Part 11
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Iersera giunsi di Cividale con l'animo fatto sereno e col corpo ridotto a migliore stato che prima. Per certo, bel sito di città, bei colli, bel paese: non si può desiderar meglio! Non potreste credere quanti spirti vitali mi sieno passati al cuore, quanta malinconia mi sia uscita del petto nel mandar la vista per quei prati, per quei colli, per quelle rive. Non è poggio nel contorno di Cividale ch'io non l'abbia voluto ascendere, e ch'io non v'abbia dimorato le ore per pascere la vista di quell'amabile e grazioso aspetto che porta seco il nascer dell'aurora e del sole in quel paese. Avreste veduto prima le sommità dei monti piú alti tingersi a poco a poco di giallo, e poco appresso, ferite dal sole nascente, diventare di color d'oro, ed in ispazio d'altrettanto i colli poco rilevati dal piano esser ancora essi indorati dal sole con maravigliosa vaghezza. La quale si fa maggiore doppiamente di quella dell'Alpi, per esser i colli pieni di vigne e d'arbuscelli fruttiferi posti a lungo sopra gradi incavati nel terreno in guisa di teatro, successivamente l'un sopra l'altro: le quali vigne e arbuscelli par che con le loro ombre facciano contrasto al sole che non allumi il terreno; e ciò facendo, avviene cosa mirabile da vedere, che egli illustra la parte superiore sí che par tutta d'oro, e, penetrando per le foglie tinte di rugiada e mosse leggermente da un poco di soave aura tra le ombre di tutto l'arbore, rappresenta nel terreno alcuni splendori tremolanti e certi lumi in forma lunga, che paiono vene e verghe d'oro purissimo. Né minor vaghezza porta seco poi il percuotere che fa il sole nelle ghiare de' torrenti che discendono da' monti il verno piovoso, perché, illustrate da nuovo e chiaro splendore, le pietre maggiori sembrano rubini orientali, e l'arena, quella di Tago e di Pattòlo. Quanto respiramento credete che apporti poi all'animo il volger la vista d'intorno e vedersi vicino agli occhi per ispazio d'un mezzo miglio la città di Cividale!... Veder poi il Natisone, che le passa per mezzo, discender con acque purissime e limpidissime, e aversi fatto un letto fra monti e dirupi largo e profondo. Se voi vedeste le caverne e gli antri che la natura o il fiume ha fatto in quei sassi, la grandezza de gli scogli che sono nel mezzo, la profondità delle sponde all'acqua, gli edifizi che posti all'estremità delle rive pendono sopra il fiume, la bellezza d'un ponte di pietra che con due archi appoggiati ad uno scoglio, che è nel mezzo del fiume, con ampia altezza e larghezza dà passaggio comodo a' viandanti e abitatori della città, direste tutto sospeso e sopra di voi: Questa è cosa notabile e meravigliosa. Stendendo poi la vista piú oltre sopra lo spazio di una pianura d'intorno otto miglia, si vede la città di Udine: il cui castello posto sopra un monte di mediocre altezza e nell'ombilico della Patria rappresenta un aspetto piacevolo e novo. Volgete poi gli occhi alla parte di mezzogiorno, cioè verso il mare: voi vi godete la vista infinita e il piacere che porta seco la cultura de' campi, lo stendersi de' piani e il pascere degli armenti: godete d'appresso Rosazzo, abbazia coronata di colli bellissimi ed amenissimi: un poco di lontano il sito di Aquileia, quel di Monfalcone, ed altri che il narrarli saría cosa lunga e soverchia. Se piegate il volto poi un poco verso oriente, vi si fa innanzi il paese che si chiama Colli; cioè un numero infinito di monticelli cólti, che posti l'un dietro l'altro nelle lor cime paiono onde di mare che si movano piacevolmente. Quindi girando gli occhi verso tramontana, ove la vista è terminata dall'Alpi vicine, scoprite valli, selve, dirupi, aperture di monti; ed abbassando gli occhi alle radici loro, ecco poggi piacevoli da salire, pieni di vigne e di varie maniere di frutti. È cosa incredibile il desiderio che mettono quei bei prati di camminarvi e sedervi sopra, posti in riva e sotto quei monticelli, partiti da quei cespugli, col loro piano pieno di fiori di mille colori, simili a tappeti finissimi che vengono di Levante. A queste cose s'aggiunge l'udir eco rispondere da molte parti a un confuso suon di campane, a varie e diverse voci di animali, al cantar di pastorelle e pastori; l'udir similmente il canto di mille vari uccelli, sentir gli uccellatori, qual con foglia, qual con fischio, rappresentar le loro voci sí gentilmente, che di lor ne fanno abondanti e sollazzevoli prede. Ma che dirò io del respiramento che viene al core dalla bontà e purità di quest'aere?... Oh come interamente ho goduto la parte mia! oh come gustevolmente la sera fin alle due ore passava tempo in diportarmi per prati e pianure vicino al mio albergo! e nel respirare e prender fiato sentiva soavemente entrarmi un non so che di odorifero e spiritale nel petto. La mattina poi l'aurora non mi coglieva in letto giammai. Riducendo le molte parole in una, a Cividale il sole mi è paruto piú splendente che in altro luogo, il cielo piú azzurro, le stelle piú luminose. Gli uomini, domandati del male dello stomaco, dicono che non lo conobbero mai, e si sputa di rado, se non quando si vuole assaggiare qualche buon vino. E vanne via, maninconia.[48]
* * * * *
Conchiudendo: che rimane dell'ode del Parini dinanzi a questa prosa? Nulla, e peggio che nulla. Vorremo dire però che l'abate brianzolo non avesse il sentimento della natura? No, perché certi tócchi di altre odi e certi paesaggi, almeno un paesaggio, del _Giorno_, provano il contrario. Vorremo dire che G. G. Rousseau non aveva ancora spalancata la finestra per far respirare una boccata d'aria fresca alla gente del Settecento tappata nei salotti, e che il sentimento della natura mancava in generale agli scrittori di quella età? No, perché il Baretti e il Gozzi, mi pare, descrivevano alla brava e con un vigore di verità ignoto ai sentimentalisti della scuola del Rousseau che abbondarono poi anche in Italia. Diciamo piú tosto che la forma lirica accolta dal Parini non si prestava all'uopo, che egli stesso non era anche uscito fuori del tutto dalle consuetudini delle accademiche lucidazioni, e, piú d'altro, ch'egli non era il poeta da compiacersi e trovarsi bene della _vita rustica_ o della _libertà campestre_; che la natura l'educazione i casi il contorno lo avevano fatto poeta di città e di società, poeta dei contrasti e delle antitesi civili e sociali. Per ciò l'ode, con la quale parrà troppa la nostra severità, letta in casa Imbonati, a un pranzo o ad una cena di Trasformati, fra i sorbetti, fu bella; oggi non ne riman viva che una strofe: tutta intera non è il manifesto della lirica pariniana, né può figurare tra i migliori esempi della poesia italiana moderna.
III.
_IL BRINDISI._
Fu composto, secondo rilevò dai manoscritti il Salveraglio, nel 1778[49], che il poeta aveva quarantanove anni.
È l'addio alla gioventú e all'amore: ha solo qualche somiglianza di occasione e di circostanze con qualche scolio anacreontico, ma l'intonazione è oraziana,
Eheu fugaces, Postume, Postume, Labuntur anni...
oraziano il motivo
Intermissa, Venus, diu Rursus bella moves? Parce, precor, precor. Non sum qualis eram bonae Sub regno Cinarae. Desine, dulcium
Mater saeva Cupidinum, Circa lustra decem flectere mollibus Jam durum imperiis: abi Quo blandae invenum te revocant preces[50].
(Venere, tu ripigli dunque le guerre giá da tempo dismesse? Risparmiami, prego, risparmiami. Non sono quale io era sotto il regno di Cinara bella. Lascia, o fiera madre de' soavi amori, di volermi, già indurito dal decimo lustro, piegare ai morbidi imperii: va dove carezzevoli t'invocano le preghiere de' giovini).
* * * * *
Le strofe del _Brindisi_--doppie, cioè a due periodi, ciascuno di quattro settenari--sono dello stesso metro già aggraziato per la musica dal Rolli e trattato insuperabilmente dal Metastasio nella canzonetta _Grazie agl'inganni tuoi_. Sono dello stesso metro, se non in quanto il Frugoni, materialissimo ma pur tecnico rinnovatore di colori e di suoni, lo modificò rendendo sdrucciolo il primo verso d'ogni periodo tetrastico e aggiungendogli cosí pe 'l concitamento dell'ode quell'agilità e sveltezza di mosse che nell'ondeggiamento melodico della canzonetta non potea avere. Il Frugoni, rinnovatolo in questa guisa, ne abusò per tutti gli argomenti, di nozze, di monacazioni e di lauree; un po' meglio lo usò nella ninna nanna alla culla del real principe di Parma don Ferdinando.
Venite, o sonni placidi, Venite al canto mio; Addormentar vogl'io Il pargoletto amor.
È desso a quelle rosee Labbra, a quel vago riso, Al leggiadretto viso, Al guardo feritor.
Di questa sorta di dolcezze e di vezzi si usava allora co' principini. Chi avesse detto al Frugoni che quel bamberottolo cosí carino sarebbe cresciuto uomo molto gaglioffo, per quanto bonaccione! Per il poeta sarebbe stato lo stesso: a ogni modo dovea fare la canzonetta. E séguita verseggiando alle _care pupille_:
Adesso deh chiudetevi In placido riposo: In voi bello e vezzoso Il sonno ancor sarà.
Sparso di fresca ambrosia All'aurea culla intorno Vago sonnino adorno L'ali scotendo va.
Cento sognetti il seguono Figli dell'alma Aurora, A cui le penne indora A pena nato il dí.
Ciascun di lieto augurio Fedele apportatore Vorrebbe dirgli al core: Le cose andran cosí.
Chi regni e chi vittorie, L'un pace e l'altro guerra. Or questa or quella terra Sembrano disegnar.
Sí proprio: tutta la faccenda di quel povero Borboncello fu di essere ballottato da prima fra la moglie Maria Amalia, e il Du Tillot nella lotta co' preti ch'egli non voleva fare, ballottato in fine tra la Spagna e la Francia repubblicana per un mutamento e allargamento di dominio che egli non volea avere, preferendo a tutto lo starsene in Colorno a cantare in coro co' frati.
Ma cedon tutti e sgombrano A un gentil sogno vago, Che la materna immago Studiato ha di formar.
Questo piú dolce rendere Sa al pargoletto il sonno: Gli altri turbar lo ponno, Questo il piú accorto fu.
Tacete, o versi garruli, Ché delle amate forme Sogna il fanciullo e dorme: Voi non cantate piú.[51]
Cotesto metro il Parini elesse con ottimo accorgimento a rappresentare il moto rapido d'un sentimento improvviso e la concitazione bacchica; nessuno prima di lui lo aveva trattato sí bene, nessuno dopo lo maneggiò meglio. Il povero Leopardi, forse per mostrare al volgo de' leggiucchiatori, che si dichiarava annoiato delle sue lungaggini, come sapesse al caso fare anche strofette, verseggiò cosí il _Risorgimento_; ma ahi, in quei versi né l'anima ferita del Leopardi né l'allegro metro del secolo decimottavo risorsero.
* * * * *
Del _Brindisi_ i due momenti propriamente lirici sono la protasi o proposta (1-16) e l'apodosi o conchiusione (41-56), fra i quali è un intermezzo (16-40) un po' discorsivo.
Conciso, animato, rapido il primo momento:
Volano i giorni rapidi Del caro viver mio, E giunta in sul pendío 4 Precipita l'etá.
Le belle oimé che al fingere Han lingua cosí presta Sol mi ripeton questa 8 Ingrata verità.
Con quelle occhiate mutole, Con quel contegno avaro Mi dicono assai chiaro: 12 Noi non siam piú per te.
E fuggono e folleggiano Tra gioventú vivace, E rendonvi loquace 16 L'occhio, la mano e il piè.
Versi di squisita fattura, eccetto forse il quindicesimo, ove il _rendonvi_ è per lo meno inelegante nel senso di _fanno_ e la particella _vi_ apposta non parrebbe usata rettamente e correttamente a determinare una specie di stato in luogo di _gioventù vivace_: tant'è vero che il poeta da prima aveva scritto _E rendono loquace_, ma è anche vero che quel _rendono_ cosí solo sembrava sospeso in aria o smarrito. Le varianti, del resto, e le prime lezioni in questi versi sono poche o di poco momento: segno che vennero di gétto.
Eccoci all'intermezzo.
Che far? degg'io di lacrime Bagnar per questo il ciglio? Ah, no; miglior consiglio 20 È di godere ancor.
E il consiglio di Anacreonte: «Mi dicono le femmine--Anacreonte, se'vecchio: prendi lo specchio, mira, non ci son piú capelli, la fronte è pelata.--Per i capelli, se ci sono o se ne andarono, io non lo so: questo ben so, che a un vecchio tanto piú sta bene lo scherzar co' piaceri quanto piú gli è presso la Parca».[52]
Se giá di mirti teneri Colsi mia parte in Gnido, Lasciamo che a quel lido 24 Vada con altri Amor.
È delle solite allegorie del vecchio fondo dei poemi d'amore del secolo XIV e dei romanzi della Scudèry del XVII passate nel linguaggio poetico dell'Arcadia.
Dove il mar bagna e circonda Cipro cara a Citerea, Lungo il margin della sponda Bella nave io star vedea.
Cosí il Frugoni, e altrove ripigliava invitando:
La bella nave é pronta; Ecco le sponde e il lido Dove nocchier Cupido, Belle v'invita al mar...
Al mare, ei grida, al mare, Belle che mi seguite: Meco a imparar venite L'arte che detta Amor.[53]
Nei versi del Parini stan male quei _mirti teneri_, per un difetto anche piú grave di quello che tutti sentiranno nella ripetizione del suono dentale: ed è, che l'aggiunta di _teneri_, conveniente al termine reale morale (amore) dell'allegoria, non si affà, anzi ripugna, al termine figurato sensibile (_mirti_). E un cotal poco strascicate nel manierismo anacreontico appaiono anche le strofe seguenti, ove _con elle_ è una peregrinità pesante, ed è lungo _Or di cantar dilettami Tra' miei giocondi amici_; ma non mancano i versi belli, che lascerò ammirare ai lettori, contentandomi io a fare la parte dell'avvocato del diavolo.
Volgan le spalle candide Volgano a me le belle: Ogni piacer con elle 28 Non se ne parte al fin.
A Bacco, all'Amicizia Sacro i venturi giorni. Cadano i mirti, e s'orni 32 D'ellera il misto crin.
Che fai su questa cetera, Corda che amor sonasti? Male al tenor contrasti 36 Del novo mio piacer.
Or di cantar dilettami Tra' miei giocondi amici, Augúri a lor felici Versando dal bicchier
Tutto lirico e veramente di getto il momento ultimo.
Fugge la instabil Venere Con la stagion de' fiori: Ma tu Lieo ristori 44 Quando il dicembre uscì.
Amor con l'età fervida Convien che si dilegue; Ma l'amistà ne segue 48 Fino a l'estremo dí.
Il poeta aveva da principio scritto, _Ma tu Lieo dimori Quando il dicembre uscí_; e il _dimorar_ di Lieo rispondeva meglio, a dir vero, al _fuggire_ di Venere, ma troppo era freddo; anzi, col _quando_ e il _dicembre_ parevan tutt'insieme battere i denti.
Le belle, ch'or s'involano Schife da noi lontano, Verranci allor pian piano 52 Lor brindisi ad offrir.
E noi, compagni amabili, Che far con esse allora? Seco un bicchiere ancora 56 Bevere, e poi morir.
* * * * *
_Bevere e poi morir!_
E dire che il pensiero della morte, assiduo o imminente ospite tra i diletti che infioran la vita, e il pensiero del distacco inevitabile imperioso repente dalle piacevoli contingenze del mondo, ha un contorno piú vivo, un'espressione piú mesta, un compianto dalle profondità del senso umano piú vero, nella poesia d'Orazio, che non in questa di questo prete cristiano e poeta civile! «Qui dove il pino dalla larga chioma e il bianco pioppo maritano con gli associati rami l'ombra ospitale, e l'acqua del rivo affrettasi in fuga pe'l sinuoso letto mormomorando; qui fa recare vini e profumi e i fiori ahi troppo brevi dell'amena rosa, mentre la fortuna e l'età e gli stami delle fatali sorelle il concedono. Ti bisognerà lasciare i grandi parchi e la casa e la villa bagnata dalla bionda corrente del Tevere; e un erede s'impadronirà delle ammontate dovizie» ....«Addio terreni e casa, addio moglie piacente! Di questi alberi che tu coltivi, soli gli odiosi cipressi seguiranno il lor signore d'un giorno»[54]. E che versi quelli di Orazio!
Quo pinus ingens albaque populus Umbram hospitalem consociare amant Ramis, quo et obliquo laborat Lympha fugax trepidare rivo,
Huc vina et unguenta et nimium breves Flores amoenae ferre iube rosae...
E come al confronto il classicismo del secolo passato è liso e frusto, o, meglio casca a pezzi fracidi quasi carta a fiorami muffita per umido!
_Bevere e poi morir!_
L'abbiamo dunque còlto l'abate Parini nel momento di fare o dire, senza di certo accorgersene, senza rendersene conto, egli, l'autore del _Giorno_ e delle _Odi_ civili, il _credo_, l'atto di fede, il testamento di quella società leggera, frivola, egoista, corrotta, della quale egli si vantò e fu vantato il piú nobile inimico, e fu certo de' piú operosi guastatori. Il prete ambrosiano, quegli che nel capitolo al canonico Agudio, troppo ammirato come documento di povertà degna, confessava, _Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò_, trovò dunque pe' contemporanei e lasciò ai posteri nel _Brindisi_ la vera e genuina espressione dell'epicureismo galante di quella società che ebbe per legittimo re Luigi XV e per vangelo il suo _Après moi le deluge_, di quella generazione cui le ruine della Rivoluzione ferirono impavida, minuettante e versante champagne alle impudiche sue donne. Pochi mesi dopo scritta quest'ode, l'anno 1779, Giuseppe II, occupando la Boemia e pigliando guerra col vecchio Federico, e non piú celando gli intenti di arrotondare i dominii italiani a spese de' vicini, anche del papa, e di riformare a dispotica unità gli stati di oltr'alpe, mandava i primi lampi dell'irrequieto ingegno, che fiutó, quasi volendo farla cesarea, la rivoluzione; Luigi XVI sottoscriveva il trattato d'alleanza offensiva e difensiva coi cittadini degli Stati Uniti d'America, e pochi mesi prima il marchese di La Fayette era passato al soccorso di quei repubblicani non senza fornimenti d'armi e d'artiglierie dal re di Francia.
_Morire._ Di certo fra tredici anni, sotto la scure umanamente riformata dal dottor Guillotin filantropo, dame, cavalieri, filosofi, poeti, tutto ciò che adesso brilla e balla e beve e canta ed ama. E per ciò, in capo a trent'anni da cotesta ode, l'addio alla gioventú e all'amore prenderà ben altre intonazioni nel romanticismo conseguente agli strazi della Rivoluzione e alle disillusioni della Ristorazione. Fino Vincenzo Monti apre il secolo decimonono con un presentimento della crescente tristezza:
Fior di mia gioventute, Tu se' morto, né magico Carme, ahi, piú ti ravviva, o fior gentile[55].
E la intensità della tristezza ingrandiva piú sempre fino all'irrigidimento della disperazione nella poesia leopardiana del male e del dolore.
Dal _Brindisi_ al _Tramonto della luna_, qual passo! Si sente bene che in questo mezzo tutta insieme una società è crollata. Non però che la nuova generazione romantica e leopardiana sia piú nel vero moralmente che i vecchi epicurei del secolo passato. Non è mica una gran trovata che la fine alle altre età della vita è la sepoltura. Sta a vedere se, passata la gioventú, non sia piú virile e piú umano affrontare le dure pugne del reale per l'ideale, anzi che passarsela a frignare sulla caduta del fior degli anni e degli ameni inganni, quasi che l'anima umana sia uno stupido uccello che per cantare abbia bisogno d'inghebbiar nebbia e libar, come dicono, la rugiada dai fiori. Questo non per il Leopardi--intendon bene i discreti--il quale fu un gran poeta grandemente infermo; ma per i leopardiani. Che se ve ne sono ancora degli intignati che si ritingano nei colori di moda, bisognerebbe rincorrerli a scapaccioni fino alla porta d'una pia casa di lavoro.
* * * * *
Ma torniamo al secolo decimottavo, fuori per altro d'Italia.
Il Voltaire, a quarantasette anni, nelle stesse condizioni d'animo e di pensiero che il Parini, scrisse le stanze alla signora Du Châtelet, delle piú ammirabili fra le mirabili _pièces fugitives_ di quel vivissimo ingegno a cui la Musa negando l'_os magna sonaturum_ concesse il _tenuem spiritum_ come a pochissimi de' suoi piú favoriti. Quelle stanze, nella prima parte, se non fosse certa pesantezza qua e là di forme stilistiche proprie del secolo e anche certa prosaicità della lingua francese, sarebbero del piú puro Orazio: nella seconda parte son tutte francesi, cioè hanno una cotal punta di quella maniera che non manca quasi mai alla poesia ed anche alla prosa francese, ma è una maniera cosí graziosa, e la graziosità è cosí tenera e delicata, che, senza piú, incanta, pure sforzando a sospirare.
Si vous voulez que j'aime encore, Rendez-moi l'âge des amours; Au crépuscule de mes jours Rejoignez, s'il se peut, l'aurore.
La mossa è anche qui oraziana,
Quod si me noles usquam discedere, reddes Forte latus, nigros angusta fronte capillos, Reddes dulce loqui, reddes ridere decorum et Inter vina fugam Cinarae moerere protervae.[56]
(Che se non vuoi che io mi stacchi mai da te, rendimi il fianco gagliardo, i capelli che ombreggino neri la fronte, rendimi il dolce favellare e il rider grazioso e il sapermi lamentar tra i bicchieri della fuga di Cinara capricciosa).
Ma la plasticità romana di Orazio è, e doveva essere, smorzata e smussata nella _causerie_ dello spirito francese.
Des beaux lieux où le dieu du vin Avec l'Amour tient son empire, Le Temps, qui me prend par la main, M'avertit que je me retire.
De son inflexible rigueur Tirons au moins quelque avantage: Qui n'a pas l'esprit de son âge, De son âge a tout le malheur.
Laissons à la belle jeunesse Ses folâtres emportemens. Nous ne vivons que deux moments: Qu'il en soit un pour la sagesse.
Quoi! pour toujours vous me fuyez. Tendresse, illusion, folie, Dons du ciel qui me consoliez Des amertumes de la vie!
On meurt deux fois, je le vois bien: Cesser d'aimer et d'être aimable, C'est une mort insupportable; Cesser de vivre, ce n'est rien.
Certi pesanti illustratori delle _poesie leggiere_ di Voltaire, il Rivarol li paragonava ai commessi di dogana che marchiano co' loro piombi i veli d'Italia: sarà dunque meglio passare senza commenti alla seconda parte, che è anche piú bella, a parer mio, della prima.
Ainsi je déplorais la perte Des erreurs de mes premiers ans; Et mon âme, aux désirs ouverte, Regrettait ses égarements.
Du ciel alors daignant descendre, L'Amitié vint à mon secours: Elle était peut-être aussi tendre, Mais moins vive que les Amours.
Touché de sa beauté nouvelle, Et de sa lumière éclairé, Je la suivis; mais je pleurai De ne pouvoir plus suivre qu'elle.[57]