Part 7
-- Hai scelto tra me e lui: tientelo! Ma dovrà essere per sempre! Lo dirò anche a lui: -- Per sempre! -- Vi sorveglierò come un poliziotto. Andrai a trovarlo ogni giorno, alla stessa ora -- so la via, il numero -- alla solita ora! Ti ho seguita... Ho visto... Non ti scusare.... Non ti scusare!... Dovrà essere per sempre! Per sempre! Il giorno che credereste di finirla... allora! Peggio per tutti e due! Non mi sfuggireste! Allora!... Vai dunque. Sei attesa. Non tardare.... Come se io non sapessi niente.... E dillo prima tu a quel signore! Se si figura che tu possa essere un fuggitivo capriccio per lui.... Oh, no! Vi amerete, dovrete amarvi per tutta la vita... almeno finchè vivrò io! E sappiate che ho intenzione di vivere a lungo....
Mia moglie mi guardava con crescente terrore. Dovevo sembrarle pazzo... Si addossava all'uscio, quasi tentasse di sparire a traverso il buco della serratura. La presi per una mano -- tremava, era diaccia -- e la feci sedere; non osò di resistere.
Le sue labbra balbettavano sommessamente: -- Ernesto! Ernesto! -- supplicava con gli occhi, strizzandosi le mani. Ero ferocemente contento di vedermela là davanti, prostrata a quel modo. Ripresi a parlare, ritto in piedi, con le braccia dietro la schiena.
-- Da oggi in poi, tra te e me, in questa casa niente sarà mutato, all'infuori che tu vi sarai... ospite, nelle tue stanze, libera di andare e venire, come sei stata finora. Con l'unica differenza che, apparentemente, continuerai ad essere mia moglie; effettivamente sarai l'amante di Tito Volpi, quasi io non esistessi; col dovere, s'intende, di continuare ad usare le cautelose precauzioni messe in opra per ingannare me e la gente, che vi sono riuscite da un anno, forse da più di più di un anno; non m'importa di sapere la data precisa. Un anno o una settimana o un giorno, per me valgono lo stesso. Sei già pronta... in ritardo, credo; non voglio impedirti. Va', va'! Non immaginare che io mediti altra vendetta; vivete sicuri, tranquilli su questo punto, tu e lui. La mia inesorabile punizione avverrebbe il giorno che voi cessereste di essere amanti. Ti inganneresti, lusingandoti di sfuggirmi; se ne persuada anche il tuo amante. Ti ripeto: vi sorveglierò, come un poliziotto! Dovrà essere per sempre! -- Ed è stato così, cari miei. Se non che....
-- La tua vendetta è durata poco?
-- Una vera follia!
-- Una balordaggine! Incredibile!
-- Se non che -- continuò Bozzani, senza curarsi delle interruzioni degli amici -- quella punizione è stata più rapida, più tremenda che io non osassi di sperare.
Come avevo annunziato a mia moglie, mi presentai pure al suo drudo, impiegato in una Banca. -- Sono a sua disposizione... -- mi rispose. -- Riconosco il mio torto! -- Non so che farmi della vostra vita -- gli dissi. -- Avrei potuto ammazzarvi, cogliendovi sul fatto, se avessi voluto: non vi avrei pagati due soldi! -- Gli ripetei freddamente quel che avevo espresso a mia moglie: -- Dovrà essere per sempre! Per sempre! Come se io ignorassi! Stampatevelo bene in mente! -- E gli voltai le spalle.
Ora mia moglie lo odia; egli la odia. Non si possono più soffrire. Si sentono legati a una catena di ferro, e non tentano di spezzarla. Senza che essi lo sospettino, ho affittato una stanza accanto a quella, modestissima, dov'essi si davano convegno, e che, secondo le mie ingiunzioni, non hanno cambiata. Da un buchino abilmente praticato nell'uscio intermedio, io ho assistito, montato su una seggiola, a parecchie delle loro tristi scene di rimproveri, di sdegni, di desolazione.
Non un bacio, non una stretta di mano! Egli si aggira per la camera, come un animale chiuso in gabbia; lei, coi gomiti sul tavolino e la testa tra le mani, gli lancia fiere occhiate di traverso. Ho udito spesso le loro parole: -- Per te! -- È vita questa? -- Dovremmo finirla! -- insiste lei. -- Per fargli piacere? -- risponde lui. -- Se sapesse a che siamo giunti!
Ma passano ore senza che scambino una sola parola. Certi giorni, io sono feroce. Attendo che mia moglie sia pronta per uscire... e l'accompagno per via, come se andassimo insieme per una passeggiata. La gente che ci incontra non può immaginare. E il maggior tormento per lei è questo vedermi al suo fianco, muto, inesorabile, fino alla cantonata che lei deve svoltare!... Lei la vittima; io il giustiziere.
Talvolta qualche conoscente, qualche amico ci ferma. -- A spasso? Come due sposini novelli. -- Ella trambascia; mi sembra che debba mancare.... È dimagrita; sbiancata. Non ha coraggio d'implorare pietà. Attende forse che io mi plachi. È una gran tortura per lei il dover fingere in casa, davanti alla servitù, davanti alle poche amiche, che è costretta a ricevere, come io le ho imposto.
A tavola, io leggo il giornale, o mangio chino sul piatto, come un miope, le poche volte che non la lascio sola, perchè faccio colazione o desino fuori, col pretesto degli affari.
-- È una punizione anche per te... -- disse Nelli.
-- La vendetta è il nèttare degli Dei, ha scritto un poeta. Io vivo di nèttare! -- rispose Bozzani.
-- Ma se quei due ti avessero preso su la parola? Se avessero continuato ad essere amanti col tuo bel permesso?
-- Mi era passata pel capo anche questa ipotesi, ma la scartai subito. L'amore per forza? Andiamo!
Bozzani rise. Ai tre amici, però, che l'osservavano maravigliati, ma non più increduli come in principio, parve che in quel momento egli ridesse male, come se sotto il feroce cinismo nascondesse un dolore profondo, insanabile.
IL SUO AMORE.
VI.
Pareva una coppia anormale.
Dopo dieci anni di matrimonio, vivevano come nei primi giorni della loro unione, in pace triste, che ora neppur la figliuolina riusciva a rallegrare un po'.
Il marito, diventato più giallo per bile, col volto scarno e gli occhi grigi, sbiaditi, di pesce morto, metteva paura fino agli assassini quando li fulminava in nome della legge dal suo banco di Procuratore del Re, agitando per aria le mani da scheletro, e la voce gli usciva a scatti, cavernosa, dal fondo dello stomaco, quasi qualcuno parlasse di là dentro invece di lui.
Giovane e bella, pallida sotto la tinta bruna, con gli sguardi smarriti e sognanti, con la indolenza che le rendeva faticoso anche il parlare, le rade volte che si mostrava in pubblico al braccio di lui, sua moglie pareva una convalescente scampata da lunga malattia, così sbalordita, così fiacca gli si trascinava accanto, guardando sempre davanti a sè, lontano, senza badare nè ai luoghi nè alle persone.
In quelle passeggiate di qualche ora, la figlia, alta e magra, tutta suo padre, e che mostrava nell'aspetto di bimba stentata e freddolosa più età che non avesse, camminava a fianco della mamma o del babbo, muovendo lentamente le gambette di ragno sotto il vestitino corto, con le braccia penzoloni e la bocca semi-aperta, come una grullina; e nei primi giorni del loro arrivo in Palermo, la gente si voltava per guardarli tutti e tre, curiosa di sapere chi potevano essere quelle strane figure.
Poi la loro storia si seppe, e la compassione fu tutta in favore della signora.
Quell'uomo l'aveva sposata senza dote, innamoratissimo, pur sapendo di non essere riamato; ed ora la gelosia lo rodeva vivo vivo, quantunque sua moglie fosse una santa. Non ricevevano visite, non ne facevano; vivevano, laggiù, a Porta Sant'Antonino, come chiusi in un carcere, in quel palazzotto silenzioso dalla facciata scura e massiccia, che pareva fabbricato apposta per loro.
Le vetrate dei terrazzini che davano su la via maestra, non s'aprivano mai. In certe ore della giornata, dietro i vetri, fra le tende bianche, si vedeva appena il profilo d'una testa di donna dai capelli neri, ma non si capiva se intenta a leggere o a lavorare; e, accanto, la bimba, seria e malinconica, appannava i vetri col fiato, segnandovi col ditino qualche cosa che sùbito scancellava, per ricominciare da capo. Più tardi, dietro quella finestra sempre chiusa, i vicini dirimpetto, che spiavano curiosi e maligni, vedevano comparire per un momento la faccia itterica del marito sotto il berretto di velluto nero; e allora mamma e figliuola sparivano, quasi colui avesse avuto paura di vedersi mangiare dalla luce quella moglie ancora giovane e bella, che i parenti gli aveano consegnata in mano, superbi della loro figliuola, vestita di bianco e coronata di fiori d'arancio, chiamata a salire così in alto.
* * *
Allora ella aveva appena sedici anni.
Regio procuratore presso il tribunale di Catanzaro, Lupi abitava al primo piano della stessa casa dove la famiglia di lei nascondeva, al piano superiore, la decente miseria del suo stato di decadenza.
Due o tre volte s'erano incontrati per le scale, mentr'ella andava fuori con la vecchia zia; e quella figura gialla, magra, dagli occhi sbiaditi e i capelli grigi, che le gettava addosso lo sguardo diaccio diaccio e si fermava a vederla scendere, le aveva dato una sensazione di ripugnanza, quasi di persona che volesse farle male.
Per questo, arrivata all'ultimo gradino, s'era sempre voltata in su e s'era sempre urtata in quell'uomo affacciato alla ringhiera del pianerottolo, e che continuava a fissarla con la cattiva malia delle pupille smorte.
-- Dev'essere un jettatore, -- aveva detto alla zia, facendo di soppiatto un gesto di scongiuro.
Qualche mese dopo, s'era accorta che quegli stava a divorarsela con gli occhi dal terrazzino di fianco allorchè ella si metteva a lavorare, canticchiando, su la terrazza.
Una volta la zia le disse:
-- È matto di te; ti vuole per moglie. Che fortuna, figliuola! Regio procuratore!
Carmelina non aveva saputo che rispondere, sorridendo con sorriso sciocco, incredula:
-- Ma che? Posso essere sua figlia.... Non è possibile!
Eppure era stato. E aveva detto di sì, vinta dalle insistenze e dalle lacrime della mamma e della vecchia zia, intontita dalle interminabili loro chiacchiere, e, un po' anche lusingata da quel cambiamento di fortuna, che la sbalzava nell'agiatezza di un posto onorato.
* * *
La prima cattiva impressione, però, di persona che volesse farle male, era rimasta, malgrado tutto quel che il marito le prodigava per legarsela, per rendersela affezionata ed amante, com'egli non disperava di poterla stringere un giorno o l'altro fra le braccia.
E quando se lo vedeva, cieco dalla passione, inginocchiato dinanzi, smanioso di baciarle i piedi ch'ella tirava indietro impaurita; e quando sentiva ricercarsi avidamente, con labbra scottanti, le carni rosee e fresche, quasi egli volesse inebriarsi del loro profumo e del loro contatto, Carmelina s'irrigidiva, diventava di marmo, e chiudeva gli occhi, e serrava i pugni e i denti; oppure s'abbandonava, come corpo morto. Poteva fare diversamente? Gli apparteneva, per sempre, per sempre!
-- Lo so, non t'è facile amarmi, -- egli le diceva, un po' impermalito per la resistenza della giovine ai suoi abbracci d'uomo maturo. -- Ma io, anima mia, non ti chieggo un affetto volgare, da schiava....
-- Perchè mi dite così?
-- Vedi? -- rispondeva. -- Non ti riesce di darmi del tu! Non importa. Sei la mia vita, il mio sole! Quando avrai capito che nessuno al mondo potrebbe amarti quanto t'amo io....
Carmelina avrebbe voluto almeno ingannarlo, per non parere cattiva, per non straziare di più quell'uomo che l'adorava come la Madonna, ed era geloso fin dell'aria.
Non ci era riuscita mai, per quanti sforzi la sua bontà di animo avesse fatti.
Il giorno che Lupi, dopo un anno e mezzo, dovette lasciare Catanzaro, gli occhi di Carmelina si velarono di lacrime, come nello staccarsi dai parenti, guardando forse per l'ultima volta dallo sportello della carrozza le care montagne attorno, che era solita guardare dalla terrazza, allorchè canticchiava lassù, al sole, nella squallidezza della casa, che le aveva addormentato in seno ogni vano desiderio ed ogni giovanile illusione intorno all'avvenire.
Quella vita modesta ma dolce le era spesso tornata in mente, e nella nuova residenza di Taranto, dov'ella si sentiva come sperduta, l'aveva fin rimpianta.
Oramai però cominciava ad adattarsi, spossata da languori indefinibili, mezza assopita dal torbido silenzio, che la circondava in quell'abitazione dalle stanze piccole e basse, tra quei mobili vecchi, del tempo di Murat, che stonavano stranamente con le pareti imbiancate di fresco.
Tra i riflessi bianchi di quelle stanze, suo marito pareva più smorto quando tornava a casa dal Tribunale e le si sedeva di faccia o a lato, e la prendeva per le mani commosso come al primo giorno che le aveva rivolto la parola.
Ah, egli era sempre lo stesso!
E, dopo tre anni, continuava ancora a volerla seduta su le ginocchia come una bimba, e tornava a balbettarle parole mozze, da innamorato che si confonde e non sa parlare, intanto che le baciucchiava le palme delle mani, il braccio, il collo, dicendole:
-- Vita mia!... Sole mio!...
Carmelina non si sentiva più irrigidire, non serrava i pugni e i denti, non s'abbandonava più come corpo morto. Era rassegnata, quasi indifferente, dominata da quel fascino maligno che doveva aver maturato rapidamente la sua giovinezza e assonnato nervi e sangue.
Soltanto non riusciva a dargli del tu, com'egli avrebbe voluto. Il tu le moriva su le labbra:
-- Che posso farci?
E suo marito, che l'andava scrutando tutti i giorni e tutte le ore, con gli sguardi inquisitori di Procuratore del Re, in cui neppure la passione accendeva un lampo, s'inquietava ora per questa indolenza di lei, peggio che non avesse mai fatto per la vivace ripugnanza:
-- Che hai dunque? A che pensi?
-- Perchè mi dite così? -- ripeteva Carmelina. -- Perchè mi dite così?
E gli alzava in faccia le grandi pupille stupite.
Sentiva un accento di minaccia immeritata, e ne aveva paura.
No, no! Egli non la minacciava, tradito dalla brutta voce cavernosa, dalla faccia giallastra, emaciata per la gelosia che lo disfaceva.
Avrebbe voluto vederla anzi allegra, sorridente, felice; e se le fosse sfuggito finalmente uno di quei gridi che soltanto la giovinezza e l'amore son capaci di trovare, oh, gliel'avrebbe pagato con tutto il sangue delle proprie vene! Nè gli sarebbe parso pagato abbastanza.
-- Che hai insomma?... Mai un desiderio! Mai un capriccio!...
-- Voi mi prevenite sempre. Che mi manca?
* * *
La mattina in cui le viscere, agitate a un tratto e insolitamente, rivelarono il mistero della maternità, Carmelina si scosse indignata contro di sè, quasi la sua volontà fosse stata complice, quasi da quel momento si vedesse già caduta in pieno possesso di lui, e si sentisse tiranneggiata nel più intimo del proprio organismo.
E non gli disse nulla; prima, sperando d'essersi ingannata; poi, sperando che la natura avrebbe avuto pietà di lei. Era offesa, violata da quel mistero di vita che le germogliava nel seno:
-- Non basta quel ch'io soffro? Dovrà soffrire anche questa creatura, che verrebbe a intristirsi con me nella desolazione della mia vita?
E di essa già risentiva tutto il gran peso, come nei primi giorni. E quella sensazione di repugnanza, di persona che volesse farle male, le si rinnovava forte alla presenza del marito; il quale intanto l'adorava più che mai e la sopraffaceva con sottomissioni da fanciullo, con delicatezze da donna:
-- Oh! Oh!... Perchè non me l'hai detto sùbito?
Quell'unica volta i suoi occhi grigi e smorti si erano animati d'un lampo di gioia, aveano sorriso imbambolati dalle lagrime, mentr'ella ricadeva sfinita nella tristezza indolente, da cui non la destarono neppure i vagiti della gracile creaturina che, nascendo, ne aveva messa in grave pericolo la vita.
Così l'allattò, così la vide crescere, quasi non fosse stata pure sangue suo. Non si sentiva madre, come non s'era potuta sentir moglie, come non si sentiva più giovane, nè donna, nè nulla; e ne soffriva tanto più, quando rammentava che, prima del suo matrimonio, la vista d'un bambino la faceva palpitare di commozione; inconsapevole commozione, come per uno spettacolo di bellezza e di innocenza.
-- Sì, qualcosa dev'essersi rattrappito dentro di me; il cuore, certamente!
All'opposto, suo marito cominciava a provare una irritazione per questa resistenza passiva:
-- Neanche la maternità la lega a me!
E si mise a sorvegliarla più inquieto, provocandola con qualche parola un po' dura, adombrandosi di tutto, senza nasconderglielo come aveva fatto fino allora.
-- Che motivo avete? -- ella rispondeva tranquillamente.
-- Sei ingrata. Donna senza cuore!
A questi rimproveri amari, restava muta e impassibile.
Da qualche tempo in qua, stando in casa, egli si chiudeva nella stanza da studio, fra libri legali e processi. E non la sentenza l'occupava, non i processi ammonticchiati sul tavolino dentro le polverose copertine rosse e azzurre, legati in fascio. Sprofondato nella poltrona coi gomiti appuntati su un libro aperto a caso, la testa fra le mani scarne, pensava a colei che non lo amava, a colei ch'egli amava sempre più, disperatamente, per quegli occhi neri e grandi, per quella fresca carnagione bruna, che il lieve pallore rendeva più bella, per quel corpo delicato e perfetto, e che non vibrava mai sotto la furia dei suoi baci, tra le strette di quei suoi abbracci da cui sarebbe stata animata fino una statua!
-- Ah! Chi sa quali fantasmi le passano per la testa? Chi sa quali visioni agitano quel cuore, che il seno piccolo e bianco nasconde ai miei sguardi? Come sono infelice! Come sono infelice!...
E a un tratto appariva nella stanza dov'ella lavorava straccamente camicine per la bimba, dando un punto a ogni quarto d'ora, appariva sull'uscio com'un fantasma, per sorprendere, chi sa? qualche indizio in quegli occhi sognanti, su quelle labbra chiuse e contratte che non avevano quasi più sorriso, da che egli l'aveva sposata.
Carmelina non alzava gli occhi indovinando senza farglielo capire.
La bimba, seduta per terra sopra un tappetino, dove arruffava con grande attenzione i ritagli di trine e di mussolina raccolti fra le magre gambine aperte, levava il visetto sparuto per guardare suo padre, che l'accarezzava serio, taciturno.
-- Il babbo! -- balbettava, vedendolo andar via, rivolta alla mamma.
E la stanza ricadeva nel silenzio, bianca, inondata di luce.
Una volta egli parlò apertamente:
-- Mi rode una gelosia pazza!... La colpa è tutta tua!
-- Perchè?
-- Perchè soltanto in apparenza m'appartieni, per effetto della legge e del sacramento, non per legami di cuore!...
-- Che debbo fare?
-- Quel che non hai fatto finora: amarmi!
-- Non vi amo forse? Non vi rispetto? Di che potete lamentarvi? Come si ama? Non lo so.
-- Lo vedi in me come s'ama!
-- Non riesco mai a contentarvi!... Oh, Dio mio!
Vedendola piangere, s'era sentito rimescolare; e l'aveva presa tra le braccia, tremante, confuso, ripetendole:
-- No, non voglio che tu pianga! Non piangere!
E Carmelina aveva dovuto farsi forza per non irritarlo.
Quel giorno egli provava uno dei soliti accessi di tenerezza, che lo assalivano di tanto in tanto e lo lasciavano maggiormente triste e sconsolato; specie di febbre d'amore, che lo estenuava come febbre vera. Allora sembrava un altro. La sua voce diventava quasi dolce e il suo pallore si coloriva di leggiera tinta d'incarnato.
-- T'amo troppo. Oh, come t'amo! Io non so esprimermi. Bisogna compatirmi. Mi mancano le parole....
E l'andava accarezzando, ammirandola da capo a piedi, rapito.
-- Me n'accorgo, in certi momenti riesco increscioso; incresco fino a me stesso! T'amo troppo. Ti vorrei tutta mia, tutta, tutta! E vorrei poter leggere qui, dietro questa fronte, dietro questa fronte più splendida del cielo!
-- Non vi nascondo nulla. Che potrei mai pensare da nasconderlo a voi?
Infatti, nel languore delle lunghe giornate di solitudine non pensava proprio a nulla, oppressa da grave stanchezza e da strana sonnolenza, quasi gli occhi diacci di suo marito, che le stavano sempre addosso, le buttassero, prima ch'egli uscisse di casa, una malia da tenerla legata.
Nelle belle giornate, osava qualche volta chiedere al marito di condurla un po' fuori. Ed egli la conduceva lungo la spiaggia sabbiosa, nei porti più solitari, per strade di campagna fuori di mano.
Pareva che anche la bimba provasse le medesime sensazioni della mamma: abbagliamento, stupore della violenta intensità della luce e della freschezza dell'aria pregna di salsedine marina. Non correva, non si sentiva tentata dalle erbe e dai fiori, che spiegavano la pompa del rigoglio e la festa dei colori pei campi; si teneva stretta alla mano della mamma, guardava con gli occhi sbalorditi, senza godimento, senza voglia, e presto diceva:
-- Babbo, torniamo a casa?
Come avrebbe voluto dirgli Carmelina, se non avesse avuto paura di destar sospetti.
* * *
Nella casa di Palermo la solitudine era più grande. Mettendo per la prima volta il piede in quelle stanze vaste, dalle volte che si sprofondavano nell'ombra, dagli usci dipinti a grandi fiorami sormontati da paesaggi anneriti dal tempo, dal pavimento di mattoni di Valenza che agghiacciava le piante dei piedi, dalle pareti sbiadite e ornate di specchi in immense cornici dorate che si accartocciavano baroccamente, Carmelina s'era sentita mancare il respiro.
-- Tutta questa decrepitezza, tenuta ritta, non si sa come, l'ha cercata apposta, per farmi invecchiare più presto?
Vi s'era però facilmente abituata, e non v'invecchiava più che altrove.
Gli anni, la vita inerte le avevano anzi un po' arrotondato il corpo; e la pelle bruna, sbiadita all'ombra, dava gran risalto agli occhi neri e ai capelli nerissimi. Guardandosi nei grandi specchi lievemente appannati, che la riflettevano intera, quasi dentro una nebbia sottile, se ne maravigliava:
-- No, non sono invecchiata!
E un baleno di civetteria femminile le passava sul volto.
Il tempo e l'abitudine mutavano la sua tristezza in tale sentimento di riposo e di pace, ch'ella non avrebbe voluto mutare stato. La lassezza da convalescente, la indolenza che le rendeva faticoso fin il parlare, prendevano per lei le stesse attrattive voluttuose della soave pigrizia del corpo e dello spirito, che la teneva raccolta, e le mettevano ne le grandi pupille la strana aria di sognante che impressionava le persone.
Per questo il frastuono della vita cittadina, da cui era assediata coi gridi dei rivenditori ambulanti, coi rumori delle carrozze che scotevano i vetri delle finestre echeggiando cupamente per le volte, e col sordo affaccendamento di lavoro, che si ripercoteva indistinto là dentro, serviva soltanto a renderle maggiormente caro l'isolamento e la muta severità delle vecchie cose, dalle quali era circondata.
Fin suo marito non le dava più la solita sensazione di ripugnanza e di persona che volesse farle male. E stava ad ascoltarlo intenta, quand'egli le raccontava il processo discusso alle Assise nella giornata, quasi volesse appellarsi a lei contro i giurati, che si erano lasciati infinocchiare dalle sonore ciance avvocatesche.
In quelle sere la bimba non voleva andare a letto per ascoltare anch'essa le storie dei ladri e degli assassini; e guardava a bocca aperta il babbo che parlava, smorto smorto, nell'ombra della ventola, con le mani sui braccioli della poltrona illuminate dalla luce viva, e le lunghe gambe nascoste sotto il tappeto rosso del tavolino; la mamma che taceva o esclamava di tanto in tanto:
-- Povera gente!
Così le stagnava la vita, senza che l'umor tetro del marito vi producesse più neppure un lieve increspamento a fior d'acqua; e così durò fino al giorno in cui la bimba cadde ammalata, e per le stanze mute s'intese frequente il rumore cadenzato dei tacchi del dottore, che, vista la gravità della cosa, veniva a visitarla tre o quattro volte al giorno.
Le tristi occupazioni d'infermiera le furono di sollievo.