Part 6
Mai il primo fiore della vita animale m'era parso più miracoloso. La cagna aveva alzato il muso verso la mia carezza, poi s'era volta a leccare il poppante che succhiava l'ultima mammella già esausta premendola con un'insistenza irosa. Ella gli dava leggeri colpi per rivoltarlo sul ventre, ma il catellino tenace non lasciava la presa e metteva un suono di dispetto simile a un garrito spento. Era bianco pezzato di grigio; aveva una stella in fronte, un orecchio bruno e uno roseo, ancor nudo, suggellato come gli occhi, occluso da due o tre vescichette lustre. Lo conoscevo bene in tutti i suoi segni, come gli altri. E ora tutto mi pareva straordinario, divino come la diversità dei fiori, con quegli screzii del pelame, con quelle mischianze misteriose dei caratteri materni e paterni. Li avevo veduti escire a uno a uno, come piccole nuvole opaline, come sfere azzurrognole, come mondi informi: spettacolo nauseabondo e sublime. Avevo veduta la infaticabile tenerezza della madre nettarli a uno a uno dall'orrenda schiuma, troncare il cordone sanguinante, sospingerli ciechi e sordi verso la fonte tiepida della sua vita. Tutto m'era parso grande e augusto, portento d'amore e di sapienza; tutto ora mi pareva sacro. Come avrei potuto scegliere e condannare? Mi sentivo pronto a qualunque ufficio più umile e greve per salvare pur la men bella di quelle creature viventi.
L'uomo del canile indovinò la mia pena e mi disse: «Aspettiamo ancóra qualche giorno. La nutrice si troverà. Me n'hanno promessa una, nella Landa».
Mi mossi verso la Cappella di Nostra Donna. Il cuore mi oscillava tra la vita e la morte. Avevo preso meco un mazzo di rose che somigliavano quelle ch'io non vedo più, quelle di Toscana alternate coi giaggiuoli lungh'essi i muri graffiti dei poderi, a Castel Gherardo, o verso il Palagio del Sere, o lassù al Crocifisso Alto. Riudivo il versetto intonato da Enrico Suso: «O giovinetta rosa di primavera! _O vernalis rosula!»_
Nessuno piangeva, nella casa domenicana. Un dolore composto e taciturno annobiliva tutta quella genitura discesa dall'uomo santo. Passai pel verone di legno, non scorsi rilucere lo specchio, misi il piede sul limitare, vidi qualcosa di bianco nascere, presso e lontano. Prima che le pupille scoprissero l'immobile forma, nel mio amore e nella mia reverenza due bare si congiunsero. L'umile uomo da bene e il poeta indimenticabile erano una sola morte. Ed erano un solo sorriso, una sola pace, una sola beatitudine.
Non avevo mai veduto la morte vestita di quel divino pudore, se non in certe stele funerarie ad Atene, se non in certe pietre sepolcrali di questa terra di Francia, nelle quali il marmorario sembra precorrere il lavoro dell'Artefice eterno che al novissimo dì riscolpirà tutti i volti secondo la bellezza perfetta. Ogni lesione della vita pareva cancellata. Non l'anima soltanto, non soltanto l'anima di sacrificio e di preghiera, ma la carne di dolore e di colpa aveva ottenuto l'indulto. Tanto dunque una carne miserabile, vaso di dissolvimento, può divenir bella nelle prime ore della morte? Ero certo che anche nel volto del mio fratello, laggiù, su la collina d'Italia, risplendeva quella bellezza.
Posai le rose su' suoi piedi congiunti sotto la coltre bianca. Mi chinai a baciarlo in fronte, e non ebbi terrore. Una voce sommessa mi chiese: «Non volete pregare per lui?» Mi fu offerto un inginocchiatoio leggero, che aveva la predella di paglia. M'inginocchiai. Altre creature erano in ginocchio e pregavano, senza susurro.
Volgevo le spalle alla luce. La mia ombra cadeva sul letto funebre, stava su le ginocchia sparenti del cadavere, incrociata con quel corpo tanto sottile che non s'alzava dal piano più d'un bassissimo rilievo né sembrava pesare più della mia ombra. Quanti difficili nodi ho conosciuto, dai più robusti che fanno con i canapi i marinai a quelli che si piacque di disegnare l'ermetico Leonardo! Ma nessuno mai arcano come il groppo di quelle due mani esangui intorno al crocifisso d'ebano. Nessuno mi parve mai tanto durevole e indissolubile. L'osservavo di continuo, gli occhi miei affascinati fisandosi di continuo in quel punto; e non riescivo a comprendere come le dita fossero tra loro intessute, come quella cosa pallida e solinga fosse connessa.
Il chiarore che tante volte avevo veduto nello specchio spaventoso, quel medesimo ora occupava la stanza. Mi volsi un poco a sinistra, e scorsi lo specchio coperto d'un lenzuolo bianco. Quali visioni insostenibili aveva serbato nel profondo?
Da prima in me fu silenzio. L'umile uomo da bene e il sovrano cantore del bene erano una sola morte e una sola santità. Volgevo le spalle alla luce del giorno occidente, all'immensa Landa deserta. Era in me col silenzio un'attesa senz'angoscia. E a poco a poco uno spirito musicale entrava in me. Mi sovveniva della sera d'ottobre, della sera d'un altro sabato, d'un abituro presso un'altra Cappella, in mezzo a un'altra foresta. Mi sovveniva di Francesco alla Porziuncola e dell'ultimo cantico cantato nell'ombra, con la faccia rivolta al cielo, mentre i fratelli ascoltavano rattenendo il respiro. «_Voce mea ad Dominum clamavi._» Tutto il cielo, quando il Serafico si tacque alla soglia d'eternità, tutto il cielo della sera fu pieno d'un coro miracoloso di allodole.
Ed ecco, dall'immensa Landa, una melodia sorse e si sparse, una melodia che forse già riempiva tutta l'ombra degli alberi piagati ma che non fu da me udita se non in quel punto. Di duna in duna, di selva in selva, di macchia in macchia, la Landa si fece tutta melodiosa, fino all'Oceano. Era un cantico d'ali, un inno di piume e di penne, quale non s'ebbe più vasto il Serafico, quale non si sognò così pieno Paulo di Dono. Era la sinfonia vesperale di tutta la primavera alata, per Giovanni di San Mauro, per l'interprete di ogni aerea voce.
Saliva, saliva senza pause. E a poco a poco, di sotto al salmo silvano, si moveva una musica fatta di gridi e di strepiti conversi in note armoniose da non so qual virtù della lontananza e della poesia. Erano i suoi famigliari che avevano cullato i sogni agresti di Castelvecchio: risa di bimbi, favellìo di massaie, uggiolìo di cani, péste di cavalli, mugghi di mandre, stridore di carretti. E i galli chiamavano e rispondevano, dai chiusi di giunco marino e di bianco spino, come se il vespro si mutasse in alba, la quiete in risveglio. E le campane sonavano come «nei cilestri monti». E la sera varcava la soglia, simile a un grande arcangelo velato.
Giova ciò solo che non muore...
La cella era divenuta cupa come una cripta, ma il salmo della Landa la riempiva come il rombo dell'Oceano riempie la conca. Il letto bianco era divenuto simile a quelle arche d'argento che splendevano nella vecchia contea di Sciampagna; e sopra vi giaceva una statua supina. E non era l'effigie d'un morto ma d'un immortale: come le figure del secolo di fede, aveva gli occhi aperti perché non credeva se non nella Vita. Come nell'antifonario di Santa Barbara, era per levarsi e per dire con un'allegrezza imperiosa: «_Aperite mihi portas justiciæ. Ingredior in locum tabernaculi admirabilis usque ad domum Dei_». Non mostrava le tracce degli anni, i solchi senili; ma era ferma nella giovinezza del Risorto, nell'età che tutti gli uomini avranno quando saranno per risorgere come Lui. E non le stava sul capo la guglia trilobata che sovrasta ai Santi nei pilastri e nelle vetriere della cattedrale? E il duomo di Dio, la cattedrale unanime e innumerabile, non s'alzava di sopra a quella cripta nuda, con la sua selva di simboli e di misteri? E il sole gotico non s'era colcato dietro la grande Rosa?
Il salmo non aveva fine. Tutto pareva salire, ancóra salire, sempre salire, nel rapimento di quel canto. Il ritmo della Resurrezione sollevava la terra. Io non sentivo più i miei ginocchi, né occupavo il mio luogo angusto con la mia persona; ma ero una forza ascendente e molteplice, una sostanza rinnovellata per alimentare la divinità futura. Cose ignote, esseri ignoti erano per nascere al suono della mia prossima voce. Non v'era più ombra né paura di morte in me; né pur v'era desiderio o speranza di pace. «Non voglio la pace. Voglio morire nella passione e nel combattimento. E voglio che la mia morte sia la mia più bella vittoria.» Avevo accesa una nuova lampada ma anche rifuso un più ricco olio nell'antica perché riardesse. Mi sentivo figlio di me, e le mie labbra non avevano appreso a proferire il nome del Padre nell'orazione.
«Amici, è sempre sera e presto sarà notte.» Vedendo guizzare su la parete un lume improvviso, mi levai. Qualcuno stava per accendere un cero a pie dell'arca imaginaria. Mi levai, mi volsi, uscii. L'atto fu così rapido che nessuno mi seguì, tranne un giovinetto. Gli aditi erano bui. Non lo distinguevo. Quando mi sfiorò il braccio per passarmi innanzi, vidi brillare il bianco de' suoi occhi. Quando fummo sotto la tettoia, vidi la sua faccia dorata, le ciocche folte e nere de' suoi capelli. Lo sentii tremare mentre m'apriva la porta sul sentiero di sabbia. Allontanandomi, non udii il rumore del cardine dietro di me; e pensai ch'egli fosse rimasto sul limitare a guardarmi. Ma non mi voltai. Mi pareva che un viso nuovo mi fosse nato dal mio spirito. L'imagine rivelatrice del giovine dalla sindone mi toccò la cima del cuore.
Discesi la duna. Il calcagno s'affondava senza sonare. La Landa ora taceva, in una nuvola di pòlline, piena di connubio. Il salmo vesperale era cessato. Una costellazione misteriosa si accendeva nel cielo violetto. Il tuono remoto dell'Oceano era come il vigore del silenzio.
Giova ciò solo che non muore, e solo per noi non muore, ciò che muor con noi.
Ero in quello stato di potenza che talvolta ci fa sentire come il vivere non sia se non un continuo creare. Passai presso un cespuglio fragrante nell'ombra, che mi divenne un sentimento meraviglioso. D'un tratto uno scoppio di passione canora trasmutò il silenzio in un'ansia intenta. Le stelle s'appressarono alle chiome dei pini feriti. Cantava l'usignuolo.
Vidi brillare il Faro laggiù, su l'estrema lingua di sabbia. M'accorsi d'esser vicino alla mia duna. Camminai verso la casa, con l'anima rovesciata indietro a ricevere il canto. Un'ombra stava diritta presso il cancello, nel luogo medesimo ove soleva aspettarmi l'uomo livido. M'appressai con un passo più rapido, con gli occhi aguzzati.
Era uno sconosciuto della Landa che mi conduceva la nutrice. Teneva a guinzaglio una cagna da caccia, che a quando a quando mandava fuori un lamentìo sommesso. E la voce della madre era così straziante che non udii più quella dell'usignuolo. «Dove ha lasciato i suoi piccoli?» chiesi allo sconosciuto. Il carnefice li aveva annegati in una tinozza d'acqua fredda, tutti: erano dodici! Mi curvai verso la disperata, posi un ginocchio a terra. Lo sprazzo rosso del Faro illuminò la sua bella testa falba dalle larghe orecchie di velluto, la sua faccia possente e pacata ove brillavano due occhi folli. E vedevo galleggiare nella tinozza i dodici piccoli cadaveri.
Allora, inginocchiato su la sabbia, le palpai le mammelle ch'erano gonfie e calde tra i lunghi peli bianchi e bai. Il forte lezzo della maternità mal curata e della cuccia negletta mi rendeva più pesante il cuore. E lo sprazzo candido del Faro mi passò sul capo chino.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Contemplazione della morte, by Gabriele D'Annunzio