira l'aura lusinghiera, Scherzan lieti i nudi amori: Con dolcissimo diletto Rido e canta ogni augelletto
è una maggiolata del secolo decimosettimo, semipopolare[72]. Tale strofe riprese bene il Chiabrera, nelle odi ad Amarilli, tra descrittive e narrative.
Vieni almen per trarre un'ora Tutta lieta e dilettosa Qui vermiglia esce l'aurora, Qui la terra è rugiadosa, Qui trascorre onda d'argento, Qui d'amor mormora il vento.
Mirerai rive selvagge, Chiusi boschi, aperti prati, Spechi ombrosi, apriche piagge, Valli incólte e colli arati: Che dirò di tanti fiori? Fior che dan cotanti odori?
I nevosi gelsomini, Le vïole impallidite, Gli amaranti porporini Di beltà movono lite; Ma la rosa in su la spina Sta fra lor quasi regina.[73]
Dal Chiabrera l'ebbero il Frugoni e gli Arcadi, e l'abbiosciarono. Da essi la liberò il Parini; e la racconciò nel _Parafoco_,[74] la rialzò nell'_Impostura_ imprimendole impeti nuovi e nervosi, e pur lasciandole un po' della popolare pianezza. Il Monti in poesie rivoluzionarie e imperiali la fece squillare a battaglia.[75] Il Manzoni la fece parere un'altra, aggiungendole un tronco, nella _Resurrezione_, che è delle sue poesie meno eguali e forse meno corrette ma piú originalmente liriche.