Come prima meglio di prima: Commedia in tre atti
Part 2
Vorrò vederlo! — Non s'era mica uccisa per lui, questa donna! — Per me, per me s'era uccisa!... E io, per lei — io, Marco Mauri — ho abbandonato il mio posto, la mia famiglia, mia moglie, i miei figli! (_Guardando tutti in giro; poi rivolto al Roghi_) Veda un po' se è possibile, che qualcuno ora mi stacchi da lei!
DON CAMILLO
(_vedendo che Fulvia, sorretta da Giuditta, comincia a riaversi e guarda come smarrita_) Ma sarà lei... ecco, ora... sarà lei stessa, la signora!
MAURI
(_subito voltandosi e accorrendo a lei_) Tu, Flora? Mi scaccerai anche tu?
Fulvia leva una mano per tenerlo discosto e si volta verso don Camillo, ancora stordita, ma già fosca.
DON CAMILLO
Io la prego di credere, signora, che è entrato a forza, approfittando dell'assenza del signor professore!
FULVIA
(_alzandosi_) Che volete ancora da me — voi?
DON CAMILLO
Ecco! Come gli ho detto io!
MAURI
(_quasi trasecolato_) Flora!... Oh Dio... Mi dài del voi?
FULVIA
(_seccata, scrollandosi_) Ma se vi conosco appena!
DON CAMILLO
E voi l'avete ingannata, codesta signora: — Io lo so!
MAURI
(_violentissimo_) Statevi zitto, voi!
DON CAMILLO
Ingannata! ingannata! me l'ha detto lei!
MAURI
(_a Fulvia_) Come! Tu mi conosci appena? Me, Flora? me, che t'ho dato tutta la mia vita?
FULVIA
(_con nausea_) Ma finite una buona volta di parlare così!
MAURI
(_c. s. smorendo_) Oh Dio... Come parlo? — Ma tu piuttosto, Flora...
FULVIA
Io non mi chiamo Flora.
MAURI
Fulvia, sì, Fulvia, lo so! Ma se volesti tu stessa, che ti chiamassi Flora...
FULVIA
(_con crudezza, sdegnosa_) E volete dire anche come fu, davanti a codesti signori?
MAURI
(_ferito_) No! — Io? — Ah! — Ma allora veramente tu mi disprezzi?
FULVIA
(_rimettendosi a sedere, tutta assorta in sè, cupa, mormora, seccata_) Non disprezzo nessuno, io.
MAURI
(_insistendo_) — Perchè t'ingannai?
FULVIA
Ma no, vi dico! (_esasperatamente_).
MAURI
(_rivolgendosi a don Camillo_) Me lo rinfacciate? Ma se lo gridai io stesso a tutti, qua, che avevo dentro di me lo strazio d'un doppio rimorso! Anche davanti a tuo marito lo gridai! — Testimoni tutti qua! — Dite, dite se non gli gridai ch'era un impostore!... Impostore, sì, impostore! Perchè era «venuto a perdonare»! Lui: a perdonare! Quando avrebbe dovuto invece buttarsi in ginocchio, qua, davanti a te, e farsi lui perdonare — come me! come me! — qua, così, ecco! (_Le casca davanti in ginocchio e grida_) Perchè tutti l'abbiamo ingannata, questa donna!
FULVIA
(_si leva da sedere senza scatto e dice piano, frigidamente, con disperata stanchezza_) Dio mio, ancora codesto teatro... Che nausea!
MAURI
(_come se si vedesse con gli occhi di lei; lì in ginocchio, ma tuttavia non riuscendo a rialzarsi_) Ah sì! nausea, sì! Hai ragione. Mi vedo; me n'accorgo io stesso! (_Si copre la faccia con le mani, e dice piangendo_) Ma non sono io; è la mia passione, Flora! Non grido io: grida lei! Faccio nausea a me stesso, a sentirmi gridare così: ma non posso farne a meno! Non vorrei gridare, e grido! (_Si alza infine risolutamente, come se d'improvviso, a forza, si riprendesse_) Sono venuto qua però per dimostrarti, che non t'ho mentito, io, sai? La verità ti dissi: quella ch'era la verità per me; perchè non ho avuto mai nessuno io nella vita, veramente per me; — tranne te, per pochi giorni! — Venti — quanti sono stati? — non più di venti, in tutta una vita!
FULVIA
Sì, va bene. Venti. Sono finiti. E dunque, basta.
MAURI
No! Come basta? No! — Adesso, Flora? Adesso che è finito invece l'inganno?
FULVIA
Ma che inganno? di che inganno mi parlate?
MAURI
Del mio! di quello che ti feci! — È finito! finito! — Mi sono liberato! sono libero ora!
FULVIA
(_fissandolo fosca, come se cominci a prestarle attenzione solo ora, per qualche idea che già le si matura dentro_) Di che siete libero?
MAURI
Di disporre di me! Ho lasciato tutto! Il posto. Mi son dimesso. E mia moglie, sai? lei stessa, mi ha aperto la porta: — «Vattene!» — Felicissima.
LA NÀCCHERI
Oh guarda!
MAURI
(_voltandosi a lei, pronto_) Non mi ha mai amato! Non ha mai saputo che farsi di me! Vive per conto suo; ricca, con case e poderi. — Solo per un malvagio istinto andò a scovar lei (_indica Fulvia_) là, a Perugia — e le disse — (_si volta verso Fulvia, che si è di nuovo seduta, ma come assente, ancora assorta in sè_) che ti disse? che ti disse? — Io ancora non lo so! (_E poichè Fulvia non risponde seguita rivolto agli altri_) Forse lei, capite? lusingandosi di ridar la pace a una famiglia, se ne venne qua per levarsi di mezzo. (_Riaccostandosi a Fulvia, allegro, e lanciandosi a dire una cosa, che a un certo punto non gli par più facile a dire; tuttavia la dice, facendosi coraggio, con una sfrontatezza, che un po' fa pena, un po' fa ridere_) Ma ora l'inganno è finito! Figurati che... ma sì, non ho vergogna a dirlo... — lei stessa, con le sue mani, mi... mi diede.... sì, un po' di denaro, per farmene andar via.
FULVIA
(_levando il capo, subito, per impedire che altri ne faccia le meraviglie_) E poi?
MAURI
(_stordito dalla domanda inopinata_) E poi? Che vuoi dire?
FULVIA
Che farete poi?
MAURI
Che farò? — Oh! — Che farò poi? — Ma se ho te, ho tutto! Farò di tutto! Mi metterò a dar concerti... Posso — non nelle grandi città, s'intende.
FULVIA
(_freddamente e stranamente, alzandosi_) Mi farete il piacere di dire a lui tutto questo, appena sarà di ritorno.
MAURI
(_con gioja impetuosa, mentre gli altri restano come basiti_) Io? a lui? Sì? Vuoi che gli dica questo?
FULVIA
(_per troncare, più che mai fredda, rivolgendosi a don Camillo_) Dovrebbe già esser qui...
DON CAMILLO
Già... io non so... questo ritardo...
MAURI
E allegramente, sai? allegramente glielo dirò... Eh, ora che tu... Sono felice!
FULVIA
(_infastidita_) Vi prego... vi prego...
MAURI
Ma non sono stato mai io, Flora! Tu, invece — devi convenirne: sei stata tu a voler prender la cosa così sul serio! Fare quello che hai fatto, scusa!... Ma sì, via! — Per quel vecchio cammello là!
ROGHI
(_non potendo tenersi dal ridere_) Ah senti!
LA NÀCCHERI
(_contemporaneamente, gargarizzando_) Ah! ah! ah! ah! La moglie? cammello?
DON CAMILLO
(_contemporaneamente anche lui_) Ma non ve lo dico, che è matto?
MAURI
(_con perfetta serietà_) Un vecchio cammello, vi assicuro, signori. — Nove anni più di me. — Zotica! Contadina... Lei l'ha veduta! (_indica Flora_) — La sposai perchè aveva un pianoforte.
LA NÀCCHERI
(_c. s. più forte, irrefrenabilmente_) Ah! ah! ah! ah!
Il riso si comunica per contagio al Roghi e a Giuditta.
MAURI
(_c. s. irritato un po'_) — Scusi, signora, se le dico che in questo, veramente, non c'è niente da ridere.
ROGHI
(_ridendo ancora_) Ma come no, abbiate pazienza!
MAURI
Perchè non capite che cosa voglia dire capitare a venticinque anni, pieno di sogni in un paesucolo più piccolo, più brutto — scusate — di questo vostro, e marcirvi quattro, cinque, dieci eterni anni, pretore!
ROGHI
(_a don Camillo_) Ah, ecco dunque, è giudice davvero!
DON CAMILLO
(_con forza convinta_) È matto!
MAURI
(_subito, serio_) Mi sono dimesso. — Una vita che non si può figurare! come nessuno di voi, che vi marcite dentro qua, può conoscere! — Neanche tu, sai, Flora; che pure hai conosciuti tutti gli orrori della vita! Ma, Dio mio, sono orrori almeno! — Non una vita fatta di niente. — Niente! — Ombra. — Silenzio d'un tempo che non passa mai. — Neanche acqua da bere. — Acqua di cisterna, amara, renosiccia... — Ma non sarebbe nulla! È quel silenzio! quel silenzio! Figuratevi che vi si sente anche un soffio di vento, quando scuote la fune della cisterna giù in piazza, e la carrucola che ne stride; mentre voi, dentro... — Ah! Un piano di vecchio tavolino, unto, polveroso, ingombro di carte giudiziarie — e una mosca che vi scorre a tratti, sopra. E tutta la vita lì, in quella mosca che voi state a guardare per ore e ore. — Ebbene, immaginate di sentire un giorno, in quel silenzio, il suono d'un pianoforte: l'unico del paese. Vi corsi incontro come un assetato! E sissignori, sposai quella donna più vecchia di me, che mi parve bellissima e intelligentissima, solo perchè aveva quel pianoforte. — Perchè musica, musica io ho studiato, capite? non ho mai studiato legge io. — Sono un musicista, io! — E quella — dacchè la sposai — m'ha chiamato sempre pretore. Sì, sì, e anche i figli! — Quattro — cresciuti con lei in campagna — a-nal-fa-be-ti. — Anch'essi, anch'essi — non mi chiamano mica papà! _pretore_ mi chiamano! anzi: — _Preto'!_, come la madre. — _È in casa il Preto'?_ — _No, è alla pretura, il Preto'!_
Scoppiano a ridere tutti, tranne Fulvia.
ROGHI
(_tra le risa_) Oh bella! oh bella!
MAURI
Ridete, sì, ridete! Voglio riderne anch'io, ora! — Me ne sono liberato, vivaddio! — D'amore e d'accordo — sì! Con qualche carezza, anche. — E l'avrei strozzata, v'assicuro!
DON CAMILLO
(_vedendo apparire dalla porticina dell'orto, in fondo, Silvio Gelli, che viene avanti tra quelle risa, costernato_) Oh, Dio sia lodato, ecco qua finalmente il signor professore!
Alto di statura, SILVIO GELLI, di circa cinquant'anni, ossuto, poderoso, porta occhiali a staffa, cerchiati d'oro. Non ha barba nè baffi. Quasi calva la sommità del capo; ma lunghe ciocche di capelli biondastri, scoloriti, gli scendono scompostamente su la fronte e su le tempie. Egli se le rialza di tanto in tanto, e si tiene allora, per un tratto, le mani sul capo, come per un gesto di meditazione, che gli è abituale. Ha l'aria tra stordita e aggrondata d'un uomo che attraversi una grave crisi di coscienza. Ma vuol dissimularla. Per cui, spesso, resta quasi ottusamente inerte, con un sorriso freddo e vano, rassegato sulle labbra: espressione involontaria d'un che di beffardo, che è nella sua natura, e che quasi affiora a sua insaputa da antiche, maligne passioni, non ancora spente in lui, sebbene già da un pezzo domate. A urtarlo un po' in queste pause di ottusa inerzia, che sono in lui come ambigui arresti di difesa morale, egli s'intorbida: quel sorriso vano gli si scompone in una contratta smorfia di dolore, come se gli bisognasse che il dolore gli diventasse anche fisico, per poterlo sentire. Da queste contrazioni la sua fisonomia riassomma poi ricomposta, o meglio, quasi impostata in una grave e stanca aria di probità, che vorrebbe apparire da gran tempo serena, come lontanissima ormai da quelle passioni che pure or ora, in tempestoso fermento, lo hanno travagliato.
Al suo entrare Fulvia si rizza in piedi felinamente, con lo stesso animo che, tredici anni addietro, la condusse alla perdizione. Ê per lei, questo, il momento d'una prova suprema. E in tutto il suo aspetto sarà dunque la risoluzione ferma d'affrontar questa prova, già meditata e preparata oscuramente nella scena antecedente, a costo di qualunque crudezza, mettendo a nudo come un vivo lacerto la sua coscienza e quella di lui, con la più brutale sincerità, avvalendosi anche della presenza di quel suo pazzo amante.
SILVIO
(_notando la presenza del Mauri, ìlare tra la ilarità degli altri, e l'aria di sfida della moglie_) Ah, di nuovo qua?
MAURI
(_irrompente_) — Sissignore. E son venuto per...
FULVIA
(_pronta, troncando, imperiosa_) Lasciate parlar me! (_Al marito, recisamente_) Qua di nuovo, sì. — Prega tutti questi signori di lasciarci soli.
DON CAMILLO
Oh, subito, signora. Soltanto tengo a dichiarare al signor professore...
FULVIA
(_interrompendo di nuovo, per troncare_) Che questo signore è entrato a forza. — Va bene!
MAURI
(_a don Camillo, accennando a Fulvia_) Ma se siamo già d'accordo!
LA NÀCCHERI
(_al cognato_) Se son d'accordo! Che storie!
SILVIO
(_a Fulvia_) L'hai forse chiamato tu?
FULVIA
Non l'ho chiamato io. — Dobbiamo parlar di questo.
SILVIO
Sento che c'è un accordo...
FULVIA
Nessun accordo. Non è vero!
MAURI
Io son venuto da me.
FULVIA
(_c. s._) Aspettate a parlare!
DON CAMILLO
E su, su, andiamo noi, andiamo via! (_invitando col gesto a uscire il Roghi, Giuditta, e la Nàccheri_).
LA NÀCCHERI
(_rivoltandoglisi_) Ecco, ecco... Ma diciamo anche noi, a nostra volta, al signore e alla signora, che noi qua...
DON CAMILLO
(_sulle spine_) Ma no, via, Marianna, che dite?
LA NÀCCHERI
Dico che siamo alla fine d'aprile, ohè! e che col maggio, voi sapete bene, cominciano a venire i forestieri per la cura delle acque.
SILVIO
Conto, per me, di ripartire prestissimo, signora.
LA NÀCCHERI
La prescriverà, m'immagino, anche lei ai suoi ammalati, signor professore! Ora, noi, qua, dobbiamo ancora rimettere in ordine la pensione, ecco!
DON CAMILLO
Ma non vorrei che il signor professore credesse...
SILVIO
Lei sa bene che ho ragioni impellenti d'andar via al più presto.
ROGHI
Ma se non dovesse oggi, signor professore — ecco, io vorrei...
SILVIO
(_accennando alla moglie_) Vi prego...
ROGHI
Sì, sì, attenda, attenda con comodo, signor professore! Io posso aspettare... aspetterò, ritornerò...
DON CAMILLO
Ritiriamoci, ritiriamoci adesso...
Spinge fuori il Roghi, la Nàccheri, Giuditta ed esce per ultimo, inchinandosi e richiudendo l'uscio a vetri.
FULVIA
(_subito, nervosamente_) Ecco, Silvio. Questo signore, che conosco appena...
MAURI
(_ferito, protestando_) Ma no, Flora!
FULVIA
Vi ho detto di lasciare parlar me!
MAURI
Ma se gli dici così, scusa!
FULVIA
Che volete che significhi, per una come me, conoscere uno da poco o da molto? (_Voltandosi verso il marito_) «Flora» hai sentito? — Mi chiama Flora!
MAURI
(_in tono di rimprovero_) Fulvia!
FULVIA
(_precipitosamente_) No, no, Flora, Flora — sono Flora. — (_Di nuovo al marito_) Mi si chiama subito per nome, e mi si dà del tu.
SILVIO
A me premerebbe ora di sapere, come e perchè — dopo quanto è avvenuto — si trovi qua di nuovo codesto signore.
FULVIA
Ecco, sì. — Questo signore, Silvio, crede sinceramente ch'io abbia voluto uccidermi per lui. E non è vero!
MAURI
Ah, non è vero?
FULVIA
Non è vero. L'ho fatto per me. Ditegli come e dove m'avete conosciuta. Basterà per farglielo comprendere.
SILVIO
Ma io non voglio saperlo!
FULVIA
Ero arrestata.
MAURI
(_subito protestando_) No! Che arrestata! Che dici!
FULVIA
Con un mandato di comparizione, sì. Complicata in un volgarissimo delitto.
MAURI
(_c. s._) Ma che! Non creda! Prosciolta in Camera di Consiglio!
SILVIO
Vi dico che non voglio saperlo!
MAURI
(_seguitando con foga_) Venuta soltanto per deporre. Lo so io! Fu a Perugia, guardi, un mese appena dopo il mio trasferimento colà. C'era io nella sala del giudice istruttore, mio collega. Fu nel processo per l'assassinio d'un tal Gamba.
FULVIA
Con cui ero andata a Perugia.
MAURI
Sì, un pittore...
FULVIA
Ma che pittore! Un miserabile applicatore mosaicista della fabbrica di Murano.
MAURI
Già... venuto per restaurare non so che mosaico...
FULVIA
Un mascalzone che s'ubriacava tutti i giorni.
MAURI
E la picchiava! la picchiava!
FULVIA
Fu trovato morto, una notte, sulla strada, con la testa spaccata.
Silvio Gelli si rialza i capelli sul capo e vi trattiene le mani.
MAURI
(_scattando al gesto di Silvio Gelli_) Orrore, eh? «_Fin dov'era caduta!_» eh? — Ma mi faccia il piacere! lasci andare!
FULVIA
(_subito, forte_) Non declamate, al vostro solito!
MAURI
(_senza darle retta, seguitando, ma in tono più basso, rivolto a Silvio_) Lei m'insegna che tutto sta nel togliersi d'addosso, una prima volta, sotto gli occhi di tutti, l'abito, che ci ha imposto la società. Si provi, lei che sorride...
SILVIO
Ma io non sorrido.
MAURI
Ha sorriso! — Si provi, si provi a rubare una volta cinque lire e faccia che venga scoperto nell'atto di rubare. Me ne saprà dire qualche cosa! — Ma lei non ruba... Grazie! — E questa disgraziata avrebbe fatto quello che fece, se lei, suo marito...
FULVIA
(_troncando, fierissima_) Basta! Vi proibisco di seguitare!
SILVIO
(_piano, calmo_) Io sono venuto qua...
MAURI
Per perdonare, lo sappiamo!
SILVIO
(_pronto, fermo, grave_) No! — Per riconoscere il danno degli antichi miei torti verso questa donna. Non m'aspettavo però che altri qua, oltre lei, potesse arrogarsi di rinfacciarmeli.
MAURI
(_subito, a sfida_) E riparare?
FULVIA
(_c. s._) Aspettate! Non sapete ciò che vi dite!
MAURI
No, io dico _riparare_, Flora! E lo dico davanti a lui! Perchè ho anch'io il mio torto verso di te. Tu mi hai perdonato, ma io sono qua per riparare, per riparare!
FULVIA
(_col piglio di chi non vuol discutere_) Dunque — sta bene — ecco — io ti volevo dir questo, Silvio: — che egli è pronto...
MAURI
(_insistendo, pigiando, sfidando_) A riparare, sì, a riparare!
FULVIA
(_esasperatamente, sdegnata, gridando_) Ma non dite a riparare — fate ridere — se io non vi riconosco il torto, di cui volete accusarvi! — Oh quest'è bella! — Avete mentito con me — come tanti... Che volete che me n'importi? (_Rivolgendosi di scatto al marito_) Senti forse anche tu qualche dovere verso me per avermi salvata? — No, niente, caro! Grazie!
SILVIO
(_stordito_) Come! Io...
FULVIA
(_subito incalzando, ma col tono di chi vuol ragionare_) Sei forse venuto qua come medico, per operarmi?
SILVIO
No.
FULVIA
(_c. s._) Ma anche operandomi — (cosa che nessuno però ti chiese di fare).
MAURI
Io m'opposi! io m'opposi!
FULVIA
(_c. s. senza badare al Mauri_) Io, per me certo, non te lo chiesi — è vero?
SILVIO
(_impacciato, come sopraffatto, non sapendo a che cosa tenda quell'interrogatorio_) No... — io lo feci...
FULVIA
(_subito, venendogli in a ajuto, con uno strano lustro negli occhi_) Quasi irresistibilmente, è vero?
SILVIO
Vendendoti in quello stato...
FULVIA
E dunque! — Ero come morta. Fu un miracolo anche per te! — Se sapessi come credo adesso ai miracoli!
SILVIO
Che vuoi, insomma, concludere?
FULVIA
Niente. Questo. Che non devi credere neanche tu d'aver adesso verso di me qualche dovere per avermi così... diciamo «restituito alla vita». — Nessun dovere, nessun dovere. Non ne accetto! — Nè da te, nè da altri. Nè doveri, nè riparazioni.
SILVIO
E che intendi di fare allora?
MAURI
Se ne viene con me!
FULVIA
Sono qua. Vedete voi... Giacchè mi trovo tra un dovere che riconosco insussistente, e un rimorso che dichiaro immaginario...
SILVIO
Tu sei sempre la stessa!
FULVIA
Ah, questo sì, vedi? questo sì, mi fa veramente piacere! Che i miei capelli tinti, questa mia faccia d'ora, non ti impediscano di vedermi ancora, di fronte a te, quella di prima!
SILVIO
Ma ti vedo adesso, così — in questo momento! Non ti ho veduta così in tutti questi giorni!
MAURI
Ci sono io, ora, qua!
FULVIA
(_subito, voltandosi a lui_) Voi non ci siete per nulla! Vi ho detto di non parlare! (_Rivolgendosi di nuovo al marito_) Mi hai veduta come un tempo? Perciò sei stato tutto... non so, come sospeso...
SILVIO
Io?
FULVIA
Sì, turbato, incerto... pentito dentro di te — ne sono sicura!
SILVIO
No, di che?
FULVIA
Ma d'aver fatto qua, inconsultamente, più di quanto t'eri proposto!
SILVIO
No! non è vero! — Non per questo!
FULVIA
Ma sul serio ti credi molto cambiato tu?
SILVIO
Potresti giudicarne dal fatto che mi trovo qua.
FULVIA
Ah, ma non t'aspettavi questo, venendo qua!
SILVIO
No — ah, questo no! questo no davvero! — Non sarei venuto!
FULVIA
(_pronta, con disprezzo_) E dunque puoi andartene!
SILVIO
(_contenendosi_) Io dico, che tu debba tenermi qua, ora, così, (_accenna al Mauri_).
MAURI
Ma so tutto io, sa! Di lei — so tutto!
SILVIO
Che sapete? Ciò che vi avrà detto lei, saprete! Dei miei torti. Non di ciò che ho sofferto per essi.
FULVIA
Molto hai sofferto?
SILVIO
Molto — se mi ha condotto qua. Non m'obbligherai a dirlo davanti a un estraneo.
FULVIA
Ah no, caro, fuori! fuori! — Perchè questo estraneo, caro, è qua, — non tanto per me — quanto per te.
MAURI
E io non sono un estraneo per lei! (_indica Fulvia_).
SILVIO
(_rispondendo a Fulvia_) — Per me? Che vuol dire?
FULVIA
Oh! d'un gran professore come sei ora, non s'immagina certo! Quasi ho soggezione io stessa, a dirlo. Ma se sono qua — e così — con questo accanto, o con un altro — via, tu sai bene che è per te — per te, com'eri prima! — Che vuoi? posso ricordarmi soltanto d'allora, io! Di quando giocavi con me, che avevo appena diciott'anni, come un gatto col topolino — per il gusto di vedere dove sarei arrivata. — Ecco qua, dove sono arrivata. — E tu hai molto sofferto! — Sarei curiosa di saper come.
SILVIO
Te l'ho detto, come.
FULVIA
No: scusa: m'hai detto anzi, che non ti riesce di soffrire.
SILVIO
Che non sento — t'ho detto, — di toccare la mia sofferenza: in me, in te... Questo t'ho detto!
FULVIA
Ah già! Il vuoto, sì.
SILVIO
Tu non puoi comprendere. E certe cose non si spiegano.
FULVIA
Non avevi nessuno con te? (_allude, con questo, alla figlia, e s'infosca più che mai_).
SILVIO
Mi vedevo inetto...
FULVIA
Indegno, no?
SILVIO
Anche indegno. Perchè ho riconosciuto, che tu eri andata via per causa mia. E perciò appunto non m'è riuscito mai di colmarlo, questo vuoto.
FULVIA
(_con sprezzo_) Ma dunque dici che hai sofferto per me!
SILVIO
No. Non come tu credi. Neanche in questo momento. No! Per la vita, che è così...
MAURI
Ah, questo è vero! Ha ragione! Anch'io, sa!
SILVIO
(_senza badargli_) Tu qua t'uccidi... un altro là impazzisce... chi crede di ragionare, e non conclude nulla...
MAURI
(_quasi tra sè_) La vita è brutale! Se lo so!
SILVIO
(_c. s._) Vengo qua, dico: «Muore; vuol andarsene in pace; va', va' accorri...» — E il mio sentimento s'infrange qua contro una realtà che non potevo immaginare.
FULVIA
Che vuoi fare ora?
SILVIO
M'hai aggredito, appena entrato — con codesto signore. Non vuoi doveri, non vuoi riparazioni. — Non so... Ti vedo decisa — non so a che cosa...
FULVIA
(_con voce improvvisa, come per una subitanea scoperta_) Tu non sai, caro mio, quanta malizia hai ancora nello sguardo, quando — senza volerlo — guardi di sottecchi.
SILVIO
(_stordito_) Io?
FULVIA
Tu, tu, sì.
SILVIO
Malizia?
FULVIA
Malizia, malizia. Me ne sono accorta così bene! ora, sì — or ora — come ti sei voltato a guardare così (_imita il modo_).
SILVIO
Fastidio, forse — o stanchezza.
FULVIA
No. Malizia, malizia. Quella di prima! Devi darti per forza, anche adesso, un'aria di fronte a me. Questa, o un'altra. — Tutti gli uomini ve la date! Ma dimenticate come le donne vi hanno veduto, quando non ve la date più, in certi momenti. Mi spiego? E perciò le donne ridono sotto il naso, poi, nel veder le arie degli uomini. — O ne provano dispetto o disgusto. — Ma questo ora non importa.
SILVIO
Tieni a liberarmi d'ogni dovere, per mettere a prova davvero, se sono o non sono cambiato?
FULVIA
No no — non per questo! Ma ecco — vedi la tua malizia?
SILVIO
No, Fulvia — credi! È soltanto perchè una prova su questo non potrei dartela!
FULVIA
E io non la voglio! — Non capisci che non voglio da te nessun obbligo _d'ora_? Io sono ora... quella che sono. Non voglio approfittarmi della tua venuta, vincolandoti per la vita che m'hai ridata. Di questa mia vita d'ora, di quel che sono ora, di tutto ciò che può accadermi ora, non m'importa più nulla — proprio nulla! E tu saresti uno sciocco, se te ne facessi qualche scrupolo. Sei accorso qua, perchè credesti che non potessi sopravvivere. Peggio per me, se non sono morta!
MAURI
(_con forza_) Ma ci sono qua io, Flora!
FULVIA
(_subito con leggerezza sprezzante, mostrandolo al marito_) Ecco — vedi? — c'è lui. — Volevo dirti questo!
MAURI
(_c. s._) Io: io — tutto per te!
FULVIA
(_quasi atterrita_) Per carità, non parlate d'amore! — (_Al marito_) Disposto, pronto a riprendermi con sè.
MAURI
Con me! Per sempre!
FULVIA
Bravo, caro! Come dicono i fidanzati.
MAURI
(_con forza_) No! — Come posso dirtelo soltanto io!
FULVIA
(_spiegando, come sopra al marito_) Ha lasciato per me moglie e figliuoli. — Anche il posto, non è vero?
MAURI
Tutto!
FULVIA