Part 10
Per due bei versi, gli ultimi (e ci sarebbe che dire su quel _mille_ determinante di _fatiche_), dover sorbirsi il _momento sol_ e portare in pace la scioperataggine di quel _Pingerò!_ Vi _pingete_ voi, o lettori, l'abate Parini là in Brianza che sonando la cetra, descrive, anzi dipinge, a Domeneddio il guasto menato da Federico II in Sassonia nell'estate del '58, e Domeneddio che sta a sentire, aspettando il momento del _pathos_ per lasciarsi cadere il fulmine di mano? E dire che Giuseppe Puccianti, il quale ha pur tradotto Orazio, ammette nella sua _Antologia_ fra gli esempi della poesia italiana moderna non pur quest'ode, ma con queste strofe! Ah caro amico, se cotesti sono fiori, che saranno le ortiche?
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Torniamo alle strofe accettate e riconosciute:
E te villan sollecito, Che per nov'orme il tralcio Saprai guidar frenandolo Col pieghevole salcio; E te che steril parte Del tuo terren di piú Render farai con arte Che ignota al padre fu:
Te co' miei carmi a i posteri Farò passar felice: Di te parlar piú secoli S'udirà la pendice. Sotto le meste piante Vedransi a riverir Le quete ossa compiante I posteri venir.
Ecco dunque i primi segni della trasformazione nel materiale poetico dell'idealismo arcadico. L'Androgeo del Sannazzaro, il tipo del genere arcadico puro, non ha fatto mai nulla al suo mondo, o ha fatto solo di quelle cose che nessuno fa, ed è morto per dare occasione al Sannazzaro di intessere una serie di versioni o variazioni virgiliane:
Chi vedrà mai nel mondo Pastor tanto giocondo, Che cantando fra noi sí dolci rime Sparga il bosco di fronde E di bei rami induca ombre su l'onde?...
Dunque fresche corone Alla tua sacra tomba E vóti di bifolchi ognor vedrai, Tal che in ogni stagione, Quasi nova colomba, Per bocche de' pastor volando andrai: Né verrá tempo mai Che 'l tuo bel nome estingua, Mentre serpenti in dumi Saranno e pesci in fiumi: Né sol vivrai nella mia stanca lingua, Ma per pastor diversi In mille altre sampogne e mille versi.[38]
Cotesto ideale ozioso dell'Arcadia napolitana spagnola romana, ora, nella Lombardia di Maria Teresa, tra le riforme e i bonificamenti, si va anch'egli riformando e modificando: Androgeo diventa il _villan sollecito_. Se il Gessner non avesse pubblicati i suoi _Scritti_ nel 1765, cioè sei o sette anni dopo quest'ode, si sarebbe potuto credere a un influsso degli idilli svizzeri sul poeta de' Trasformati. Ma il secolo oramai s'avviava per quella strada. L'Arcadia passava al sentimentalismo progressivo e filantropico, per poi finire romantizzando. Ricordate la piantagione dei pini in Jacopo Ortis?
Io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno, quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a' raggi del sole sí caro a' vecchi; salutando, mentre usciranno dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni ne' dí che la gioventú rinvigoriva le nostre membra, e compiacendomi delle frutte che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre mio. Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a' miei e a' tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E quando le ossa mia fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de' morti pregheranno pace allo spirito dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall'arsura di giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli, egli innalzò queste fresche ombre ospitali.[39]
L'Hölty (1748-1776), un de' lirici tedeschi che spiccò nel passaggio dalla scuola del Klopstock e del Gessner alla poesia della natura, finiva un'ode a punto su la vita campestre cosí: «Sovente (_il cittadino in villa_) passeggia solitario, pieno di pensieri di morte, tra le fosse del villaggio; si siede sopra una tomba e contempla la croce con la funebre corona agitata dal vento.»[40]
Del resto, fuor della storia dell'arte, il _villan sollecito fatto passare felice ai posteri_ non ci fa né caldo né freddo, né più né meno dei pastorelli savi, discreti, intelligenti, di Salomone Gessner, che giurereste pigliasser tabacco. Vien voglia di dirgli: Mascherina, ti conosco: scuoti la cipria, tu se' Androgeo.
L'ultima strofe (_Tale a me pur concedasi_) apparisce proprio fatta per finire; e già l'analisi fu lunga anche troppo.
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E ora, facciamoci a parlar chiaro; in questi ottanta o novanta versi del Parini dov'è la freschezza e il selvatico della _Vita rustica_, come il poeta gli volle da ultimo intitolati? dov'è il respiro largo della _Libertà campestre_, come gli aveva intitolati da prima? Non io li raffronterò alla meditazione alata di Lamartine:
O vallons paternels, doux champs, humble chaumière Au bord penchant des bois suspendue aux coteaux, Dont l'humble toit, caché sous des touffes de lierre, Ressemble au nid sous les rameaux;
Gazons entrecoupés de ruisseaux et d'ombrages, Senil antique où mon père, adoré comme un roi, Comptait ses gras troupeaux rentrant des pâturages, Ouvrez-vous, ouvrez-vous! c'est moi!.....
Beaux lieux, recevez-moi sous vos sacrés ombrages! Vous qui couvrez le seuil de rameaux éplorés, Saules contemporains, courbez vos longs feuillages Sur le frère que vous pleurez.....
Voir de vos doux vergers sur vos fronts les fruits pendre, Les fruits d'un chaste amour dans vos bras accourir, Et, sur eux appuyé, doucement redescendre: C'est assez pour qui doit mourir.[41]
Sarebbe un disintendere affatto la critica, e, anche piú, un'ingiustizia. Sessantacinque anni corsero fra le due poesie; e in quel mezzo una rivoluzione avea scosse le basi dell'ordinamento sociale, e nelle malinconie e negli strazi delle conscienze che ne seguirono, un nuovo modo si rivelò di sentire la natura e di pensare la vita. E poi il Lamartine era l'unico maschio d'una famiglia di gentiluomini campagnoli, tirato su nel ritiro, con tutte le finezze d'un'educazione modestamente aristocratica, all'amore e alla gloria; e il povero abatino, figliuolo d'un setaiuolo di Bosisio, faceva il maestro per le case dei signori: tali differenze, in certe maniere di poesia, importano molto.
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Né meno vorrei raffrontare le stanze del Parini alle descrizioni campestri condotte su l'esemplare di Virgilio e d'Orazio da poeti nostri del Cinquecento, dall'Alamanni, per esempio, e dal Tansillo. Gli artisti di quel gran secolo rimanevano, pur imitando, originali nella espressione; e in mezzo alle abitudini artificiose dell'imitazione si trovavano spesso, per una felice distrazione dell'educazion loro, il vero fra le mani, e lo rendevano con immediata purezza. Meno educati, certo sono sempre piú schietti e piú vivi dei settecentisti: ancor freschi della libertà, immuni dallo spagnolismo e dal gesuitismo, scrivevano una lingua non impoverita né guasta dal decoro accademico. Come i giocatori di pallone, per dar forte e alto, pigliavano la rincorsa dal trappolino dell'imitazione; ma picchiavan bene.
Il Tansillo comincia dunque imitando:
Oh troppo fortunati, se i lor beni Conoscesser, color che si stan fôra Tra colti poggi e valli e campi ameni!
Cui dà benigna terra d'ora in ora Quel che altrui fa bisogno, agevolmente; Né suon di tromba i volti ivi scolora.
E, se non han gl'inchini della gente, Né meno han chi li turba e chi gli scuote Dal riposo del corpo e della mente.
Oh felice colui che intender puote Le cagion delle cose di natura Che al piú di que' che vivon sono ignote,
E sotto il piè si mette ogni paura De' fati e della morte ch'è sí trista, Né di volgo gli cal né d'altro ha cura!
Fin qui è Virgilio reso con ariostesca scioltezza. Ma ecco l'uomo vero del Cinquecento, con la sua coscienza d'italiano e di galantuomo:
Ma piú felice chi, del mondo vista La parte sua, non vi s'appoggia sovra, Aitato dal saper ch'indi s'acquista,
Ma in villa ch'è sua tutta si ricovra, E degli anni e dei dí c'ha speso indarno A sé stesso ed a Dio parte ricovra!
Cosí potess'io tra Sebeto e Sarno Menare ormai la vita che m'avanza Con le ninfe del Tevere e dell'Arno
Dalle quai fei sí lunga lontananza, E de' signor sgannato di qua giuso Fondar nel re del cielo ogni speranza!
Preso l'abbrivio, séguita piano e soave:
Deh sarà mai, pria che giú cada il fuso Degli anni miei, che a piè d'una montagna Mi stia tra cólti ed arbori rinchiuso,
E con la mia dolcissima compagna, Qual Adamo al buon tempo in paradiso, Mi goda l'umil tetto e la campagna,
Or seco all'ombra or sovra il prato assiso, Or a diporto in questa e in quella parte, Temprando ogni mia cura col suo viso?
E ponga in opra quel c'han posto in carte Cato e Virgilio e Plinio e Columella E gli altri che insegnâr sí nobil arte,
E di mia mano innesti e pianti e svella La spessa de' rampolli inutil prole Che fan la madre lor venir men bella,
E con le care figlie e, se 'l ciel vuole, Spero co' figli, a tavola m'assida La state ai luoghi freschi, il verno al sole?...
Ma, badate, non è un idillio fatto per fare: l'uomo che ha militato e navigato sotto Carlo V, il cortigiano disilluso dei viceré spagnoli, si risente:
Bocche mi paion di balene e d'orche Le porte de' palagi e le colonne....
I pavimenti miei sien fiori ed erbe, Rami i tetti, e negre elci i marmi bianchi, E bótti l'arche ove il tesoro io serbe:
Né curi ire a palazzo o stare a' banchi E domandar che faccian Turchi o Galli, S'arman di nuovo o se ambiduo son stanchi.
Non sia obbligato a suono di metalli Giorno e notte seguir piccol zendado, Forbir arme e nutrir servi e cavalli.
E, qual si sia, contento del mio grado, Non cerchi di chi scende o di chi poggia, O che altri m'abbia in odio o gli sia a grado.
E quando i dí son freddi o versan pioggia, Con la penna io, le femmine con l'ago, Passiam quelle ore in cameretta o in loggia.[42]
Tali cose i settecentisti, con quella loro viterella e con quella linguetta, non potevano scriverle.
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Ma sarà permesso raffrontare l'ode italiana del Settecento alle stanze d'un poeta francese del secolo innanzi, d'un poeta della scuola di Malherbe: siamo in famiglia, siamo alla lirica classica che ha la religione di Orazio.
Racan (1589-1670) di latino veramente non sapeva né men quello del _credo_, ma fu un valoroso luogotenente nella campagna dei gerundivi e dei particípi sotto il comando generale di Malherbe. Lafontaine lo salutava emulo d'Orazio ed erede della sua lira. Orazio il Racan lo leggeva e imitava tradotto, e per ciò forse rimaneva originale e francese. Felice--poetava--chi rinunziando alle lusinghe dell'ambizione, se ne vive su 'l suo, misurando i desidéri alle forze.
Il laboure le champ que labourait son père, Il ne s'informe pas de ce qu'on délibère Dans ces graves conseils d'affaires accablés: Il voit sans intérêt la mer grosse d'orages, Et n'observe des vents les sinistres présages Que pour le soin qu'il a du salut de ses blés.
Roi de ses passions, il a ce qu'il désire. Son fertile domaine est son petit empire, Sa cabane est son Louvre et son Fontainebleau; Ses champs et ses jardins sont autant de provinces; Et sans porter envie à la pompe des princes Se contente chez lui de les voir en tableau,
Il voit de toutes partes combler d'heur sa famille. La javelle à plein poing tomber sous la faucille, Le vendangeur ployer sous le faix des paniers; Et semble qu'à l'envi les fertiles montagnes, Les humides vallons et les grasses campagnes S'efforcent à remplir sa cuve et ses greniers.
Il suit, aucune fois, le cerf par les foulées, Dans ces vieilles forêts du peuple reculées, Et qui même du jour ignorent le flambeau: Aucune fois des chiens il suit les voix confuses, Et voit enfin le lièvre, après toutes ses ruses, Du lieu de sa naissance en faire le tombeau....
Il soupire en repos l'ennui de sa vieillesse Dans ce même foyer où sa tendre jeunesse A vu dans le berceau ses bras emmaillottés; Il tient par les moissons registre des années, Et voit de temps en temps leurs courses enchaînées Vieillir avecque lui les bois qu'il a plantés[43].
In queste stanze--osserva il Sainte-Beuve--dispiegantisi con tanta ampiezza e mollezza d'abbandono in uno stile un po' invecchiato, e che perciò tanto meglio rassomiglia ai grandi boschi paterni e alle alte selve presso il maniero, regna e respira la pace dei campi, la distesa, il silenzio. Io ne paragonerei l'effetto a quello che producono, piú che l'ode d'Orazio, certe elegie rurali di Tibullo. Ci si sente un riposato amore dei campi, non tanto per il piacere di cantarli quanto per la dolcezza e la consuetudine di viverci ... Siamo veramente nella Touraine, in buono e dolce paese, dove non tutto risplende, dove non ogni collina ha i suoi marmi scintillanti e il suo bosco sacro. Non cerchiamo altro che il sentimento sincero e pieno, la calma, la stabile tranquillità d'una vita felice, l'ideale d'una mediocrità domestica frugale e abbondante: tutto ciò esala da questi versi[44].
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E tutto ciò manca nell'ode del Parini; e con ciò le manca la vita e il colorito; e per ciò ella è inferiore anche a una prosa mezzana dove ci sia almeno un po' di verità; a questo pezzo di lettera, per esempio, di Giuseppe Baretti.
Lasciando Asti al sorgere del sole, non ebbi fatte due miglia che la freschezza dell'atmosfera mi fece scendere dal calesse, invitandomi a camminare un poco a piede. Non si può dire il gusto che avevo, andando cosí passo passo lungo un sentiero che fiancheggia la strada maestra. Queste basse collinette dell'Astigiana non la cedono in bellezza alle piú belle che mai poeti e romanzieri s'abbiano sognato. Alberi fronzutissimi d'ogni banda, cespugli d'avellane, siepi di rose silvestri, macchie di fragranti fiordispini, e praticelli e poggetti coperti d'erbe e di fiorellini d'ogni fatta, e campi ondeggianti di verdi spiche, e vigneti e boscaglie e siepi di mortelle frequentate da infiniti uccelletti che gorgheggiano e cinguettano i loro innocenti amori in mille maniere di musica, fanno, lungo quella via che ho trascorsa pur ora, un molto soave incanto ai sensi d'un viaggiatore. E non voglio lasciare nella penna certi visi semplicemente giocondi e sorridenti di certe villanelle tarchiatotte, che, con canestri al braccio o in capo, se ne venivano verso questo Moncalvo al mercato, e che, a misura che andavo incontrandole, piegavano gentilmente le ginocchia a quel po' di gallone che ho sull'abito. Il vetturino, rallegrato anch'esso dalla dolcezza mattutina che l'intorniava, se ne veniva oltre pian piano cantando, sto per dire come un cucco rauco, certi suoi strambotti in lingua monferrina.[45]
Vien voglia di dare una stretta di mano a questo bravo vetturino, che ci ha liberati alla fine dall'ombra uggiosa di quel _villan sollecito_. Come quel paesaggio astigiano è dipinto netto ed allegro! come è veramente popolato di gente che si muove e non di marionette! quelle villanelle che accennano l'inchino del ginocchio sono proprio del Settecento e piemontesi: non c'è da sbagliare.
Il Baretti mi riporta a Gaspare Gozzi, che nel 1741, poco dopo o poco prima di quella lettera, lo descriveva così: «quel giovane di Torino, che aveva quel viso di pedale e veniva a visitarci, e cantò una sera all'improvviso con voce infernale...[46]» Il Gozzi ha pur egli una gemma di lettera, salvo alcune affettazioncelle toscanamente accademiche e alcune morbidezze venezievoli. Era a Vicinale nel Friuli, ancor giovine, ancora innamorato della moglie, padre novello, non frusto dal lavoro per la miseria di tutti i giorni, traduceva Plauto e Molière, e scriveva al compare Seghezzi, bembeggiante per le callette di Venezia:
Questa villetta si terrebbe da qualche cosa se un dí la voleste onorare con la presenza vostra; e se il mio piccioletto ospizio vi potesse raccogliere, che allegrezza sarebbe la mia! Oh che canzonette profumate vorrei che noi andassimo alternativamente recitando a mezza voce sulla riva di questa Metuna! Sappiate che per li poeti queste sono arie benedette, e che un miglio lontano da casa mia v'è quel Noncello, sulle rive del quale camminò un tempo il Navagero. Non v'accerto che vi sieno piú dentro le ninfe, come a quei dí; ma vi sono però trote e temoli che vagliono una ninfa l'uno. Orsú via, una barchetta fino alla Fossetta; e poi mettetevi, al nome del Signore, nelle mani d'un vetturale, il quale, quando sarete giunti alla Motta, vi consegnerá a un altro suo collega; e di là a due ore poco piú ritroverete questa villetta di ch'io vi parlo. È vero che la strada è alquanto fastidiosa, perché a voi che siete accostumato alla gloriosa e magnifica Brenta, dove a ogni passo vedete un palagio, parrá facilmente strano il vedere ora casacce diroccate, ora una fila d'alberi lunga lunga, e terra e terra senza un cristiano; ma fra il dormire un pochetto, la scuriada e forse i campanelli al collo de'cavalli potete passare il tempo. Quando poi sarete giunto qui, dieci o dodici rossignuoli nascosti in una siepe vi faranno la prima accoglienza, che mai non avrete udite gole piú soavi. Io sarò all'uscio, e vi correrò incontro a braccia aperte cantando un alleluia. Sarete subito corteggiato da capponi, da anitre, da pollastri e da polli d'India, che vi faranno la ruota intorno come i pavoni. Forse questo vi darà noia, ma bisognerà aver pazienza, perché sarebbe impossibile che queste bestie non volessero venire a dirvi che vi saranno ubbidienti e fedeli, e che hanno voglia di dar la vita per voi, che si lasceranno bollire, infilzare e tagliare a quarti e a squarci. Condottiera di questo esercito è una zoppettina villanella, che mai non vedeste la miglior pasta, perch'ella ama cosí di cuore questi suoi allievi, che ad ogni tirar di collo s'intenerisce, e accompagna la morte de' suoi pollastri figliuoli con qualche lagrimetta. Il bere sarà d'un vino colorito come i rubini, che va in un momento.... Pane abbiamo bianchissimo come neve che fiocchi allora; ma sopra tutto un'allegrezza di cuore, che non si canta sempre, perché la voce manca piú presto della contentezza.[47]
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Ha ragione il Gozzi: certe cose non si cantano; e la falsità della poesia italiana degli ultimi secoli ogni qualvolta s'impicciasse della _natura_, come, imitando i Francesi, cominciavano a dire anche gli arcadi, tanto piú si sente disgustosa e sciapita quando la si paragoni a una prosa, ripeto, anche mezzana. Volete, nel caso stesso della ode pariniana, un paesaggio nell'aerosa larghezza chiaro determinato vivente, un paesaggio visto respirato goduto da un uomo sincero? Coraggio: risaliamo ancora al Cinquecento.
Giorgio Gradenigo, patrizio veneziano (1522-1600), non era già un letterato: fu podestà piú anni in Cividal del Friuli, dove avea poderi; e ci tornava volentieri, e di là scriveva agli amici. Non ha sempre pura la lingua, né sempre elegante la dicitura, e resta qualche volta impacciato dalle consuetudini scolastiche; ma il sentimento e la percezione del vero presto vince la maniera e rompe il ghiaccio e si fa largo fra gli impedimenti del fraseggiare, e trionfa.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Ieri giunsi a Cividale: voglio dir nel contorno, nell'eterna primavera di Cividale. Vengono a me i pastori e i lenti bifolci dei miei poderi; qual col viso ampio e vermiglio, credo in virtú di uva e di mosto; qual tutto gravido e pieno di cacio e di latte. Quegli con pastoral riverenza s'allegra meco del mio ritorno, e in segno di ciò mi porge un capretto: questi con allegra e compagnevole fronte mi mette innanzi un catino di fresco latte: l'uno m'ingombra le mani pur di cacio, l'altro di funghi. Colui mi dice in sua lingua, e con un moto di corpo esultante ed allegro in suo decoro--Signor, voglio che prendiamo de' tordi e gli godiamo insieme--: quell'altro mi dice voler ch'io vada con lui alla caccia, e potermi dare allora un lepre a cavalieri. Se ne vengono poi le pastorelle: una delle quali è bella qual altra mi ricorda aver veduta giammai: vince di bianchezza il latte; e il vermiglio che le sparge le guance sembra le rose e l'uva matura. Queste portano a me il grembo e le mani piene d'uva; e donandomi diverse maniere di frutta, mi salutano, s'allegrano e mi ricevono con una rozzezza pastorale amabile e cara oltre ad ogni altra. M'hanno detto tutte, con istudio d'esser ciascuna di loro la prima a portarmi questa buona nuova, che giovedí vegnente e domenica seguente si fanno due belle feste vicino di qui a due miglia e che esse ancora vi vogliono essere.