Contemplazione della morte

Part 2

Chapter 23,900 wordsPublic domain

_Heus, rostro navis qui terram scinditis unco,_ _quam detraxistis navi iam reddite proram_ _atque in me longos infindite vomere sulcos_ _usque ad coeruleum, iuvenes, maris aequor, et ultra._ _Est operae!_

La grandiosità del Torso erculeo bastava a riempiere le mie mura; perché era quel terribile frammento titanico presso cui Michelangelo decrepito e quasi cieco si faceva condurre per palparlo. (Or potevan dunque le sue mani toccare un marmo senza riscolpirlo intero?) Avevamo dinanzi ai nostri occhi un esemplare sovrano e quasi direi il cànone eroico; ma ignoravo quale di noi due ne fosse tócco più a dentro. Se avessimo potuto saperlo, forse avremmo conosciuto la nostra misura. Come gli guardai le mani, delle quali sono sempre curioso, egli le ritrasse con un atto quasi fanciullesco. Io volevo osservare le dita che avevano foggiato l'odicina per le due sorelle e i madrigali dell'_Ultima passeggiata_. Allora sorridendo gli ripetei i primi versi del _Contrasto_:

Io prendo un po' di silice e di quarzo: lo fondo; aspiro; e soffio poi di lena: ve' la fiala, come un dì di marzo, azzurra e grigia, torbida e serena!

Con quelle stesse mani che aveva nascoste, egli fece un gesto di disdegno potente. Sentii quanto vi fosse di virile in colui che passava tra le umili mirici per salire verso la rupe scabra. E poi parlammo d'Odisseo e della predizione di Tiresia.

Questo fu il nostro primo incontro. E l'ultimo fu nella sua casa bolognese dell'Osservanza, qualche settimana prima della mia partenza per l'ultima avventura: triste commiato di chi era per farsi fuoruscito a chi restava legato dalla catena scolastica.

Tutto il giorno m'ero lasciato condurre dalla mia malinconia nei luoghi ove ella più potesse gravarmi. M'ero indugiato su la piazza solitaria che la tomba di Rolandino fa pensosa, e quella dei Foscherari, degna d'un cantore, sotto i suoi archetti verdi, alzata sopra le sue colonne simili al coro delle Muse nel numero. Ed ero entrato nel tempio domenicano di rosso mattone: tra il sepolcro bianconero di Taddeo Pepoli e il monumento di Re Enzio avevo sentito soffiare su me l'ambascia dell'Olifante senza più suono.

Va, ma non giunge. È un brusìo d'ombre vane ch'ode Re Enzio, quale in foglie secche notturna fa la pioggia e il vento.

E m'ero poi smarrito nel sacro laberinto di San Stefano, nella Basilica delle sette chiese. Misteri ed imagini per ogni dove, e il colore del fumo e il colore del grumo. Sanguigno e fumoso il chiostro, e sopravi l'ombra della torre quadrata, e nell'ombra il pozzo tra le due colonne, la carrucola di legno consunta, che non stride più; e fra gli interstizii dell'ammattonato l'erba umile, e intorno intorno, ai davanzali delle finestre alte, i vasi di basilico. E poi nell'altro cortile, fra il cotto, la grande tazza di pietra, il fonte senz'acqua ove nessuno si battezza più; e il tabernacolo d'oro luccicante a traverso i vetri appannati; e nel vano della finestra, su una colonnetta, il Gallo che canta; e, da presso, il Vescovo colcato nel marmo sepolcrale, che il canto non risveglia più; e, dietro l'altare irto di candelabri ferrei, le rudi arche di granito che l'ascia mistica tagliò nel sangue pietrificato dei Martiri; e la luce che passa nell'abside per gli alabastri fulvi come quel miele amaro di cui si nutriva il Battezzatore.

Perché oggi, della Città ove per fato si spengono i nostri grandi poeti, non vedo se non quella piazza mortuaria e quel laberinto cristiano? In quella piazza vuol ripassare il mio dolore seguendo il feretro del mio fratello, e nel più profondo dei sette luoghi, nel settimo, nella Confessione sotterranea, vuole accompagnarlo e deporlo. Bologna non ha oggi per me se non quella faccia misteriosa, se non quella bocca piena di freddo alito e di sublime silenzio.

Chi potrà dire quando e dove sien nate le figure che a un tratto sorgono dalla parte spessa e opaca di noi e ci appariscono turbandoci? Gli eventi più ricchi accadono in noi assai prima che l'anima se n'accorga. E, quando noi cominciamo ad aprire gli occhi sul visibile, già eravamo da tempo aderenti all'invisibile. Oggi mi sembra che quel pellegrinaggio meditativo non fosse veramente una preparazione spirituale alla visita ch'io era per fare ma fosse già la visita, e che nessuna delle parole ch'io dissi poi valesse quelle che andando io diceva al mio compagno senza carne.

Ma, quando mi ritrovai nella strada, pensai a quella creatura divina che sempre m'era parso dovesse stargli nella casa a conforto, sola quella, con la sua lampada e co' suoi libri. Qualora le Città nobili usassero far doni ai poeti, che mai avrebbe potuto donare Bologna all'estremo Omeride se non la testa dell'Athena Lemnia? Sembra escita da certe visioni tumultuose dei _Poemi conviviali_, sembra una duratura bellezza provata dalla strage e dall'incendio, un frammento dissepolto di sotto alle rovine d'un antico assedio. Ha il viso e il collo chiazzati di ferrugigno, come ingrommati di sangue vetustissimo; e sotto il collo, nello sterno e nella clavicola, è come infoscata dal fuoco che appiccarono al tempio i saccheggiatori corazzati di bronzo.

E troppo tardi mi ricordai d'avergliene promessa l'impronta. Sapevo che n'era stato tratto il gesso, ma per notizia vaga; e i custodi del Museo civico non seppero darmi alcun ragguaglio. Tuttavia, non potendo per allora portargli l'imagine, quanto di me gli diedi con la meditazione ch'io feci dinanzi al cippo, nella grande sala deserta, ove come la sua poesia quella forma sovrana era sola tra ruderi e cocci mediocri.

Salii dunque all'Osservanza con qualche fiore. Ero così pieno di pensieri che non ritrovo nella memoria l'aspetto delle cose, perché le guardai con occhio disattento. Non entravo in una casa ma in un'anima che pareva volersi fare per me ancor più bella. Se la vita non mi avesse dato altro che quell'alta ora di amicizia, pur la stimerei generosa e mi direi contento d'aver vissuto in mezzo agli uomini. Della nostra timidezza non si mostrò se non un'ombra, sul principio, quando, guardandolo io, egli mosse il capo in non so qual modo sfuggente e batté le palpebre come per cancellare la lesione crudele degli anni e spandere sul suo volto appesito gli spiriti alacri dell'amore. Volevo dirgli: «Non ti peritare, fratello. Vedi quanto anch'io sono leso. Ma oggi la carne miserabile non c'ingombra; e io qui respiro la più pura essenza della tua poesia. Tu hai l'aspetto della tua forza immortale; e non è fatto dalle tue labbra il sorriso della tua tristezza. Siediti ancóra accanto a me, come quella volta su la panca da tenebre. Siamo due pazienti artieri. Quanto abbiamo travagliato e quanto sopportato, da quel mattino di Roma! Non tentò taluno di far verghe de' miei allori per batterti, flagelli de' tuoi lauri per flagellarmi? Ma chi prevarrà contro la nostra pazienza e contro la nostra fede? Bastava che di tratto in tratto, di sopra allo schiamazzo, ci dessimo la voce. Ora siediti. Non t'ho mai amato come oggi. Faccio una breve sosta; e poi riprendo il mio cammino, lasciando dietro di me tutti i miei beni vani».

Mi sedetti su la sua sedia, dinanzi alla sua tavola. Le sue carte, le sue penne, i suoi inchiostri erano là. Tutto era semplice ed usuale, come in una qualunque stanza di chi abbia un cómpito modesto. Ma un sentore di sapienza pareva impregnare ogni oggetto, e le mura e il soffitto e il pavimento, come se la qualità stessa di quel cervello maschio si fosse appresa al luogo del lavoro. Non so in che modo significar tal mistero. Un'aria singolare è nella fucina, anche quando non rugge il fuoco; perché gli arnesi, gli ordegni, tutti gli strumenti fabrili, anche non maneggiati, quivi esprimono con la loro forma la lor destinazione e quasi direi suggeriscono la potenza a cui serviranno. Nello studio d'uno scultore fecondo la quantità della creta, le armature, i modelli, le forme cave, gli abbozzi coperti dai teli molli, le cere da sbavare, i bronzi da rinettare, gli scarpelli, le lime, i bossoli, gli odori stessi delle materie plastiche rappresentano lo sforzo del creatore. Ebbene, qualcosa di simile mi pareva fosse presente in quella piccola stanza tranquilla e ordinata, ove certo le mani di Maria avevan dato pace alle pagine scorse: qualcosa che oserei chiamare la presenza del dèmone tecnico.

In nessun laboratorio d'uomo di lettere m'era avvenuto di sentire la maestria quasi come un potere senza limiti. Penso che nessun artefice moderno abbia posseduto l'arte sua come Giovanni Pascoli la possedeva. La sua esperienza era infinita, la sua destrezza era infallibile, ogni sua invenzione era un profondo ritrovamento. Nessuno meglio di lui sapeva e dimostrava come l'arte non sia se non una magìa pratica. «Insegnami qualche segreto» gli dissi a voce bassa. E volevo soltanto farlo sorridere; ma, in verità, un'ombra di superstizione era sul mio sentimento.

Egli prese un'altra sedia e venne a sedermisi accanto, dinanzi alla tavola. Parlammo di qualche recente opera. Le sue mani, quando soppesavano i volumi, erano una tremenda bilancia. Dal vigore di certi suoi giudizii ebbi la riprova che il suo spirito era tuttora immune da qualunque debolezza. La sua stima era severa come la sua arte. Mescolando egli un che d'amaro al suo discorso, io gli dissi: «Se hai tempo, va alla Pinacoteca e cerca d'una tela del Francia, dove un Santo Stefano porta sopra un suo libro tre pietre, in segno della lapidazione. Metti tre pietre sopra ogni tuo nuovo libro e datti pace». Egli rispose col suo riso arguto: «Ma quello stolto dello struzzolo m'ingolla il libro e le pietre».

Non più sembrava timido; anzi indovinavo in lui non so che tenerezza protettrice e il desiderio contenuto di chiedermi ch'io gli parlassi de' miei guai. Io era bene il suo fratello minore, ed egli pareva cercasse il modo di sopportare il mio carico. Mi ricordo d'una bella parola antica ch'egli mi ripetette con una maravigliosa nobiltà: «Acciocché tu più cose possa, più ne sostieni». Questa parola oggi la scrivo sul muro della casa straniera, e considero d'averla ricevuta da lui per testamento.

Poi fece l'atto d'alzarsi, mi prese per mano e mi disse: «Vieni ora a vedere la cameretta che ho per te, quando tu la voglia». Un candore infantile ardeva in lui; e il primo verso del sonetto di Francesco Petrarca mi sonava nella memoria. Era una piccola stanza chiara, quasi una cella di minorita, con un di que' letticciuoli che persuadono a serbare una sola attitudine per tutta la durata del sonno. Come rispondendo alla domanda sommessa che gli avevo fatta dinanzi alla sua tavola prodigiosa, mi mormorò in un orecchio: «Quando sarai qui, allora sì che t'insegnerò un segreto». Lietamente gli dissi: «Non potrò venire se prima non abbia uccisi tutti quei mostri che sai. Mi bisogna ancora andare alla guerra». Ahimè, era egli in pace? Non lo travagliava di continuo la stessa abondanza del suo amore?

Si volse per passare nello stretto andito, mostrandomi le spalle. Si creò nell'aria uno di quegli attimi di silenzio che serrano il capo di un uomo come in un masso di ghiaccio diafano. E guardai la persona del mio amico con occhi divenuti straordinariamente lucidi; e la pietà mi strinse, che ha talvolta il pugno sì crudele. Pareva egli portasse alle spalle tutto il peso della sua tristezza, tutta l'oppressione delle sue miserie. La fronte augusta s'era celata, e non si vedeva contro il muro biancastro se non l'ingombro corporale vestito di panni che il lungo uso aveva fatto quasi dolenti, non rimaneva là se non la soma greve ove s'intossica la vita che non è se non il levame della morte.

Volle accompagnarmi fin su la strada, se bene io m'opponessi. La sua salute era già minacciata, già dubbioso era il suo passo. Cadeva su noi una di quelle sere emiliane, umide e cinericce, che sembrano generarsi laggiù, tra la foce del Reno e la bocca del Po di Goro, nella grande palude salmastra. Soffiava su noi un vento ambiguo, che pareva dolce e poi a un tratto ci dava il brivido con una folata fredda. La vettura m'attendeva poco discosto, coperta e nera, con i due cavalli che mal reggevano la lor fatica su le gambe arcate. Non parlavamo più. C'era intorno a noi una specie di silenzio soffice.

E c'era appena, qua e là, lo strano vocìo di gridi piccoli e selvaggi...

Ma udivamo anche le nostre péste «né vicine né lontane.» L'uno chiamò il nome dell'altro nell'addio. Ci abbracciammo. Come sul viale il vento rinforzava ed egli pareva infreddolito dentro il bavero, gli dissi: «Va, va, rientra. Non restar qui». Si voltò per andare; e i cavalli avevan messo le radici, tanto stentarono a muoversi. Sicché ebbi tempo di seguirlo con lo sguardo e con l'angoscia fino alla porta. Ed ecco, lo stesso silenzio repentino della umile stanza mi serrò il capo nello stesso ghiaccio trasparente. E, come egli fu alla soglia, si voltò ancóra e levò il braccio verso me a risalutarmi. Da quel fagotto di panni stracchi s'alzò il braccio possente che su per l'erta aveva brandito la «piccozza d'acciar ceruleo».

Una voce d'eroe, quella voce omerica ch'egli aveva tradotto con sì rude efficacia, mi scoppiò dentro e franse il gelo.

Datosi un colpo nel petto, al suo cuore drizzò la parola: — Cuore, sopporta! ben altro tu hai sopportato più cane!

E non per me, ma per lui. Vedevo, come quel braccio levato, sorgere dall'intimo di quell'uomo casalingo e cauteloso la costanza d'una virtù virile, la durezza d'una vita fatta di disciplina, di coraggio e di dominato dolore. Il suo orgoglio s'era formato a poco a poco nel fondo della sua solitudine come il diamante nell'oscurità della terra. «Da me, da solo, solo con l'anima...» Egli s'era fatto degno d'incontrarsi con Achille e con Elena, e di parlare su la tomba terribile di Dante.

Ancóra non so come sia trapassato; ma voglio esser certo che, s'egli talvolta nella vita pianse in disparte, non si velò di lacrime nel fisare la morte. Forse escì dalla sua bocca qualche bella e semplice parola, prima che la lingua gli si annodasse dietro i denti e che lo spirito gli si sciogliesse nel gran ritmo.

Aveva già dato tutto il meglio di sé, o serbava nel cavo della mano ancóra qualche ferace semenza? Che importa? Certo, mille e mille ancóra speravano in lui. Agguagliandosi alla linea dell'orizzonte, egli avrebbe potuto dire verso i suoi fedeli: «Io vi mostro la morte compitrice, la morte che per i vivi diviene incitazione e promissione.» E costoro nell'acciaio della sua ascia sepolcrale potrebbero veder riflesse le stelle dell'Orsa.

XI APRILE MCMXII

Non so se nella vertigine d'ombra, quando tutto ritorna per poi dileguarsi, io gli sia apparito. Sembra che le cose obliate e gli esseri più lontani e gli eventi più remoti e perfino i frantumi dei non interpretati sogni abbiano grazia nell'agonia dell'uomo. Se questo è vero, forse il fiore della mia amicizia ondeggiò nel suo crepuscolo come quel tenue ramo ch'io colsi e curvai per lui tra l'Alpe e il Mare, o forse come quel salso giglio della solitudine che pensando ad Antigone io mandai alla sua sorella immacolata.

Un'accelerazione della sorte volle ch'io l'assistessi con lo spirito nelle sue ultime ore fino al suo transito. La notte del venerdì, m'ero beato della sua poesia e l'avevo imaginato convalescente. La mattina ch'è innanzi al Resurresso, mentre mi disponevo all'opera, ebbi d'improvviso l'annunzio funebre. Qualcuno, dalla patria, mi chiedeva una parola per la morte del poeta! E il poeta non era spirato ancóra, anzi aveva ancóra da superare un lungo patimento. Ma l'inopportuno, pur violando la gentilezza umana, secondava una congiuntura misteriosa a cui debbo una delle più profonde ore di mia vita. Credetti il transito avvenuto la sera del Venerdì Santo e già deposta la salma sul letto mortuario. E dove poteva Maria aver alzato quel letto se non nella stanza delle vigilie, nell'angusta fucina del grande artiere, tra le mura riarse dalla vampa del cervello maschio? Ero certo di questo; e per tutta la mattina il mio pensiero non cessò un attimo dall'insistere nel luogo lontano che cercavo di ricostruire con lo sforzo della memoria. E a poco a poco la mia coscienza entrò in quello stato che precede il canto.

Ora avevo nella Landa un altro amico sospeso da più settimane tra la vita e la morte, condannato irremissibilmente. Era il mio ospite, lo straniero affabile da cui ebbi la casa tranquilla su la duna, dove abito da due anni.

Non ricordo se Gioviano Pontano nel suo capitolo _De tolerando exilio_ e Pietro Alcionio nella sua giudiziosa dissertazione impressa dal Mencken in _Analecta de calamitate litteratorum_ pongano tra le delizie del fuoruscito volontario o involontario il delicato sapore dell'amistà contratta oltremonte ed oltremare. Ma certo l'aroma della résina verso sera e la fragranza delle ginestre sotto vento a levata di sole non mi ricrearono mai quanto certi brevi colloquii con quel mirabile vecchio che sarebbe stato carissimo al cantore di Paolo Uccello, s'ei l'avesse conosciuto.

Si chiamava Adolphe Bermond, nato su la Garonna, nella città vinosa ch'ebbe per sindaco il gran savio Michel de Montaigne reduce da Roma e per consigliere quel candido e invitto Etienne de la Boëtie imitatore del Petrarca e traduttore dell'Ariosto. Aveva quasi ottant'anni; e, quando lo conobbi la prima volta, mi parve d'averlo già veduto tra le diecimila creature scolpite o dipinte nella cattedrale di Chartres. Aveva nel volto la tenuità la spiritualità e non so qual trasparenza luminosa, che lo assimigliavano alle imagini delle vetriere e delle porte sante.

Venne in un pomeriggio di gennaio, a marea bassa, quando la spiaggia è liscia e sparsa d'incerte figure e scritture nericce al modo di quelle lapidi terragne cancellate dai piedi e dalle ginocchia dei fedeli. Scendeva dalla Cappella di Nostra Donna dell'Imbocco e aveva seco il libro del cristiano, legato di cuoio bruno, che anch'esso era liscio e lustro d'assiduità come il dosso d'un messale. Entrò nella stanza con un passo alacre e lieve, ché la grande età non l'aveva punto aggravato; e sùbito sentii ch'egli entrava anche nel mio gradimento. Tutto il suo viso era illuminato d'una fresca ingenuità che pareva mutasse le grinze da tristi solchi senili in vivaci segni espressivi, immuni dalla vecchiezza come le rughe delle arene, delle conchiglie, delle selci. I suoi occhi erano più chiari di quel cielo invernale, più pallidi dell'acqua intorno al banco di sabbia scoperto; e il sorriso vi pullulava di continuo dall'intimo. La sua voce era ancor bella, misurata da giuste cadenze; e la consuetudine delle preghiere senza suono faceva sì che le parole sembrassero disegnate dalle labbra prima d'esser proferite.

Come s'accostò alla mia tavola, scorse spiegata su le carte l'imagine intiera della Santa Sindone. Come volse gli occhi in giro, vide le pareti interamente coperte delle più diverse imagini di San Sebastiano, sul leggìo d'un armònio la _Matthäus-Passion_ del Bach, sul marmo del camino i gessi delle quindici statuette di piagnoni appartenenti al sepolcro del duca Jean de Berry, su l'assito alcuni frammenti della grande Rosa di Reims, in un angolo una delle Virtù che Michel Colombe scolpì per la tomba di Francesco II duca di Bretagna. Non dimenticherò mai il leggero tremito del suo mento e quel misto di stupefazione e di gratulazione, che dava alla sua vecchiaia non so che fervore di giovinezza. Una fiammata allegra di pino e di pigne favellava su gli alari, con lo scroscio e il friggìo della résina.

Componevo nella lingua cara a Ser Brunetto il _Mistero di San Sebastiano_, ed avevo già compiuta la scena tra il Santo e gli Schiavi sotto la volta magica ove brillano i sette fuochi planetari, quando gli infelici e gli infermi domandano che il novo dio si manifesti per segni nel Confessore.

_Esclaves, esclaves, oui, coeurs_ _épaissis!_

Il vecchio si chinò esitante su le pagine tormentate. V'eran quasi, in verità, le tracce d'una lotta sanguinosa, tanto l'inchiostro rosso delle didascalie e le cancellature violente e gli emistichii più volte riscritti e i margini tempestati di richiami facevano ardua ed aspra la carta. «Anche l'arte, come la vita, è una milizia» egli disse «e chi dà più di sangue riceve più di grazia.»

Quella parola sùbito mi toccò, tanto la rendeva religiosa l'accento. Allora gli parlai della mia opera, con un ardore che lo sbigottiva e lo rapiva. In quel servitore di Dio, a cui la carne pesava così poco, ritrovavo non so che affinità con la disciplina ascetica a cui m'ero costretto per giorni e per notti. Anch'egli era una sostanza infinitamente vibrante, un amore attivo e indefesso. La sua comprensione era pronta come il gesto della mano che riceve e serra quel che le è offerto. Talvolta, nella pausa, mi pareva di veder discendere il mio pensiero in lui come un anello gettato in un'acqua limpida, sino al fondo, e quetarsi.

Sincero e puro, non dubitò della mia sincerità e della mia purità. Cattolico ferventissimo, dedito a tutte le pratiche della divozione, non fu turbato da alcuna inquietudine, non fu punto da alcuno scrupolo. Mi sentiva ardere, e questo gli bastava. Non sapeva imaginare un poeta senza dio, né un dio diverso dal suo. Chi mai restava solo con me nelle mie notti? Certo egli credeva che fosse in me lo spirito medesimo ond'era nata quella figurina della Rosa di Reims, che chinandosi aveva raccolta e teneva ora fra le sue dita magre.

Mi pregò di leggergli una scena del Mistero. Volli leggergli quella ch'era ancor calda del travaglio e non ancor distaccata dalle mie viscere.

_A toi, nous venons tous à toi,_ _Seigneur!_

Gli schiavi accorrevano verso il guaritore. La lamentazione si prolungava per gli anditi tortuosi. Gli infermi apparivano, portati a braccia dai parenti, agitati, illuminati di speranza. Gridavano i loro mali, le loro piaghe, le loro angosce. Chiedevano d'essere sanati, d'essere liberati. Chiamavano a testimonianza quelli di loro che nascondevano nelle pieghe del saio i rotoli delle Scritture, perché quelli conoscevano i miracoli operati dal dio novello. Ed ecco, tutte le guarigioni erano noverate, l'una dopo l'altra: il lebbroso era mondo, il paralitico camminava, il cieco vedeva, il lunatico e l'ossesso avevano pace, l'idropico era alleviato delle sue acque, il figlio della vedova di Naim sorgeva dalla sua bara. Ma un dei leggitori di rotoli ripensava il miracolo più profondo, ripensava il cadavere quatriduano, e gridava: «Ti sovvenga di Lazaro!» E l'incredulità di Didimo era addotta. Didimo voleva vedere le ossa disgiunte ricongiungersi e favellare. Il Cristo gli aveva risposto: «Le ossa disgiunte io te le mostrerò ricongiunte. Vieni a Betania, Didimo, vieni con me. Gli occhi di Lazaro vuotati della putredine, io te li mostrerò pieni di visione. Vieni con me, Didimo. Le labbra imputridite su i denti di Lazaro, le vedrai muovere, le udirai favellare. Vieni a Betania, Didimo, se vuoi vedere e udire, vieni con me.» Queste testimonianze adducevano gli schiavi, per volere il segno. E allora Sebastiano balzava a ghermire con mano terribile l'anima dei miseri. Egli medesimo evocava il Risuscitato, sembrava con la sua voce far presente il miracolo nell'ombra calda di aneliti. Come il pargolo nelle fasce, il cadavere era avvolto nelle bende. «Lazaro vieni fuori!» Primo, fuor della pietra, sorgeva il ginocchio...

_Le genou surgit le premier._

M'interruppi, perché avevo sentito il vecchio sussultare e levarsi. Egli era in piedi davanti a me, sconvolto, senza colore, affannoso. Era l'uomo di fede, il servo di Dio, lo spettatore ideale a cui si manifestava il mio poema con le virtù della musica e dell'apparizione. Ebro, imaginai dietro di lui una moltitudine che gli somigliasse. E non volli dargli tregua. Anche la mia parola fu come il tizzo che incendia la stoppia quando rinforza il vento.