Collezione dell'opere del Cavaliere Conte Alessandro Volta - Tomo I, Parte I
Part 8
Ho dunque un piatto di stagno con l'orlo che rileva poco più d'una mezza linea, d'un piede di diametro, entro ho versato un mastice fuso composto di trementina, ragia, e cera, steso, e rassodato in una superficie piana, e lucida. Ne ho parecchi altri, e più grandi, e più piccoli di legno eziandio al cui fondo è incollata una laminetta di piombo, e in cui ho versato ove zolfo, ove ceralacca, ed ove altri mastici di varia composizione, ma l'indicato di sopra ch'io fo di tre parti di trementina due di ragia, ed una di cera bollite insieme per più ore, mescendovi in fine alquanto di minio, ad oggetto di avvivarne il colore, l'ho trovato il più comodo, e il migliore. Fa l'officio di armatura al di sopra un legno dorato della figura a un di presso d'uno scudo di dieci pollici di diametro, e alto due all'incirca, piano nella base che dee combaciare col mastice, alquanto convesso nei lati, o sia nel contorno. Dal centro della concavità sorge un manico di vetro, o meglio di ceralacca ben levigato, che ha gli spigoli (e ciò rileva assai) smussati, e ritondati. Chiamerò dunque quest'armatura col nome di _scudo_. Stimo superfluo l'avvertire, che mi attengo ordinariamente ad uno scudo di legno dorato, perchè meno dispendioso, e più leggiero, e manesco che uno di metallo sodo. Peraltro avendo in seguito pensato a farne uno d'ottone tutto cavo interiormente a foggia di una scatola, che serve per un altro apparato minore portatile in tasca, trovo che m'offre in compenso non piccoli vantaggi, uno rilevante, che è quello d'essere più forbito, e perciò di dissipar meno d'elettricità: gli altri di sola appariscenza, e comodo, per atto d'esempio di render sonore le scintille anche meno vive; e di poter racchiudere in esso vari stromenti che vengono ad uso, come caraffe, manichi per isolare, palle, fili ec.
Eccovi, Sig., tutto l'apparato —
Mettiamolo ormai alle prove, e veggiamo come gli effetti corrispondono alle promesse. Carico mediocremente la lastra al modo ordinario coll'ajuto della macchina, e ne provoco la scarica giusta il costume toccando congiuntamente, o alternatamente _lo scudo_, e _il piatto_. Allora alzando lo _scudo_ pel suo manico isolante, e riponendolo sul mastice, con toccarlo alternatamente, siccome richiede la teoria dell'_elettricità vindice_; e quando è alzato, e quando torna a posare ne ho scintille tali, e sì vive (quelle segnatamente dell'innalzamento, e più le succedenti alle prime due, o tre) che si spiccano, e dirigonsi alla nocca del mio dito ad un pollice e mezzo, e talora più di distanza, per nulla dire del venticello, e de' fiocchi di luce che si manifestano sulle punte all'intervallo di più pollici, e degli attraimenti de' corpicciuoli oltre allo spazio d'un piede. Che più? Con quattro, o sei scintille cavate dallo _scudo_ elettrizzo fortemente un _conduttore_ assai capace, un uomo isolato ec., con trenta in quaranta di esse carico fortemente una caraffa; tutte queste operazioni io fo, e replico finchè mi piace. Ma i segni illanguidiscono col tempo? Nol niego, massimamente ove non si cessi di tormentar l'apparecchio per lungo tratto, e a varie riprese. Dunque finalmente cesseranno del tutto? Sì, ciò forse avverrà, ma non so dopo qual tratto di tempo. Ma che direte se io dimostro che questa minacciata estinzione de' segni si può prevenire, e riparare l'illanguidimento, e finanche ristorare il primiero vigore con niun altro ajuto che quello delle deboli forze che rimangono? M'affretto a spiegarvi per qual modo ciò si possa ottenere.
È cosa troppo nota che si può caricar una lastra per mezzo d'un'altra lastra, o caraffa già caricata, col compartire a quella la carica di questa. Or bene, io non cerco di più; imperciocchè se col mio scudo, allora pure che non mi dà se non scintille deboli, giungo a caricare anche debolmente una caraffa, posso contare d'avere in questa caraffa un ristoratore dell'elettricità indebolita, e di portarvi una vera aggiunta eccitandone la scarica, o sia compartendola alla superficie del mastice. E così adoperando non m'inganno, col badar bene però di applicare al mastice non già l'uncino della caraffa, se questo ha ricevuto la carica dallo scudo, ma sibbene la pancia, o la base; e vice versa, se questa ha toccato lo scudo. Per poi viemeglio riuscir nel mio intento non iscarico la caraffa in un colpo sopra la faccia armata del suo scudo, ma gradatamente con una scintilla per volta, o (che è d'un bel tratto più efficace) portando a combaciamento la base, o l'uncino della caraffa colla faccia nuda del mastice, e scorrendovi sopra per tutto, onde imprimere, dirò così, ad ogni punto la competente porzioncella di carica. Per tal modo e con tale attenzione trovo più spediente di elettrizzare il mio apparecchio ben anche la prima volta, senza applicarlo immediatamente alla macchina per mezzo solamente d'una caraffa carica; e se vaghezza mi prende di far senza interamente d'ogni macchina, e nulla prenderne ad imprestito, ci riesco con pochissima pena usando un leggiere stropicciamento di mano, o panno, o carta, o (che è meglio) pelliccia fina, e bianca sulla faccia del mastice ancor vergine, col quale strofinamento produco primamente, e in un attimo una discreta elettricità, che messa poi a profitto mercè il replicare una, o due fiate l'artificio già descritto di caricare un caraffino, e rinfondere la carica sulla superficie del mastice, arriva in brevissimo tempo al sommo di vivacità.
Se mi chiedete dopo quanto intervallo di tempo faccia mestieri di ricorrere a cotale industre modo di ravvivare l'elettricità moribonda, perchè non si perda del tutto, vi dirò non aver io fissata, nè potersi per avventura fissare regola alcuna. Sono però in grado d'assicurarvi che dopo il corso non già d'ore, o di giorni (soprattutto se l'apparecchio si lasci buona parte del tempo in riposo, e ben custodito, sicchè si mantenga asciutta, e pura la faccia del mastice) ma d'intere settimane l'elettricità non vi verrà mai meno, solo che vi prendiate la cura di replicare due, o tre volte il giuoco della caraffa. Non debbo quì lasciar di suggerire che in luogo d'una caraffa di vetro torna forse più comodo un cannoncino di rame, o latta intonacato di cera lacca, o mastice, e armato acconciamente, a cui avvegnachè tocchi minor quantità di carica, ciò non ostante perchè l'acquista prestissimo, serve perciò meglio, e quello che più monta, teme assai meno l'umidità dell'aria.
Non so finir di parlare dell'artificio di risvegliar l'elettricità languente col rifondere, e ritorcere contro di se stessa quella poca che rimane, e sì ricondurla al grado massimo d'intensione, senza dire che sebbene tal ritrovamento non sia altro più che una conseguenza della teoria, che appunto me lo ha fatto tosto immaginare, sembra però oltre modo maraviglioso a chi non sente ben addentro in così fatte cose, e senza confessare ch'io stesso ne andai pieno di gioja tostochè vidi il fatto risponder pienamente all'idea concepita, non meno per la bella armonia, che ravvisai co' principj come per la novità sorprendente che ne risultava unita al vantaggio di poter, ove che fosse, col mio semplice apparato passarmela senza il corredo della macchina, e produrre ciò nonostante lo spettacolo della più viva elettricità, e con quel solo destarla egualmente viva in altri apparati senza fine (la qual industria mi richiamò tosto alla mente quella onde andiamo debitori a Voi Inglesi di calamitare fortissimamente l'acciajo senza calamita), e sì anche perchè io veniva a giustificare l'aggiunto di un nuovo vocabolo, che non senza esitazione aveva destinato a questa fatta di elettricità, il che ora senza scrupolo, e a tutto rigor di termine sento di poter fare, chiamandola elettricità _Vindice indeficiente_. Che se a voi non dispiacesse, ardirei pure imporre un nome al mio picciolo apparecchio, e sarebbe quello di _Elettroforo perpetuo_.
Or vi dirò che ho immaginato di inalberare sulla sommità dello scudo un asta di ferro contro le nuvole, di maniera che abbia ad involare e concepir in seno del fuoco elettrico di colassù.
Vi ho reso conto, Signore, dei sommi capi delle mie scoperte, se tali pur sono, tralasciando tutto il dettaglio de' varj tentativi, e le molte riflessioni che mi ci han condotto, o spuntate ne sono, e che però riservo per un'altra Lettera, o per la Memoria, che vi dissi da principio aver in animo di pubblicare. Questo solo vi anticipo, che tutto tende a confermare quella mia sentenza che mi argomentai già di venir persuadendo nella Dissertazione _De vi attractiva ignis electrici_ etc. 1769, cioè, che le elettricità delle lastre, non si estinguono realmente, e interamente per la scarica, come ha preteso il P. Beccaria, e persiste anche in oggi a volere[34], ma perseverano lunga pezza ad esservi in parte aderenti, inducendo, perchè abbia luogo un certo quale equilibrio, l'elettricità contrarie nelle respettive _armature_; onde vengono per tal modo a contrappesarsi; onde le adesioni d'esse armature alle facce della lastra; onde finalmente lo sbilancio della separazione, i segni ec. Quell'eccellente Professore di Torino è portato in conseguenza del suo opinare ad accagionar la luce che spunta trallo disgiungimento d'indurre una nuova elettricità sulla faccia della lastra che si snuda, a spese dell'armatura: io accuso questi discorrimenti di luce di portare non già l'_inducimento_ di una nuova, ma all'opposito un vero _dissipamento_ delle due contrarie elettricità; della prima cioè impressa, e tuttor'affitta alla faccia isolante, e dell'opposta indotta nell'armatura per l'antecedente scarica: e sì seguendo quelle strisce di luce, e contemplandole attentamente, dalle circostanze in cui si mostrano, o nò, o crescono, o scemano, dalla figura, da tutto in somma ricavo argomenti evidentissimi, e palpabili, che il mio sospetto è pur vero. E per addurne una, od altra prova: se altrimenti andasse la bisogna, a grado cioè del Padre Beccaria, non dovrebbe l'ordinaria armatura di foglie metalliche dispiegare, e in se stessa, e nella faccia della lastra che lascia nuda, elettricità maggiore, che non quando fa l'ufficio d'armatura il mio scudo? tanto maggiore, io dico, quanto le strisce di luce ch'eccita quella nell'atto del divellerla sono più copiose delle strisce ch'eccita codesto scudo? Ma appunto succede il contrario: e a questo singolarmente è dovuta la prestante eccellenza del mio scudo sopra le solite armature, dall'aprir esso lo sfogo a minor luce, che è quanto dire a minor dissipamento.
Diciam più: se la luce che compare trallo disgiungimento fosse quella dell'elettricità, che la faccia snudata rivendica a se, o vogliam dire ripete dall'armatura, giusta il sentimento dell'avversario, non so vedere perchè non dovesse provocarne molto di più di questa luce quando s'alza l'armatura, senza tenerla isolata, che non quando s'alza isolata; giacchè nel primo caso ne è la capacità senza limiti. Eppure punto, o poco di luce appare alzando lo scudo non isolato, nello stato cioè che potrebbe più fornirne; e grandi strisce ne spicciano alzandolo isolato. Dunque non è la faccia snudata che muova questa luce, perchè cerchi ricuperare la sua antica elettricità a spese diremmo dell'armatura; nè questa obbedisce altrimenti alle sollecitazioni di quella; ma a se stessa obbedisce, cioè a quella forza di dissipare quel soverchio di elettricità propria, di cui è insofferente, e che perciò scappa massimamente dagli angoli.
Io non ho fatto più sperienze sull'aria....
_AGGIUNTA_
Avendo pensato che il nuovo apparecchio oltre la sorprendente singolarità de' segni indeficienti, di cui si è venuto ragionando, offre altri non meno reali che speciosi vantaggi, sì per la mira d'illustrare per eccellente modo la teoria elettrica, sì per lo scopo di condurre con l'ultima agevolezza ogni maniera di sperienze, i quali vantaggi hanno obbligato a dar a quello la preferenza sopra ogn'altro apparato non dirò me solo, cui l'amore di un bel ritrovamento potrebbe di leggieri aver sedotto, ma alcuni eziandio che da principio si mostravan ritrosi a concederli questa superiorità; e considerando d'altra parte che la descrizione da me datane ristretta ne' limiti d'una lettera, e all'intelligenza de' più esperti elettrizzatori, potrà per avventura far nascere desiderio a taluno non versatissimo, il quale amasse pure, di ricrear se ed altri con siffatte dilettevoli sperienze rese omai sì domestiche e comuni, d'avere sott'occhio il disegno de' pezzi, e il giuoco che loro si fa eseguire, ho pensato di far cosa grata esponendo nelle seguenti figure sotto diversi aspetti, e combinazioni tutto ciò che compone uno de' miei comodi apparati portatili, e quanto esso offre su due piedi a vedere di singolare. AA (fig. 1) è _il Piatto_, o sia una lastra d'ottone lavorata al torno con l'orlo ben rotondato prominente nella faccia superiore una mezza linea all'incirca, in cui è contenuta la stiacciata di ceralacca, o mastice B, nella inferiore sporgente una buona linea, o più pell'uopo che si dirà. CC è lo _Scudo_ di legno dorato, o d'ottone cavo, senz'angoli, e ben forbito, che si apre a foggia di scatola, e contiene i vari pezzi che hanno da venire ad uso. E è il _manico isolante_, cioè un bastoncino di vetro intonacato di ceralacca, armato nell'estremità di due cappelletti d'ottone _ff_ (fig. 2), uno fatto a vite con cui si ferma a un bottone lavorato per questo nel centro della faccia superiore dello scudo CC, e l'altro che termina in un anello, per cui si regge alzandolo (fig. 2,3).
Nella figura 1. sta il piatto AA, o meglio il mastice armato del suo scudo CC ricevendo l'elettricità, o sia la carica dalla catena O di una macchina ordinaria; indi se ne eccita la _scarica_ dalla mano AD che tocca congiuntamente il _piatto_, e lo _scudo_. (fig. 2.) Una mano alza per mezzo dell'anello _f_ del manico E, lo scudo CC; e l'altra mano X ne trae una lunga scintilla: e ciò ognora che si leva lo scudo dopo averlo posato, e poi toccato.
La stessa fig. 2 mostra come elettrizzato una volta un solo apparato, se ne possa avvivar un altro, o quanti altri ne aggrada: dando cioè replicatamente le scintille dello scudo alzato ad un filo, od uncino d'ottone K sporgente da un altro scudo, che posa sul suo mastice. Fatto ciò, e mutando mano voi potete con questo secondo, e collo stesso processo rinvigorir la forza nel primo, e così via via reciprocamente.
(Fig. 3). L'operazione indicata è simile a quella della figura precedente, tranne che si fanno spiccare le scintille dallo scudo CC verso l'uncino I della caraffa armata G, la quale perciò viene a caricarsi. La mano D sta in atto di toccare il _piatto_ in A, e lo _scudo_ in C ogni volta che posi, e di ritirare da questo il dito qualor s'alza. La caraffa poi si scarica coll'_arco conduttore_ T, o si adopra per la scossa ec.
(Fig. 4). Colla caraffa stessa caricata nel modo surriferito si ravviva l'elettricità, che per avventura si fosse indebolita. S'impugna dalla mano L per la pancia G, si posa sulla faccia nuda del mastice B. Indi lasciata la pancia si trasporta la mano L a reggerla pell'uncino I, e così dimenandola si viene a scorrere sopra tutta la faccia B fin presso l'orlo del piatto AA, senza però toccarlo: dopo di che si rimette lo scudo, si scarica toccando ec.
(Fig. 5). Senza poi togliere ad imprestito alcuna straniera elettricità basta ad imprimerla la prima volta sulla faccia del mastice ancor vergine B, un leggiero strofinamento colla palma della mano. Questo v'imprime elettricità di _difetto_, e tale pure ve l'eccita lo strofinare con panno, carta ec.; ma strofinando con carta dorata sorge spesso (non però sempre) elettricità di _eccesso_. I segni che s'ottengono col solo strofinamento sono alquanto deboli, è vero; tuttavia essendo capaci di caricare alcun poco la caraffa, eccovi pronto il mezzo di avvivarli col giuoco di sopra mentovato della stessa caraffa.
(Fig. 7). Il piatto AA è sorretto da una colonnetta di vetro E, intonacata di ceralacca, impiantata, o fermata a vite nel piedistallo ossia scatola di legno PP (che serve poi a rinchiudere tutto l'apparato), e fermata pure a vite a un dado, o bottone che risalta dal centro della faccia inferiore di esso piatto (e questa è la ragione per cui l'orlo inferiore del piatto debbe sporgere alquanto più, come si è di sopra avvertito, a fine cioè che il bottone non impedisca quando si vuol far posare il piatto piano e fermo). Questo piatto così _isolato_ porta una punta ottusa N inserita in uno de' forellini _s s s_ praticati a tal oggetto sì nell'orlo del piatto, come attorno allo scudo, e un'altra verghetta metallica terminante in palla Q, a cui viene presentata a qualche pollice di distanza la punta M. Lo scudo CC porta pure inserita una punta N nel mentre che un'altra M gli vien presentata dall'opposto lato. Ogni volta adunque che s'alza nella debita forma lo scudo CC (ben inteso che non si ometta mai la solita alternativa dei toccamenti allora che posa) si manifestano due _fiocchi_, e due _stellette_: un _fiocco_ dalla punta M contro la palla Q del piatto, ed una _stelletta_ sulla punta N che sporge dal piatto medesimo: vice versa il _fiocco_ spicca dalla punta N attenente allo scudo, e la _stelletta_ compare sulla punta M che guarda esso scudo. Questo avviene allorquando l'elettricità impressa sul mastice sia _difettiva_, quale cioè la suole eccitare lo strofinamento della mano ec. Qualora sia _eccessiva_, mutan tutti luogo i _fiocchi_, e le _stellette_, comparendo appunto a rovescio. (fig. 8) In somma è la stessa che la fig. 7, ma rovesciata. Lo scudo CC è sorretto in luogo del piatto AA dalla colonna isolante E fermata sul piedestallo PP, ed esso scudo porta la verghetta armata di palla Q, le scintille della quale in tempo che s'alza il piatto AA pel manico E vibrate vivissimamente contro l'uncino I della caraffa G la caricano, mentre che esso piatto pure eccita scintille in A dalla nocca d'un dito, e può caricare contrariamente un'altra caraffa.
Non debbo lasciare di far osservare che si può supplire all'incomodo di toccar colla mano lo scudo ogni volta che si è posato, con un mezzo facilissimo. Basta inserire nell'orlo del piatto A fig. 2 in un de' forellini _s_ un fil d'ottone terminante in una picciola palla, ripiegato in modo sopra la faccia del mastice, che detta pallina venga a toccare lo scudo CC quando si posa: così siegue da se la scarica.
La fig. 6 rappresenta il fondo, e il coperchio della scatola di legno PP destinata a chiudere tutto l'apparato, per portarselo in tasca. Questa scatola poi medesima serve come di base, o piedestallo a portare la colonnetta isolante E fig. 7 e 8: al qual fine nel centro del coperchio si è praticato un buco _y_ atto a ricevere la vite _f_ di detta colonnetta E. Serve pure essa scatola coll'ajuto di quattro piedi isolanti _zz_, ch'entrano a vite sotto il di lei fondo, di sgabello, su cui può montare una persona per essere elettrizzata ec. Allorquando s'ha a chiudere tutto l'apparecchio, si nascondono questi piedi in un cogli altri bastoncini isolanti, colla caraffa, le verghe puntate, l'arco conduttore ec. in seno allo scudo; esso scudo poi col piatto si racchiude in cotesta scatola di legno: ed ecco assettato, e riposto tutto.
Benchè dalle figure quì espresse rilevinsi abbastanza i comodi, e i vantaggi che offre questo apparato sopra ogn'altro, gioverà toccarne quì ancor di passaggio alcuni, accompagnandoli con poche avvertenze intorno al maneggio di cotesto Elettroforo.
Quanto ai vantaggi, non ci arrestiamo più al massimo e solenne, che è la durevolezza, anzi meglio perennità dei segni: se n'è detto già abbastanza a suo luogo. Unicamente si vuol far notare, che sebbene la costanza nel mastice a ritenere l'elettricità impressa regga agli attacchi dell'umido, e fino alla prova insolente di alitarvi sopra a larga bocca; pure sviene, e si dissipa quasi in un subito ogni virtù, tentata dalle _punte_ la superficie di esso mastice: e ciò per tal modo, che scorrendovi sopra senza notabile strofinamento, e dirò così, leccandola con un fiocco di fili, o carta d'oro, ed anche solamente con una spazzola, con un pezzo di lana ec., tutta l'elettricità viene a smarrirsi. Questa debole disposizione mi torna talvolta a comodo. Qualora non so che farmi dell'elettricità d'un apparato, e cerco d'aver il mastice siccome fosse vergine, non ho che a stendere bene il mio fazzoletto sopra la faccia di quello; ed ecco spenta ogni virtù. All'incontro ognor che voglia conservata l'elettricità per giorni, o settimane, ho cura di non permettere che panno, o tela, od altro chicchessia irto di peli venga a scorrere od applicarsi sulla faccia del mastice; e mi tengo fino in guardia, che i miei manichetti in qualche parte non mi tradiscano. Ma con tutte queste attenzioni toglier non posso, che la polvere, e i peli sottilissimi, che d'ogni parte accorrono attratti dalla faccia elettrica, non vadano di mano in mano a portare notabile illanguidimento ai segni, in ragion che dura il giuoco di alzare ed abbassar lo scudo: sicchè è pur mestieri per ottenerli del tutto vivaci ricorrere di tempo in tempo al maneggio della caraffa ec. Tuttavia il decadimento non è tale, che non si mantengano a dispetto di tormentar di continuo l'apparato, e senza l'artificio di ravvivarli, per ore e giorni.
Non è per la sola durevolezza e vera _indeficienza_ dei segni, che il nostro elettroforo ottiene sicuramente il primo vanto; ma per la _grandezza_ eziandio di questi, e per la _qualità_. Per qualità intendo e la natura dell'_elettricità vindice_ in genere, che non è propriamente la stessa dell'elettricità ordinaria, di quella cioè che muove immediatamente dallo stropicciare, e a questa sola cagione risponde; e intendo più in particolare le vicende dell'elettricità non già più di natura, ma di specie soltanto contraria, com'è d'_eccesso_, e di _difetto_, le quali in tante forme, e quasi con niun particolar maneggio si manifestano a un tempo, come si è veduto nella fig. 7 e 8, in cui già di per se danno i segni vivaci, e continui sì il piatto, che lo scudo, questo _contrariamente_ a quello: laddove nelle macchine ordinarie, sebben si preparino con i _cuscini isolati_, compajono è vero le due elettricità opposte; ma durando l'isolamento dei cuscini, ben presto ammutoliscono quasi del tutto i segni nella catena.
Il cambiar poi tosto nella contraria l'elettricità sì de' _cuscini_ che della _catena_ non è tanto agevol cosa nelle macchine usuali: anzi se queste, com'è di solito, portano il disco di vetro liscio, non è mai che si ecciti altra elettricità che di _difetto_ negli _strofinatori_, qualunque essi siano, e di _eccesso_ nella _catena_; se poi il disco sia di zolfo, potrem bene elettrizzare or nell'una, or nell'altra maniera, ma è mestieri per ciò cangiare di _strofinatori_. L'apparato nostro non abbisogna d'altro per mutar le vicende de' segni, che di compartir sopra il mastice la carica della caraffa da quella banda che la ricevette dallo scudo (es. gr. nella fig. 4 va impugnata la pancia G della boccia, e visitato il mastice coll'uncino I). A tal uopo gioverà aver prima distrutta, mediante l'applicazione del fazzoletto, l'elettricità vecchia del mastice.
Ma queste vicende delle contrarie elettricità riescono poi affatto graziose usando di un Elettroforo per animarne un'altro, come nella fig. 2; e più avendovene una serie: giacchè se il primo era elettrico per _eccesso_ dà al secondo l'elettricità per _difetto_, e questo secondo porta novellamente carica d'_eccesso_ al terzo; e così adoperando di seguito, il quarto diventa elettrico come il secondo, il quinto come il primo, e il terzo ec. Alzando poi ad un tempo due scudi vicini, vale a dire contrariamente elettrizzati, ne spicca la scintilla del doppio più forte coerentemente alla teoria.