Part 1
NOTE DEL TRASCRITTORE:
--Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.
--In questo libro vengono usate molte doppie accentazioni e doppie dizioni; sono state quasi integralmente mantenute per aderenza all'opera originale.
--Il testo grassetto è stato reso includendolo tra due segni "uguale: =testo grassetto=.
--Le note a piè di pagina sono state riunite in fondo al libro.
G. CARDUCCI
CONVERSAZIONI CRITICHE
4º Migliaio
ROMA
CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.
_Via dell'Umiltà.--Palazzo Sciarra_
1884.
CONVERSAZIONI CRITICHE
G. CARDUCCI
CONVERSAZIONI CRITICHE
4º Migliaio
ROMA
CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.
_Via dell'Umiltà.--Palazzo Sciarra_
1884.
PROPRIETÀ LETTERARIA
ROMA--Tipografia dell'Ospizio di S. Michele
_in esercizio di Carlo Verdesi e C._
PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO
Nella _Nazione_ di Firenze 23 settembre 1861.
PER IL CLASSICISMO E IL RINASCIMENTO
Lodiamo di buon animo i buoni pensieri ne'due scritti del dott. C., intitolati _I beni della letteratura_ e _I mali della lingua latina_, intorno agli offici delle lettere e dei letterati, intorno alle pessime condizioni dell'educazione letteraria qual fu e qual è in parte ancora fra noi e alla necessità di una educazione piú veramente civile.
Ma noi amiamo e desideriamo il vero in tutto e per tutto: noi, abborrendo dalle comode declamazioni, crediamo non si possa comprendere in un odio e uno spregio sistematico tutto intero un secolo, tutta intera una letteratura, senza dissimulare molti fatti, senza sforzare molte illazioni, senza falsare molti giudizi; e, quando procedesi con buona fede e con animo volto al bene, com'è di certo il caso del signor C., senza involgersi in contraddizioni che nocciano capitalmente all'assunto. Anche noi anteponiamo di gran lunga, almeno quanto il signor C., la letteratura di Grecia alla romana, la trecentistica nostra a quella della seconda metà del Cinquecento. Il signor C. per altro, in quel che tócca della civiltà romana e della letteratura di tutto il Cinquecento, ha fatto ne'suoi scritti uno stillato, un sublimato, per cosí dire, delle opinioni del Balbo e del Cantú, e troppo ai loro asserti si affida, troppo si abbella fin delle loro citazioni. Ma il Balbo e il Cantú, oltre che in letteratura e in filosofia non attinsero sempre alle fonti, vollero anche giudicare la storia e la civiltà cosí antica come moderna dal solo punto di vista cattolico.
* * * * *
E a noi sa di fazione, dottor C., della fazione che spinse il cristianesimo all'intolleranza, alle persecuzioni, agli sperperi delle arti antiche, agli abbruciamenti delle biblioteche, fra cui esultava lo spirito selvaggio di Orosio, il prete spagnolo che poi doveva insultare all'eccidio di Roma, quel proscrivere, come voi fate, quel bandire all'odio universale tutta intera una civiltà, che improntò gran parte di mondo di quella unità meravigliosa onde s'aiutò poi il cristianesimo, che lasciò all'Europa il retaggio della sua legislazione, delle sue costituzioni, del suo senno pratico: la civiltà che sola diè all'Italia l'idea nazionale, da' cui frantumi risorse colla forma dei Comuni la libertà popolare, col simbolo dell'impero il concetto dell'unificazione. Quando voi dite che la civiltà romana _ai nostri giorni farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane_, non c'è bisogno di confutarvi: simili sentenze portano nella loro esagerazione la loro condanna: ce ne appelliamo al Vico, da voi non degnato mai di né pur nominarlo. Né la letteratura romana ha bisogno delle nostre apologie, per non essere reputata _ordinariamente sotto il livello della mediocrità e congegnata sempre sulla piú gelata apatia del sentimento_: né del nostro aiuto han bisogno Cesare, Cicerone, Tacito, Virgilio ed Orazio, per rimanersene fra i piú grandi scrittori delle nazioni civili. Vero è ch'indi a poco voi salutate Tullio _grande oratore_, parlate dei _canti immortali del castissimo Virgilio_, onorate Tacito del titolo d'_ingegno superiore al giudizio di qualunque non si levi all'altezza del genio_. Come ciò possa stare con una letteratura _ordinariamente sotto il livello della mediocrità_, altri vegga: noi facciamo plauso alla buona fede. Del resto né pur gli argomenti che voi portate contro l'insegnamento della lingua e letteratura latina son nuovi: né voi, scrittore del _Prete e il Vangelo_, avete sdegnato di seguitare il canonico Gaume e il padre Ventura: basti dunque ricordare ai nostri lettori le risposte del Thiers, del Gioberti e dello stesso Tommaseo.
Ma non posso lasciar senza nota questa singolare asserzione: «E chi insanguinò sí atrocemente la rivoluzione dell'89, se non gli alunni della lingua e della morale latina?» Caro ed egregio dottore, la non fu colpa del latino, se un popolo gentile e cortese, se un'assemblea di filosofi umanitari dovettero ripurgar la Francia nei lavacri di sangue del 1792 e 93: tali eccessi furono dolorosa conseguenza dei piú grandi eccessi di un clero, il quale, se voi aveste scritto _Il Prete e il Vangelo_ poco piú che un secolo fa, avrebbe fatto ardere per man del carnefice il vostro libro se non pur voi; dei piú grandi eccessi del feudalismo, il quale, se voi foste nato vassallo, come venti milioni d'uomini su a mala pena cinquecento, dava ad ognuno di quei cinquecento il diritto di riscaldarsi i piedi agghiacciati nel vostro ventre sparato, di salir primo nel letto della vostra sposa, o dottore. E il clero e il feudalismo non furono istituzioni della civiltà romana, _che farebbe vergognare di sé le piú barbare tribú africane_.
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Veniamo alla letteratura del Cinquecento. Prima di tutto, se il dottor C. avesse attentamente seguíto il filo della tradizione romana dalla caduta dell'impero a tutto il secolo decimoterzo, ei non avrebbe detto che il Boccaccio fu il primo a far romane le nuove lettere; perché appoggiata d'una parte alle ruine del Campidoglio e al sorgente Laterano dall'altra avrebbe veduto dominar sempre su l'Italia la civiltà latina; perché nelle origini, nelle istituzioni, nelle glorie dei Comuni avrebbe veduto l'orgoglio del nome romano, lo avrebbe sentito nelle cronache, nei romanzi, nelle feste, nei canti; perché, a ogni modo, fu Dante il primo a far romana la letteratura dei Comuni italiani. E il quadro che il dott. C. delinea del Cinquecento è troppo ristretto, troppo vago, troppo caricato in certi punti e falso in certi altri, troppo copiato alla cieca dal libro XV della Storia Universale del Cantú, che tutti sanno non esatto né imparziale scrittore.
E ben si pareva, anche senza ch'ei ce lo dicesse, che il dott. C. non ha piú che _scartabellato_ gli autori del Cinquecento: il che, se può bastare a buttar giú piú o meno calorose tirate, è poco a dar giudizio d'un secolo, il quale, se altro non avesse avuto che Venezia combattente contro tutta l'Europa, e le difese di Firenze e di Siena; se altro non avesse avuto che l'alterezza nazionale onde sotto il dominio straniero conservò purissimo il carattere paesano e ne improntò Francia Spagna e Inghilterra ad un tempo, e il senso squisitissimo e il culto amoroso del bello, che è sempre morale di per sé; se d'altri nomi non si gloriasse che del Machiavelli, del Guicciardini, dell'Ariosto, di Michelangelo, di Raffaello, di Tiziano, del Tasso, del Sarpi (non metto come il dott. C. fra i cinquecentisti il Savonarola), avrebbe sempre diritto a esser gloriosamente ricordato fra quei secoli ne'quali il genere umano diè piú larga prova della sua nobiltà. Ah, signor C., ben pochi segni dell'alfabeto ci vogliono e pochissimi secondi occorrono a scrivere di queste righe «l'impudenza di abdicare i diritti del cittadino e di rinnegare la terra dei padri è un tristo privilegio dei cinquecentisti:» ben poco ci vuole! Ma, quando voi infamavate cosí molte generazioni d'italiani, non vi sorsero per un istante dinanzi agli occhi la greca figura di Francesco Ferruccio, non la romana di Andrea Doria, non la italianissima del Burlamacchi? E lo spasimo di un'anima e di un ingegno sublime tra l'ideale di una patria libera e grande e la realtà d'una corrotta politica, non lo sentiste voi mai nelle acerbe pagine d'un Machiavelli e d'un Guicciardini, le quali pur nel disperato scetticismo sono de'piú gloriosi monumenti del senno e della eloquenza italiana? E nel poema e nelle satire dell'Ariosto non vedeste la piú gran fantasia dell'Europa, che dalla trista verità del servaggio si ricovera nel campo della libera idea? E nei comici, nei novellieri, nei satirici non avete sentito erompere un concetto accarezzato dagli italiani, fin nel secolo decimoterzo, il concetto della riforma e della libertà di conscienza?
Ma voi conchiudete: «L'epoca che è corsa fra Dante e il Parini è una faticosa parentesi che interrompe il processo cronologico della letteratura italiana--parentesi che non ha relazione col suo contesto, ed è cosí estranea alle leggi di continuità, che è necessario addentellare la nuova letteratura al Trecento.» Voi avrete le vostre buone ragioni per obliare del tutto, non dirò il Tasso e l'Ariosto, sí il Machiavelli, il Sarpi, il Bruno, il Campanella, il Vico; ma e da vero la letteratura del Parini vi pare da potere addentellare solamente alla trecentistica? Ad altri in vece parrebbe che quel faticoso ed esquisito lavorío dello stile, quella cura della rotondità dei contorni, quelle frequentissime rimembranze mitologiche, non fossero virtú affatto affatto trecentistiche: e'parrebbe che la formazione della poesia pariniana tenesse del latino anche troppo: basti accennare le odi e molti luoghi del poema. E lo stesso può dirsi d'altri sommi della scuola del rinnovamento, i quali meglio mutarono le occasioni e le allusioni che non l'arte stessa, nella quale ritraggono piú dai cinquecentisti che dal Trecento. Ma voi seguitate: «dall'Alighieri al Parini, se si eccettui due canzoni del Petrarca, alcuni sonetti del Guidiccioni e del Filicaia, quattro versi e la vita di Michelangiolo, il Savonarola e il Galileo, sei costretto a traversare quattro secoli di stupido oblio per la patria italiana.» E noi vi regaliamo anche il troppo celebre sonetto del Filicaia: ma e l'ultimo capitolo del Principe, e le Storie del Varchi e del Nardi, e le orazioni del Casa per la lega e altre di altri, e tutto quasi il canzoniere dell'Alamanni, e molte poesie non plebee di cinquecentisti e secentisti, fin del Marini, e quelle del Chiabrera e del Testi, e piú luoghi di poemi famosi, e le Filippiche del Tassoni, e le prose del Boccalini mostrano elleno questo _stupido oblío della patria italiana_? Lo mostrano molte altre e poesie e prose che giacciono inedite per le biblioteche, colpa la erudizione pusillanime de'nostri critici d'accademia e di sagrestia? E il nome d'Italia non ricorre frequente fin nei versi degli Arcadi? Ben poco bastava aver veduto della nostra letteratura, per non proferire un'accusa sí amara; della nostra letteratura, a cui fu dato taccia di essere troppo egoisticamente nazionale.
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Anche, avrebbe dovuto il dott. C., per acquistarsi maggior fede, curar piú la esattezza dei particolari e delle citazioni. Nulla dirò delle poche notizie intorno ai cinquecentisti, ch'egli ha per sua confessione solamente _scartabellati_, e dove gli errori son piú veramente imputabili al Cantú che non a lui. Ma in certo luogo, dopo aver chiesto il bando della lingua latina dalle scuole, egli, per mostrare con gli argomenti del D'Alembert la impossibilità del recare in quelli studi la critica grammaticale ed estetica, domanda agli uomini di buona fede: «come sentiranno che Virgilio sia cosí _trascurato nella lingua_ da aver ordinato egli stesso la dispersione dell'Eneide, che a noi pare un modello di latinità?» Veramente non è questione di lingua scorretta: Virgilio voleva arso il poema, perché non gli aveva dato ancora l'ultima mano né l'avea terminato (_ut rem inemendatam imperfectamque_), e sconsigliatone da Seneca e Varo lo legò loro per testamento, _sub conditione ne quid ederent quod a se editum non esset, et versus etiam imperfectos, si qui erant, relinquerent_: tanto era lungi dal dubitare della correttezza della lingua: veggasi Donato e i biografi tutti. «Come comprenderanno--séguita il dott. C.--che Orazio sia verboso come ne è tacciato da Ovidio?» Veramente il _tenuit nostras numerosus Horatius aures_ non suona rimprovero di verbosità, ma è lode di armonia nel numero e di pienezza di stile: veggansi i dizionari. «Come Cicerone, lo dicono Tacito e Quintiliano, camminasse balzellante od incolto?» Veramente non è Tacito che dice _incólto_ Cicerone: è l'oratore Apro, il partigiano del cattivo gusto, il Tesauro del tempo suo, introdotto nel famoso dialogo da Tacito come antagonista di Messala, seguitatore della buona tradizione, è Apro a cui Tullio sembra _non satis expolitus et splendens_; quali apparivano gli scrittori nostri del Trecento ai letterati della scuola del Bettinelli e del Cesarotti. E Quintiliano non fa che riferire come Cicerone ad alcuni suoi contemporanei avesse aria di essere _in compositione fractior et exultantior_: ma quanto debban reputarsi fondati sul vero i giudizi dei contemporanei, impacciati dalle parti politiche o dalle scuole letterarie, non importa avvertire. E le accuse di _arcaismo_ a Sallustio e di _patavinità_ a Livio erano non dell'opinione pubblica, sí d'Asinio Pollione; il quale fu, come a dire, un pedante che andava per la maggiore e si compiacea dei paradossi; archetipo di molti critici de'nostri giorni. Per quel che tócca a Ovidio, non è difficile anche a noi moderni il sentire come il Sulmonese corra profuso quasi sempre e sia dilavato talvolta; e potremmo anche additare i versi ove egli fallisce alle regole inventate di poi. Ma che monta? togliesi con ciò il pregio ad Ovidio di essere uno de'piú copiosi scrittori romani? Anche Dante e il Petrarca e il Boccaccio e il Machiavelli trascurarono piú d'una volta le regole del benemerito Puoti. E il verso d'Ovidio, che il dottor C. riporta come una confessione fatta dal poeta del suo sgrammaticare, _Num didici getice sarmaticeque loqui_, non significa veramente cotesto; sí è un accenno dello aver egli scritto nella lingua getica: del che piú largamente altrove:
Ah pudet! et scripsi getico sermone libellum. Structaque sunt nostris barbara verba modis. Et placui gratari mihi, coepique poetae Inter inhumanos nomen habere Getas.
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Dopo ciò e con ciò tutto io non consiglierei l'Italia di arrendersi al piacere del dott. C. e ad abbandonare nell'istituzione giovanile l'insegnamento del latino. Per simili proposte di demagogica incultura e di sospettoso pietismo, ella n'ebbe alcuna volta di male parole dal Foscolo e dal Gioberti, non pedanti, credo. Del resto, all'Alighieri e all'Ariosto, al Vico e al Manzoni, avere scritto versi latini non guastò mica né l'ingegno né l'animo né la pietà.
IL BUCO NEL MURO
DI F. D. GUERRAZZI
Nella _Nazione_ di Firenze, 3 marzo 1862.
IL BUCO NEL MURO
DI F. D. GUERRAZZI
Se alcuno, gittando gli occhi su tale argomento di appendice letteraria in un giornale stato sempre avverso ai procedimenti politici di F. D. Guerrazzi, se ne ripromettesse una fitta d'allusioni maligne o di volgarità invereconde, quegli s'ingannerebbe a partito. Di molte cose è ignorante chi scrive la presente appendice; ma questo non ignora, questo fermamente crede e liberamente professa: che lo scrittore, il quale pur essendo di pochissime facoltà rispetta in sé il ministero delle lettere, non ha da sottomettere il pensiero e la penna né al superbo giudizio della opinione creata dalle parti né alla variabile moda; e che a scrittor giovane massimamente si addice la osservanza verso chi formò con l'ingegno potente molta vita intellettuale della generazione a cui egli appartiene, a chi, atleta già provato nella lotta senza fine col male, resta diritto nel campo aspettando e ricercando tuttavia la battaglia, mentre i sorvenienti si perdono dietro a farfalle ed a fiori o scioperano all'ombra de'sacri boschi non da loro piantati.
F. D. Guerrazzi è l'ultimo superstite degli illustri toscani, che nella metà prima di questo secolo resero onore e diedero impronta propria e rilevatissima alla letteratura che oso ancora chiamare toscana, della quale ognun sa quanto bassa fosse caduta nel secolo scorso. E ognun sa come dal '15 in poi prevalesse in Italia la scuola in prima solamente lombarda, poi anche piemontese; la quale era messa in atto da quel comune impulso, che respinse le nazioni d'Europa dalla imitazione francese del secolo decim'ottavo alle loro origini, alle antichità loro storiche e letterarie, ma che pur ritenne qualche cosa del carattere rivestito in Germania, nella Germania della Santa Alleanza, onde mosse da prima, e ove fu per qualche tempo riazione non solo contro la conquista francese ma contro la rivoluzione incarnata nella repubblica e nell'impero invadenti. Anche nella Francia avemmo a udire il Lamartine e l'Hugo, trasportati da quel movimento un po' cieco e furioso, declamare nei loro princípi contro la rivoluzione e l'89. Non furono sí ciechi i nostri, lombardi e piemontesi: ma pur si ristrinsero in un cristianesimo un po' troppo stazionario, piú _disposto_, per dirla con Dante, _a patire_ che a _fare_; vagheggiarono di soverchio il medio evo cosí per la rappresentazione artistica come nell'essenza storica: onde il _neoguelfismo_, che fu un male: onde la confederazione italiana col papa a capo, che altri seppe accortamente pescare nei loro princípi e nei loro dettati. Che se alcuni potenti d'ingegno e di volontà giunsero a liberarsi dalle conseguenze ultime di certe premesse, abbiamo tuttavia recente l'esempio d'uno scrittore di quella scuola, che ha mostrato apertamente non poter menarci buona l'unità; la quale oramai è pur condizione necessaria ed unica del nostro esser civile. Allora fu bello veder la Toscana levarsi d'un tratto a contrastare non di lingua né di forma, ma di pensieri e di massime; levarsi a difendere la vecchia tradizione del suo Dante, del suo Machiavelli, del quasi suo Alfieri. Nell'alta Italia tutto informava, con forza vera e nuova tra noi, la personalità di Alessandro Manzoni: egli la fonte da cui scaturivano la politica e la storia, la filosofia, la poesia, il romanzo. Se non che egli, con quel senso squisito di convenienza che è primo carattere, anzi, direi, grandissima parte del suo ingegno, non avea forse mai trasmodato: sí trasmodarono gl'imitatori e seguaci. E allora l'autore del _Nabucco_ insorse alla sua volta col _Procida_ e coll'_Arnaldo_; allora contro gl'innaiuoli e gli scrittori di ballate, contro i menestrelli e trovatori in caricatura, contro i _genii incompresi_ e non comprendenti, contro gli arcadi nuovi, insorse la lirica satira del Giusti; allora contro i romanzi moltiplicati sino al fastidio da ispirazioni e reminiscenze feudali di sagrestia insorse F. D. Guerrazzi col maggior suo romanzo, ove protagonista è il popolo, catastrofe la caduta della libertà e dell'Italia. E a questi tre scrittori massimamente si ha obbligo, se la Toscana, non ostante la sua gloriosa autonomia, non ostante le tradizioni di democrazia recenti e vive nel suo popolo, gridò prima l'unità, trascinò seco nel concetto dell'unità tutta Italia. Questa giustizia dovevasi alla scuola letteraria toscana e all'ultimo superstite rappresentante di lei.
Parlare in genere dei difetti d'arte che son nei romanzi dell'illustre scrittore sarebbe inutile, quanto discorrere i pregi di quello del Manzoni. Chi non sa che quei difetti gli ha confessati in certi luoghi l'autore stesso? Chi non sa che quel suo ingegno altero, solitario, chiuso in sé, che trae la ispirazione piú dall'uno che dal molteplice, piú da dentro sé che dal di fuori, non gli permette di variare atteggiamenti e colori, meglio condensa il suo raggio affocato sopra certe figure e scene fantastiche di quello che non si allarghi chiaro e sereno nella vita esterna reale? Chi non sa che, a guisa del poema di Giorgio Byron, il romanzo del Guerrazzi precipita, come torrente, di cascata in cascata, e cerca rupi e scogli contro i quali infrangersi spumeggiando; piuttosto che si devolva pieno ed eguale nell'analisi graduata dello Scott, come fiume in lati e declivi meandri? Ma e chi può negare la potente originalità dello scrittore livornese? Mi si permetta, poiché non mi soccorre un termine di raffronto dalla storia letteraria nostra, di ricorrere a quella delle arti. Il Guerrazzi fra i romanzieri del tempo mi pare quel che Piero di Cosimo fra i pittori dei primi anni del secolo decimosesto. (Non mi si faccia per questo l'ingiuria d'intendere che io voglia agguagliare tutti gli altri nostri romanzieri alla bella scuola pittorica del Perugino e del Ghirlandaio). Figuravano gli altri bellezze ineffabili di vergini e sante: Piero, mostri stupendamente orribili. Studiavansi gli altri di delibare dalle parvenze divine della natura il fiore ideale, e aggraziarla: Piero si piaceva di veder selvatico ogni cosa, e voleva che gli alberi e le viti dell'orto suo cacciassero e stendessero a loro talento intatti dal pennato e dal ronchio i rami ed i tralci, allegando che le cose della natura bisogna lasciarle custodire a lei senza farci altro. Proponevansi gli altri i modelli che quella età porgesse migliori: egli guardava a lungo nelle nuvole, e ne cavava di strane battaglie equestri e le piú fantastiche città e paesi che si vedessero mai; anche amava i diluvii grandi delle acque che si rovesciassero dai tetti stritolandosi per terra. Gli altri rallegravano l'Atene italiana del Cinquecento con le piú liete e vaghe mascherate del mondo: egli spaventava i fiorentini, troppo tosto dimentichi del Savonarola e troppo improvvidi della servitú, sorveniente, col Carro della Morte. Altro tipo somigliante al Guerrazzi scrittore l'abbiamo in Michelangiolo da Caravaggio. Sórto egli pittore senza maestro, tra il fiorire de'Caracci, per dispetto degli arbitrii accademici e delle leggi convenzionali si gittò sotto i piedi ogni regola. ogni legge, e l'antichità e il disegno: per odio ai coloritori del tempo, ei dipingeva in uno studio tutto tinto a nero, ove la luce pioveva scarsa da un solo e alto spiraglio. Onde ne'suoi dipinti le ombre vigorose e taglienti, rilevati i contrasti del chiaroscuro, il tócco vigoroso; ma e scorrezioni e durezze inevitabili. Aggiungi che il Caravaggio presceglieva, a dipingere, assassinii e avventure paurose, ruine e cadaveri, e che nei quadri per le chiese sgomentava e disgustava i divoti con la cruda verità. Ma tutto questo, odo dirmi, è egli bene? Tutto tutto, non credo. Per altro ai tempi in cui il convenzionale predomina, o in cui, a malgrado delle pretensioni e presunzioni superbe, tutto è appianato e livellato a un esempio né alto né bello, tutto è intonacato e scialbato come le facciate delle chiese de'gesuiti, questi contrasti acri, avventati, è bene che ci sieno.
Di tal guisa F. D. Guerrazzi ha compiuto il ciclo de'suoi romanzi di antico argomento. Dopo narrato la caduta della libertà e preso vendetta dei percussori ed eredi di lei--imperocché l'_Assedio_, l'_Isabella Orsini_, la _Beatrice Cenci_ possono riguardarsi come una trilogia sanguinosa, della quale la _Battaglia di Benevento_ è il prologo, e la _Veronica_ Cibo il picciol dramma satirico--ora mostra di voler modificare la sua prima maniera, piegando ai tempi moderni col _Pasquale Paoli_, ed anche al romanzo di carattere o di costume contemporaneo con questo _Buco nel muro_.