Con Garibaldi alle porte di Roma

Part 5

Chapter 53,905 wordsPublic domain

Rieti è città di vecchio stampo italico: le vie non diritte, nè piane, ma ben selciate e pulite; incomincia dal basso, e va salendo dolcemente, fino alla cima di un colle, dov’è una gran piazza, anzi due, con chiese, palazzi, ed insegne di molta antichità. Mi parve insomma di essere a Genova; di Genova mi parlava la forma delle case, di Genova il cielo sereno, di Genova quelle brune e bionde testoline che v’ho già accennate, e che, indovinando dai nostri aspetti e dalla piccolezza delle nostre valigie lo scopo del nostro viaggio, ci sorridevano cortesemente dai veroni, o dai margini della strada. Graziose donne di Rieti! Indossavano quasi tutte dei corsaletti vermigli. Qui proprio eravamo nel nostro regno. Al vedere come le dame portassero i nostri colori, intendemmo la gioia delle castellane del Medio Evo, quando vedevano i loro colori portati dai cavalieri fedeli.

Bella Rieti! e bravo oste di Piazza, che bestemmiavi ad ogni momento, per ogni più piccola cosa, come un antico suddito del papa, ma che ci hai fatto desinare, e lautamente, a diciotto baiocchi per testa! belle per ampiezza e vetustà le camere della locanda, colle loro travi intagliate, coi letti alti due metri da terra, veri talami classici, ai quali bisognava dar la scalata! bella infine la giovinetta che vidi dal mio balcone, e non si spaurì punto della mia presenza, anzi mi volse la parola con atto onestamente cortese!

— Andate con Garibaldi? — mi chiese ella con voce argentina, mentre io stavo presso la finestra cavando dalla mia valigetta una rivoltella, per metterla in ordine.

— Sì, bella bambina: avete qualche commissione da darmi per il vostro innamorato?

— Non ho innamorato; — rispose; — ho un cugino con Menotti.

Così dicendo, s’era fatta rossa come una brace.

— Ditemi il suo nome, e lo saluterò per voi. E poi, quando saremo a Roma, — aggiunsi ridendo, — vi manderemo le dispense pel matrimonio. Penso infatti che si possa esser cugini e innamorati ad un tempo. —

Questi sono i pochi ricordi che io serbo della mezza giornata trascorsa a Rieti. Antichità non ho potuto studiarne; d’una statua mozza che chiamano Il Bamboccio, e che mi colpì veduta di sera, non so dirvi nulla. So che la città contiene forse diecimila abitanti, sebbene mostri d’essere stata fatta per molti di più; che _in illo tempore_ si chiamava Reate ed era una delle più ragguardevoli città dei Sabini, insieme con Amiterno, Testrina, Cure, Nursia, Ereto, Trebula, Suffena, Mutusca e Nomento. Gran gente, i Sabini! Le loro figliuole hanno fatto Roma. Popolo singolare! La semplicità del costume di quei montanari dell’Appennino centrale, diffusi dalle sorgenti del Pescara alle valli della Nera, dell’Aniene e del Tevere, l’austerità del carattere, ed ogni maniera di domestiche virtù, li resero mirabilmente adatti a quel lavoro di tanta mole che fu il _Romanam condere gentem_. Non mi si venga a dire che Roma, la gran Roma, nascesse da un covo di ladri, discendenti di Enea. Remolo e Remo saranno benissimo quel che la storia e la favola vuole; ma chi li allattò fu una lupa, la forte Sabina; fatti sua mercè grandicelli, a lei chiesero e tolsero quelle donne, onde aveva a nascere la più forte schiatta del mondo.

Rieti fu dei Romani trecent’anni innanzi l’êra volgare: Annibale passò sotto le sue mura: diede ella molti volontarii a Scipione Africano, il Garibaldi di quei tempi; sotto i Longobardi fu aggregata al ducato di Spoleto; fu corsa dai Saraceni e poi quasi distrutta da Ruggero, re di Sicilia; resistè a Federigo II; Carlo II d’Angiò vi fu incoronato re delle due Sicilie da papa Niccolò IV, i cui successori amavano molto questa città. A modo loro, s’intende; donde avviene che sia molto più lieta di appartenere al regno d’Italia, ad onta dei suoi mediocri legislatori e del suo non mediocre sistema di tasse.

Per ultimo ricordo storico vi dirò che Rieti fu l’ultima città veduta dal vostro umilissimo servo, nella sua gita al confine pontificio. Dove sono andate tutte quelle belle e cospicue città dei Sabini? Mutusca è diventata un paesello, Rocca Sinibalda; anzi c’è chi pretende che non si debba neanche riscontrare colà, ma più sotto, dov’è la solitaria Osteria nuova. Cure è diventata Corese, una cosa da nulla. Ereto, distrutta, si mutò in monte Eretino, poscia Monterotondo. Nomento, poi, s’è rimpiccolito in Mentana. Questi cangiamenti di fortuna s’intendono facilmente, anche senza andare a scomodare i Goti, i Vandali, ed altri popoli guastatori. I Sabini erano possenti, ma prima di Romolo; la prevalenza di Roma doveva soggiogarli o assorbirli; l’una cosa e l’altra seguirono infatti. Ora, quanto più vi accostate a Roma, le città degli antichi popoli vanno scemando d’importanza, fino a tanto che trovate la nuda e insalubre campagna.

Ed ora, addio bella! È l’alba del 20, e dobbiamo rifare un tratto della via già percorsa, volendo ricondurci all’incontro della scorciatoia di Condigliano. Due dei nostri amici, il dottor Pastore e Gnecco[1], coi quali siamo giunti insieme fino a Rieti, tirano innanzi in carrozza per la strada maestra fino a Scandriglia. Noi, avendo cura d’anime, li raggiungeremo domani “col grosso dell’esercito„ se i fati permetteranno.

Carina, quella scorciatoia di Condigliano! D’ora innanzi, in materia di strade, quando vorrò far presto, mi atterrò alle più lunghe.

Alte otto del mattino eravamo colla nostra gente, che aveva ottimamente dormito, parte in certi fienili, parte nelle case dei contadini del luogo. E qui, sebbene piovesse fitto, deliberammo di metterci subito in marcia per Condigliano, che era, dicevano, distante da noi un’oretta di strada.

Il Pietramellara, con due compagni, s’era preso l’incarico di fare una corsa a Terni, per vedere se da Genova fossero venuti altri amici, e sopra tutto se fossero giunte armi; per le quali, fin dal primo giorno del nostro arrivo sulle sponde della Nera, avevamo scritto lettere esortative, supplicative, agli amici di Genova. Una delle due vetture che ci avevano condotti a Rieti, era ancora laggiù: Ludovico partì con quella per Terni. Noi a piedi per Condigliano, e i nostri trecento con noi, allegri come pasque, ad onta della pioggia che li flagellava, ad onta del fango che li inzaccherava e li faceva dar negli sdruccioli.

Qui proprio incominciò la vita soldatesca. Addio bei letti dai morbidi guanciali e dalle lenzuola di bucato: addio osti col vino cattivo, ma vino; addio vetture, fatte per derubarci, ma per liberarci altresì dalle molestie del camminare. Dopo tutto, che sincera allegria! Come tutto era dolce, in compagnia di vecchi e provati compagni! come si andava spediti, colla speranza in avanguardia! e come già si cominciava a conoscere il pregio d’una fiaschettina d’acquavite che tratto tratto andavamo sorseggiando, per rifarci dell’acqua piovana!

Giungemmo poco prima delle undici in Condigliano, bel paesello ai piedi d’una montagna. Pioveva ancora, e i nostri trecento furono lesti a scantonare di qua e di là, in cerca di “alloggio, buon vino e buon ristoro„. Quantunque in nessun luogo si vedesse la scritta menzognera, non dubitate, trovarono tutti da allogarsi. Alcuni contadini, probabilmente edotti dalla esperienza dei giorni precedenti (poichè altri drappelli avevano fatta quella medesima strada) si erano elevati a dignità di ostieri, senza pigliar patente dal governo, e imbandivano ova al tegame, con cipolle, pan bigio e vinello scellerato, sul far di quello che io avevo bevuto a Terni, e che doveva perseguitarci per ogni paese, per ogni casolare, fino a Monterotondo, ove passò la misura.

Quando noi ci affacciammo all’uscio d’una di quelle osterie improvvisate, tutti i deschi, le panche, gli sgabelli, erano già occupati. Ce ne rallegrammo, perchè ciò agevolava il nostro ufficio di vettovagliare trecento uomini in un così piccolo paese e punto preparato ad accoglierci. L’amico del luogo, a cui recavamo una commendatizia di Rieti, fu del resto sollecito a mandar pane, vino e formaggio per quanti ne avessero bisogno. E tutti ne ebbero la parte loro: noi soli restammo a becco asciutto.

Ma il Bernardini vegliava. Era questi un buon giovinotto di Ravenna, di quelli che rispondevano “presente„, a tutti gli appelli della patria. Egli era stato col maggiore Burlando nella guerra del ’66, ed aveva voluto seguire il suo comandante in quest’altra levata d’insegne.

Ora il Bernardini, stando al seguito del maggiore Burlando, faceva tutto, pensava a tutto, per modo che non c’era più da far niente, da pensare a niente. Occorreva il cannocchiale da campo, per ispecolare il terreno? Si chiamava il Bernardini. C’era da riscontrare una posizione sulle carte di stato maggiore che avevamo con noi? Il Bernardini le teneva sempre addosso, ed aveva pronta alle mani quella del luogo in cui marciavamo. Si chiedeva un tozzo di pan bigio, per chetare i rimorsi dello stomaco? Il Bernardini ne aveva sempre qualcheduno in fondo alle tasche del pastrano, e qualche mela per giunta. Mancava un pizzico di foglia da caricar la pipa ungherese del maggiore, pipa che correva in giro tra noi come la tazza ospitale d’un vecchio castellano? Il Bernardini sapeva sempre dove pescare quel pizzico di foglia. I cavalli, quando incominciammo a possederne, li aveva egli in custodia, ed egli ce li faceva trovare insellati quando bisognasse. Insomma, era la provvidenza di noi due, ed anche un pochino di tutti gli altri che si accostavano a noi.

Anche a Condigliano il Bernardini vegliava. Fu lui che ci guidò verso una casupola fuori mano, la cui rustica apparenza non era stata tale da chiamar gente. Lasciatici al basso, salì una scala esterna di pietra, infilò un uscio affumicato e stette forse due minuti a parlamento; quindi uscì fuori sul pianerottolo, per gridarci con accento festevole: vengano, vengano, ho trovato.

Il suo _eureka_ fu più gradito di quello d’Archimede, e fummo in un batter d’occhio lassù, dove ci accolsero con lieti ed onesti modi due giovani contadine.

— Non c’è niente; — disse il Berbardini; — ma c’è una cucina, un paiuolo, delle cazzaruole, dei polli, delle cipolle, del pane...

— Ah! e voi dite che non c’è niente? Mi pare che con tutti questi ingredienti ci sia da pranzare _in Apolline_.

— Sì, ma il vino?... dei sedani per l’insalata?... Basta, troverò io tutto quello che manca, se queste due sposine mi aiutano. —

Le sposine non se lo fecero dire due volte. Col denaro —che mettemmo fuori, andarono a trovar vino, uova e formaggio. Il Bernardini, frattanto, aveva messo mano ai polli. Un’ora dopo, ci sedevamo in cinque o sei ad una tavola zoppa, ma colla sua tovaglia pulita, di ruvida tela di canapa, su cui era imbandito un pranzetto giocondato dall’amicizia e fatto più gustoso dalla salsa spartana che tutti conoscono, e che si chiama appetito.

Ricorderò sempre con affetto le due contadine di Condigliano. I lor volti, non molto belli, abbrustolati dal sole, risplendono ancora ai miei occhi per un’aria di soave bontà che teneva luogo di bellezza. Erano poi di così gaio umore! I nostri quieti diportamenti in casa loro fecero si che esse sciogliessero la lingua ad un cinguettìo, il quale non ebbe fine che colla nostra partenza.

La più giovane di esse aveva nome Barbara. Vi ho già detto che son tutte barbare, queste Sabine. Era sposa da un anno, e portava ancora la sua collana d’oro a cinque o sei file, orecchini, anelli ed altri gingilli.

Mentre eravamo a tavola, giunsero i mariti, due robusti contadini, che tornavano dai campi col loro sargone addosso. Il sargone è una camicia di ruvida tela, che scende fino al ginocchio. I campagnuoli di laggiù la portano sulle altre vesti, non so se per ammorzare il caldo dei raggi solari, o per non insudiciarsi la giacca e il panciotto.

Quei due bravi Sabini, dopo essersi fatti pregare e ripregare, sedettero con noi e assaggiarono del nostro desinare, anzi dei rilievi, poichè noi già eravamo alle frutte. Così giunsero le due dopo il meriggio, e bisognò pensare alla partenza.

— Dove andate? — ci chiese Barbara.

— A prendere la benedizione del Papa; — risposi io.

— No, — ribattè ella, ridendo, — tu vai a prendergli Roma.

— E te ne spiacerebbe, se così fosse?

— A me? perchè dovrebbe spiacermi? Saremmo tutti uniti.

— Barbara, bocca d’oro! — gridò il Bernardini, che da due giorni sperava di far tutta d’un fiato la strada del Campidoglio.

— Che vi credevate? — saltò su a dire il marito. — Che Barbara non fosse italiana? Qui siamo tutti per Garibaldi.

— Ottimamente, se è così, — ripresi io, — perchè allora tu c’impresterai i due cavalli che ho veduto giù nella stalla. Ci serviranno per andare fino a Torricella. — Perchè no? Ma chi me li rimanda a casa? — domandò egli, con un astuto sorriso che preparava un rifiuto.

— Bravo! tu stesso, che verrai ad accompagnarci; e noi ti caricheremo d’oro. —

La frase era degna dell’Achillini; ma io, che avevo adocchiate le due rozze e che amavo di viaggiar meno male che potessi, intendevo di fargli capire che non si sarebbe lesinato sul prezzo.

Egli stette un momento sovra pensiero; guardò noi, quasi per leggerci negli occhi se eravamo o no galantuomini; poi guardò Barbara, che meno dubitosa di lui (già le donne valgono assai più degli uomini) gli disse con accento sicuro:

— Va; questi figliuoli son buoni. —

Mezz’ora dopo eravamo in marcia alla volta di Torricella, per quella orrida e pantanosa scorciatoia che v’ho detto, nella quale molti dei nostri amici lasciarono a dirittura le loro cittadinesche calzature. Il maggiore e io eravamo a cavallo; ma da buoni amici scendemmo più volte di sella, per mandar su qualche inzaccherato collega.

Come a Dio piacque, si uscì da quella gora fangosa: ma sulla via provinciale ci aspettava una pioggia fitta fitta, che ci accompagnò fino a San Giovanni Reatino. Colà fu necessario far sosta, poichè il cielo si metteva a burrasca, e la gente non si poteva più reggere in piedi, inzuppata com’era e flagellata da un vero diluvio.

VII.

La bella gigantessa. Fermate ed ansie di Torricella. Giungono i fucili e passa Garibaldi.

I terrazzani di San Giovanni Reatino stavano al riparo sotto le basse volte dei rustici portoni, o nel vano delle finestre, a guardare con aria tra curiosa e pietosa la nostra marcia, o, per dir meglio, la nostra navigazione.

Noi, sulle prime, non pensavamo affatto a fermarci. La guida di Condigliano ci aveva detto che a Torricella si poteva giungere quella medesima sera; e noi, anche a risico d’immollarci fino al midollo delle ossa, volevamo guadagnar terreno. Non erano della stessa opinione i cavalli; i quali, tra per l’acquazzone che li colpiva di fronte e per aver fiutato il soave odor di fieno, s’impuntavano in mezzo alla strada e sparavano calci ad ogni stratta, ad ogni colpo di tacchi, che noi davamo con molta costanza nei fianchi a quei ribelli cornipedi.

Povere bestie, dopo tutto! parevano dirci con quella mimica: “Per chi ci avete voi presi? Sta bene a voi di andare in perdizione, se vi pare; ma alle bestie non si deve chiedere più di quello che possono dare. Ed anche a voi, per l’anima di Chirone, uomo e cavallo, dovrebbe piacere una bracciata di fieno nella mangiatoia e un po’ di paglia per riposare al coperto. Fermiamoci, via, non sarà poi un gran male.„

Intendemmo il ragionamento dei due cavalli; udimmo le voci dei terrazzani, che ci gridavano d’ogni banda: “fermatevi qui, giovinotti„ e deliberammo di contentar gli uni e gli altri, non senza aver chiesto da prima se in quel paesello ci fosse un luogo da ricoverare i nostri compagni. — Sì, c’è il luogo, e paglia in abbondanza; — risposero.

— Bene, pernotteremo a San Giovanni Reatino; venga il sindaco, o l’assessore anziano, e provveda a queste poche cose che ci bisognano. —

Il ragguardevole personaggio che noi chiedevamo fu pronto a capitare, ed allogò la nostra gente in una chiesuola, con quanta paglia occorreva. Ma già s’indovina che pochi rimanessero colà. Dieci minuti dopo aver posto il piede nell’alloggiamento comune, la più parte se n’erano trovato un altro alla spartita, nelle case di quei buoni contadini; e la stipa crepitava in tutti i focolari, sotto a tutti i paiuoli, a tutte le padelle, a tutte le cazzaruole di San Giovanni Reatino.

Quanto a noi, finito di pensare agli altri, ce n’eravamo andati in una osteria che il Bernardini aveva adocchiata fin da principio, e dove già stava preparando la cena. Quell’osteria mi è rimasta in mente a cagione della fantesca, stupenda per bellezza colossale di forme, che la facevano parere una statua, anzi che una donna di carne e d’ossa.

Costei se ne stava ritta sull’uscio, appoggiata allo stipite, cogli occhi volti all’orizzonte; e pareva non voler dare ascolto alle cose gentili che le andava bisbigliando all’altezza dell’omero un cosettino tant’alto, mingherlino e scialbo, vera figura di Momo accanto a Giunone.

Seppi più tardi da Barbara (si chiamava Barbara anche lei) che quello era il suo damo, o, per dir più esatto, il pretendente alla sua mano. E mi parve uomo di buon gusto, quel cosettino tant’alto; ma pensando ora al caso suo, non posso lodare egualmente il suo senno. Barbara era una gigantessa, al paragone di lui: s’egli ha ottenuta la sua mano, badi a non sentirsela addosso. Guai al poveraccio, se Barbara un giorno va in collera! guai se lo ama troppo fortemente! perchè in ognuno dei due casi, egli è un uomo spacciato. Nel primo, me ne fa una frittata; nel secondo, un lucignolo.

Dopo tutto, auguro alla coppia diseguale ogni bene: desidero che pel miglioramento della specie in San Giovanni Reatino, i figli di questo imeneo riescano una spanna più alti del padre, una spanna più bassi della madre.

Questa coppia d’innamorati e una coppia di bottiglie che ci mandò il parroco del luogo, cortese antidoto all’orribil mistura che ci voleva far trangugiare l’ostessa, sono i ricordi più notevoli della nostra fermata a San Giovanni. A noi premeva di andarcene; e poichè nella notte il cielo s’era fatto sereno, deliberammo di rimetterci in cammino per tempo.

Non tutti ci seguirono. I nostri compagni, non essendo ancora militarmente ordinati, amavano far le cose a bell’agio. La mattina del 21, alla levata del sole, dormivano ancora della grossa. Tanto meglio; avremmo potuto giunger primi a Torricella, per preparar loro alloggi e panatiche.

La strada che conduce da San Giovanni Reatino a Torricella è la più solitaria, la più triste che io abbia veduta mai. Si passa in mezzo a un doppio ordine di colline senz’alberi, lungo il letto di un torrente, del quale non ricordo più il nome. Non una casa, non un tugurio, nè da vicino nè da lontano; solo qua e là, tra i giuncheti del rigagnolo asciutto, si scorge un branco di pecore che va pascolando, o uno smilzo puledro che trascina malinconicamente la sua cavezza di poggio in poggio, e addenta svogliatamente di tratto in tratto qualche fil d’erba, forse pensando con desiderio giovanile alla biada, che gli fa vedere troppo di rado il rustico padrone.

Poco prima di Torricella vedemmo finalmente un po’ di alberatura, che ci rallegrò lo sguardo come una non più sperata novità. Qui, preso lingua dal primo contadino in cui ci fossimo imbattuti dopo tanto camminar nel deserto, lasciammo la strada maestra, salendo per una viottola a diritta; e dietro una bella collina, il cui dorso ce l’aveva fino a quel punto nascosta, salutammo la meta del nostro viaggio di quel giorno, Torricella in Sabina.

Torricella _in Sabin_a! Questa giunta al nome serve a distinguere il paesello da cinque altre Torricelle sparse nell’alta e nella bassa Italia; gli abitanti, del resto, non tralasciano mai di ricordarla, tenendosi molto, e giustamente, della loro stirpe sabina.

Sono ottima gente, cortesi senza fronzoli e ospitali con tanto di cuore, come i loro antichissimi padri. Ricorderò sempre con gratitudine il sindaco e il segretario comunale, che erano due fratelli, Enrico e Domenico Pitorri. Si ricorderanno essi, con pari tenerezza, di noi? Se debbo dir tutto, mi pare che quei due ragguardevoli cittadini non vedessero di buon occhio il nostro viaggio e l’avessero anzi per una mattìa da rompicolli. I nostri ospiti (poichè in casa loro ebbi la più lieta accoglienza) non potevano capacitarsi del come noi si sperasse di far opera gagliarda senza l’aiuto del governo. Inutile riferir qui le risposte nostre e le repliche loro. Essi liberali temperati, noi avanzati, rappresentavamo due forze allora necessarie; e guai se una fosse mancata, guai se l’una o l’altra avesse soverchiato; addio equilibrio che ci ha tenuti in piedi; addio cospirazione di venti, e di eventi, che ci ha condotti in porto. Le ragioni che potevamo scambiarci allora, tre anni prima del 1870, che effetto farebbero ora? Io qui scrivo ricordi, del resto, e non fo smercio di alta politica.

Torricella è un gaio paese, fatto d’una strada sola come tutti i piccoli paesi, bello o brutto secondo i gusti e gli umori, con antichi edifizi anneriti dal tempo e ridotti ad apparenza di catapecchie, con catapecchie moderne che in grazia dell’intonaco la pretendono a palazzine; pittoresco, insomma, come tutto ciò che è svariato di forme e ben temperato di tinte.

Mi duole di non sapervi raccontare la sua storia, non avendo avuto tempo a chiederne, e non possedendo libri che ne parlino: me ne duole, ripeto, perchè a Torricella ho notato un antico castello, severamente murato verso il basso della borgata, quasi a custodia della strada contro la gente che veniva dalla parte di Roma; il quale ha certamente veduto assai cose. Ed io non l’ho interrogato, non mi son fatto dir nulla.

Che volete? Avevo tanti altri pensieri m mente, e tutti più urgenti. Eravamo finalmente vicini a quel sospirato confine. In una sola marcia potevamo giungere a Scandriglia: ancora quattro passi di là, e si era sul territorio a noi conteso dalle pretensioni temporali di san Pietro, o dei suoi successori. Sul primo lembo di quel territorio avremmo ritrovato Menotti Garibaldi colla sua prima colonna di animosi giovani, e il Mosto, e l’Uziel, ed altri amici partiti da Genova due giorni prima di noi.

Questa era la bella apparenza delle cose: ma la sostanza?... Come saremmo arrivati? Eravamo noi certi della via? e potevamo noi cercarla a tentoni, con trecento uomini disarmati sulla coscienza? Notate che degli insorti e dei fatti loro non avevamo da tre giorni alcuna notizia sicura; che le scarse ed incerte voci da noi raccolte lungo la strada recavano essersi Menotti allontanato da Montelibretti per andare alla volta di Percile. Quella marcia, se pure doveva credersi vera, che cosa significava? a che cosa accennava? allo scopo di avvicinarsi alle bande che dovevano giungere dagli Abruzzi, o ad uno stratagemma per ingannare il nemico? E che cosa dovevamo noi fare? in che modo diportarci, per raggiungere il giovane e valoroso generale? Così senz’armi, non c’era che un modo; non oltrepassare, ma rasentare il confine, da Scandriglia a Canemorto (un nome — — — — — cambiato poi in quello di Orvinio) e così, errando per monti e per valli, indovinare il luogo e il momento opportuno per farci innanzi.

Ora, se questo era l’unico disegno a cui si potesse metter mano, immagini il lettore come fossero lieti i nostri pensieri. Intanto i nostri compagni chiedevano armi; le chiedevano ogni momento a noi, quasi che noi potessimo cavarcele dalla testa come Giove si cavò Minerva coll’asta in pugno e lo scudo imbracciato, o dal nulla con un _fiat_, come Domineddio il cielo e la terra.

I buoni abitanti di Torricella, mossi a pietà del nostro stato, si auguravano di aver armi quante ne occorrevano per noi; frattanto, a testimonianza di buona volontà, ci offrivano quattordici fucili, cinque dei quali erano stati caricati due o tre anni innanzi, ma non avevano più i cappellozzi. Comunque fosse, accettammo il presente, che in quelle circostanze ci parve la man di Dio; ma non ardivamo farne parola ai nostri uomini, temendo che si mettessero a ridere di quella miseria.