Conferenze tenute a Firenze nel 1896 La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l'Impero
canto di donna, udito di notte, in una passeggiata, dentro una casa
serrata, a cui ci si soffermò per caso; o di giorno, nel maggio odoroso, misto al cadenzato rumore delle calcole e del pettine. Un grande poeta, o cingallegre che fate sentire lo stridìo assiduo delle vostre piccole lime, in questo dolce sabato sera! un grande poeta, sebbene egli forse non distinguesse i vostri squilli dallo spincionare del fringuello, a cui assomigliano! Così pensavo, e venne il suono delle ore dalla torre del borgo, e io pensai all'altra torre, la torre antica del Passero solitario. Era proprio alle mie spalle. La primavera brillava nell'aria, sebbene non esultasse ancora per li campi: qualche belato, qualche muggito si udiva: dei passerotti saltabeccavano sul tetto della chiesa di Sant'Agostino, che ora è una prigione; le cingallegre stridevano sempre. Il Passero solitario però non faceva più il nido nella torre, di cui fu abbattuta la “vetta„: mi dissero che più tardi ne avrei sentito i sospiri d'un gufo. Più tardi: ora il sole dirimpetto, facendo lustrare e avvampare tutti i vetri delle case,
tra lontani monti Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno.
IV.
Il sole non si dileguava così presto dietro il Sanvicino: esso colorava qua in rosa tenue, là in rosa carico, qua in oro, là in violetto le nuvole che parevano essere convenute per assistere alla sua discesa. A un volger d'occhio, quella si scolorava in ardesia, questa trascolorava in porpora. E non mi pareva che il sole dicesse cadendo quelle tristi parole. Già con me erano di troppo: ma mi ricordo che quando ero, non un poeta giovane, ma un giovane proprio, il sole al tramonto mi diceva sempre, come dirà anche oggi ai giovani lettori del Leopardi:
Che la beata gioventù vien meno.
Il Passero solitario dicono che sia concezione, so non lavoro, della prima giovinezza del Poeta: dell'anno 19 che fu a lui il più ricco di ispirazioni. Fu concepito, in vero, quando il poeta non curava più
sollazzo e riso, Della novella età dolce famiglia,
quando non era più quel fanciullo giocondo, di cui egli stesso narra:
In queste sale antiche, Al chiaror delle nevi, intorno a queste Ampie finestre sibilando il vento, Rimbombaro i sollazzi e le festose Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno Mistero delle cose a noi si mostra Pien di dolcezza.
Giacomo godè il suo Sabato, “giorno d'allegrezza pieno, Giorno chiaro, sereno„. La sua fanciullezza passò, come raccontava il suo fratello Carlo, tra giuochi e capriole e studi; ma passò in un collegio. Carlo lodava suo padre “d'averli tenuti presso di sè„; ma certo questi li tenne più da _rettore_ che da padre. Monaldo credeva d'avere ricevuto una _instituzione_ molto imperfetta. “L'ottimo Torres„ egli dice “fu l'assassino degli studi miei, ed io non sono riuscito un uomo dotto, perchè egli non seppe studiare il suo allievo e perchè il suo metodo di ammaestrare era cattivo decisamente„. Ora sin dall'età di anni quattordici egli aveva detto fra sè che avendo figli non avrebbe permesso ad alcuno lo straziarli tanto barbaramente. Come tenne il suo proponimento? In una cosa intanto: nel non mandare in monastero la figlia Paolina, come vi era stata mandata la sua sorella, con la quale e col fratello vivo aveva trascorso i suoi primi anni. Egli sofferse molto di quell'allontanamento e non volle dare a Giacomo e a Carlo il dolore che aveva provato esso. Poi: avrà certo raccomandato ai precettori che forniva ai suoi figli di non essere così pedanti da esigere da essi la recitazione a memoria di “libri intieri senza il più piccolo errore„. Ma i precettori volle che fossero preti: don Giuseppe Torres per primo (il suo maestro “di una severità intollerabile„), poi don Sebastiano Sanchini. Egli diede inoltre ai figli un pedagogo, che sempre li accompagnasse, “un pedante vermiglio, grasso, florido„, don Vincenzo Diotallevi, buon bevitore. Quelli erano i maestri o professori, questo il prefetto; il rettore, s'intende, era Monaldo. I giuochi dei ragazzi erano quali si fanno anche oggidì nei collegi un poco all'antica; quali mi ricordo d'aver fatti anch'io nel collegio dei buoni Scolopi, ai quali sono grato dal profondo del cuore: battaglie romane. Intanto che Napoleone (Monaldo nel 1797 avrebbe potuto vederlo. “Passò velocemente a cavallo, circondato da guardie le quali tenevano i fucili in mano col cane alzato. Tutto il mondo corse a vederlo. Io non lo vidi, perchè quantunque stessi sul suo passaggio nel palazzo comunale, non volli affacciarmi alla finestra, giudicando non doversi a quel tristo l'onore che un galantuomo si alzasse per vederlo„) intanto che Napoleone combatteva ad Austerlitz o a Jena, i piccoli Leopardi ed i piccoli cugini Antici, battagliavano a Canne o a Zama, nel grande salone, al chiarore delle nevi, o nel giardino; e Giacomo mostrava, sotto il nome o di Scipione o di Annibale, quell'ardore guerresco, che si adempiè poi nel 18 coi celebri versi:
L'armi, qua l'armi: io solo Combatterò, procomberò sol io.
Sanno di collegio le passeggiate fatte sempre insieme e sempre col prefetto o pedagogo, sa di collegio la burla fatta al buon prete, che Giacomo descrisse nella poesiola “la Dimenticanza„; sa di collegio quel porsi nomi finti (Giacomo era Cleone; Carlo, Lucio; Paolina, Eurilla). Si narra persino del romanzo letto di nascosto.... Nè mancavano gli esami e le premiazioni. “Noi tre„ racconta Carlo, “fratelli più grandi, Giacomo, io e la Paolina, davamo talvolta in casa saggi quasi pubblici de' nostri studi„. E da questa vita di soggezione continua e di regolarità uniforme, veniva quel bisogno delle fole e delle novelle, che Giacomo raccontava e Carlo ascoltava a lungo; e derivò presto quell'opposizione di pensieri col loro padre, che nei collegi è solita tra alunni e superiori. Giacomo “l'onorare i genitori non intendeva esserne schiavo„. Ciò nei tempi in cui si confessava, poichè “ne fu dichiarato empio dal prete„. Il noto dissidio tra padre e figlio, che ha diviso gli studiosi del Leopardi in due fazioni, quella dei Monaldiani e quella dei Giacomiani, nacque, o almeno fu reso facile o possibile, da questo fatto: che Giacomo, come i suoi fratelli, vide da fanciullo nel padre più il superiore che il genitore; e ciò attenua la colpa sì di Monaldo, se è di Monaldo, perchè egli operava a fin di bene, sì di Giacomo, se è di Giacomo, perchè egli non credeva di fare tanto male. Col tempo, Carlo lodò suo padre e della severa educazione e dell'istruzione “forse migliore di quella dei collegi„, come lodiamo noi ora quel buon rettore di cui da ragazzi dicevamo tanto male. Certo noi ameremmo o amiamo i nostri figliuoli in modo diverso; ma non si può dire che Monaldo non li amasse a modo suo. Oh! egli avrebbe fatto meglio, dico io non ostante le lodi di Carlo, a metterli a dirittura in un collegio vero e fuori di casa. Nella tristezza della solitudine, che si fa in esso così fiera nella celletta dopo il chiasso del giorno e il brusìo della sera, si sarebbero essi con tutta l'anima rivolti alla famiglia lontana. Io ricordo che strette al cuore sentivo quando mi giungeva, la notte, nella veglia non consolata, “il suon dell'ore„. Era la voce della città straniera; non del borgo natìo. E io pensavo a babbo e mamma. E Giacomo non poteva nemmeno fuggendo dal padre, correre al seno della madre. Essa, tutta occupata nel restaurare il patrimonio Leopardi, non accarezzava i figli che con lo sguardo. Se era così dolce, come so io d'un'altra, come sanno tutti, o quasi, di una, poteva bastare. Ma....
V.
Nell'_instituzione_ di Monaldo era sopratutto un vizio che egli con meraviglia s'intenderebbe rimproverare. Egli coltivò troppo in Giacomo il desiderio della gloria. È un'ambizione questa che si suole chiamare nobile; in verità non può esservi ambizione nobile, se nobile vuol dire buona. Ma lasciamo lì: io non voglio, nè so, nè devo fare il moralista: certo mi piacerebbe che l'uomo facesse bene, senza aver sempre di mira un altro, di cui far meglio; e che specialmente nell'arte e in particolare nella poesia, la quale non è nessun merito far bene, perchè non si può far male; o si fa o non si fa; l'artista e il poeta si contentasse di piacere a sè senza cercare di piacere a tutti i costi agli altri e più d'altri. Lasciamo, ripeto: io voglio soltanto dire che questo smodato desiderio di gloria fu cagione d'infelicità a Giacomo Leopardi. Che smodato fosse in Giacomo ancor fanciullo, dice Carlo: “Mostrò fin da piccolo indole alle azioni grandi, amore di gloria e di libertà ardentissimo„. Notiamo quell'amore di libertà, figlio non fratello di quello di gloria, come è chiaro a chi legge il secondo de' Pensieri: “Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli che sono tali, non per iscrivere, ma per fare, troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi, ai quali non sia mancato il padre nella prima età....„ E più giù “la potestà paterna appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù ne' figliuoli, che per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile„. E che Giacomo adattasse al caso suo, o piuttosto ne derivasse, questo principio generale, non può esser dubbio a chi ripensi le sue parole: “Io non vedrò mai cielo nè terra, che non sia Recanatese, prima di quell'accidente, che la natura comanda ch'io tema e che oltracciò secondo la natura avverrà nel tempo della mia vecchiezza: dico la morte di mio padre„. Nel tempo della vecchiezza! nel quale, come egli osserva nel Pensiero citato, l'uomo “non prova stimolo.... e se ne provasse, non avrebbe più impeto, nè forza, nè tempo sufficienti ad azioni grandi„. Tuttavia osserviamo che egli conclude come sia utilità inestimabile trovarsi innanzi nella giovanezza una guida esperta ed amorosa, sebbene aggiunga che ne deriva “una sorta di nullità e della giovinezza e generalmente della vita„. Ebbene che cosa poteva da ragazzo temer più che tale nullità, chi nel 17 affermava: “Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente, desiderio di gloria; io voglio alzarmi, farmi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio„; e nel 19: “Voglio piuttosto essere infelice che piccolo„? Questo voto, povero Giacomo, si adempiè. Ora come in lui, ancora fanciullo, fu coltivato il funesto desiderio, che dissi? Già il padre era stato da fanciullo (e continuò sempre a essere) animato dal medesimo sentimento. Egli dice di sè, tra molte altre note che se ne potrebbero riferire: “È singolare però che io nutrivo brama ardentissima di sapere, e che allettato pochissimo dai trattenimenti puerili leggevo sempre, e più ostinatamente, quelle cose che meno intendevo, _per avere la gloria_ di averle intese„. E poi: “Mi sono rassegnato a vivere e morire senza essere dotto, quantunque di esserlo avessi nudrita cupidissima voglia„. E la cupidissima voglia si trasfuse in Giacomo che “dai 13 anni ai 17„ scrisse da sei a sette tomi non piccoli sopra cose erudite; come dice egli stesso aggiungendo: “la qual fatica appunto è quella che mi ha rovinato„; e in altro luogo afferma d'essersi rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo, e si sa che studiava sino a tardissima notte, ginocchioni avanti il tavolino per poter scrivere fino all'ultimo guizzo del lume morente. Eppure, a differenza del padre, da fanciullo era allettato dai trattenimenti puerili: dal che si deve dedurre, che del disperatissimo studio suggerito dallo smoderato desiderio di gloria, fosse, almeno in parte, causa l'educazione stessa che riceveva dal padre. Il quale nel 1801, per dirne una, aveva eretto in casa sua una accademia poetica; che vi durò tre o quattro anni e poi perì, quando non ebbe più la sua “casa paterna„. Perchè Monaldo l'aveva eretta? Perchè “queste accademie sono un piccolo teatro in cui si può fare una qualche pompa di ingegno comodamente e senza bisogno di grandi capitali scientifici, eccitano alcun principio di emulazione, accendono qualche desiderio di gloria, impongono l'amore per lo studio o per lo meno la necessità di simularlo....„
A quelle accademie erano poi succeduti i saggi quasi pubblici dei figliuoli con presso a poco il medesimo intendimento. E Monaldo mostrava certo il suo compiacimento per la splendida riuscita del suo primogenito più che non lasciasse vedere la sua pena nell'accorgersi come, per usare le parole della contessa Teia-Leopardi, “il gracile corpo del figlio si sconciasse e alterasse pel faticoso e continuo maneggio di enormi in-folio e dei pesanti volumi della Poliglotta e dei SS. Padri„. La medesima afferma che il conte Monaldo accarezzò grandemente questa tendenza del figlio. È vero che in altro luogo ricorda che il conte Monaldo stesso animava i figli a quegli esercizi che giudicava molto atti a svilupparne le membra. Nel che peraltro è da osservare che si tratta dei giuochi romani e che con essi, sempre secondo la contessa Teia, il conte Monaldo voleva fomentare il gusto delle cose elevate, delle gesta e delle rappresentazioni eroiche. Io non intendo biasimare questo padre; ma certo egli stesso sarebbe stato più felice dell'amore dei figli, se ne avesse coltivato più le tendenze umane che quelle eroiche, e li avesse voluti più affettuosi che gloriosi. È vero che non avremmo avuto forse un Giacomo Leopardi, ma egli non sarebbe stato così infelice. Ma è vero ancora che Giacomo comprendeva di poter scegliere tra l'infelicità e la grandezza, e che scelse l'infelicità.
VI.
Del resto la sua fanciullezza fu felice. Il più dolce e il più bello della sua poesia sta nel rimpianto di quello _stato soave_, di quella _stagion lieta_. Stato soave, stagion lieta, se crediamo a lui che tante volte e in tante forme lo dice. Ma si può avere qualche ragionevole dubbio che fosse così. _Grato occorre_, dice egli stesso,
Il rimembrar delle passate cose, Ancor che triste, e che l'affanno duri!
La qual sentenza, dell'Idillio XIV, parve al poeta troppo lata negli ultimi anni della sua vita: onde la limitò aggiungendo:
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo La speme e breve ha la memoria il corso.
Certamente accade in noi questo inganno continuo, che altri spiegherà, ma che tutti, credo, possono avere sperimentato: che pensiamo sempre che la felicità sia avanti noi, nell'avvenire; e proviamo sempre che è dietro noi, nel passato. Ciò in un andare di vita comune, senza scosse soverchie. Questa illusione era anche del Leopardi, poichè grato gli era il rimembrare il passato, ancorchè tristo. E più doveva ubbidirle a proposito della sua fanciullezza di piccolo trionfatore nei giuochi romani, di vincitore nei primi studi, in quanto che egli non ebbe, si può dire, che fanciullezza. La sua fanciullezza appassì, come un fiore insidiato da un baco segreto, senza nè esser colto nè legare. Anche l'aspetto era, non si sapeva se di fanciullo o di vecchio: di giovane, non fu mai. Nè si sa, se di vecchio o di fanciullo fossero più certi suoi gusti, certe sue ripugnanze, certe sue golosità, certe sue ritrosie. Anche i suoi amori somigliano a quei grandi tuffi di sangue, che ognuno ha provato da ragazzo, quando il genio della specie dorme ancora o ha appena un occhiolino aperto. Non ebbe giovinezza, dunque, e il ricordo della sua prima età addolcì o amareggiò, non so bene, quasi per intero, la sua vita di poeta e di pensatore, come di tale, che, studiando sempre sè stesso e dalla sua esperienza e qualche volta dalla sua immaginazione prendendo gli argomenti de' suoi giudizi, allargava sino alla storia del genere umano e dei popoli la conclusione che egli aveva preso intorno a sè stesso.
Nè solo è vero quello che un nobilissimo pensatore scrisse di lui, che “il ricordare trascorsi, il rimpiangere perduti (i primi anni) fu l'unica sorgente della sua poesia„ ma altresì che della sua politica e della sua filosofia bisogna cercare la fonte in questo suo tempo migliore. Parrà strano a chi crede, come credono quasi tutti, a un mutamento radicale avvenuto nelle idee e nei sentimenti del Leopardi dopo il 17. Ma io penso che nella sua vita accadesse invece come un cataclisma intimo, che la spezzò in due. Tra le due parti è un baratro; ma le due parti sono della stessa formazione. Quando avvenisse questo discidio, non si può dire a puntino: ci fu forse una lenta corrosione, piuttosto che un improvviso schianto; ma avvenne. Negli ultimi anni della sua vita egli derideva quel generale austriaco-papalino che si portò così bene alla battaglia di Faenza: i papalini fuggirono, e li
... precedeva in fervide sonanti Rote il Colli gridando: Avanti avanti.
Ebbene, più che dalla voce popolare, egli dovè udire, fanciullo, questo motto in casa dal padre; che nella sua autobiografia ne riferisce altri, da quell'uomo mordace che era: “Il giorno 2 di febbraio del 1797, alla mattina, i Francesi attaccarono.... Ben presto.... l'inimico si accinse a guadare il fiume; e vistosi dai popolani (papalini?) che i Francesi non temevano di bagnarsi i piedi: “Addio„ si gridò nel campo “si salvi chi può„ e tutti fuggirono por duecento miglia„. E più giù racconta che i cannoni vennero caricati con fagioli, aggiungendo “questa mitraglia figurò nella guerra fra il Papa e la Francia„. Nella villetta di Posilipo in cui il poeta scriveva la Ginestra, sonò forse una sera la stessa risata che trent'anni prima aveva fatto eco, nel palazzo di Recanati, al racconto di Monaldo. E ci sono in vero molte differenze tra l'autore dei Paralipomeni e quello dei Dialoghetti sulle materie correnti? Il figlio scherniva, il padre malediceva: per le male barbe Giacomo invocava il barbiere, Monaldo il boia: ma infine i loro sentimenti s'incontravano, sebbene non paresse nè agli altri nè a loro stessi.
Giacomo amava la patria italiana. Egli scrive al Giordani: “mia patria è l'Italia: per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano„. Ma aggiunge “perchè alla fine la nostra letteratura, sia pur poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche„. È un amore dunque letterario, quale poteva averlo da bambino, sebbene aspirasse allora più a erudizione che a letteratura. Ma avesse il suo amore ardente avuto altre origini o fini, Giacomo non potrebbe con ciò essere chiamato “patriota„ come intenderemmo noi ora. Bene lo credettero a' suoi tempi: “Quando Giacomo (dice Carlo) stampò le prime canzoni, i Carbonari pensarono che le scrivesse per loro, o fosse uno dei loro. Nostro padre si pelò per la paura„. Eppure Giacomo scrisse quelle canzoni con lo stesso animo con cui tre o quattro anni prima aveva con un suo discorso plaudito alla caduta dell'oppressore e maledetto il tentativo di re Murat. E se ne accorsero poi i liberali e i carbonari, e presero in sinistro la sua canzone sul monumento di Dante: al che egli risponde “che non la scrisse per dispiacere a queste tali persone, ma parte per amor del puro e semplice vero e odio delle vane parzialità e prevenzioni; parte perchè non potendo nominar quelli che queste persone avrebbero voluto, metteva in iscena altri attori, come per pretesto e figura„. Che non potendo parlare di Austriaci, egli parlasse di Francesi, e adombrasse col nome di questi, che avevano, per esempio, degli itali ingegni
Tratte l'opre divine a miseranda Schiavitude oltre l'Alpi,
quelli che, cogli altri alleati, erano stati autori di ricondurle in patria; e potesse sperare che ad altri che a Francesi, si attribuisse, per esempio,
la nefanda Voce di libertà che ne schernìa Tra il suon delle catene e de' flagelli,
a me non pare verosimile. Del resto, io non altro voglio indurre da questi fatti, se non che de' sentimenti suoi di prima del 14, è traccia ben distinta e nel 18, nel qual anno scriveva le due canzoni, e negli ultimi anni della sua vita, nei quali dettava i Paralipomeni. In politica, in somma, sentì presso a poco sempre a un modo. I sentimenti che apprendeva in casa, e certo ebbe da giovinetto sino almeno il 15, restarono in lui quasi immutati.
VII.
E in religione? Egli era da fanciullo veramente pio: pativa anche di scrupoli e giocava all'altarino con la sua sorella. Recitava nella Congregazione de' Nobili, nella chiesa di San Vito i suoi sacri discorsi, abbozzava inni cristiani. Come tetri questi inni! Al Redentore egli diceva: “Tu hai provato questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro....„ A Maria: “È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo: siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siamo piccoli, e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie!„ Oh! certo il piccolo Giacomo leggeva un libretto, uno forse de' molti della sua madre severa, così severa che appena appena sfiorava il suo visetto sparuto con la mano offrendola a un bacio; uno di quei libri, nei quali ella segnava le morti de' suoi. Vi leggeva la terribile massima dell'Ecclesiaste: _Vanità delle vanità ed ogni cosa vanità!_ Ma in quei primi anni egli che abbozzava l'inno al Redentore (dice Gesù: dall'ora del mio nascimento infino alla morte mia sulla croce mai non fui senza dolore) doveva confortarsi con l'aggiunta, che trovava nel libretto: _fuorchè l'amar Dio e servire a lui solo_. E amava e serviva. Ma in tanto s'imprimeva sempre più nella tenera mente disposta alla mestizia e alla devozione: “Rammenta che l'occhio non si sazia per vedere, nè l'orecchio riempiesi per ascoltare„. Ruzzava e trionfava nel giardino paterno; e non importava che Carlo facesse l'ufficio di schiavo ammonitore; egli poteva leggere nel libretto: “Non esaltarti per gagliardia o per beltà di corpo, la quale per piccola malattia si guasta e si disforma„. Ardeva del desiderio di gloria: leggeva: “Dove sono.... quei maestri.... di loro, si tace„. In verità a me par di vedere nel lugubre libretto la traccia, o volete l'embrione, di tante poesie e prose del nostro Poeta. “La natura è scaltra e trae a sè molti, allaccia e inganna e sempre ha sè stessa per fine„. Indifferente di noi fa il Leopardi la natura:
Ma da natura Altro negli atti suoi Che nostro male o nostro ben si cura.
“La natura fatica per proprio agio„ commenterebbe il monaco pensoso. Altra considerazione: “povero ed esule in terra nemica dove incontro guerra ogni dì e grandissime sciagure....„ Non pensava ad essa Giacomo non più devoto, non più pio, Giacomo negli ultimi tempi della vita quando nella Ginestra stima gli uomini tra sè confederati contro l'_Inimico_? Non ricordava, sia pure inconsciamente, il modo cristiano di figurarsi la morte, come un soave abbandono del capo stanco sul petto del divino Redentore, quando diceva:
Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto Sul tuo vergineo seno?
Vero che non è più il seno di Gesù. Il Leopardi ha trasformato Gesù nella Morte, adornandola delle bianche vesti che indossava la donna che comparve a Socrate e gli disse:
A Ftia zollosa puoi arrivare nel terzo giorno.
Non ricordava egli l'umile preghiera “Percuotimi gli omeri e il collo„, l'umile confessione “Non son degno se non di essere flagellato e punito„, quando diceva, ribelle ai pensieri che alitavano dalla lontana fanciullezza,
La man che flagellando si colora Del mio sangue innocente Non ricolmar di lode, Non benedir, com'usa Per antica viltà l'umana gente, Ogni vana speranza....?
Vana anche quella speranza, vano anche quel conforto! Egli aveva cancellato la seconda parte di quella prima affermazione, e restava, nuda terribile, la sentenza di Salomone:
Vanità delle vanità e tutto vanità.
Non paia strano che il Leopardi attingesse da libri cristiani o religiosi la sua sconsolata filosofia. Lo osservò il Gioberti: “quando lo scrittore deplora la nullità d'ogni bene creato in particolare,
E l'infinita vanità del tutto,
non fa se non ripetere le divine parole dell'Ecclesiaste e dell'Imitazione„. E, non so se dietro lui, la Teia scriveva: — Quale è il pensiero dominante negli scoraggiamenti, nei disgusti del figliuol di Monaldo? L'infinita vanità del tutto. E non è questo il mesto gemito di Salomone già da tanti secoli? Vanitas vanitatum. — Egli tutta la sua vita impiegò in commentare, ampliare, provare ciò che quei libri affermavano seccamente e solennemente. Ma ne aveva tolto già una paroletta di tre lettere, senza la quale quei libri divenivano vangeli di dolore: _Dio_.
VIII.
Dal cristianesimo egli certo prese un suo paragone che riassume il suo concetto della vita umana:
Vecchierel bianco, infermo Mezzo vestito e scalzo, Con gravissimo fascio in su le spalle . . . . . . . . . . . . . . . Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge....
Non è questo il cristiano, che a imitazione del divino maestro, deve prendere la croce, cadendo sott'essa, risorgendo sempre con essa? “Dalla tua mano ricevetti la croce, la porterò e la porterò sino alla morte, così come m'imponesti„. Quella del vecchierello non è una croce, ma un fascio. Il poeta dissimula, il poeta sdegna l'immagine vera, che certo gli si era affacciata alla mente, ma è quella. Il Petrarca ha dato qualche colore e non altro: chè il fanciullo antico si è ridestato nel giovane trentenne e ha parlato col suo linguaggio d'allora. Solo in fine, invece della gloria e della felicità ultima, è un
Abisso orrido, immenso, Ov'ei precipitando il tutto oblia.
Un altro paragone è in lui che compendia la sua filosofia. Il paragone del letto. Ognuno ricorda sì questo del Leopardi, sì l'altro del Manzoni; i quali furono ingegnosamente paragonati tra loro da un terzo valentuomo. Il Manzoni e il Leopardi si assomigliano molto in quello in cui differiscono: sono due convertiti; ma l'uno a rovescio dell'altro. Il loro piccolo sunto di filosofia, sembra ritratto e ricorretto di su un modello comune. Che non è di Dante, di Dante proprio, nè del Petrarca, nè d'altri; sebbene vi si trovi. È del cardinale Melchiorre di Polignac nel suo poema postumo _Anti-Lucretius_. Il poema fu tradotto due volte in versi italiani; e tutte e due le traduzioni, una col testo a fronte, si trovano nella biblioteca dei conti Leopardi. Il paragone del cardinale Arcade è questo: “Come un malato si avvoltola nel letto con le membra inferme, ora adagiandosi sul lato sinistro, ora sul destro: E non giova: di che alza gli occhi, resupino: E non trova il sonno e sempre lo cerca; ciò che prima gli piaceva, poi lo tormenta e tortura; E non guarisce il suo male e nemmeno ne inganna la noia„. Si vede che dai tre versi di Dante “simigliante a quella inferma Che non può trovar posa in sulle piume Ma con dar volta suo dolore scherma„ si sono svolti alcuni particolari, che poi si ritrovano nel Manzoni e nel Leopardi. Dice, per esempio il Polignac “quod illi Primum in deliciis fuerat„; dice il Manzoni “e si figura che ci si deve star benone„. Dice il Polignac: “Ceu lectum peragrat.... In latus alternis laevum dextrumque recumbens: Nec iuvat.... Nusquam inventa quies; semper quaesita;„ e il Leopardi “comincia a rivolgersi sull'uno e sull'altro fianco.... sempre sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno.... senza essersi mai riposato, si leva„. Ma si può opporre che tutto era già in Dante o prima di lui in Giobbe, e che non c'è bisogno di credere che il Leopardi e il Manzoni vedessero il Polignac. Or bene: nella prefazione dell'_Anti-Lucretius_, si racconta che il Cardinale, malato a morte, non trovando pace nel suo letto di dolore, si ricordò di quei suoi versi “nei quali paragona l'anima che ammalata e agitata dalla passione delle cose terrene non trova mai pace, a un corpo infermo„. Si ricordò di quei versi e ripetè quel suo pensiero in alcuni altri versi bellissimi, cui gli astanti, nel loro dolore, dimenticarono tutti, fuori di uno; Quaesivit strato requiem ingemuitque negata; verso imitato dal Virgiliano: Quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta. Questo racconto è tale, che i due nostri grandi scrittori doveva fermare, invogliare e commuovere. Il Polignac morendo applicava, in certo modo, il suo paragone non più all'anima insaziata dell'epicureo, ma alla vita umana. E la reminiscenza di Virgilio colpì particolarmente il Leopardi. Si direbbe che, sulla fine della lugubre comparazione, egli lasciasse il Polignac per Virgilio. Non c'è in lui quel gemito che chiude così tristamente la lotta; ma l'uomo, per lui, muore, come Elissa, quando vede la luce: la luce, ossia la morte. “Venuta l'ora, senza essersi mai riposato, si leva„. Qual ora? l'ora del mattino, poichè ha durato a rivolgersi, “sempre sperando (spem elusam, ha il Polignac) tutta la notte„. Con l'aurora la morte, disse il mantis a Leonida. Ma possiamo noi esser certi che il Leopardi conoscesse quel poema? Certo egli l'aveva nella biblioteca; e si può supporre facilmente che egli ammiratore di Lucrezio (che negli Errori popolari è citato spessissimo) dovesse sin da fanciullo, quando la mente è di cera, leggere l'Anti-Lucrezio. Il padre non doveva lasciargli bere il veleno senza propinargli il contravveleno. Ma questo, si può dire, lasciò nella sua anima più traccie di quello. Egli ricavò bensì dal poeta Romano la descrizione dei primi momenti della vita dell'uomo, quando “La madre e il genitore Il prende a consolar dell'esser nato„; ma quanto più ha ricavato dal poeta franco-gallo! “Che ha a far teco la Natura? Matrigna certo, non madre la dirai, e in vano la chiamerai, molto gemendo„. Non aveva egli da queste parole appreso, fin da fanciullo forse, a maledire la Natura? Non discendono da queste parole i suoi rimproveri, tante volte poi ripetuti e in tante forme, a quella che “de' mortali È madre in parto ed in voler matrigna?„ “O natura, o natura, Perchè non rendi poi Quel che prometti allor? perchè di tanto Inganni i figli tuoi?„ In questo libretto, forse, egli apprese a disprezzare la felicità umana: “Appena le hai ottenute, le prendi a noia, cercando sempre in cose nuove ciò stesso che ti deluse quando lo provasti, e ti lasciò avido o desideroso di meglio„. In questo libretto, forse egli apprese il presentimento di quel vano pentirsi, di quel volgersi indietro, quando la vecchiezza abbia inaridito le fonti del piacere, e siano “le pene Sempre maggiori e non più dato il bene„. Trovava egli infatti qua e là nel savio e pio libro: “Ti staranno avanti gli occhi le gioie della vita trascorse e ti trafiggeranno il memore cuore, come saette.... Reo di lesa voluttà quegli che a sè fiero nemico si astenne dall'amore e dal vino, seguendo più gravi consigli„. E il Leopardi scrisse:
A me se di vecchiezza La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core E lor fia voto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? che di me stesso? Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro.
Nel libro declamatorio e, diciamolo, pedantesco egli notò forse prima che in Giovanni le lugubri parole: “Tu segui, invece della luce, dolci tenebre. Già, ti piacciono; la morte ti piace!„ Potrei fare altre citazioni; potrebbe, chi volesse, trovare altri raffronti, sfuggiti a me. S'intende che il Pastore errante dell'Asia e il Gallo silvestre cantano con ben altra dolcezza e altezza! Ma qualche loro lugubre nota risonò nell'anima del poeta dalla lettura, destinata forse dal padre a premunirlo o guarirlo. Sono, per esempio, al bel principio del libro V alcuni versi, che dovettero fermarsi nella mente del giovinetto lettore, per poi più tardi ridestarsi e riecheggiare: “non sei simile a quelli cui, dopo aver fatti dolci sogni, è in uggia veder la luce del giorno quando.... l'Aurora.... li sveglia mal loro grado e dissipa le ombre soavi. Chè l'errore piace più e sogliono sospirare trovando la luce, per la quale ritornano le noie del Vero„. Pensate come comincia il suo cantico il Gallo silvestre: “Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in su la terra e partonsene le imagini vane. Sorgete, ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero„.
Dunque il cardinale di Polignac è un ispiratore del Leopardi? In vero questi vuol dimostrare, nel primo libro e altrove, che la felicità umana è nulla e falsa senza e fuori di Dio. E le argomentazioni sue s'impressero nel fanciullo credente. Poi Dio gli tramontò dall'anima.... e allora, “all'apparir del vero„ la Speranza cadde e mostrava a lui “La fredda morte ed una tomba ignuda„, ignuda, senza la felicità infinita ma postuma, che sola è, se è.
Mentre il Manzoni, sulla fine del suo Romanzo, tirava “un po' cogli argani„ una morale nuova dal vecchio paragone, di cui non poteva disconoscere la giustezza, e concludeva: “E per questo si dovrebbe pensare più a far bene che a star bene, e così si finirebbe a star meglio„.
Queste cose io ripensavo aggirandomi per i luoghi dove Giacomo Leopardi soffrì più che non visse, e meditò che la vita è dolore. Il sole era veramente dileguato, gli uccelli si erano taciuti, pace avevano infine le nuvole, i monti di Macerata spiccavano appena nell'azzurro, la valle del Potenza era bruna e silenziosa. Appena appena gli ulivi facevano sentire qualche brivido secco e un cipresso nereggiava sul colle dell'“Infinito„. E io imaginai il Poeta, ancora giovinetto, seduto ancora dietro la siepe: un fanciullo macilento, dal viso pallido e senile, coi capelli neri e gli occhi azzurri. Erano i primi anni del secolo, e a me pareva che quel fanciullo che si rifiutava di guardare così bello e lontano accavallamento di monti, la valle e il fiume, e si faceva riparo d'una siepe di sterpi per veder più lungi, in una lontananza senza fine, rappresentasse la coscienza umana di quei primi anni. Un soffio di vento che muove appena le foglie è la voce del presente, della vita. Che è essa rispetto all'infinito silenzio? Un