Come l'onda... Novelle

Part 2

Chapter 23,701 wordsPublic domain

Vi ritornammo parecchie volte nei giorni seguenti, ora al levar del sole, ora sotto il calore meridiano per formarci un'idea approssimativa del vero deserto, ora al lume di luna.

I raggi lunari, rischiarando con luce bianchiccia quella vasta e brulla estensione di sabbia, davano risalto con le ombre a tutte le disuguaglianze del terreno; e il luogo assumeva così un aspetto strano e pauroso, che di giorno nessuno avrebbe immaginato. Le onde del mare, battendo svogliatamente sulla spiaggia poco discosta, facevano un perfetto contrasto col silenzio che incombeva dall'altro lato su la solitudine desolata.

Pareva di essere chi sa a quante miglia da ogni creatura vivente, sperduti e senza speranza di soccorso, in mezzo a un oceano di sabbia. La configurazione del terreno, celandone i limiti, contribuiva a far credere immensa quell'estensione di poche miglia.

Di tanto in tanto la mia compagna lanciava per l'aria cheta un allegro scoppio di risa, che suonava più argentino del solito e vi si perdeva senz'eco.

Io, quando non ragionavamo, canterellavo. Ella intanto, facendo il giro dei pantani, gettava manate di sabbia fra i giunchi dattorno per far levare le anitre, le folaghe, i gheppi lì rimpiattati.

In verità, non mi divertivo molto.

Nei giorni precedenti mi ero più volte sorpreso a guardarla intensissimamente con sentimento di dolce compiacenza e che non scaturiva soltanto dalla sua somiglianza con Jela.

Ed ora, in quel posto, tornando silenziosi verso casa, avvertivo con stizza che il calore del suo braccio, appoggiato con stanchezza sul mio, mi faceva pensare a qualcosa di vagamente sensuale che s'infiltrava nella pura atmosfera del mio spirito e cominciava ad attirarlo.

Pur troppo era vero!

La signora Emilia mi aveva rapidamente svegliato nel cuore tutti gli ardori dei miei sedici anni e con la stessa freschezza d'una volta. No, non vivevo insieme con lei alla Marza, ma con la mia Jela evocata da misteriosa potenza, che soltanto ne aveva alterato alquanto i lineamenti e le gracili forme. Capivo benissimo però che, oltre quei sentimenti, se n'erano sviluppati dei nuovi, collegati con quegli altri quasi per completarli; temevo appunto di questi.

Alcune parole, alcune frasi della signora Emilia, mi turbavano da qualche giorno in modo incredibile. Certe occhiate, certi sorrisi, certe inflessioni della voce che più vivamente riflettevano o rammentavano, anche da lontano, le occhiate, i sorrisi, le inflessioni della voce di Jela, mi davano scosse, tremiti, languori, che talvolta arrivavano fino a spossarmi. Ed io soffrivo di questo sovrapporsi di lei, di questo suo impertinente sostituirsi alla cara immagine, che formava da tanti anni il culto più sacro della mia vita.

Soffrivo, ma non resistevo, non reagivo; mi lasciavo sopraffare. Provavo qualcosa di simile a quelle tiepide correnti sottomarine delle quali parlano i pescatori di corallo, che intorpidiscono nelle mute profondità delle acque il sentimento della vita e fanno assaporare la morte quasi delizia ineffabile. Sentivo che ormai quel fascino mi avviluppava in modo da non poterne più vincere la malefica azione.

-- E dopo? -- mi domandai una sera indignato, piantandomi di rimpetto a la mia ombra proiettata dal lume sul muro bianco della stanza.

E siccome l'ombra non rispondeva:

-- Sei un vile! -- dissi a quell'altro me stesso che vedevo coll'immaginazione confuso ed abbiosciato là davanti.

E andavo su e giù, tirando fantastici buffi di fumo dal sigaro spento.

-- Miserabile! -- continuavo -- Tu carezzi desiderii, che non osi confessare nemmeno a te stesso. Già non sei più sicuro se, tradendo la fiducia del tuo amico, commetti un'indegna azione!

E tornavo a passeggiare, stritolando fra l'indice e il pollice la punta del sigaro col pretesto di ravvivarlo.

Quelle parole mi avevano fatto arrossire quasi fossero state pronunziate da un'altra persona, da un amico severo, venerato per gli anni e per l'esperienza della vita. E cercavo di scusarmi; e mentalmente rispondevo:

-- Via! Tu esageri. Tradire la fiducia del mio amico? Nemmeno per ridere. Volessi pure, quella donna......

Ma non completavo il periodo. Sentivo di mentire e mi fermavo esitando, un po' per persuadermi che forse m'illudevo, un po' per l'involontaria compiacenza di scoprire che pur troppo non m'ero illuso.

Quella donna non sarebbe stata forte, lo indovinavo. Da che? Da cento lievi e quasi impercettibili indizi, che sarebbero sfuggiti a qualunque occhio meno interessato del mio.

-- E dopo? -- ripetevo con insistenza.

E rimanevo sbalordito, addolorato, vedendo come l'immagine della mia Jela avesse potuto offuscarsi un momento; indignato che la rassomiglianza fosse servita, mio malgrado, da incentivo per sentimenti affatto opposti a quelli ispiratimi da lei.

-- Che debolezza! Che vigliaccheria!

Oh, no! Volevo essere uomo; resistere, vincere anche sfidando il pericolo; dovevo al culto della mia Jela questa riparazione sentimentale.

E andai a letto consolato.

* * *

Avevo noleggiato una barca, che venne a prenderci allo spuntare del sole.

Un marinaio, con larghi e corti calzoni rimboccati fin sopra il ginocchio, ci portò in collo di peso, una dietro all'altro; poi diede una spinta alla poppa, e la barca mezza arenata si cullò tosto mollemente su le onde dopo aver traballato un pochino pel peso di lui, che vi era saltato dentro.

Il mare appariva tranquillo. Larghi riflessi, verdognoli, azzurri, rossastri lo colorivano in diverse direzioni, divisi da orli fosforescenti; le varie correnti marine lo striavano a fior d'onda, come solchi di rotaie in un immenso piazzale.

La signora Emilia batteva le mani e dava in esclamazioni di sorpresa e di gioia. L'acqua le produceva fascini violenti, che le lampeggiavano nelle pupille con incredibile vivacità. Di quando in quando, a un'ondata che turbava il moto regolare della barca, ella cacciava un grido -- non sapevo ben discernere se di paura o di piacere -- e diceva, ridendo:

-- Se si cascasse in mare?

E scoteva la testa e la persona quasi già provasse i brividi del freddo contatto dell'acqua.

Io la guardavo tranquillo, dominando le mie impressioni, lieto di vedere che potevo opporre qualcosa alle involontarie seduzioni di lei. I miei sensi erano calmi, l'equilibrio del mio spirito perfetto; ma questa contentezza interiore doveva certamente tradurmisi sul volto in insolita serietà, e in quel raccoglimento che mi faceva star zitto.

-- Si annoia? -- ella disse dopo un lungo silenzio.

-- No, signora.

-- Il suo pensiero non è qui. Lei non dice neppure una parola!

-- I grandi spettacoli della Natura rendono muti.

-- Mi dispiace che debba annoiarsi per causa mia. Anche l'amicizia ha i suoi pesi.

-- Non questa volta.

Approdammo all'isoletta dei Porri, largo scoglio quasi piano, sollevato di qualche metro fuori del mare che vi balla attorno spumante. Lo percorremmo in pochi minuti, poi ci sedemmo nel centro, dirimpetto alla spiaggia. La campagna si stendeva laggiù, laggiù, con linee larghe, con mille sfumature di verde, che si armonizzavano insieme. Lontano, in fondo, dentro una nuvola di vapori dorati, torreggiavano nel cielo opalino le cupole e i campanili di Spaccaforno infiammati dal sole. Il mare rumoreggiava da ogni lato dell'isoletta con urli e scrosci interrotti. Di tratto in tratto vedevamo qua e là sollevarsi gli spruzzi iridati dei cavalloni irrompenti sui fianchi più bassi.

-- Ecco un posto, -- ella disse, -- dove abiterei volentieri, e dove vorrei morire tutt'a un colpo, ingoiata dal mare quasi prima di accorgermene.

-- Che desiderii strani! -- esclamai ridendo. -- E vorrebbe vivervi sola?

-- Oh! no, -- rispose. -- Dicono che soli non si starebbe bene neppure in Paradiso. In due, con un'altra persona che avesse il medesimo gusto, che trovasse nella mia compagnia, come io nella sua, bastevole ragione per non rimpiangere la società.... Sciocchezze, è vero? -- soggiunse sospirando. -- Invece bisogna contentarsi della dura realtà. Ecco: pel mio cuore, questo misero scoglio potrebbe valere tutto l'universo. Ma pel cuore di un uomo? Come rende triste il pensiero che noi, nella vita dell'uomo, possiamo appena appena essere un accessorio!

-- Scusi, -- dissi. -- Non è sempre così. Vi sono donne che riempiono tutta la nostra vita del loro benefico influsso; che diventano la parte migliore dell'anima nostra, del nostro spirito, e sopravvivono in noi anche quando le relazioni esterne sono rotte per sempre.

-- Jela! -- esclamò, fissandomi in volto con uno sguardo in cui sorpresi lampi di dolore e di invidia.

Quel nome, pronunciato dalla sua bocca, mi diede i brividi.

Vedendo che tacevo, la signora Emilia mi prese amichevolmente una mano, e con accento interrotto, pieno di rimpianto e di affetto represso, continuò:

-- Come dev'esser felice quella donna! Darei metà della mia vita per essere amata allo stesso modo. Dio mio! Sento già tremare questa mano al solo ricordo, e veggo quegli occhi inumidirsi.... E son già dodici anni! Ma quanti dolori, quante tristezze! Felicità costata troppo cara e che, certamente, non esisterebbe, se invece di essere stati proprio a tempo divisi, avessero potuto vivere uniti, o lei l'avesse posseduta un istante, tutta sua, fra le braccia. Ma, caso o no, quella donna intanto dev'essere troppo felice. Chi non cangerebbe la propria con la sorte di lei? Chi non vorrebbe provare la sua tremenda voluttà di doversi concedere, col corpo, all'uomo che non ama, e di darsi nel punto stesso, collo spirito, al suo assente adorato?

-- Oh no, no! -- interruppi indignato. -- È un amore di altro genere. Ella non lo intende... non può intenderlo.

E mi rizzai in piedi. Avevo bisogno di essere scortese.

La tremenda voluttà di doversi concedere!...

Queste parole mi eran suonate all'orecchio come una profanazione. Oh! Colei mesceva la sua bassa sensualità a un sentimento che non avrebbe appannato il cuore più puro....

Sì, avevo bisogno di essere scortese. E non solo per protestare, ma anche per difendermi dalle strane impressioni della sua voce, che mi s'insinuavano per tutto il corpo vellicando dolcemente i nervi con irritazione delicata.

Temevo di dimenticare troppo presto le belle risoluzioni della notte.

Fu un istante.

Tornai a sedermi; volevo correggere quell'impeto troppo violento che l'aveva un po' mortificata.

-- Perdoni, -- le dissi, -- oggi sono nervoso. Il ricordo di Jela mi turba. Senta: ho le mani diaccie. E toccai le sue.

Ella mi guardava ammirando, con le sopracciglia un po' aggrottate, le labbra strette e la faccia alquanto sollevata verso di me per fissarmi meglio.

Era Jela, proprio Jela!

Distolsi gli occhi.

* * *

Me la prendevo con Paolo che non veniva.

I giorni passavano apparentemente uniformi; ma il mio cuore era sconvolto. Non lottavo più, non resistevo; ragionavo e tentavo scusare agli occhi della coscienza quella vigliaccheria.

Non ero ancora arrivato al punto di dimenticare i miei doveri di amico; non osavo ancora pensare che, come tant'altri, quest'amore avrebbe potuto scivolare anch'esso sul mio cuore senza lasciarvi segno, senza ledere i diritti del purissimo affetto di Jela, no, questo ragionamento mi sarebbe parso un'empietà. La rassomiglianza della signora Emilia con Jela era così grande; il sentimento (perchè non dirlo?) che colei mi ispirava era un così vivo riflesso del ricordo di questa, da non darmi il coraggio di giustificarne ai miei occhi neppure la possibilità.

Mi limitavo a concedere che non era poi gran delitto riamare Jela in quel suo ritratto vivente; riamarla con la stessa semplicità di cuore, e la stessa purezza dei miei sedici anni. Mi sembrava anzi che il culto del mio spirito per lei si sarebbe rinfocolato meglio al contatto di quella realtà; una seconda giovinezza mi sarebbe rifiorita nel cuore.

La signora Emilia era troppo esperta della vita da non comprendere quel che avveniva nel mio interno. Se ne compiaceva, si divertiva: veniva, alla sua volta, allettata dalla stranezza del caso e dall'amor proprio così fortemente lusingato.

E Paolo? E la fuga? E il loro amore?

Ahimè! Niente è più vero del triste proverbio: Gli assenti hanno torto.

Già ella forse non si accorgeva di venir meno al suo dovere: forse, al pari di me, e lottava e cedeva e transigeva.... Chi lo sa? Forse anche provava, contro quell'incognita amata, gelosie di rivale.

Non sapeva perdonarle di venire fin lì ad invasarmi il cuore e a contrastarle fin quel meschino tributo di simpatia, che la donna più onesta è lieta di ricevere come buffo d'incenso alla propria bellezza o alla propria bontà!

E voleva vendicarsene, voleva umiliare la povera rivale con la stessissima arma della rassomiglianza, con cui ella era venuta ad assalirla nel suo breve regno.

Spesso le intravedevo negli occhi qualcosa di più; una sfida, una rabbia di provarmi che non soltanto l'amor puro, l'amore ideale lascia perenni ricordi nel cuore.... ma che ci sono baci e amplessi tali, da sconvolgere da cima a fondo la vita e assai, assai più durevolmente delle vaghe fantasie da collegiale che io, un tempo, nella mia inesperienza, giudicavo suprema felicità. E allora i suoi sguardi lanciavano fiamme che venivano a lambirmi il viso con lingue di fuoco; e le sue labbra sembravano umide di un liquore inebbriante, che attirava irresistibilmente le mie.

Mi occorreva un grande sforzo per restare ragionevole e savio.

* * *

Un giorno ella mostrò il desiderio di voler raccontata, con tutti i particolari, la storia di Jela. Non seppi rifiutarmi.

Dapprima ero deciso di accennarle soltanto per sommi capi quel delirio, quell'estasi di amore durata tre anni. Ma, narrando, mi sentii di mano in mano soavemente travolto dai miei cari ricordi; più non seppi quali scegliere, e mi lasciai andare a briglia sciolta dietro quei dolci fantasmi della giovinezza, che hanno avuto una grande influenza su tutto il resto della mia vita.

Ella ascoltava intentamente, avidamente, con agitazione e commozione che aumentavano, come più il mio racconto si coloriva e si animava. A un certo punto però fece un brusco movimento delle palpebre e del capo:

-- Basta per oggi, -- mi disse con voluta indifferenza. -- Veggo che si riscalda troppo; le può far male.

Si alzò dalla seggiola, che aveva fatto recare sulla terrazza, scese i pochi scalini della gradinata, girò sbadatamente per la spianata coperta di erbe selvatiche e di stelline gialle e bianche tremolanti sui loro lunghissimi steli, poi si fermò davanti una statuetta greca, che giaceva ancora nel posto dove era stata scavata.

-- Ha letto, -- mi domandò con tranquillo tono di voce -- la iscrizione che orna i lembi del pallio di questa dea?

Seguivo con occhio turbato i movimenti di lei. Avevo sùbito compreso il significato della brusca interruzione, e della simulata indifferenza, e mi sentivo venir meno la forza di fingere di non aver capito. Senza un ultimo fievolissimo rimprovero della coscienza, mi sarei precipitato a buttarmele ai piedi per baciarle furiosamente le mani e dirle le cose insensate che già mi gorgogliavano in gola.

Quella domanda mi calmò.

-- L'iscrizione è monca, -- risposi. -- Dice: A Hera, la sacerdotessa, (il nome è illegibile) nella festa di marzo.

-- Povera dea! -- esclamò, quasi non sapesse che dire.

A me intanto parve avesse voluto sottintendere:

-- Povera Jela!

E mi sentii stringere il cuore.

* * *

Nella nottata presi un'energica risoluzione. Se per poco cedevo a quella tempesta di sensi scoppiatami così improvvisamente nel petto, insieme col culto ideale di Jela, sarebbero naufragate e la mia dignità di uomo, e la mia lealtà di amico. Decisi di fuggire all'insaputa di Emilia, perchè ero certo che in sua presenza non avrei più posto in atto quell'urgentissima risoluzione.

Scrissi una letterina e la posai sul tavolino, in modo che dèsse sùbito nell'occhio. Mi levai prima dell'alba. La mia stanza aveva una finestra molto bassa, che rispondeva sulla terrazza; apersi l'imposta con cautela, scavalcai senza stento il davanzale e mi avviai in fretta verso la stalla.

Il contadino, che custodiva le cavalcature messe a mia disposizione dal fittaiuolo dell'ex-feudo, dormiva vestito su la _ticchiena_, specie di letto murato. Lo svegliai, lo aiutai a sellare una giumenta e presi la carreggiata.

Contavo di recarmi a Spaccaforno, confidare il mio caso a un vecchio e fido amico e pregarlo di andare, per qualche paio di giorni, a tener compagnia alla signora. Paolo aveva già scritto che fra due settimane sarebbe arrivato. Quell'amico era uomo serio, discretissimo. Da giovane, doveva essere stato molto galante; conservava tuttavia il motto arguto e l'aneddoto gaio a dispetto dei suoi acciacchi, nei quali la galanteria della giovinezza entrava forse per qualche cosa. La signora non si sarebbe certamente annoiata con quel vecchietto, che pareva avesse concentrato tutta la vita negli occhi. E se si fosse anche annoiata? A me premeva soltanto di evitare il pericolo.

La giumenta andava lentamente; chi badava a spronarla? Ero troppo assorto nei miei pensieri. Avevo dispetto di commettere la viltà di quella fuga, e tentavo di trovare in fondo al cuore la dose di fortezza sufficiente a guarentirmi; ma non la trovavo.

Ero ridicolo. Cento altri al mio posto non avrebbero avuto tanti scrupoli. Io stesso, se non ci fosse stata di mezzo la rassomiglianza con Jela, sarei poi rimasto così virtuoso? Non dicevo nè sì nè no, ma sorridevo sarcasticamente; mi sbeffavo da me.

La giumenta rallentava il passo, si fermava a strappare grandi boccate di erbe, voltava di qua e di là la testa, quasi per interrogarmi intorno a quel che avrebbe dovuto fare. A intervalli, mi riscotevo; una stretta immeritata di sproni, una strappata di briglia, e la giumenta, poverina, riprendeva sùbito il trotto.

Era già l'aurora. Le allodole trillavano festosamente sui campi di frumento; mille altri uccelli rispondevano dalle siepi e dagli alberi. Le messi, ai lati della strada, ondeggiavano al soffio del venticello mattutino, facendo un rumore secco e stridente con le teghe delle spighe. Un misto di odori di erbe fresche, di profumi di fiori e di acri emanazioni di terreni coltivati mi si affollava alle narici e alla gola, e mi faceva provare la speciale sensazione della campagna, che par fortifichi le fibre e allarghi i polmoni.

Questa sensazione mi produsse l'effetto di un calmante. E quasi incoscientemente feci voltare addietro la giumenta e ripresi il cammino verso la Marza.

Ero vergognoso; non volevo neppure rammentarmi d'avere tentato quella fuga. Dalla strada spiavo le finestre del villino di Conca di Pietra; erano ancora chiuse. La mia lettera fortunatamente non poteva essere stata scoperta. E davo di sproni alla giumenta che scuoteva la testa, costernata dell'insolito trattamento.

Volevo arrivare senz'essere veduto. Eh, sì! Quando fui a pochi passi dal villino, la finestra della signora Emilia si aprì, ed ella sporse fuori il capo curiosa di vedere chi mai potesse arrivare a cavallo.

-- Oh, lei, signor Claudio? -- esclamò meravigliata.

-- Buon giorno, -- risposi, cercando di dissimulare il turbamento.

-- Ha fatto una passeggiata troppo mattiniera.

-- Stupenda, -- risposi accostandomi, curioso d'osservarla da vicino.

Era nel più bel disordine, appena levata da letto. I capelli le scendevano arruffati sul collo; una leggiera sciarpa a strisce di più colori le copriva le spalle e le braccia, lasciando scorgere gli smerli della camicia ampiamente scollata in giù della gola; la pelle del volto era ancora quasi madida del calore delle coltri. Ella accostava la sciarpa alla vita, con atteggiamento che voleva esser pudico e riusciva procace. Le braccia, sfuggenti ignude dalle corte maniche della camicia, reggevano a stento le vesti tirate su in fretta, cadenti da ogni parte con voluttuoso abbandono, e le davano l'aria di persona uscita allora allora dalla stretta di lunghi abbracci, con l'ambrosia sulle labbra dei baci dati e ricevuti.

A quella vista ebbi abbagliamenti e vertigini. La casta e malinconica figura di Jela, offuscata dagli splendori di quell'apparizione sfolgorante, non trovò più forza di farsi scorgere dalle mie pupille intorbidate.

-- Stupenda, -- ripetei, senza proprio sapere quel che mi dicessi, divorando cogli occhi quel corpo semivestito, a cui la febbre della mia immaginazione levava d'attorno ogni velo.

-- A rivederci, -- ella disse, arrossendo di scorgersi così avidamente guardata.

E con movimento di gazzella impaurita chiuse le imposte, salutandomi con un grazioso sorriso e un inchino del capo.

Era sparita. Io però, rimasto immobile, la vedevo tuttavia nettamente dietro i vetri, quasi le vibrazioni luminose prodotte dal suo corpo fossero rimaste impresse lì e ve ne mantenessero l'apparenza.

* * *

Ero già pentito di essere tornato addietro. Mi vedevo sull'orlo dell'abisso e sentivo il terribile fascino delle profondità: una lieve spinta, e cascavo nel vuoto. Brividi mi correvano per la persona. Oh, quel Paolo benedetto!

E Jela, il mio gentile ideale?

M'ingegnavo di persuadermi ingenuamente che ella avesse bisogno di questa specie di nuova incarnazione per diventare completa; creatura affatto spirituale, prendendo da Emilia le agili dovizie della forma, sarebbe però rimasta sempre la mia Jela.

Futili sottigliezze del cuore che non voleva confessare la propria debolezza; artifizi della coscienza che non aveva il coraggio di accettare la sua colpa apertamente e dire per scusarsi: è irresistibile!

La giornata era calda; l'estate batteva all'uscio. I raggi del sole insinuavano nel corpo lassezze piacevolissime, quasi di sonno. Le farfalle erravano turbinose di qua e di là; le mosche volavano insistenti attorno con ronzio prolungato, vero adagio musicale di ninna-nanna, che cullava i sensi e li legava col suo torpore. A ogni mover di passo fra le erbe e i fiori, migliaia di insetti si levavano a volo e tornavano quasi sùbito a rannicchiarsi all'ombra delle foglie e dei calici per ripararsi dal sole.

Appoggiata al mio braccio, Emilia ora percoteva colla punta del piedino i cespugli fioriti, ora allungava la sua canna da pesca per disturbare gli amori degli insetti nel letto dorato delle pratoline; e intanto canticchiava parole inintelligibili, dondolando lievemente la testa.

La spiaggia formava un seno scavato nella costa dal continuo rodere dell'onda. Il letto di sassi lisci, arrotondati, e di varii colori, era circondato dalla curva costa all'altezza di due metri; vi si scendeva per una rozza scalinata, che non accusava certamente la mano dell'uomo.

-- Vedrà che magnifica pesca, -- ella disse, adagiandosi su un sasso da me preparatole per sedile.

-- I pesci, -- risposi ridendo, -- saranno lietissimi d'esser pescati da mano così gentile!

E, inescato il suo amo, lanciai il filo in mare.

L'onda ci lambiva i piedi; la dighetta dei sassi ne limitava la stesa. Nelle fonticine formate fra sasso e sasso dagli spruzzi dell'acqua e dai meati della diga, si vedevano correre i gamberetti marini sul fondo arenoso; le patelle solitarie se ne stavano aggrappate ai sassi col guscio grigio che si scorgeva appena; l'olio di mare agitava le sue filamenta a seconda delle ondate, inarcandosi per assorbire dai muschi impercettibili prede.

Dopo aver dato un po' la caccia ai gamberelli marini e alle patelle, inescai alla mia volta l'amo e mi sedei sui ciottoli, accanto alla donna.

Atmosfera pesante ed immobile. Silenzio greve intorno. L'acqua che veniva a scherzarci ai piedi, aveva mormorii voluttuosi di sirena, mormorii seduttori. Nessuno dei due diceva una parola. Quella solitudine si faceva complice dei nostri segreti pensieri; pareva che una corrente magnetica ci tenesse in comunicazione e rivelasse all'una i più riposti movimenti del cuore dell'altro.