Compendio di psicologia

Part 11

Chapter 113,353 wordsPublic domain

3. Il _suono isolato_ è una rappresentazione intensiva, che consiste di una serie di sensazioni sonore regolarmente graduate nella loro qualità. Questi elementi, i _toni parziali_ del suono, costituiscono una fusione perfetta, nella quale la sensazione del tono parziale più basso si affaccia come l’elemento predominante. In base a questo, _tono principale_, il suono è determinato in rapporto alla sua _altezza_. Gli altri elementi, come toni più alti, sono detti _ipertoni_. Essi sono percepiti tutt’insieme come una seconda parte determinante il suono, che viene ad aggiungersi all’elemento predominante; come il _colore del suono_[15]. Tutti i toni parziali che determinano il colore del suono, si trovano sulla scala dei toni ad intervalli fissi e regolari dal tono fondamentale. La serie completa degl’ipertoni possibili per un suono è rappresentata dalla 1ª ottava del tono principale, dalla quinta di esso; dalla seconda ottava del tono principale, dalla sua terza maggiore e quinta e così via. A questa serie corrispondono i seguenti rapporti dei numeri di vibrazioni delle onde sonore oggettive:

1 (tono principale), 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8..... (ipertoni).

Lasciando, costante l’altezza del tono principale si può variare il secondo elemento della qualità sonora, il _colore del suono_, secondo il numero, la posizione e l’intensità relativa degl’ipertoni. In tal modo si spiega la prodigiosa varietà delle colorazioni sonore degli strumenti musicali; come pure il fatto che in tutti gli strumenti il colore varia coll’altezza del tono, essendo gl’ipertoni pei toni bassi, relativamente forti e pei toni alti, deboli, e da ultimo scomparendo del tutto, se essi stanno al di là del limite dei toni udibili. Ma anche le più piccole differenze della colorazione sonora per i singoli strumenti di egual specie, si spiegano coi medesimi rapporti.

Psicologicamente la condizione principale perchè sorga un suono isolato, consiste nell’essere data una fusione di sensazioni sonore con _un solo_ elemento predominante, e nell’essere la fusione perfetta, o almeno quasi perfetta. Di solito col solo orecchio gl’ipertoni non sono distinti immediatamente entro il suono _isolato_, ma essi possono divenir percettibili mediante un rinforzamento di risonanza (mediante trombe acustiche che siano accordate sull’ipertono cercato) e una volta che essi siano stati isolati con tal mezzo sperimentale, gl’ipertoni più forti possono venir successivamente distinti per entro il suono senza quel sussidio, quando su di essi si diriga l’attenzione.

4. Le condizioni, per le quali _un solo_ elemento predominante è contenuto in una composizione di toni, consistono: 1) nell’intensità relativamente maggiore _di quello_; 2) nel suo rapporto qualitativo agli altri toni parziali: il tono principale deve essere il _tono fondamentale_ di una serie, i cui membri sono fra loro complessivamente toni armonici; 3) nella coincidenza perfettamente uniforme dei diversi toni parziali; questa coincidenza è oggettivamente soddisfatta dall’unità della sorgente sonora (cioè il suono sia prodotto dalla vibrazione di _una sola_ corda, o di _una sola_ linguetta). Questa unità della sorgente sonora fa sì che le vibrazioni oggettive dei toni parziali stiano sempre fra loro nello stesso rapporto di fasi; il che non può avverarsi nelle combinazioni di suoni di più sorgenti sonore. Di queste condizioni, delle quali le prime due si riferiscono agli _elementi_ e la terza alla _forma_ della combinazione, la prima può mancare, senza che sia turbata la rappresentazione del suono. Se invece non è adempiuta la seconda, la combinazione passa o in un _accordo_, quando manca il tono fondamentale, o in un _rumore_, quando la serie dei toni non è armonica; oppure in una forma intermedia tra l’accordo e il rumore, quando le due cause si combinano. Se non è adempiuta la terza condizione, la costanza cioè del rapporto di fase dei toni parziali, il suono isolato passa in un accordo, anche quando le due prime condizioni sono pienamente osservate. Una serie di suoni semplici del diapason, che pei loro rapporti intensivi e qualitativi dovrebbero formare un _suono isolato_, in realtà sveglia sempre la rappresentazione di un accordo.[16]

5. L’_accordo _ è una combinazione intensiva di suoni isolati; generalmente è una fusione imperfetta, nella quale sono contenuti più elementi dominanti. Pertanto in un accordo si presentano di solito tutti i gradi possibili della fusione, specialmente quando esso consta di suoni isolati, che siano di qualità composta. Allora non soltanto ogni suono isolato costituisce di per sè una formazione di fusione completa, ma anche le parti determinate qualitativamente dai loro toni principali si fondano alla loro volta, e in modo tanto più perfetto, quanto più esse si avvicinano al rapporto degli elementi di un suono isolato. Perciò in un accordo di suoni ricchi di ipertoni, quei suoni isolati, i toni principali dei quali corrispondono agli ipertoni di un suono pur contenuto nell’accordo, si fondono con questo suono in modo molto più perfetto che colle altre parti del suono, e queste alla loro volta si fondono tanto più, quanto più il loro rapporto si avvicina a quello degli elementi iniziali di una serie di ipertoni. Così nell’accordo _do, mi, sol, do’_, i suoni _do_ e _do’_ costituiscono una fusione quasi perfetta, i suoni _do_ e _sol_, _do_ e _mi_ invece fusioni imperfette; ancor più imperfetta è infine la fusione dei suoni _do_ e _mi bemolle_. Una misura del grado della fusione si ottiene in tutti questi casi, quando si eseguisce, durante un brevissimo tempo, un accordo e si lascia decidere dall’ascoltatore, se egli abbia percepito un unico suono o più suoni. Ripetuto più volte quest’esperimento, il numero relativo dei giudizi affermanti l’unità del suono dà una misura per il grado della fusione.

6. In un accordo altri elementi vengono ancora ad aggiungersi a quelli già contenuti nei suoni isolati; essi sorgono dal sovrapporsi delle vibrazioni per entro l’apparato uditivo, e dànno luogo a nuove sensazioni sonore caratteristiche per le diverse speci degli accordi, sensazioni che col primitivo insieme di suoni, possono egualmente costituire fusioni ora perfette e ora imperfette. Queste sensazioni sono quelle dei _toni di differenza_. Esse corrispondono, come il loro nome lo indica, alla differenza del numero di vibrazioni fra due toni primari. La loro origine può essere doppia: o esse sorgono dall’interferenza delle vibrazioni nell’apparato uditivo esterno specialmente nel timpano e negli ossicini (toni di combinazione di Helmholtz); oppure esse sorgono dall’interferenza delle vibrazioni sulle fibre nervose dell’udito (toni di battimento di Koenig). I primi sono, conformemente alla loro origine, toni deboli, e restano sempre relativamente molto più deboli dei loro toni d’origine. I secondi sono invece generalmente toni piuttosto forti, e possono spesso vincere in intensità anche i loro toni d’origine. I toni di differenza della prima maniera s’incontrano probabilmente soltanto negli accordi armonici, quelli della seconda maniera anche nei dissonanti. La fusione dei toni di differenza coi toni principali dell’accordo è alla sua volta tanto più perfetta, quanto meno essi sono intensivi, e quanto più si connettono coi primitivi elementi sonori, come toni armonici nella serie semplice dei toni. In conseguenza di queste proprietà, i toni di differenza hanno per gli accordi un significato caratteristico, analogo a quello che gli ipertoni hanno per i suoni. Essi sono però elementi pressochè indipendenti dalla colorazione dei componenti l’accordo, e invece variano straordinariamente col rapporto dei toni principali dell’accordo; donde si spiega la relativa uniformità nel carattere di un dato accordo, a lato della mutevole colorazione sonora dei suoni isolati.

7. L’accordo può passare, attraverso a tutti i gradi intermedi possibili, nella terza forma delle rappresentazioni sonore intensive, in quella del _rumore_. Quando il rapporto di due toni sta oltre il limite della serie armonica dei toni, e quando anche la differenza del loro numero di vibrazioni non oltrepassa un certo limite, per i suoni alti circa 60 vibrazioni, pei bassi 30 e meno; allora nascono perturbazioni nell’accordo, le quali corrispondono nel loro numero alla differenza del numero di vibrazioni dei toni primari, e hanno la loro causa, nell’alternata interferenza di fasi di vibrazioni con uguale od opposta direzione. Queste perturbazioni consistono o in interruzioni della sensazione sonora, _singoli urti_, oppure, e specialmente per i toni bassi, in sensazioni intermittenti di un tono di differenza, _battimenti di toni_. Se la differenza dei numeri delle vibrazioni oltrepassa i limiti suddetti, i toni suonano dapprima, sparendo le intermissioni, continui, ma aspri, e poi, sparendo anche l’asprezza, _puramente dissonanti_. La dissonanza solita si compone di battimenti o di asprezze dell’accordo o di pura dissonanza; i primi due fattori consistono in intervalli delle sensazioni percettibili, o appena evanescenti, l’ultimo invece nell’intera eliminazione dell’unità sonora e consonanza prodotta da fusione perfetta o imperfetta. Questa scomposizione dei toni, che si fonda sul rapporto delle pure qualità sonore, può essere detta anche _bissonanza_. Se per il consonare di un maggior numero di suoni discordanti, si accumulano i fattori della solita dissonanza, singoli urti, battimenti, asprezze, bissonanze, allora l’accordo diventa _rumore_. Questo è psicologicamente caratterizzato da ciò, che in esso gli elementi predominanti spariscono completamente, o si confondono nella serie degli elementi, che modificano il carattere complessivo della rappresentazione. Per la conoscenza del rumore importa, nei rumori di breve durata, esclusivamente la generale posizione degli elementi prevalenti in intensità, e nei rumori di qualche durata, anche la forma della perturbazione, quale risulta dalla rapidità dei singoli urti, dai concomitanti battimenti, ecc.

Esempi caratteristici delle diverse forme di rumore sono le voci della favella umana, fra le quali le vocali sono gradi intermedi fra suono e rumore con carattere prevalente di suono, i fonemi di risonanza sono rumori continui, le consonanti proprie invece rumori momentanei. Parlando sottovoce, anche le vocali diventano rumori. Il fatto che qui tuttavia le loro differenze rimangono conservate, dimostra che la caratteristica delle vocali sta essenzialmente nei loro elementi di rumore. In tutti i rumori, coi numerosi elementi sonori che entrano in essi, si collegano verosimilmente anche semplici sensazioni di rumore (pag. 39), in quanto che le scosse irregolari dell’aria, provenienti dalle perturbazioni delle onde sonore, eccitano in parte gli elementi nel vestibolo del labirinto, in parte anche direttamente le fibre dello stesso nervo uditivo.

7_a_. La spiegazione dei fondamenti fisiologici delle rappresentazioni _intensive_ dell’udito, e sopratutto delle sonore, è stata essenzialmente promossa dall’_ipotesi della risonanza_ (p. 41) posta da Helmholtz. Quando si ammette che determinate parti dell’apparato uditivo siano così accordate, che le onde sonore di un certo numero di vibrazioni facciano sempre vibrare soltanto le parti corrispondentemente accordate: si spiega in generale quella capacità analizzante del senso dell’udito, per la quale noi possiamo distinguere gli elementi sonori non solo in un accordo, ma anche, sino ad un certo grado, in un suono isolato. L’ipotesi della risonanza però dà la ragione fisiologica soltanto di _un_ lato della fusione sonora, la persistenza delle singole sensazioni nel tutto della rappresentazione intensiva, ma non dell’altro, aspetto, la più o meno intima combinazione degli elementi. Se si è ammesso a questo scopo un immaginario “apparato di fusione„ nel cervello, questa è una di quelle finzioni più dannose che utili, nelle quali si cerca di appagare il bisogno di spiegazioni con una parola che nulla dice. Poichè gli elementi sonori, producenti una rappresentazione intensiva di suoni, sono in essa contenuti come sensazioni reali e più o meno abbandonano la loro individualità nel tutto della rappresentazione, la fusione sonora è un processo psichico, il quale perciò richiede anche una spiegazione psicologica. Ma in quanto questa fusione si comporta in diversa maniera per diverse condizioni oggettive, ad es., per l’effetto delle vibrazioni composte provenienti o da una unica sorgente sonora, o da diverse sorgenti sonore, queste differenze richiedono senza dubbio a loro spiegazione principi fisici e fisiologici. L’idea che prima si presenta per tale spiegazione è di completare in modo sufficiente l’ipotesi della risonanza. Se si ammette che, insieme alle parti dell’organo dell’udito analizzante il suono, insieme all’apparato di risonanza, esistono ancora altri organi, sui quali agisce l’intera massa sonora indecomposta — organi che, dopo le osservazioni fatte a pag. 33 sugli uccelli privi del labirinto, potrebbero essere forse le fibre del nervo acustico, correnti nei canali ossei del labirinto — si ha così un sufficiente sostrato fisiologico a spiegare l’effetto diverso di quelle condizioni. Si aggiunge ancora l’esistenza dei toni di battimento, che spesso vincono di gran lunga in intensità i toni primari (pag. 80), come pure l’osservazione, che le interferenze di un unico tono, se date con sufficiente velocità, si collegano a una seconda sensazione di tono; fatti questi, che sembrano richiedere una integrazione dell’ipotesi di risonanza nel senso suindicato.

§ 10. — Le rappresentazioni di spazio.

1. Dalle rappresentazioni intensive si distinguono immediatamente quelle di spazio e di tempo per essere le loro parti tra loro collegate non in un modo comunque permutabile, ma in un ordine saldamente determinato, così che, se si pensa variato quest’ordine, la rappresentazione stessa si altera. Noi diciamo generalmente rappresentazioni _estensive_ le rappresentazioni che hanno un ordine così fisso delle loro parti.

Tra le possibili forme di rappresentazioni estensive si notano ancora le _spaziali_ per questo, che quell’ordine fisso delle parti di una rappresentazione spaziale è soltanto un ordine _reciproco_, e non si riferisce al rapporto di esse al soggetto percipiente; piuttosto è possibile pensare questo rapporto variato a piacimento. Questa indipendenza oggettiva della rappresentazione spaziale dal soggetto percipiente si esplica nell’attitudine che hanno le formazioni di spazio di essere _spostate_ e _rivoltate_. Il numero delle direzioni, nelle quali possono avere luogo questi spostamenti e rivolgimenti è limitato, potendo essi complessivamente avvenire in solo _tre_ sensi, in ciascuno dei quali son possibili movimenti secondo due direzioni fra loro opposte. A questo numero massimo delle direzioni per gli spostamenti e i rivolgimenti delle formazioni di spazio, corrisponde il numero delle direzioni, nelle quali possono essere ordinate fra loro tanto le parti di ogni singola formazione, quanto le diverse formazioni. Noi diciamo questa proprietà la natura _tridimensionale_ dello spazio. Una singola rappresentazione spaziale può quindi essere anche definita come una _formazione tridimensionale, avente un’orientazione fissa, reciproca, delle sue parti, ma un’orientazione comunque variabile rispetto al soggetto percipiente_. Si comprende facilmente che in questa definizione si astrae dalle variazioni, in realtà molto frequenti, nelle disposizioni delle parti; quando esse avvengono, si ha il passaggio di una rappresentazione in un’altra. Inoltre l’ordine tridimensionale delle rappresentazioni spaziali inchiude anche gli ordini a due ed a una dimensione come limiti, nei quali del resto si devono sempre pensare insieme le dimensioni mancanti, tosto che si consideri il rapporto della formazione spaziale al soggetto percipiente.

2. Questo rapporto al soggetto percipiente, dato in realtà in tutte le rappresentazioni spaziali, psicologicamente richiede sin dal principio, che l’ordine degli elementi in una tale rappresentazione non possa essere una proprietà originaria degli elementi stessi, analoga in qualche modo all’intensità o qualità delle sensazioni, ma che essa sia solo una conseguenza del coesistere delle sensazioni proveniente da condizioni psichiche che nuove sorgono per questo coesistere. Imperocchè chi non volesse ammettere questa necessità psicologica, sarebbe costretto non solo ad attribuire una qualità spaziale ad ogni singola sensazione, ma dovrebbe in ogni sensazione per quanto spazialmente limitata, accogliere anche la rappresentazione di tutto lo spazio a tre dimensioni nella sua orientazione al soggetto. Questo ricondurrebbe alla teoria di un’intuizione spaziale a priori precedente tutte le singole sensazioni; opinione che non solo starebbe in contraddizione con tutte le nostre esperienze sulle condizioni d’origine e sullo sviluppo delle formazioni psichiche, ma in modo speciale anche con tutte le esperienze sulle influenze, alle quali sono soggette le formazioni rappresentative dello spazio.

3. Tutte le rappresentazioni di spazio ci si offrono come forme dell’ordine di due qualità di senso, delle _sensazioni tattili_ e delle _sensazioni luminose_, dalle quali poi solo secondariamente, mediante il legame colle rappresentazioni tattili o visive, la relazione spaziale può essere trasportata anche ad altre sensazioni. Nel senso tattile e visivo invece condizioni favorevoli per un ordine estensivo spaziale delle sensazioni sono già date manifestamente dall’estensione in superficie degli organi periferici di senso e dall’essere questi corredati di apparati di movimento, che fanno possibile una varia orientazione delle impressioni al soggetto percipiente. Dei due domini di senso, quello del _tatto_ è alla sua volta il primitivo, perchè sorge prima nell’evoluzione degli organismi e perchè oltre ciò quelle condizioni d’organizzazione, che si presentano in assai più fina conformazione nel senso della vista, sono ancora rozze, e però anche sotto un certo aspetto più distinte. Si deve però notare che negli uomini non ciechi,[17] le rappresentazioni spaziali del senso tattile subiscono in alto grado l’influenza di quelle del senso della vista.

_A_. LE RAPPRESENTAZIONI TATTILI DELLO SPAZIO.

4. La _più semplice_ rappresentazione di spazio possibile per il senso tattile è quella di una _impressione isolata, pressochè puntiforme sulla pelle_. Anche se una tale impressione agisce, essendo rimosso l’organo visivo, si forma una determinata rappresentazione del _luogo del contatto_. Questa rappresentazione, che si dice _localizzazione dello stimolo_, come l’introspezione insegna, non è di solito immediata negli uomini non ciechi — il che dovrebbe essere, se la spazialità fosse una proprietà originariamente particolare della sensazione — ma essa è dipendente da una _rappresentazione visiva_, benchè per lo più oscura, della parte del corpo toccata, rappresentazione che si aggiunge a quella. La localizzazione pertanto in prossimità alle linee di contorno degli organi tattili, le quali si imprimono più distinte nell’immagine visiva, è più esatta che nelle superfici centrali uniformi. Una rappresentazione visiva può essere svegliata da un’impressione tattile anche quando è escluso l’organo della vista, perchè ad ogni punto dell’organo tattile appartiene una propria colorazione qualitativa della sensazione tattile, la quale è indipendente dalla qualità dell’impressiono esterna, e dipende probabilmente dalle particolarità di struttura della pelle, varianti da punto a punto e non mai perfettamente eguali per due punti lontani.

Questa colorazione locale è detta _il segno locale_ della sensazione. Esso varia nelle diverse parti della pelle con rapidità assai diversa: molto presto, ad es., sulla punta della lingua, all’estremità delle dita, alle labbra; lentamente alle superfici maggiori delle membra e del busto. Si può ottenere una misura della rapidità con cui variano i segni locali, se si fanno agire due impressioni, vicine tra loro, sopra una parte della pelle. Fintanto che la distanza delle impressioni sta nella regione di segni locali qualitativamente non distinguibili, esse sono percepite come un’impressione unica, ma tosto che quei limiti sono sorpassati, le impressioni sono separate spazialmente. Questa distanza minima di due impressioni, ancora appena distinguibile, è detta _soglia spaziale del tatto_. Essa varia da 1 a 2 mm. (punta della lingua e delle dita), sino a 68 mm. (dorso, parte superiore del braccio, della gamba). Sulle parti dei punti di pressione (pag. 37) distanze ancora più piccole possono essere percepite con un favorevole impiego degli stimoli. Inoltre la soglia spaziale dipende dalle condizioni dell’organo e dall’influenza dell’esercizio. Per il primo fatto nei fanciulli, nei quali evidentemente le differenze di struttura, condizione dei segni locali, sono notevolmente a più piccola distanza, è minore che negli adulti, e a causa dell’esercizio essa è pei ciechi, specie nei polpastrelli delle dita, di cui essi usano prevalentemente per tastare, minore che nei non ciechi.

5. La localizzazione delle impressioni tattili, e con essa l’ordine spaziale di una pluralità di queste impressioni, come insegna la suddescritta cooperazione delle rappresentazioni visive delle parti toccate del corpo, si fondano negli uomini normali non su un’originaria qualità spaziale dei punti della pelle e neppure su una primaria funzione spaziale dell’organo tattile, ma presuppongono le rappresentazioni spaziali del senso della vista. Queste però possono diventare attive solo per ciò, che alle parti dell’organo tattile appartengono certe proprietà qualitative, i segni locali, che svegliano la rappresentazione visiva della parte toccata. Non v’ha pertanto alcuna ragione per attribuire ai segni locali una immediata relazione spaziale; piuttosto essi possono evidentemente bastare a tutte le esigenze, quando posseggano soltanto la proprietà di segnali qualitativi, che richiamino la corrispettiva imagine visiva; questa però aderisce a loro a causa della frequenza dei legami. Corrispondentemente, l’acutezza della localizzazione è favorita da tutte le influenze, che, da una parte, aumentano la determinatezza dell’imagine visiva e, dall’altra, le differenze qualitative dei segni locali.

Noi potremo pertanto, in questo caso, designare il processo delle rappresentazioni spaziali, come un ordinamento degli stimoli tattili entro le imagini visive già pronte, a causa del fisso legame di queste imagini coi segni locali qualitativi degli stimoli. E conformemente al § 9 (pag. 76) possiamo considerare il legame dei segni locali coll’imagini visive delle parti del corpo corrispondenti a quelli, come una _fusione imperfetta, ma molto costante_. La fusione è imperfetta, perchè tanto l’imagine visiva, quanto l’impressione tattile conservano la loro individualità; è però così costante, che appare indissolubile per uno stato eguale dell’organo tattile; il che spiega anche la sicurezza relativa della localizzazione. Gli elementi predominanti in questa fusione sono le sensazioni tattili, dietro alle quali le rappresentazioni visive per molti individui così si ritraggono, che non possano essere percepite con sicurezza, neppure usando di grande attenzione. In tali casi la percezione spaziale è forse, come presso i ciechi, una funzione immediata delle sensazioni tattili e di movimento (vedi sotto 6). Generalmente però l’osservazione più esatta mostra, che ci possiamo render conto della posizione della distanza delle impressioni, solo in quanto cerchiamo di renderci più distinta l’indeterminata imagine visiva della parte del corpo toccata.